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giovedì, aprile 29, 2004

Presentazione del libro:
“La poesia come un accidente…”

di Giorgio Boratto - Carroggio Editore

“La poesia come un accidente…” è un libro che si può aprire a caso e per caso anche senza imbattersi necessariamente in una poesia, si incontra un pensiero che la richiama.
Insomma, dov’è la poesia? E’ nell’avvicinarsi il più possibile alla realtà senza perdersi, senza dimenticare di quanta bellezza c’è in ognuno di noi e soltanto a richiamarla, anche senza rime baciate, ritornelli e punti a capo, la poesia si trova; c’è, come un beneaugurato accidente.
“La poesia come un accidente…” è così perché la poesia poi la si ritrova anche nella prosa, in certi minuti passaggi espressi con il sentimento dell’interrogazione e della meraviglia; è così perché leggendo anche a caso e solo due pagine al dì, come potrebbe suggerire un medico dell’anima, regala salute spirituale e chissà. Chissà allora, se questo libro non fosse un regalo da fare a se stessi, lo si potrebbe trovare in farmacia.

postato da giorgio 1:56 PM

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mercoledì, aprile 28, 2004

Genova del saper fare

Ieri sono entrato in quella strana mostra chiamata “Genova del saper fare” e Genova mi si è mostrata nella sua veste migliore. Daniele Miggino aveva già descritto bene, su mentelocale.it, il carattere “ascendente” della disposizione delle sale che illustrano Genova come primaria risorsa industriale; io vorrei invece calarmi nel meandro emozionale che questa mostra evoca.
Guardando quei filmati, ascoltando i suoni, che avvolgono chi visita la mostra, sono stato assalito dalla commozione: io quel mondo l’ho conosciuto, io con quegli uomini ho vissuto; io con quel “saper fare”, fatto di sacrifici, di solidarietà, di conoscenza e amore del proprio lavoro, ci sono cresciuto. Ora quelle immagini sembrano distanti, ma sono passate solo due generazioni e basta chiedere ad un nonno d’oggi per farle affiorare nella mente.
Insieme a quelle navi, treni e aerei, con quelle fabbriche simili a fucine dell’Olimpo o gironi danteschi, si costruiva una coscienza sociale e civile; si costruiva la storia e il lavoro diventava valore, lo strumento per riscattarsi, migliorare la propria vita insieme a quella degli altri. Non è un caso che Genova sia diventata per questo anche un riferimento politico importante, dove la politica assume nel concreto il valore di saper essere l’arte della convivenza civile.
Il “saper fare” di allora era un “saper conoscere” la natura intima della materia che si trasformava ed era anche un “imparare a vivere”: trovando nei lavori umili e faticosi la dignità dell’esistenza protesa a migliorare una condizione di miseria diffusa.
La prima sala che incontro è quella del porto, del suo lavoro e delle sue navi: qui ho rivisto il varo del transatlantico Michelangelo; rivisto poiché io nel 1965 vi avevo assistito nei cantieri di Sestri P. Ho rivissuto, con il filmato in bianco e nero che pare ancora più distante, l’emozione di quell’evento e, nel breve calcolo di 39 anni fa, mi dico che con quella turbonave si chiudeva un’era, finiva un mondo non certo il saper fare.
La sala 3, Ferro e Acciaio, è quella che più di tutte mi ha coinvolto; posizionandomi nell’apposito riquadro sul pavimento, insieme ai suoni della fabbrica si sente vibrare, tremare la terra, si ha l’impressione di partecipare allo sforzo per trasformare con il fuoco il minerale in acciaio, in lamiere, travi, barre che diverranno poi auto, treni, aerei, robot in altre parti del mondo ma soprattutto ancora qui nel “saper fare” di Genova. Infatti erano sempre a Genova le industrie di aerei, di treni, di navi…
Poi macchine, nomi illustri, fabbriche prestigiose; poi ancora intelligenze, successi, risultati per arrivare ad una sala dove la pianta di Genova si estende sotto grandi immagini di luoghi della città trasformati, ridisegnati e fatti rivivere come un puzzle della memoria. Ecco un nuovo senso di città dove il cambiamento è imposto dal lavoro, dal consumo, dai bisogni e forse anche dai sogni di un futuro mai raggiunto.
Con questa ricchezza del “saper fare” che si sta trasformando, cambiando, Genova oggi tenta altre strade, cerca il turismo, ricerca una nuova identità culturale; ma la Genova finora conosciuta è ancora in queste sale. Genova con i suoi uomini è ancora pronta alle sfide presenti.


postato da giorgio 10:40 PM

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martedì, aprile 27, 2004

Contributo alla liberazione degli ostaggi


Cari arabi delle falangi di Maometto, guardate bene l'Italia e capirete che la maggioranza del suo popolo è contro la guerra e contro la permanenza in Iraq del suo esercito.
Cari arabi iracheni girate per tutte le città italiane e vedrete ancora sventolare le bandiere della pace, le bandiere arcobaleno, sui balconi delle case.
Il governo italiano sul tema dell'intervento militare in Iraq è in minoranza, non ha fatto nessun referendum.
Quella parte di popolo italiano che sosteneva l'invio di soldati in Iraq credeva di andare a portare la pace, di aiutare a costruire la democrazia e non di ritrovarsi ad aiutare gli americani ad impadronirsi della vostra terra.
Credeteci arabi del nostro medio oriente, depositari della scrittura e della cultura più grande; credeteci arabi onesti e ancora portatori di valori di bontà e bellezza come le vostre moschee.
L'Italia ha un cuore enorme e la sua vera cultura non è quella di Berlusconi.

postato da giorgio 9:31 AM

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sabato, aprile 24, 2004

La Poesia è già scritta

La poesia è già scritta; arriva con parole conosciute
Parole semplici, suoni profondi che toccano tutti…
E non serve evocare cuori, amori, cieli e angeli, colombe e colori
E non servono rime, ripetizioni, andare a capo o ritornare sui propri passi
Quando arriva la poesia, tu la riconosci e ti meravigli
Ti meravigli come un bambino che scopre quello che c’era sempre stato.

postato da giorgio 2:32 PM

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martedì, aprile 20, 2004

Genova c'entra

Quando accade qualcosa di importante, di tragico o eclatante; anche solo di gossip o di distante, mi chiedo come non possa entrarci Genova.
Mi sono accorto che nelle varie storie che formano la Storia, Genova c'entra sempre; c'entra non per la genovesità o per caratteristiche speciali, c'entra come luogo, come entità geografica per cui la storia per via di una nascita, di una casa, di un'amicizia, di una nave o di un treno, Genova c'entra. C'entra sempre.
Con strani giri, come linee da tracciare tra vari punti o come nel gioco della pulce, qualcosa passa e salta su Genova. Su Genova torna.
Così Genova è entrata anche nelle morti in Iraq, con la tragica uccisione di un suo abitante; poi per chi sa scavare, Genova c'entra per altre innumerevoli cose: un'arma qui comprata, una fabbrica interessata o solo per una pensata fatta in un suo vicolo verso sera …
Genova così per la cronaca diventa in certi momenti centro del mondo; lo diventa per i suoi uomini, per i suoi fatti, per il suo mare, per mille cose o semplicemente perché ogni luogo è un microcosmo che rispecchia quello più grande, per cui alla fine chi può dire che quel piccolo luogo dove si vive non consumi e tocchi anch'esso la Storia? La storia che in fondo interessa tutti, non solo un luogo, e fa di ognuno il centro del mondo. Ecco sarà per questo che Genova c'entra. C'entra sempre, c'entra come i nostri pensieri.


postato da giorgio 1:41 PM

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domenica, aprile 18, 2004

Esce il mio libro


E' in uscita il mio libro: "La poesia come un accidente...".

postato da giorgio 1:54 PM

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sabato, aprile 17, 2004

L'arma più forte

Sono arrivato osservando gli sviluppi della violenza nel mondo ad una conclusione: per combattere contro il più potente esercito del mondo, contro la più grande potenza armata della Terra, ovvero gli U.S.A., ci sono solo due possibilità: il terrorismo o la resistenza passiva alla Gandhi; io sono per quest'ultima.
Diversamente e lo si è visto in Iraq, come si potrebbe assistere in ogni parte del globo, è inutile combattere contro la tecnologia militare devastante degli USA. Quelli con occhi satellitari, con aerei fantasma, con missili intelligenti, con bombe a grappolo per il "colpisci e terrorizza", hanno già vinto tutte le guerre prossime venture che dichiareranno a loro piacimento, e poi sempre loro le dichiareranno finite e vinte.
Ai popoli che non sono amici degli americani che cosa rimane? Ripeto, ci sono solo due possibilità: il terrorismo o la resistenza passiva alla Gandhi; io sono per quest'ultima.
Il Vietnam, per la verità, ci ha fatto comprendere che vincere contro l'esercito più potente è possibile con la guerra popolare dove ogni abitante dello stato invaso è un soldato senza divisa armato soprattutto dalla volontà di cacciare l'oppressore e il portatore di una cultura estranea alla loro. Questa guerra popolare cruenta e senza esclusione di colpi, che è il terrorismo delle due parti, trascina un odio per generazioni e generazioni per cui alla fine non esiste mai un vero vincitore ma solo una sospensione del conflitto armato per altre forme di repressione.
L'India è riuscita a vincere la guerra con gli inglesi, allora la potenza mondiale per antonomasia, solo con la resistenza passiva, con la disobbedienza, gli scioperi, il rifiuto delle loro gabelle e con la forza morale e ragionevole di volere essere padroni del proprio destino, della propria terra e dei loro diritti. Il resto è storia.
Forse ancora una volta l'arma più forte è e rimane "Il discorso della Montagna".



postato da giorgio 12:24 PM

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venerdì, aprile 16, 2004

Neanche


Un missile sparato ieri dagli americani ha colpito la casa dove vivevano una donna e i suoi due figli. Nessuno dei tre ha avuto il tempo di dire qualcosa, neanche «vi faccio vedere come muore un iracheno». (jena) da Il Manifesto di oggi

postato da giorgio 12:49 PM

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giovedì, aprile 15, 2004

Morti in Iraq

In Iraq ci sono migliaia di morti civili e militari, noi piangiamo i nostri; ognuno piange i suoi. Certo è che a piangere sono le persone semplici; non sono certo Bush che ha scatenato l’irragionevole guerra, né i fanatici che la alimentano.
Fra poco ci verrà detto:“ragazzi, quello è il prezzo della libertà, della democrazia, della nostra civiltà”. Grazie; già sentito e già anche pagato.
Insomma per far tenere agli americani lo stesso tenore di vita, lo stesso standard di consumi bisogna pagare dei prezzi; queste morti fanno parte del conto. Così la perfida economia di mercato delle merci si mischia con quello della vita degli uomini. Ma sarà vero che siamo fatti ad immagine e somiglianza di Dio? Con il simbolo del dollaro stampigliato in testa, con i loghi delle multinazionali cuciti sui vestiti, forse siamo più credibili. Allora perché continuare la retorica degli eroi; le falsità di patrie da difendere, diciamoci semplicemente che dove ci sono “ricchezze” da perseguire, ci sono criminali, sfruttati, speculatori, potenti e lavoratori che ci lasciano la pelle. Infine c’è la guerra santa per ricordarci quante “divinità” esistono.



postato da giorgio 12:55 PM

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mercoledì, aprile 14, 2004

Darwin è qui

Se viene bandito l’insegnamento di Darwin dalle scuole non c’è proprio speranza…o almeno se ne apre paradossalmente una: non sarà che abbiamo trovato l’anello mancante tra l’uomo e la scimmia nella ministra Moratti e i suoi sostenitori?
Certo che se Dio ci avesse fatto direttamente così, come siamo, ci avrebbe fatto veramente male e senza fantasia…che ne sò, poteva farci le ossa in poliuretano e invece dei piedi delle ruote cingolate…
Ma invece ecco, è possibile che in questo periodo storico stia avvenendo un fondamentale passaggio della specie dei primati in evoluzione: il salto evolutivo nella forma mentis.
Continuiamo ad avere tutti i residui scimmieschi in comune: muscoli piliferi, escrescenze caudali, dentatura onnivora, ma iniziamo a differenziarci tra Bushimani ( sostenitori dell’attuale presidente americano) e Umani; tra dinosauri con grandi corazze e poco cervello ed una specie di E.T. dalla pelle vizza, grandi occhi con un gran cervello, ma indifesi. Chi trasmetterà il testimone?

postato da giorgio 12:41 AM

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lunedì, aprile 12, 2004

Domande di un amico


Un amico mi ha scritto dicendosi molto arrabbiato da come stanno andando le cose in generale ed in particolare in Iraq, dove ora i nemici degli USA non sono più i seguaci di Saddam Hussein ma proprio quelli che ne erano le vittime. Crediamo di esportare il progresso e la civiltà ma siamo sicuri che questi stiano dalla nostra parte? Si può chiamare civiltà dove si vendono neonati, si violentano bambine, si commerciano organi umani e droga, si ammazzano per poche lire i genitori o si uccidono i figli per vendicarsi con la moglie?
C'è civiltà dove si sfruttano i minori, si distrugge la natura, si inquina, si premiano gli evasori fiscali e le speculazioni, si spendono cifre esorbitanti in armamenti accettando la fame nel mondo e si tolgono i diritti ai deboli e i poveri dando sempre più potere ai ricchi?…Quale democrazia possiamo insegnare, esportare o anche consigliare? Pensiamo veramente di essere i migliori?
Io non saprei cosa rispondere a così tante domande, ma riflettendo un po' mi dico che sarebbe meglio fare un passo indietro, fare un atto di umiltà ricercando quei valori d'umanità universali che accomunano tutti gli uomini, al di là di ogni credo politico e religioso: nessuno è perfetto o detiene la verità e solo riconoscendo ognuno il bisogno dell'altro può migliorare.
Primo atto sarebbe quindi abbassare i fucili e le pistole ascoltandoci pregare: stranamente si scoprirebbero delle parole rivolte a Dio, di misericordia e di pace, uguali; si scoprirebbe che forse vogliamo le stesse cose con mezzi diversi…allora evviva la democrazia senza gli spari.




postato da giorgio 8:45 PM

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Siamo fragili

Siamo fragili; non esistono i duri. Siamo fragili per questo abbiamo l’amore.
Smettiamo allora quel volto severo che assumiamo per dirci e farci del male; diciamoci chiaro: ho bisogno di te. Abbiamo bisogno dell’altro. Abbiamo bisogno di chiunque e l’amore poi capita per questo; capita come un bisogno, capita come un sogno.
Siamo fragili come dei bambini, poi diventiamo vecchi e ancora più fragili;
ma poi siamo fragili anche da maturi, da adulti e da guerrieri: siamo fragili per l’essere soli, per curarci con l’amore.

postato da giorgio 3:50 PM

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venerdì, aprile 09, 2004

Nuovo Google


postato da giorgio 7:05 PM

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Campagna di comunicazione

La massiccia campagna elettorale con l'invasione di manifesti giganti e spot televisivi, non dovrebbe preoccupare più di tanto: non saranno certo quei messaggi di propaganda politica a far cambiare opinione o schieramento all'elettore.
Da sempre gli studiosi di comunicazione hanno fatto rilevare come all'interno di ogni manifestazione comunicativa, ogni rappresentazione visiva o verbale, ci fosse un fondamento di doppiezza; insomma ogni messaggio può essere letto in maniera diversa, scontando il paradosso. Già, il paradosso che oltre a spiegare la natura complessa delle cose e sfidare i principi di coerenza arriva a curarci. Sì, la sintesi del paradosso è nella massima di Ippocrate cui "le cose simili curano le cose simili".
Un esempio: sfruttando il paradosso si potrebbe immaginare una dichiarazione di Fassino, ai manifesti di Berlusconi che annunciano i numeri dei prestigiosi risultati del governo, con la frase: "Risultati impensabili per la loro grandezza"; un elogio dal doppio significato.
Un po' come fece Freud con la Gestapo cui, ad una dichiarazione di essere stato trattato bene, aggiunse di suo pugno: "Posso vivamente raccomandare la Gestapo a chicchessia". Tutti sapevano delle spaventose persecuzioni fatte agli ebrei e quell'elogio in più vanificava la propaganda di equità delle autorità naziste per un ebreo di fama internazionale.
Allora: "Con Berlusconi stiamo tutti veramente meglio!".
Buona Paqua


postato da giorgio 6:25 PM

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lunedì, aprile 05, 2004

Un motore della guerra

Una volta le crisi economiche delle nazioni si risolvevano con le guerre; si dichiarava solitamente guerra al vicino e poi finita la carneficina ecco la ricostruzione e insieme la crescita economica. Oggi sembra uguale e il nemico, che non può più essere il vicino di frontiera, eccolo nel musulmano, nell’asiatico o ancora in quello che consideriamo diverso e nemico; poi dopo le devastazioni ecco che ci sarà la ricostruzione con le società multinazionali, le vere vincitrici.
Sembrano spiegati così i cicli della crescita capitalista, dove con il solito diagramma di alti e bassi si perpetua un cammino che chiamiamo progresso ma che in sostanza paghiamo con il regresso spirituale e umano.
In questo percorso poi non devono meravigliare le cadute nel fascismo e nel comunismo che possono essere considerate fenomeni interni alla contraddizione capitalista, in quanto merce o lavoro, progresso o tradizione vengono mitizzati a discapito della centralità umana.
Si può allontanare la condanna capitalista di una crescita attraverso la morte dell’altro? Si può uscire da questa spirale mortuaria? Da questo falso progresso? Dalla mercificazione dei sentimenti, dei sogni, dei desideri? Io penso di sì; io credo che ogni uomo aspiri alla felicità e alla gioia da condividere con gli altri, non sottraendo o rubando ricchezza al prossimo ma ricercandola in noi.
Una crescita diversa è possibile ricordando che il peccato più grande dell’uomo è di invecchiare senza sapere niente di sé.



postato da giorgio 4:02 PM

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domenica, aprile 04, 2004

Siamo tutti…

Ho sentito gridare: “Siamo tutti ebrei, siamo tutti americani, siamo tutti cristiani”, si potrebbe dire anche islamici? A leggere alcuni passaggi del nuovo libro di Oriana Fallaci si direbbe di no.
Ma poi lo si potrebbe dire: se fossimo nati da una famiglia islamica lo saremmo; ma poi si potrebbe diventare anche atei o buddisti…o chissà cosa d’altro.
Possiamo essere tutto e tutti. Semplicemente infine si potrebbe, rompendo tutti gli script, le programmazioni parentali, culturali, sociali, diventare se stessi: essere ognuno il padre e la madre di sé.
Questa è una piccola premessa per comprendere la nostra umanità che è vero ci fa fare la guerra, ma ci fa anche riconoscere il comune destino di esseri limitati ed insieme divini; piccoli e grandi; potenti e miseri. Sì, ogni uomo ha innumerevoli volti e quelli che appaiono sul volto della Terra non sono tutti: quante religioni, sette, partiti, tribù, nazioni, costumi ci rappresentano? Tantissime eppure ci raccontano solo in parte e ancora cerchiamo qualcosa d’altro. Ci inventiamo copioni, sicurezze, destini, dei, solo per confermarci l’esistenza e proiettarla nell’immortalità.
Allora? Allora noi siamo ancora perché siamo anche…siamo mille cose senza esserne in fondo nessuna; siamo parti di un Tutto che, a cercarlo bene, è in seno ad ognuno e se sapessimo interrogarci profondamente non solo conosceremmo noi stessi, ma conosceremmo anche l’altro. Conosceremmo così l’islamico, l’ebreo e il cristiano e non è utopia dire conosceremmo la pace.



postato da giorgio 2:29 PM

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