domenica, aprile 23, 2017

Dove va il mondo secondo la filosofia di Emanuele Severino -parte terza.

Parte terza

Nel frattempo la rivoluzione di internet continua e come un bubbone cresce di volume in modo esponenziale. Ogni giorno vengono introdotti attraverso l'ipertesto milioni e milioni di dati. Questo fa si che le interconnessioni si moltiplichino e senza che nessuno riesca a controllarle.
Internet ha qualcosa di anarchico nella sua struttura e i cosiddetti nodi ne generano altri per cui i dati vengono ripetuti e ritrasmessi senza soluzione di continuità. Nel momento che io intercetto una comunicazione posso 'salvarla' e ritrasmetterla; posso integrarla, modificarla o distruggerla ma sempre quella comunicazione continuerà a diffondersi.
Internet è in sostanza una piattaforma che con un suo linguaggio -il WWW, ossia il world wide web- ci fornisce le basi con cui metterci in contatto usando oltre dati scritti anche suoni e immagini. Questa è la cosiddetta era digitale: il passaggio ad un codice esadecimale in grado di scandire ogni tipo di informazione. Insomma la summa matematica che rigenera filosofia e arte per ritornare attraverso lo specchio digitale all'originalità del pensiero.
E' chiaro che Internet ha un futuro che sarà fuori controllo. Come la fantascienza non è stata in grado di prevedere Internet così nessuno è in grado di prevedere il futuro tecnologico. Nessuno è in grado di sapere dove questo tipo di tecnologia ci porterà.
La Téchne evocata da Emanuele Severino spaventa molte persone. Io penso che sarà in grado -una volta che ogni abitante della Terra sarà connesso- di trasformare profondamente la società...in positivo; malgrado tutte le degenerazioni che l'uomo continua a portare con sè.

Riguardo al 'Capitalismo senza futuro' titolo di un libro di Emanuele Severino che afferma il suo punto di vista in modo chiaro: il Capitalismo soccomberà.
"Il capitalismo va verso il tramonto non per le contraddizioni che il marxismo ha creduto di trovarvi, ma perché l'economia tecnologica va emarginando l'economia capitalistica."
Con ciò sono d'accordo con Emanuele Severino; anche sull'analisi del declino dell'intera tradizione occidentale - colto in primo luogo come declino della politica, del cristianesimo e di tutte le religioni monoteiste, come ieri del socialismo reale -, svelandone la trasformazione più radicale: il passaggio da una globalizzazione economica a una globalizzazione tecnica...che poi quest'ultima ci porti ad una barbaria ho le mie riserve.

Per Emanuele Severino la civiltà della tecnica, che incarna e realizza la vera anima dell'occidente, ha esteso oggi il suo dominio al mondo intero. Ancora per lui tutta la storia dell’Occidente è la storia del nichilismo, inteso come l’identificazione dell’essere col nulla. Il pensiero occidentale, prima che raggiunga la sua piena trasparenza nel pensiero di Leopardi, non affermerà mai direttamente l’identificazione dell’essere con il suo opposto, eppure questa identificazione scorre sotterraneamente lungo tutta la storia dell’Occidente. Concetti quali divenire, nichilismo, tecnica, poíesis, volontà di potenza, hýbris, arte, poesia, sono l’inconscia espressione di questa folle identità.
Severino, come una Cassandra, denuncia da anni come la tecnica stia distruggendo ogni forma tradizionale di civiltà, cristiana, borghese, marxista.
Il marxismo ad esempio sosteneva il primato della politica sull'economia. Oggi, infatti, è l'esatto contrario. La frase di Marx: I governi sono i comitati d'affari del capitalismo è quanto mai attuale. Solo che ora questo comitato d'affari deve servirsi della tecnica per sopravvivere. E senza rendersene conto è costretto ad agire contro se stesso.

Queste sono le premesse che potranno portarci a un nuovo tipo di società. In parte la Chiesa cattolica con un vecchio fenomeno di desacralizzazione conosce già. Basta pensare che l'Europa sta ridiventando terra di evangelizzazione, diminuisce il numero delle vocazioni e dei matrimoni religiosi rispetto a quelli civili. Sono i ragazzi, a partire da quelli del Nord Africa, che stanno avviando un processo di rinnovamento.
Io osservo con speranza umanitaria che la 'tèchne' ci aiuterà.

giovedì, aprile 13, 2017

Riflessione sul mondo partendo dalla filosofia di Emanuele Severino- seconda parte.

Parte seconda

Ecco la tesi di Emanuele Severino esposta già nel lontano 1972 alla luce di oggi.

La volontà di Trump di aumentare di molto i finanziamento degli armamenti USA non fa che confermare ciò che Emanuele Severino pronosticava riguardo alla volontà di potenza, all'apparato e alla Tecnica. Egli già nel 1972 in un libro sulla Terza guerra mondiale aveva scritto che le grandi potenze che potrebbero scontrarsi sono in realtà destinate al tramonto perché verranno sopraffatte dalla tecnica.
Il capitalismo è forma ed espressione della cultura occidentale. In quanto tale appartiene alla civiltà delle tecnica e, questa è la tesi dell'autore, è destinato a scomparire. Severino indaga le tendenze del presente proprio a partire dai mutamenti fondamentali che il capitalismo moderno sta conoscendo e che ne segneranno, in un futuro più o meno prossimo, l'estinzione.

In una intervista a Daniela Monti, Emanuele Severino risponde:
Continuerà a esistere uno scarto tra obiettivi economici e scopi morali, oppure sarà possibile un ridursi della divaricazione che li separa?
'Le forze che oggi si servono della tecnica sono azioni di grande complessità, e appunto perché si servono della tecnica sono destinate ad assumere uno scopo diverso da quello che è loro proprio: sono destinate al tramonto e la tecnica è destinata a dominarle. Il risultato è sorprendente: la conflittualità tra tali forze diventa una guerra di retroguardia, obsoleta, rispetto al conflitto primario che esiste tra l’insieme di esse e la tecnica. La cultura del nostro tempo, quella umanistica non meno di quella scientifica, si lascia sfuggire il senso autentico di questa destinazione. La tecnica è destinata al dominio perché il sottosuolo essenziale della filosofia degli ultimi due secoli mostra che l’unica verità possibile è il divenire del tutto, in cui viene travolta ogni altra verità e innanzitutto la verità della tradizione dell’Occidente, che pone limiti all’agire tecnico.'.

Che ne è dell’uomo in questo processo di autoaffermazione della tecnica?
'Lo scopo dell’Apparato tecno-scientifico planetario non è il benessere cristiano, capitalistico, comunista, democratico dell’umanità, ma è l’aumento indefinito della potenza; e la conflittualità tra le forze che oggi si combattono rallenta tale aumento. L’arricchimento dei venditori di armi non aumenta la potenza dell’Apparato tecno-scientifico: aumenta il loro capitale. Quindi l’Apparato si potenzia riducendo e infine eliminando tale conflittualità. Lo scopo dell’Apparato — ossia della forma suprema della volontà di potenza — non è l'Uomo: l'Uomo è mezzo per l’incremento della potenza; tuttavia, come il capitalismo, che prima ancora della tecnica ha già come scopo qualcosa di diverso dall'uomo, riesce a dare a quest’ultimo un benessere superiore a quello dei movimenti che, come il socialismo reale, si propongono invece di avere l’Uomo come fine, così, e anzi in misura essenzialmente superiore, accade nell’Apparato, dove ancora più radicalmente del capitalismo l'Uomo non è assunto come fine.'.

Pax technica: è questa la destinazione finale? La fine di ogni conflittualità?
'Prima di prevalere, l’Apparato tecnico planetario è costretto a reagire al tentativo delle forze della tradizione di non farsi mettere da parte. E questa reazione è un episodio — forse tra gli ultimi — delle guerre di retroguardia. La Terza guerra mondiale non può essere uno di questi episodi. Innanzitutto è mondiale se si contrappongono le maggiori potenze, che ancora oggi sono capaci di determinare la distruzione atomica del Pianeta, cioè Stati Uniti e Russia (il duumvirato Usa-Urss ha costituito una delle fasi decisive del passaggio al dominio tecnico del mondo). In esse è più avanzato che altrove il processo in cui la tecnica ha sempre più come scopo il proprio potenziamento. Se si esclude che proprio nei due luoghi primari del potenziamento tecnico abbia a prevalere quella totale cecità tecnologica che non fa loro comprendere l’identità dei loro scopi (cioè il potenziamento della tecnica) e quindi il carattere irreale dei motivi del loro contrapporsi, se cioè si esclude la cecità che impedisce loro di scorgere che il contrapporsi indebolisce e impedisce la realizzazione del loro stesso scopo comune e che li rende sempre più simili, allora non solo una Terza guerra mondiale è impossibile, ma si presenta come inevitabile il prevalere del senso autentico dell'universalismo tecnico. Questa inevitabilità non significa che la pax technica, a cui il prevalere della tecnica conduce, sia la fine di ogni conflittualità, ma determina un mutamento nella configurazione del nemico e della guerra. I nuovi nemici sono le forme storiche destinate a condurre oltre il tempo della stessa dominazione della tecnica — giacché nemmeno questa dominazione ha l’ultima parola. Anzi, l’inizio dell’ultima parola, che peraltro è una parola infinita, incomincia a questo punto.'.

intanto è di oggi la notizia dello sgancio in Afghanistan di una bomba micidiale ad alta tecnologia, da parte degli USA guidati da Donald Trump...cosa e dove ci porterà questa nuova frontiera di guerra?

seguirà una parte terza

domenica, aprile 09, 2017

Dove va il mondo? Alcune riflessioni partendo dalla filosofia di Emanuele Severino

Parte prima

Questa mia premessa vuole esemplificare un passaggio storico che si accompagna allo sviluppo tecnico dell'era digitale.

C'è stata una guerra fra ricchi e poveri e i ricchi l'hanno vinta. Inutile girarci intorno: la verità del mondo economico è questa. Oltretutto ha vinto anche l'economia sulla politica. Oggi comanda l'economia di mercato; oggi il mondo è dei ricchi. Quello che sta succedendo nel nostro mondo è quindi frutto del risultato della guerra fra ricchi e poveri. Se l'emigrazione di massa ha assunto dimensioni bibliche è perchè molte zone del mondo già povere si sono ridotte alla miseria. La vittoria dei ricchi ha affamato milioni di poveri e paradossalmente i rappresentanti dei ricchi hanno conquistato anche posti di potere politico...vedi Donald Trump negli USA o ancora Berlusconi in Italia. Ora quelli che vorrebbero fermare l'emigrazione, fermare lo spostamento delle persone dai paesi in guerra e nazioni alla fame, sono i principali responsabili della causa di ciò. Sono stati i ricchi e insieme le loro Nazioni, che hanno sfruttato le terre e fatto precipitare le povertà di quei popoli che ora scappano. Scappano da guerre fomentate dalle nazioni ricche e che ora non sanno come fermare i fuggitivi.

Chiaramente ci sono anche i poveri nei paesi ricchi, nei paesi dove vivono i cosiddetti magnati, ossia i detentori della ricchezza mondiale, ma questi avvertono la stessa paura dei vincitori ricchi. Insomma vedere arrivare dei nuovi poveri sottocasa allarma tutti. La guerra continuerebbe tra poveri e poveri...ma questo non è un bene neppure per i ricchi. Tutto questo in fondo poi si chiama Capitalismo, il responsabile della cosiddetta globalizzazione. Infatti per gli uomini esistono i confini, le frontiere, per i soldi no! I soldi si muovono come vogliono e così siamo passati da un Dio Trino ad un Dio Quattrino.
Riusciremo ad uscire da questa gabbia? Per alcuni filosofi tipo Emanuele Severino ed il suo allievo Umberto Galimberti la tecnologia -la Technè- metterà in crisi il capitalismo. La stessa tecnologia frutto del sistema esistente lo sovvertirà creando nuove schiavitù.

Io però penso che la tecnologia e il web, la Rete di internet, potrà essere utile all'umanità e servirà a rovesciare l'attuale economia. Non sarà solo un problema di redistribuzione della ricchezza prodotta, quanto della diffusione di una cultura nuova basata sulla condivisione della ricchezza, dei mezzi di produzione... in definitiva valori che ritornano al basso, alla base, al sentire universale. E' chiaro che con l'avvento della robotica bisognerà pensare ad una distribuzione della ricchezza e salari sociali o di cittadinanza dovranno prima o poi essere introdotti per alimentare il sistema dei consumi...insomma il potere del mercato ha bisogno di persone che diventino acquirenti consumatori; ma questo sarà solo un passaggio.

Nel frattempo c'è una vasta letteratura che prevede questo futuro postcapitalista. Con questo termine Postcapitalismo-Una guida al nostro futuro (ed. Il Saggiatore 2016) si titola un libro di Paul Mason che teorizza un mondo senza più il mercato così come concepito oggi. Nella presentazione del libro si dice: 'E mentre fra la popolazione serpeggia un senso di paura e rassegnazione, dalle tecnologie informatiche emerge la possibilità di una svolta radicale. La nuova economia di rete, fondata sulla conoscenza, mina infatti i presupposti stessi del capitalismo - riducendo la necessità del lavoro e abbassando sempre più i costi di produzione -, e i beni d'informazione erodono la capacità del mercato di formare correttamente i prezzi, perché se il mercato si basa sulla scarsità, l'informazione è invece abbondante. Nel frattempo, si sta affermando un nuovo modo di produzione collaborativo, che non risponde ai dettami del profitto e della gerarchia manageriale, ma ai principi della condivisione, della responsabilità reciproca e della gratuità.'.
Un mondo che vedrà il potere passare nelle mani della società civile. Il decantato lavoro vedrà un azzeramento per l'entrata in causa di macchinari robotizzati per cui i costi di beni e servizi saranno marginali.
Abbiamo poi la fine del lavoro (1995) e l’era dell’accesso (2000) di Jeremy Rifkin. La Wikinomics 2.0: ovvero la collaborazione di massa che sta cambiando il mondo di Tapscott e Williams (2007); la rapida e universale diffusione di Wikipedia, l'enciclopedia online a cui tutti possono accedere e collaborare liberamente, è diventata la metafora di un nuovo modo di concepire l'economia e il business: la wikinomics.
Howard Rheingold con il libro, Perché la rete che ci rende intelligenti (edizioni Cortina 2013): qui le competenze essenziali dell’autore serviranno per non farvi sommergere dal diluvio di informazioni ma aiuteranno a sviluppare tutto il potenziale dell’intelligenza collettiva in Rete. 'Nell’alfabetizzazione digitale sono in gioco conseguenze sociali e personali assai più rilevanti che non il semplice arricchimento individuale. Mettendo insieme i singoli sforzi, è possibile costruire una società più seria, attenta e responsabile: innumerevoli piccoli gesti, come pubblicare una pagina Web o condividere un link, se uniti fra loro, possono tradursi in un patrimonio di beni comuni che migliora tutti. Usare il Web consapevolmente può renderci davvero più intelligenti, come dimostra questo libro, scritto nello stile notoriamente brillante di Rheingold'.

Ancora Jeremy Rifkin con La società a costo marginale zero (2014), ovvero all’internet delle cose, all’ascesa del commons collaborativo e quindi dell’eclissi del capitalismo.
'In La società a costo marginale zero, Jeremy Rifkin sostiene che si sta affermando sulla scena mondiale un nuovo sistema economico. L'emergere dell'Internet delle cose sta dando vita al "Commons collaborativo", il primo nuovo paradigma economico a prendere piede dall'avvento del capitalismo e del socialismo nel XIX secolo. Il Commons collaborativo sta trasformando il nostro modo di organizzare la vita economica, schiudendo la possibilità a una drastica riduzione delle disparità di reddito, democratizzando l'economia globale e dando vita a una società ecologicamente più sostenibile. Motore di questa rivoluzione del nostro modo di produrre e consumare è l'"Internet delle cose", un'infrastruttura intelligente formata dal virtuoso intreccio di Internet delle comunicazioni, Internet dell'energia e Internet della logistica, che avrà l'effetto di spingere la produttività fino al punto in cui il costo marginale di numerosi beni e servizi sarà quasi azzerato, rendendo gli uni e gli altri praticamente gratuiti, abbondanti e non più soggetti alle forze del mercato. Il diffondersi del costo marginale zero sta generando un'economia ibrida, in parte orientata al mercato capitalistico e in parte al Commons collaborativo, con ricadute sociali notevolissime. Rifkin racconta come i prosumers, consumatori diventati produttori in proprio, generano e condividono su scala laterale e paritaria informazioni, intrattenimento, energia verde e prodotti realizzati con la stampa 3D a costi marginali...'.

Non dimentichiamo altri tipo: Michael Hardt-Antonio Negri su Comune-Oltre il privato e il pubblico (Rizzoli 2010).

seguirà una parte seconda.

venerdì, marzo 31, 2017

Born to run – la biografia di Bruce Springsteen

Ho appena terminato di leggere il libro autobiografico di Bruce Springsteen Born to run.
Nel libro Born to run (titolo anche di uno dei suoi successi musicali ed emblematico per descrivere la sua storia) c'è raccolta la biografia di un grande del rock; un creatore di ballate uniche e suggestive: Bruce Springsteen.
Un libro di 536 pagine che già dall'inizio ti prende e, al di là di sapere della vita di un cantante di successo, c'è un mondo da conoscere insieme. Qui segnalo due interessanti passaggi che raccontano le prime due folgorazioni musicali che hanno formato quello che poi sarebbe diventato il più rappresentativo musicista e cantante rock. Naturalmente poi Springsteen fu influenzato anche da altri grandi musicisti...uno è un maestro che a sua volta avrebbe influenzato sia i The Beatles che i Rolling Stones, ovvero: Chuck Berry- morto solo pochi giorni fa a 91 anni.

“Quella sera, tutto durò pochi minuti, ma quando l’uomo con la chitarra scomparve fra le urla del pubblico io rimasi paralizzato davanti alla tv, con la mente in fiamme. Avevo le stesse due braccia, due gambe e due occhi ed ero un mostriciattolo – ma questo era un problema che avrei risolto –, cosa mancava? LA CHITARRA! Elvis la colpiva, ci si appoggiava, ballava con lei, ci gridava dentro, se la scopava, la accarezzava, la faceva oscillare sul bacino, e qualche volta la suonava persino! Il passe-partout, la spada nella roccia, il sacro talismano, il bastone della virtù, il più potente strumento di seduzione che l’universo adolescenziale abbia mai conosciuto... la... la... la RISPOSTA alla mia dolorosa alienazione, una ragione di vita, un motivo per entrare in contatto con gli altri sfigati come me. E poi... le vendevano al Western Auto in centro!”

La prima volta che sentii i Beatles ero in macchina con mia madre in South Street. L’autoradio sembrava impazzita, incapace di contenere il sound e le armonie di I Want to Hold Your Hand. Cosa la rendeva così diversa e straordinaria? Perché ero così entusiasta? Quando arrivammo a casa, senza nemmeno entrare corsi dritto al bowling in Main Street dove trascorrevo sempre qualche ora dopo la scuola chino sui tavoli da biliardo, sorseggiando una Coca-Cola e mangiando una merendina Reese’s Peanut Butter Cup. Mi infilai nella cabina del telefono e chiamai la mia ragazza Jan Seamen: «Li hai sentiti i Beatles?». 'Sì, sono fichissimi...'.

All'inizio Bruce racconta l'infanzia, l'adolescenza e la sua giovinezza trascorsi nel quartiere di Freehold nel New Jersey- sobborgo di New York. I personaggi che incontra e che hanno contribuito alla sua formazione musicale sono tantissimi...e lui, il boss, non ne dimentica nessuno. E' bello leggere il ritratto di questi personaggi che insieme segnano o ancora meglio disegnano una epoca storica che fa evolvere il genere rock.
Sono poi soprattutto le molte band che si incontrano nei vari locali alla moda e in questo cocktail di stili di passioni e di creatività si forma lo spessore artistico di Bruce. La band che accompagna Bruce all'inizio si chiama i Castiles e con questa gira per tutti i locali. Nascono numerose amicizie e queste sono il supporto per alimentare e condividere una passione, una maniacale ricerca, su tutto quanto fosse rock, rock e ancora rock.

Tutti i compagni di strada, gli amici di viaggio, hanno qualcosa da insegnare a Bruce. Uno su tutti è Tinker. Un ingegnoso lavoratore e maestro di vita che sarà un vero promoter, un arguto indirizzatore del talento della prima band di Springsteen ad essere famosa: Steel Mill.
Il percorso di un successo passo dopo passo, fatica dopo fatica, per arrivare all'essenza del suo talento. Bruce rivela quanti tentativi, strade, vicoli, palchi, ha attraversato e pestato per trovare la via del riconoscimento; la sua dimensione artistica.
Eccolo quindi arrivare a incontrare Bob Dylan e la sua arte di scrivere testi e canzoni con un nuovo spirito legato all'esistenza vissuta nel suo tempo.
Ecco poi arrivare chi gli apre le porte del professionismo in campo musicale: Steve Van Zandt, Mike Appel, Jon Landau, Hammond e Patti Scialfa. Poi ancora il dottor Wayne Myers uno psicoanalista che lo seguirà per 25 anni con cui troverà la forza e libertà per amare ed essere amato. Bruce non manca di dire anche dell'apporto del farmaco klonopin utile per superare i momenti giù della sua depressione.
Infine non manca di ringraziare il motore geniale del rock statunitense e mondiale: Chuck Berry.
Poi naturalmente ecco il passaggio che porta alla E Street Band; ai musicisti che saranno i suoi compagni per un tempo idefinito:'Max Weinberg, Garry Tallent, Steve Van Zandt, Danny Federici, Roy Bittan, Clarence Clemons. Ecco il nucleo della leggendaria E Street Band, una formazione di rocker che per quarant’anni avrebbe fatto la storia, fatto tremare la terra e le chiappe e fatto l’amore, a lungo andare, ebbene sì, anche con l’aiuto del Viagra.'.

Tanta strada era stata fatta e la riflessione per quella che farà è riportata a pag. 472:
'Il Bruce che abitava nei quartieri operai della sua città era divenuto una parte essenziale e permanente di me. Chiunque tu sia stato e ovunque tu abbia vissuto, non puoi liberartene: il passato sale in macchina con te e ci rimane. La meta e il successo del viaggio dipendono da chi guida. Quanti musicisti, perdendo il contatto con le proprie radici, avevano smarrito la bussola e visto la loro arte diventare anemica e ondivaga? La mia sarebbe stata una musica identitaria, la ricerca di un senso e di un futuro.'...
'La canzone The River segnò un punto di svolta nella mia scrittura. Tutta la passione per il country venne a galla una sera in albergo quando mi misi a canticchiare My Bucket’s Got a Hole in It di Hank Williams, e da «Well, I went upon the mountain, I looked down in the sea» a «I’m going down to the river» il passo fu breve. '-pag.496

Poi arriverà Nebraska e The Ghost of Tom Joad che cambierà tutto e con cui troverà dopo anni la sua strada. (questi sono i passaggi in cui riconosce al genere country tutto lo spessore che conserva quasi a essere la base del rock). Io come scrittore di un breve romanzo sul genere country sono contento di avere una conferma di quanto ho scritto in proposito, prima di avere letto questo libro.

Il libro rimane un interessante documento per conoscere cosa si celi dietro un artista di successo: c'è descritto il travaglio della ricerca di sé, che è sì frutto delle tante esperienze passate ma anche di una capacità di elaborazione culturale. Alla fine come dice il poeta, puoi viaggiare e andare ovunque, ma hai bisogno di una casa. Bruce soffre ed ha paura del successo poiché continua a discernere tra quello che succede sul palco e il reale.
La principale paura di Springsteeen è la paura di aprirsi, di rivelarsi fragile. La paura dell'intimità; la stessa che gli aveva trasmesso suo padre e accorgersene faceva star male. Così si allontanava da chi le voleva bene. Si cerca di far pagare la paura di essere amato. Il rapporto con il padre: tutto da rivedere. Finalmente un lungo percorso, dopo un divorzio, una dolce resa per conoscere l'amore con Patti Scialfa e...:'La amavo, ed era una fortuna che lei amasse me. Il resto erano solo scartoffie.'.
Con Patti Scialfa, Bruce farà tre figli e nel libro ci dice quanto orgoglio ripone nela loro affermarsi nella vita.

Bruce Springsteen è stato inserito nella Rock and Roll Hall of Fame, nella Songwriters Hall of Fame e nella New Jersey Hall of Fame. Ha ricevuto 20 Grammy Awards, un Academy Award e il Kennedy Center Honors. Vive nel New Jersey con la sua famiglia.

Un consiglio di lettura anche per conoscere i molti successi delle canzoni di Bruce-The Boss.

giovedì, marzo 02, 2017

'Breve storia dell'infinito' di Paolo Zellini

Il titolo mi aveva subito incuriosito le parole breve e storia legate all'infinito potevano sembrare un ossimoro; qualcosa di contraddittorio e allora mi sono avventurato il questa lettura che è risultata subito molto interessante. Paolo Zellini ci porta subito nella vertigine della metamorfosi del termine infinito; questo lo fa partendo dal pensiero greco: dall'àpeiron, il senza limite di Anassimandro alle attuali suggestioni dell'infinito aperto. Il tutto con speciali speculazioni mitiche, teologiche, letterarie e filosofiche che da sempre hanno accompagnato la nozione di infinito.

Ho scoperto poi che anche Italo Calvino in 'Lezioni americane' scriveva: 'Tra i libri italiani degli ultimi anni quello che ho più letto, riletto e meditato è la 'Breve storia dell’infinito' di Paolo Zellini (Milano, Adelphi 1980) che s’apre con la famosa invettiva di Borges contro l’infinito: 'concetto che corrompe e altera tutti gli altri', e prosegue passando in rassegna tutte le argomentazioni sul tema, col risultato di dissolvere e rovesciare l’estensione dell’infinito nella densità dell’infinitesimo.
Le parole ricordate prima di J.L. Borges aprono questo libro, e Paolo Zellini ha provato a ripercorrere, con eleganza, penetrazione e perspicuità, le vicende di questa categoria temibile, dalle origini greche sino alla ormai cronica crisi dei fondamenti del pensiero scientifico.

Il libro nasce dopo che Elémire Zolla diede a Paolo Zellini alcuni articoli da leggere sull'interpretazione di infinito nella filosofia di Tommaso D'Aquino. Da questo nasce una idea propulsiva che porterà Paolo Zellini a fare un viaggio verso le fondamenta della matematica.

Allora cos'è questo infinito? All'inizio Aristotele attribuisce all'infinito il valore di principio, di inizio di tutte le cose; cose che hanno un limite ovvero un inizio e una fine, ma l'infinito no: l'infinito non può avere principio come non può avere fine. Per l'esistenza dell'infinito Aristotele elenca alcune prove: una è il tempo; questo è manifestatamente infinito poiché l'uomo con la matematica ha iniziato a misurarne una parte, lo ha diviso in grandezze ma queste come la stessa numerazione non hanno fine. Ai numeri si possono sempre aggiungere altri numeri...l'infinito non è qualcosa a cui rapportarsi.

Dalla Matematica alla Geometria e da qui all'Astronomia, facciamo grazie a Zellini, con i molti personaggi della Storia della Scienza e della Filosofia un bellissimo viaggio nello Spazio. Insomma, un continuum dell'infinità finita di una idea.
A chi piace la speculazione filosofica e la ricerca matematica troverà in questo libro molteplici punti di riflessione. Tanti voli pindarici per poi trovare l'umiltà buddista di rinuncia alle domande e la complessità dell'esistenza spiegata dalla sorprendente flessibilità della scienza matematica.

Paolo Zellini (1946) è un matematico autore di numerosi lavori scientifici sull'analisi numerica (suo ambito di ricerca), oltre che di opere di riflessione sulla matematica e sulla natura, tra cui, oltre a questa Breve storia dell'infinito, La ribellione del numero.

giovedì, febbraio 23, 2017

A proposito di ciclismo e di Sestri Ponente...

Imerio Massignan

Bisogna che ricordi per gli amanti del ciclismo sestrini oltre che Coppi, anche di un altro ciclista professionista che approdò a Sestri Ponente avendo sposato la tabaccaia di via Giotto. E fu proprio lì che lo incontrai. Ero entrato per comprare le sigarette -allora ero un fumatore- nel tabacchino che si trovava in via Giotto. Subito non mi resi conto; salutai e mi fermai a guardare un po' quel giovanottone alto e magro che era dietro al banco. Non l'avevo mai visto. Uscii e attraversata la strada entrai nella bottiglieria, sempre in via Giotto, dove c'era mio papà ad aspettarmi.
-Scusa papà, ma nel tabacchino mi sembra di aver visto un ciclista cui io tifavo qualche anno fa...assomiglia moltissimo a Oimerio Massignan. E' per caso lui?
-Sì, rispose mio papà, è lui. Ha sposato la tabaccante.
-Ma va?!?
Riattraversai di corsa la strada e andai a salutarlo e a dirgli che ero un suo ammiratore. Un suo fans. Ricordai di quella tappa memorabile sul Gavia, che avevo sentito alla radio, dove arrivò secondo dopo Charlie Gaul per colpa di due forature. Imerio Massignan fu uno scalatore di grande talento e arrivò a conquistare anche il Gran Premio della Montagna al Tour de France (l'attuale maglia Verde).
Diventammo subito amici e spesso ci trovavamo nella bottiglieria a parlare di ciclismo. Dopo che io lasciai Sestri P. mi capitò di incontrarlo casualmente a Castelletto D'Orba. Ero andato con la famiglia in un ristorante della zona e lo vidi arrivare in bicicletta. Fu una nuova sorpresa... mi disse che si era trasferito a vivere in quella zona. Era contento e sempre in forma.
Ho saputo che oggi è un arzillo ottantenne che non ha abbandonato la bicicletta. Esempio lo scorso anno la FIAB (Federazione Italiana Amici Bicicletta) di Genova ha organizzato una pedalata con Imerio Massignan nella zona dell'ovadese precisamente a Silvano d'Orba dove vive. Bravo Imerio.
Un altro ricordo di Sestri Ponente.

sabato, febbraio 04, 2017

La mia Sestri: una storia nella Storia – Conclusione

Conclusione
La storia e la memoria sono il nostro sapere e il nostro essere; sono anche le radici. La nostra memoria, il sapere delle nostre origini familiari, il più delle volte, si ferma a tre generazioni antecedenti: chissà chi era il nonno del papà di nostro papà? Lo sa chi detiene titoli nobiliari o grosse fortune economiche: per il resto solo oscure vite di miseria e patimenti, vita nei campi e morti precoci: pellagra, scabbia, tubercolosi e poi guerre e ancora guerre, interrompono racconti lineari, uguali e simili.
La nostra storia è nell'esperienza degli avvenimenti irripetibili e individuali. La nostra costruzione è nella riscrittura degli accadimenti attraverso la memoria e il racconto. E' questo senso letterale che dà corpo all'anima e alla memoria. E' la parola che ci definisce; con essa entriamo in un tempo della cultura, che è anche il tempo della nostra malattia.
Noi viviamo da molto il tempo della parola ed è una parola dire tutto ciò. Quanta storia c'è nel tramandarla, nel cercarla? Infatti come è stato possibile arrivare a distinguere il soggetto dall'attributo e il verbo dal nome?
La nostra realtà diventa una misteriosa sintesi tra nome e forma. In ciò scorgiamo il bene e il male, il bello e il brutto; così definire o essere definiti può essere il nostro destino.
Ecco alla fine non ci resta che un semplice racconto a fare la storia; la storia della storia e con essa l'essenza dell'umano.

Io ho provato a raccontare in breve la mia. Ho scritto un racconto che è uno scorcio di vita, è l'occasione per trasmettere un testimone ad un postero. Si dice che con la vita ognuno scrive un libro, io ho voluto riempirlo di parole; sono parole del ricordo, del momento dopo, le parole da dire agli altri: le parole vissute. Per questo è nato il racconto, a raccogliere la vita, a preservarla a renderla preziosa.
Allora eccomi a buttar giù pagine uguali seppur diverse nel disegno; giù pagine come giorni ritrovando cose diverse seppur comuni. E alla fine...ritrovo me che pensavo di aver perso.

Grazie infine a chi legge. Grazie a chi sa far affiorare nuovi pensieri ad antichi percorsi.

Concludo con il ricordare qualche poesia scritta tempo fa con protagonisti la mia famiglia:

Porco belino porco
'Porco belino porco'...così bestemmiava mio papà.
'Porco di un mondo porco', così inveiva sempre papà.
Ancora 'porca miseria porca' continuava papà.
Nelle dolce litanie a base di porco qui e porco là,
si tirava avanti in miseria e onestà.
Ricordo anche quando vinse alla Sisal...furono solo sessantamilalire,
e allora 'Porca puttana porca', si rise per un po'.
Fu davanti ad una tavola bandita con un porco sopra.
Da quel dì il porco venne rivalutato.
Porco al porco in verità non lo aveva mai detto.
Il porco in questione era destinato ad un destino scritto.
'Porco belino porco' qualche volta scappa anche a me
e di riflesso penso a mio papà.

Nonna Attilia
Mia nonna la vedevo sempre girata
a rimestare una pentola nera sopra il rounfò.
Mia nonna teneva il fuoco acceso con legna e carbone.
Dall'altra parte teneva una gallina sotto il lavandino.
Mia nonna parlava in piemontese e basta.
Parlava così con il nonno e mia mamma...e basta.
Con me però si sforzava a parlare in italiano.
Gliel'avevano imposto: se no va male per l'italiano a scuola.
Povero me. Nel tema: 'cosa fai nel tempo libero',
scrivevo sempre la stessa cosa.
Gioco nella gea e salto in cammalletta;
gioco con la zuiarda e le ciappette
faccio la guerra sparando cannette
se vinco poi mangio ciappellette
qualche volta giasciù u reganizzo

Scrivevo tutto in genovese
e non era per la nonna e il suo piemontese
scrivevo quello che sentivo dire dagli amici nella via
ma ancora penso, era farina mia.

Nonno Pietro
Era bello uscire con mio nonno Pietro
mi raccontava sempre cosa c'era dietro,
Dietro ogni cosa, mi spiegava, c'è un significato
e io guardavo tutto, incantato.
Vedi il cavallo che tira il carretto
serve all'uomo per lavoro e diletto.
Ai suoi tempi c'erano i tram a cavalli,
ma lui vedeva lontano e mi diceva: studia, studia... ma stai attento ai credenti,
sono quelli che studiano per rimanere ignoranti.

Mamma Angiolina
Era bella mamma Angiolina
e chi non l'ha bella per un figlio?
Era giovane mamma Angiolina
lo era anche quando se ne è andata...
forse è sempre presto per quella partenza disperata.
Era Nina per tutti, mamma Angiolina.
Per me era carne, odore e voce;
mistero, lacrime e sorrisi...
tutto in un arruffo vitale.

Mamma non trovo più il sale...

Quante minestre ho poi mangiato,
quante polpette ho digerito, cibi di ogni tipo ho assaggiato,
cucine diverse, quelle che ti crescono,
ti fan salire grassi, colesterolo e glicemie
Mamma il tuo cibo mi bastava...
lo dico tardi. Sono le mie anemie.