giovedì, agosto 11, 2016

Il libro: L'arte di essere felici di Arthur Schopenhauer

Che il campione del pessimismo, ossia Arthur Schopenhauer ci indichi la strada per essere felici appare paradossale. Lui che del pessimismo è maestro come potrebbe parlare di felicità? In verità questo libro, che si compone di 50 aforismi o massime, non l'ha scritto con questo titolo ma aveva avviato una raccolta di aforismi sotto la denominazione di Eudemonologia o Eudemonica– ossia dottrina della felicità. Edito da Adelphi ora il libretto ha come sottotitolo i due nomi riportati prima.
Le citazioni che compongono il piccolo libro sono state raccolte tra i vari scritti di Arthur Schopenhauer che aveva in mente di elaborare un manualetto, un piccolo vademecum per vivere in saggezza; per mantenere a lungo uno stato di contrasto alle avversità.

Schopenhauer però non si smentisce; per lui la felicità è solo un eufemismo: 'la felicità e i piaceri sono soltanto chimere che un’illusione ci mostra in lontananza, mentre la sofferenza e il dolore sono reali e si annunciano immediatamente da sé, senza bisogno dell’illusione e dell’attesa'.
Così insieme a 'l'arte per ottenere ragione', 'l'arte di ottenere rispetto', 'l'arte di ignorare il giudizio degli altri', l'arte di conoscere se stessi', 'l'arte di invecchiare', 'l'arte di insultare' e 'l'arte di trattare le donne', Arthur Schopenhauer ha scritto su 'L'arte di essere felici'.
Per Arthur Schopenhauer la vita oscilla tra la noia e il dolore; in mezzo a questi due stati esiste la possibilità, data dall'ingegno, di trovare regole di comportamento che allevino le pene e soprattutto allontanino il dolore.
Un po' come successe per 'l'arte di invecchiare', dove Arthur Schopenhauer raccolse citazioni, riflessioni, appunti, massime e norme comportamentali -a cui diede il nome di Senilia- per rendere sopportabile e perfino piacevole la vecchiaia; qui condensa la sapienza per farci vivere meglio. La filosofia come conoscenza sapienziale, saggezza pratica. Tutto con il fine di vivere il meno infelici possibile. Vivere passabilmente.

Vediamo qualche consiglio di Arthur Schopenhauer annotato come massima nel libro:
Viviamo il presente. Il meglio che il mondo ci può offrire è un presente quieto e senza dolore. Non guastiamo questo con la ricerca di un futuro sempre incerto che per quanto lottiamo rimarrà sempre nelle mani del destino.
Non essere invidioso. Niente è più implacabile e spietato dell'invidia.
Abbiamo oltre al nostro carattere intellegibile e quello empirico (immutabili) un terzo carattere che è quello acquisito. Quest'ultimo si forma con la vita e la pratica del mondo. Questo carattere artificiale è frutto dell'esperienza e della riflessione. Solo con l'esperienza possiamo imparare ciò che vogliamo e ciò che possiamo. Tramite il carattere acquisito sapremo quali sono i nostri poteri, virtù, doti e quali le debolezze e limiti. Conosciamo la nostra individualità e quindi misurando le nostre forze e debolezze ci risparmieremo molti dolori.
Il possesso e il suo desiderio determinano l'infelicità. La ricchezza assomiglia all'acqua di mare; quanta più se ne beve, tanto più si ha sete.
Fondamentale, infine, la differenza fra 'ciò che si è' e 'ciò che si ha', perché è il primo che determina il secondo e non viceversa.
Non viviamo come vogliamo ma come possiamo.
La giusta proporzione è la saggezza per vivere quieti per questo dobbiamo vivere in modo giusto tanto il presente quanto il futuro...e attenzione che vive troppo il presente è uno sconsiderato e chi troppo il futuro non avrà più solo un istante tranquillo.
L'uomo saggio non persegue ciò che è piacevole ma l'assenza di dolore.
Non manifestare grande giubilo o grande afflizione per ogni avvenimento; la mutevolezza di tutte le cose può trasformarlo in ogni momento.
La vita degli uomini si compone in un lato soggettivo interno e un lato oggettivo esterno. Nel primo troviamo le gioie e i dolori; con questo abbiamo visto prima come dobbiamo misurarci nei comportamenti a tale proposito. Nel secondo c'è l'immagine della condotta della nostra vita; il modo in cui interpretiamo il nostro ruolo: qui troviamo le virtù, le nostre opere di ingegno, gli atti di eroismo e sempre qui troviamo le distinzioni tra maschi e femmine e soprattutto tra uomo e uomo. Quest'ultimo lato dovrebbe essere sviluppato maggiormente poiché vivendo si ritrova il lato bello della vita...purtroppo non lo seguiamo abbastanza.
La vita è come un gioco ai dadi, se il punto in più non è uscito devi essere tu a correggerlo con la tua abilità.
Seguono poi altre massime; altri aforismi e consigli per una vita se non felice almeno senza grossi dolori.
Un vademecum filosofico pratico per il benessere. Da tenere sul comodino.

domenica, luglio 31, 2016

Una risposta alla decantata guerra dichiarata

Sono tutti intorno ai 30 anni; hanno frequentato le nostre scuole, conoscono il nostro mondo e con quello cresce il loro un odio profondo che trova nel partito dell'Isis un riconoscimento: poi si sa che ogni atto violento e giustificato solo da l'odio troverà in quel movimento terroristico una rivendicazione.
L'Isis ormai rivendica tutto; tutto quanto genera morte, odio, orrore e paura.
Si fa presto a dire guerra, loro lo sono con i metodi vigliacchi, nascosti e subdoli di arruolati senza divisa, patria e affetti. Per noi quale guerra? E' difficile per noi riconoscerli e combatterli.
L'ultimo trovato e responsabile dell'atto terroristico a Dacca è un cittadino canadese: Tamim Chowdhury; un uomo di 30 anni.
In molti terroristi gioca il meccanismo dell'emulazione, del trovarsi affini a quegli stessi che hanno commesso quegli atti mostruosi precedentemente contro di noi; contro il nostro vivere comune.

Si può batterli? Conoscerli anticipatamente? Prevenire i loro atti terroristici? E' difficile. Il lavoro di intelligence spesso non serve... all'apparenza questi criminali in formazione, sono uguali a noi. Pare che l'espressione del nostro nichilismo trovi in questi una dimensione ammantata di significati nuovi.
La morte per la morte nel nome di un Dio di cui è stata decretata la morte ormai da tempo proprio dalla nostra civiltà occidentale.
Nietzsche è sempre attuale: con l'epoca moderna e quella di adesso abbiamo risposto e compiuto ciò che egli si domanda:
'Ma come abbiamo potuto fare ciò? Come potemmo bere tutto il mare? Chi ci diede la spugna per cancellare tutto l’orizzonte? Che cosa abbiamo fatto quando staccammo la terra dalla catena del suo Sole? In quale direzione ora ci muoviamo? Non precipitiamo noi continuamente? Indietro, da un lato, davanti, da tutte le parti? C’è ancora un altro e un basso? Non voliamo come attraverso un nulla senza fine? Non soffia su di noi lo spazio vuoto?… Dio è morto, Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso!' -(Nietzsche, La gaia scienza, p.129, Adelphi)

Perciò avremmo bisogno di un nuovo orizzonte e di un nuovo Dio che, tornando a Nietzsche, sapesse anche danzare. Avremmo bisogno di una filosofia che uccidesse insieme il capitalismo, il mondo mercificato, finanziario ed economizzato...questo potrebbe aiutarci.

sabato, luglio 23, 2016

Fatti di terrorismo ripetuti...quali possibili cause?

In un libro del 1995 Robert Cialdini- psicologo statunitense-, Le Armi Della Persuasione - Come E Perché Si Finisce Col Dire Di Sì, (Giunti editore) dedica un capitolo, 'La riprova sociale', per spiegarci dell'effetto Werther; ovvero la capacità di ripetizione dei suicidi o, nel nostro caso, di emulare le azioni di terrorismo di chi è in in preda dell'aggressività, dello stress e dell'insofferenza del proprio stato sociale. Il caso del giovane terrorista tedesco iraniano potrebbe spiegarsi così; come quello dello del terrorista tunisino a Nizza.

L'autore Robert Cialdini si avvalse per formulare la sua teoria degli studi di David Phillips fatti nel 1979-80.
David Phillips spiegò che quando uscì il romanzo di Goethe, 'I dolori del giovane Werter' -che narra del suicidio del giovane Werther- suscitò una ondata di suicidi emulativi in Europa. Effetto così potente che in diversi paesi le autorità vietarono la circolazione del libro.
Questo suffraga l’idea che noi usiamo le azioni degli altri per decidere quale comportamento tenere soprattutto se queste sono simili a noi. E' un comportamento molto infantile che rivela come spesso si è attratti da comportamenti di coetanei più che da persone che non abbiano la propria età.

Un impatto davvero negativamente formidabile di quanto la condotta dei nostri simili abbia sul comportamento umano.
Negli Stati Uniti spesso assistiamo a omicidi di massa o azioni di uccisioni senza motivo nelle scuole 'a cascata'; azioni che non rimangono mai episodi isolati. Imitazioni drammatiche. È una versione patologica del principio di riprova sociale. Queste persone agiscono in base a come altre persone disturbate hanno agito.
Questo spiegherebbe molti casi di incidenti strani. Le interpretazioni di Phillips permettono oltre che spiegare fatti conosciuti, di predirne di nuovi.
Infatti è stato dimostrato, sempre da Phillips, che se è vero che le persone si vogliono togliere la vita dopo la notizia di fatti eclatanti di terrorismo, allora cercheranno di causare incidenti più terribili possibili in modo da avere conseguenze ancora più tragiche.

Gli ultimi fatti accaduti sembra siano dentro questo solco.

venerdì, luglio 15, 2016

Spero nell'esistenza dell'inferno per i terroristi.

Io che non credo nel Paradiso, in quel godimento che c'è nell'al di là, mi tocca di sperare nell'Inferno in quella atroce punizione che esiste dopo la vita.
Sì, questo lo penso e spero per la punizione di quegli assassini che dietro la maschera islamica uccidono per poi farsi uccidere. Uccidono per uccidere e il solo fatto di essere in odio alla loro vita e quella degli altri. Fanno i martiri di un Dio che nemmeno conoscono e chiamano Allah il misericordioso.

Sì, l'Inferno dovrebbe esistere per dare a questi il giusto castigo; una punizione che altrimenti non pagherebbero per la loro crudeltà, per il loro odio.
Lo strazio e il dolore che questi assassini infondono negli altri è grandissimo: quale giustizia o legge divina può risarcire le vittime? Non c'è sicuramente un Dio così cinico e feroce; beati gli atei e i dispensatori di gioia e felicità.

Che strano Dio disegnano alcuni uomini. Già il fatto di volerlo fautore di regole assurde, di appellativi roboanti, di giudizi estremi...lascia perplessi: ma chi è questo Dio? Ma chi sono questi delinquenti che gridano il suo nome in Allah?

Ma chi è questo Mohamed Lahouaiej Bouhlel? Nome del terrore; nome di un individuo che i genitori hanno allevato, cresciuto e mai penso lo avrebbero visto come un dispensatore di morte. Per lui spero nell'inferno; per lui spero che il suo dio si faccia vivo e lo mandi a morire perennemente tra le sue vittime, in una carneficina che ha solo l'insensatezza di uomini incapaci di amore, di pietà e della vergogna possibile dei loro genitori.

Spero nell'esistenza dell'inferno. Lo so è una stupida consolazione, ma di fronte a tanto dolore e ingiustizia spero che una dannata condanna divina rimargini in parte le ferite di tanti cuori straziati.

sabato, luglio 09, 2016

Aggravante razzismo

A proposito dell’aggravante di ‘odio razzista’ per l’assassinio di Emmanuel Chidi Namdi da parte di Amedeo Mancini a Fermo; si viene a sapere che l’autore è un 38enne violento e che si altera facilmente: Il lavoro di contadino, la passione per la boxe e la squadra di pallone la Fermana per cui aveva ricevuto un ‘diaspo’ -ovvero la proibizione a recarsi allo stadio- disegnano abbastanza bene il personaggio.

Dopo tutto quello che il XX secolo ha scontato per l’idea di razzismo, -in specie quello legato all’antisemitismo e alla supremazia della ‘razza ariana’ - oggi continua come una sorta di autodifesa rozza e primitiva contro la perdita di identità e di valori. Continua con diverse sfaccettature; c’è quello di ‘classe sociale’, di ‘colore’-di pelle ma anche quello di squadra sportiva (i tifosi in fondo esercitano una sorta di razzismo), di etnia-culturale; di difesa inconscia dal ’diverso’, dallo sconosciuto…e anche quello che avanza come una guerra tra i poveri e legato alle debolezze sociali.

Io penso che il razzismo che ha fatto agire Amedeo Mancini si potrebbe inquadrare in quello originato dall’insicurezza sociale. La condizione sociale gioca un ruolo importante: il peggioramento degli standard vitali e il fatto di vedere negli altri deboli degli antagonisti sociali al raggiungimento del proprio benessere unisce nel razzismo: ci si aggrega in movimenti e partiti politici che fanno della xenofobia un loro programma. Non è un caso che alcuni partiti come la Lega Nord prendano le difese di questi personaggi minimizzando il crimine.
Poi da sempre il razzismo emerge sempre in quelle classi sociali che non vogliono perdere un livello medio di benessere. C’è da dire che anche le classi molto agiate vivono il razzismo; ma esse, proprio per il fatto di essere in cima alla scala del successo, non se ne avvalgono. Queste trovano nei deboli e nei sottomessi una sorta di ammirazione. Sotto l'implicita accettazione delle diseguaglianze sociali cova una guerra tra i poveri che non si avvede delle storture del sistema capitalista, del neoliberismo imperante che sfrutta uomini e menti.

Molto difficile usare la ragione e l'intelligenza. Tutto difficile da sradicare.

mercoledì, giugno 22, 2016

Mio fratello rincorre i dinosauri. Storia mia e di Giovanni che ha un cromosoma in più

Ho appena finito di leggere il libro di Giacomo Mazzariol, 'Mio fratello rincorre i dinosauri. Storia mia e di Giovanni che ha un cromosoma in più', edito da Einaudi per la collana Stile libero extra.
Un libro che racconta la vita vera di Giacomo nel rapporto del fratello Giovanni, nuovo arrivato nella sua famiglia con la sindrome di Down. Il rapporto si snoda con una evoluzione commovente, ironica e anche divertente: è Giacomo che cresce insieme a Giovanni con cui stabilisce un sentimento di amore che lo fa maturare. Una bella storia di cui si aveva bisogno. Consiglio la lettura a tutti.

Nella presentazione su IBS si legge: z'È una storia di vita familiare che diventa un racconto di formazione. Inizia in un parcheggio, quando il papà ferma la macchina per comunicare a Giacomo, Chiara e Alice – le sue due sorelle – che presto avranno un altro fratellino. E continua nello stesso parcheggio, settimane dopo, quando papà e mamma annunciano che quel fratellino sarà speciale. E quando nasce, Giovanni è davvero speciale, con quella sua testa così grande, quella lingua così lunga, quei piedini tanto strani. E più cresce, più le stranezze aumentano. E con queste, nella mente di Giacomo, aumentano le domande. Perché Giovanni fa così fatica a parlare? Perché deve fare continue visite dai medici? Perché non potrà fare capriole, non potrà arrampicarsi sugli alberi, non potrà fare la lotta con lui, il suo fratellone? Ma non è solo Giovanni a diventare più grande. Anche Giacomo cresce. Dalla scuola elementare passa alla scuola media, dove non rivela a nessuno di avere un fratello perché si vergogna di quel piccolo supereroe che sembra aver perso tutti i suoi poteri, se mai ne ha avuti. Ha paura di quello che potrebbero pensare e dire e fare i suoi compagni. Della reazione che potrebbe avere Arianna, la ragazza che ha trovato un posto nel suo cuore. Sarà una serie di coincidenze e di eventi inaspettati a far capire a Giacomo chi è davvero suo fratello, a fargli capire che ci sono casi, nella vita, in cui non possiamo scegliere chi amare. Dobbiamo farlo e basta. Solo in questo modo sarà possibile affrontare la vita a testa alta, proprio come un diplodoco, quel dinosauro dal collo dritto e lunghissimo tanto amato da Gio.'.

Bella famiglia quella dei Mazzariol; una famiglia che supporta le difficoltà del crescere con intelligenza e amore. Una famiglia capace di creare un ambiente dove la disabilità alla fine non pesa; ecco il segreto della storia narrata.
Giacomo ( Jack) è nato nel 1997 e quindi oggi -all'uscita del suo libro- ha 19 anni. La sua scrittura è fresca come la sua età e al di là di pregi letterari qui si incontra una testimonianza di vita vissuta con sincerità e amore.
Oltre al libro Giacomo ha fatto anche un video “The Simple Interview” che pubblicato su YouTube lo scorso anno è diventato virale; ovvero visto da milioni di persone.
Insomma alla fine una bella lezione di vita!

Nella vita ci sono cose che si possono governare, altre che bisogna prendere come vengono. È talmente più grande di noi, la vita. È complessa, ed è misteriosa. L’unica cosa che si può sempre scegliere è amare. Amare senza condizioni.

domenica, maggio 15, 2016

'Paranoia. La follia che fa la storia' di Luigi Zoja

Per chi ha fatto analisi, in particolar modo junghiana, in verità il discorso sul disturbo mentale, che qui è indicato come paranoia, diventa ovvio di come albergasse nella testa dei molti personaggi storici citati a partire da Stalin e Hitler.
Si è sempre pensato che i personaggi storici in specie i dittatori e i trascinatori politici siano stati capaci, quale effetto dell'inconscio collettivo, di saper trarre dal profondo di ognuno di noi il meglio o il peggio. Si vedrà molto di più il peggio.
Per quanto riguarda poi Hitler già leggendo il Mein Kampf risaltava la 'paranoia' verso i marxisti e gli ebrei: erano i nemici giurati responsabili di tutte le nefandezze che potessero capitare al popolo tedesco. Quale nemico migliore? Già, il nemico; l'elemento essenziale per costruire la paranoia e poi fare la guerra.
Stalin è poi l'altro tiranno analizzato nella sua paranoia che insieme a Hitler forma la coppia che più di ogni altra storicamente ha mietuto vittime. Milioni e milioni di morti sono avvenute dall'innesco di una paranoia che in Stalin vedeva sempre nuovi nemici tra gli stessi vicini di partito. Una continua congiura contro la sua persona. Si sostiene giustamente che abbia ucciso più comunisti Stalin che Hitler e la guerra. Stalin combatteva per il potere con chiare allusioni al nemico che poi albergava in se stesso. Continue cospirazioni e complotti creavano un nemico che questa volta era tra l'alleato.

Con la follia di Aiace come esordio, Luigi Zoja ci introduce al concetto di paranoia, quella individuale dove l'eroe si scontra con gli dei, a quella collettiva e contagiosa che ne deriva attraverso i suoi rapporti con la politica e i disastri che ne seguono. Per questo percorre diverse piste storiche: il nazionalismo europeo, la conquista dell'America con lo sterminio dei nativi, la Grande guerra, i pogrom, il massacro degli armeni, i totalitarismi assassini del Novecento e le recenti guerre preventive delle democrazie mature. Ancora, la conquista dei continenti americani? L'affare Dreyfuss? La guerra spagnola? Le due guerre mondiali? -Nate e combattute in Europa, e che portarono alla morte milioni e milioni di uomini- vicende che hanno tutte all'origine una paranoia.

Il libro di Luigi Zoja affronta la storia con l'ottica psicoanalitica mettendo il pensiero paranoico in primo piano. Con questo verremo a capire che non c'è stato avvenimento storico importante o meno senza che ci si trovasse alla base un pensiero paranoico. Quel pensiero che nasce con aspetti che avolte possono apparire anche razionali per assumere l'aspetto di un elemento di pandemia, di male infettivo.
Luigi Zoja con questo saggio ha scandagliato la paranoia nei suoi modelli e nella Storia, anche se il modello archetipico è atemporale. Grazie a questo libro riusciamo a scoprire quanta paranoia ha influito nella Storia; quante scelte e guerre siano nate da una sorta di pensiero paranoico che si è diffuso come una pandemia.
Luigi Zoja pesca dalla mitologia greca per raccontarci l'origine di molte paranoie, o meglio di chi pur restando nascosto origina guerre e nemici. Il personaggio è Pandaro che da il via a tutto. E' la rendita di Pandaro; colui che non appare ma è responsabile del male. L'altro mito è Creonte il tiranno senza scrupoli che uccide chiunque si frappone al suo disegno.

Il XIV secolo e il XV rappresentano per l'autore del saggio i momenti per cui il 'male' acquista una dimensione pandemica. Il nemico assume aspetti non più legati a forme rituali ma razionali. Da quel periodo la paranoia diventa una forma di pensiero che passa dalla testa del singolo alle comunità costituite. Il nemico perde l'aspetto umano per diventare il 'male' da combattere senza pietà.

Dal 1914 in poi il mondo sarà pervaso da una violenza senza fine. Per Luigi Zoja si suggerisce che una paranoia collettiva non cessò mai di esistere da quella data. 'Nonostante il quasi universale bisogno di pace, essa continuò -ora latente, ora manifesta- negli anni venti e trenta e durante la seconda guerra mondiale, per poi protrarsi nella guerra fredda. E' fondato chiedersi se il cosiddetto 'scontro di civiltà' di cui si parla dall'inizio del XXI secolo non ne sia una nuova manifestazione.'

'Un immenso campo di ricerca sulla paranoia si potrebbe sviluppare anche nel movimento comunista postbolscevico. Partito da un ideale di fratellanza, che costituiva una modernizzazione laica della morale giudaico-cristiana, esso degenerò in ciclopici massacri, paragonabili a una violenza di stampo fascista applicata alla lotta di classe, e pertanto scatenata soprattutto all'interno del paese.' Ecco la premessa per soffermarsi sull'altro paranoico assoluto: Iosif Vissarionivic Dzugasvili detto Stalin.

Ci si accorgerà in maniera definitiva che il male e la guerra dispongono un vantaggio contro il bene e la pace: la guerra dispone tramite i mezzi di comunicazione il modo di moltiplicare le emozioni di potenza, di distruzione e come sostiene James Hillman (altro psicoanalista junghiano) anche nel trovare la 'bellezza' in 'un terribile amore per la guerra' (titolo di un suo libro).
La battaglia di Verdun assume un eclatante, se non simbolico, elemento della paranoia guerresca: per la conquista di un paese di 20.000 abitanti furono sacrificate 800.000 vittime.
Con la guerra si hanno le principali condizioni psicologiche che sono in sintonia con quelle della paranoia. La guerra persegue psicologicamente l'aggressività, la fretta e la proiezione. Tutte le guerre anche se riceve giustificazioni razionali alla fine non fanno che alimentare la paranoia al punto che la motivazione iniziale che ha fatto scaturire la guerra è dimenticata.
Così le adesioni acritiche alle ideologie portano a surreali coerenze frutto di paranoie totali.

Luigi Zoja individua nella nascita dei nazionalismi moderni un punto fondamentale per la creazione delle paranoie. Si è visto che anche a distanza di secoli riescono ad riaffiorare nei popoli dei riconoscimenti e condivisioni inconsce che fanno odiare i vicini, fanno sentire la propria civiltà e cultura come superiore; vengono gettate le basi per guerre e genocidi. I nazionalismi nati in Europa si sono poi esportati anche in Stati multietnici riuscendo a compattare con nuove paranoie persone diverse con l'obiettivo di annientare chi non era degno di appartenervi.

La paranoia di Hitler esposta nel Mein Kampf è stata assorbita da tutto il popolo tedesco per cui la grande tragedia dell'ultima guerra mondiale ha visto tutti protagonisti all'interno del grande disegno che, imparreggialmente la filosofa Hannah Arendt, ha descritto come la 'banalità del male'.
Hitler partendo anche da assunti scientifici errati come il socialdarwinismo, (che Darwin smentirebbe subito) ossia che ci sia una cultura, una razza che esprime una supremazia naturale e più forte delle altre- in questo caso quella ariana cui è depositaria il popolo tedesco- debba prevalere su tutte; ha costruito tutto il suo pensiero paranoico.

La paranoia è onnipresente ed è difficile spesso snidarla dal pensiero ricorrente, essendo un pensiero tipico è potenzialmente presente in noi. Ad esempio quello di rifiutare le nostre responsabilità e attribuire il male ad altri è comune. Carl G. Jung l'ha considerata un archetipo: un modello esemplare; un elemento costruttivo dell'inconscio.

Nei vari passaggi storici affrontati la paranoia diventa un sottile trait-d'union che attraversa popoli e storie fino alla doppia morale alleata; l'entusiasmo romantico per la guerra aerea, le bombe su Hiroshima e Nagasaki; i bombardamenti sulla Germania e sull'Italia, fino alla guerra fredda, la sua scomparsa e la repentina individuazione del nemico islamico...

Il libro di Zoja dice che c'è un piccolo Hitler dentro di noi; questo rimanda agli studi dell'A.T. (l'Analisi Transazionale) di Eric Berne che dice come ognuno di noi abbia in sé un 'piccolo fascista'. In sostanza dicono la stessa cosa. Quando diamo voce alla parte più arcaica e nascosta in noi, in sostanza facciamo uscire quell'ingordigia e crudeltà nate dalla fame e dall'istinto di sopravvivenza primordiali. Una delle paranoie affrontate dall'A.T. è quella ad esempio della conferma di esistenza: paradossalmente abbiamo il bisogno che altri confermino la nostra esistenza e quell'identità che ci è data quasi sempre dall'esterno. Questa fragilità non permette di dare spazio a quelli che consideriamo avversari. La paranoia è un autoinganno originario.

L'intelligenza del paranoico può avere una dose di senso critico e può fare anche satira, sarcasmo; può diventare anche odio ma non in direzione dell'autoironia perchè teme di distruggersi. La paranoia diventa un pensiero funzionante che elimina l'autocritica ingannando chi lo prova.
'Paranoia. La follia che fa la storia' è un saggio innovativo che attinge a vastissime competenze pluridisciplinari. ''La luce della coscienza - ci ricorda Zoja- non è mai completa né definitiva. La paranoia può ancora affermare, a buon diritto: 'La storia sono io'.''

Il libro di Luigi Zoja è un continuo motivo di riflessione e nel trattare moltissimi passaggi della storia passata e recente ci aiuta a comprendere quante paranoie abbiano investito i protagonisti di quelle storie. Paranoie che vedono sempre coinvolti apparati di potere, governi, istituzioni e comunità.
Io ho impiegato un po' di tempo a leggere il libro; le oltre 450 pagine sono davvero ricche di informazioni e spesso mi sono soffermato per degli approfondimenti. Invito chi mi segue nel blog a leggerlo. Chissà che non ci si trovi uniti a riconoscere delle paranoie e poi contrastarle. Contrastarle per il nostro bene e per l'umanità.

Per questo motivo svolgo in finale un mio invito a stare attenti ed essere consapevoli di ciò che facilmente può diventare paranoia anche grazie alla potenza dei nuovi mezzi di comunicazione di massa. Non dimentichiamo di essere critici, di non generalizzare, di non costruire nemici, di alimentare paure, di approfondire le conoscenze...i mezzi con la Rete -con internet- li abbiamo. Utilizziamo l'intelligenza e le giuste informazioni per sconfiggere le paranoie.

L'autore Luigi Zoja, già presidente della IAAP, l’associazione che raggruppa gli analisti junghiani nel mondo, ha lavorato a Zurigo, New York e Milano.
Tra i saggi più recenti: Storia dell’arroganza. Psicologia e limiti dello sviluppo (2003), La morte del prossimo (2009) e Centauri. Mito e violenza maschile (2010). Presso Bollati Boringhieri sono usciti: Il gesto di Ettore. Preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre (2000), Giustizia e Bellezza (2007), Contro Ismene. Considerazioni sulla violenza (2009) e Al di là delle intenzioni. Etica e analisi (2011).
Ha vinto per due volte (2002 e 2008) il Gradiva Award, assegnato ogni anno negli Stati Uniti alla saggistica psicologica.

Paranoia. La follia che fa la storia.
di Luigi Zoja -editore Bollati Boringhieri 2011,
468 p. € 25