martedì, dicembre 24, 2019

'Ti ucciderò dopo Natale' di Marco Salotti

'Ti ucciderò dopo Natale' di Marco Salotti

Con un incipit davvero interessante -riportato anche nel risvolto di copertina- veniamo subito trasportati nel vortice dei pensieri ironici e tortuosi della mente del protagonista...già perché la storia è scritta in prima persona e questo la rende molto più avvincente; coinvolgente, stringente, con un humour dirompente. Bisogna poi ricordare che l'autore è un ex docente - di Storia e Critica del Cinema all'Università di Genova- e allora una nota saccente, nel senso buono, accompagna il tutto.
Dopo il romanzo 'Reality in Arcadia' -vincitore del premio Giuria di Viareggio 2016-, dove aveva dato prova delle sue capacità letterarie soprattutto nel costruire quello che oggi chiamiamo plot, con 'Ti ucciderò dopo Natale', Marco Salotti ritorna alla grande.

Il protagonista del romanzo è caratterizzato da un IO assoluto, con una essenza esteriore; scopriamo così che è un regista teatrale, un essere brechtiano, possessore di una mezza enciclopedia dalla 'o' alla 'zeta', ottenuta dopo la separazione dalla moglie.
La storia descritta attraverso una lunga elucubrazione del protagonista si svolge a Rovaniemi, il paese di Babbo Natale, ed è lì che attende la vittima: Diego l'amico vincente del figlio Gioa, perduto a fare il clown. Ci riuscirà? La scommessa è aperta e come in un giallo classico lo sapremo alla fine.

Letto in un pomeriggio di 'allerta rossa' prima di Natale, 'Ti ucciderò dopo Natale' mi ha divertito. Ora posso attendere il dopo Natale sapendo già se Diego sarà finalmente ucciso. O no.
Un libro da regalare per le prossime feste natalizie.

Libro: Ti ucciderò dopo Natale
di Marco Salotti.
Editore: Il Nuovo Melangolo
Pagine: 197 p., Brossura – Euro 10

martedì, dicembre 17, 2019

Gina- Diario di un addio- di Marco Aime

Gina-Diario di un addio- di Marco Aime, scaracolla tra i mille pensieri e ricordi di una vita che si raccoglie in una memoria che perde i pezzi. Marco Aime è bravo a raccontare con una prosa avvolgente la storia di Gina. Che sia un po' autobiografico? Gina fa Aime di cognome e allora? Me lo sono chiesto.
Ma poi questo particolare forse non ha importanza; è una curiosità che ho per comprendere il coinvolgimento emotivo che la scrittura di Marco Aime sa trasmettere. Emoziona e rimanda a ricordi passati di una generazione che potrebbe essere senz'altro dei nostri cari.
Ma poi parla della vecchiaia e delle sue patologie; Gina ha ricordi che si frantumano come le onde del mare, lo stesso mare che l'ha vista bambina. Un 'turbinare di pensieri come foglie di novembre'; e già quello che si narra è un novembre malato della nostra vita. La follia dell'Alzheimer...che fa perdere la memoria e invece subdolamente qui la ravviva, la riprende a cancellare il presente.
Ma poi Gina Aime è in verità Rosa Viale e allora? Mezzo sdoppiamento; mezzo perchè lei è sempre stata Gina, ma ora non c'è più nulla che la faccia uscire dal vuoto presente. Il racconto è stringente e non perde mai la protagonista Gina che invece si perde. Chi parla è il figlio Mario e diventa un racconto univoco; il racconto di una fine, di una ritirata. Commovente. E' bravo Marco Aime a mettere insieme parole che sanno toccare a fondo. Per concludere con una struggente e bella poesia...Così si va.

Gina. Diario di un addio
di Marco Aime
Editore: Ponte alle Grazie
Collana: Scrittori
Anno edizione: 2019
In commercio dal: 2 maggio 2019
Pagine: 90 p., Brossura
EAN: 9788833311548

Marco Aime è attualmente ricercatore di Antropologia Culturale presso l’Università di Genova. Ha condotto ricerche in Benin, Burkina Faso e Mali, oltre che sulle Alpi.Oltre a numerosi articoli scientifici, ha pubblicato vari testi antropologici sui paesi visitati: Chalancho, ome, masche, sabaque. Credenze e civiltà provenzale in valle Grana (Centre de Minouranço Prouvençal, Coumboscuro, 1992); Il mercato e la collina. Il sistema politico dei Tangba (Taneka) del Benin settentrionale. Passato e presente (Il Segnalibro, 1997); Le radici nella sabbia (EDT, 1999); Diario dogon (Bollati Boringhieri, 2000); Sapersi muovere. Pastori transumanti di Roaschia in collaborazione con S. Allovio e P.P. Viazzo (Meltemi, 2001); La casa di nessuno. Mercati in Africa...

mercoledì, novembre 27, 2019

La Costituzione come antidoto al neoliberismo a cura di Luigi Fasce

La Costituzione come antidoto al neoliberismo
a cura di Luigi Fasce del Comitato Democrazia Costituzionale
Martedì 26 novembre alle ore 21 si è svolto presso il Circolo Bianchini in piazza Romagnosi 3 a Genova-Marassi un approfondimento ragionato sulla nostra Costituzione quale antidoto al neoliberismo oggi imperante.
Dopo la visione del breve video di Luigi Fasce che dialoga con la nipote Leda, (https://youtu.be/ylyl2Qs3SPA) -dove vengono date le risposte alle interrogazioni dei giovani sulle questioni del passato- si è aperto un dibattito condotto da Sergio Dalmasso, che ha avuto al centro il libro di Luigi Fasce: 'Politiche Costituzionali per le Riforme' edito da Biblion.
I vari interventi sono stati incentrati sulla grave crisi politica ed economica che attanaglia l'Europa ed in primis l'Italia. Sergio Dalmasso rimarcando la mancanza di un soggetto politico che sappia convogliare le giuste misure univoche e di sinistra ora che non ci sono più riferimenti in Europa neanche nazionali, sarà difficile trovare soluzioni o elementi a cui appoggiarsi per invertire la rotta presa dal liberismo. Non è più questione di avere una Carta scritta, la vera questione deriva dai rapporti di forza sociali. La attuazione della Costituzione ha avuto andamenti ciclici...questo è il vero nodo da affrontare. Abbiamo forse riferimenti diversi...Calogero, Capitini...

Per Luigi Fasce abbiamo comunque un manifesto politico rappresentato dalla nostra Costituzione che indica come muoverci per ritrovare un equilibrio sociale e di politica economica. Dobbiamo attuare la Costituzione o meglio ritornare ai suoi dettami che sono chiari: una Economia mista pubblico e privato con il settore pubblico che riesca a fare da traino e da calmiere alle intemperanze del neoliberismo. Abbiamo trovato delle convergenze negli anni che hanno portato allo Statuto dei Lavoratori; alla Sanità Pubblica e alla grande trasformazione sociale degli anni passati. Concorda Luigi Fasce della mancanza di un soggetto politico che si faccia carico di aggregare le varie forze che si ispirano alla Costituzione come elemento utile a tagliare le unghie al liberismo. Speriamo. Dobbiamo sempre tentare. Dobbiamo sempre cercare di ristabilire una convivenza civile, democratica e soprattutto più giusta. I dettami costituzionali hanno un fondamento ideologico che in un certo senso riportano a Marx; riportano che a chi detiene i mezzi di produzione comanda.

Per Sergio Dalmasso manca la spinta sociale utile a tramutare in fatti i contenuti ideali. Un altro intervento richiama, proprio per quanto detto, alla sovranità limitata dell'Italia nel panorama mondiale...

Ci sono stati a questo punto dei riferimenti al passato e al peso del debito pubblico accumulato nel tempo, quale impedimento alle nuove politiche economiche da mettere in campo. Luigi Fasce ha ricordato il suo video che tratta proprio di questo e per rispondere rimanda al grafico inserito che denuncia una maggiore crescita di quel Debito Pubblico proprio quando il potere economico pubblico ha rinunciato alla sua funzione regolatrice delle politiche neoliberiste. Il richiamo al Debito Pubblico ha sostenuto Luigi Fasce si è impennato proprio quando lo Stato ha lasciato tutto in mano al privato.

I ragionamenti si sono direzionati su diversi temi mettendo in sostanza in luce quanto il neoliberismo abbia tolto al potere politico la forza di incidere sulle scelte di politica economica. In sostanza comandano i detentori del Capitale; comanda la Finanza e il Mercato.

Luigi Fasce ancora una volta ha ribadito che tutto questo si può fermare ritornando alla nostra Costituzione. Chi ha abbandonato i dettami costituzionali sono stati proprio quelli che professavano una politica di sinistra; sono stati i più ligi ad allinearsi al neoliberismo. Dobbiamo recuperare gli antichi valori ritornando ad affermare una economia ecocompatibile, solidale e a traino pubblico.
Una serata molto interessante.

martedì, novembre 12, 2019

La via dell'odio

Senz'altro il filosofo che meglio di tutti incarna la Destra politica è il britannico Thomas Hobbes: secondo lui la natura dell’uomo è essenzialmente egoistica e a determinare le azioni umane sono solamente l’istinto di sopravvivenza e quello di sopraffazione. Hobbes ritiene impossibile che l’uomo si senta spinto ad avvicinare un proprio simile in virtù di un amore naturale; i legami di amicizia o di società degli uomini sono dovuti solamente al timore reciproco. Nello stato di natura, ovvero in quello stato non regolato da alcuna legge, ogni persona, mossa dal suo più recondito istinto, cerca di danneggiare gli altri e di eliminare tutti coloro che rappresentano un ostacolo al raggiungimento dei propri scopi; in altri termini, ogni individuo vede nel proprio prossimo un nemico. In sostanza Thomas Hobbes fa sua l'espressione latina Homo homini lupus per cui 'l’uomo è un lupo per l’uomo'.
Così è anche vero che non sia la guerra a interrompere la pace ma viceversa è la pace che interrompe la guerra. Quello che assistiamo anche oggi in Italia è il salire della rabbia che cova all'interno dell'intimo che a insaputa rovescia ogni forma di convivenza civile.

Fu l'inventore della psicanalisi Sigmund Freud a scoprire come nel profondo della condizione umana ci sia una 'pulsione di morte' che... scavando in silenzio, al di là del piacere, si acquatta sotto i brucianti languori e le furberie dell’Eros. Freud fu un pessimista circa le potenzialità evolutive dell'uomo: egli sosteneva che l'uomo rimaneva alla fine una cattiva bestia. La psicologia umana è cambiata poco da quella dell'uomo primitivo. Riproducendoci e recitando sempre le stesse parti, abbiamo per un certo verso fermato il tempo, cercato l'immortalità. Il percorso umano sempre diverso, ha nei corsi e ricorsi, qualcosa di simile, di uguale.
"Venendo al dunque, la vita è sempre lo stesso vino vecchio in bottiglie sempre nuove. Cambiano i contenitori ma l'uva è la stessa che dà sempre la stessa antica ubriacatura". (Campbell).
Per Freud abbiamo una specie di condanna a scontare traumi infantili, cattiverie e repressioni puberali, madri castranti. In breve lo "script" di una religiosità latente come la civiltà, elementi del divieto che frenano l'uomo e creano patologie con sintomi incontrollabili, sono le origini del malessere sostenuto da Freud in 'Il disagio nella civiltà'-libro scritto nel 1929. La società tende ad individuarsi come gruppo omogeneo, contrapposto ad altri gruppi, coi quali mantiene rapporti di amicizia. Quando le tensioni collettive diventano però troppo forti, troppo laceranti (magari per effetto di una situazione economica disastrosa, che porta inevitabilmente al disastro politico), la benevolenza reciproca si trasforma e diventa razzismo e xenofobia, conducendo al possibile esito finale della guerra.
per Freud la cultura e l’analisi ci danno la conoscenza ma negano la libertà, l'evoluzione, la spiritualità con un "sogno diverso" del suo. Per Freud, l'uomo è un animale cattivo e crudele che continua una storia di assassinii, di morte che riportano ad un parricidio: il peccato originale. Una colpa primordiale. Freud si rivela dunque un pensatore senza dogmi e soprattutto senza illusioni, che vede la società umana come una costruzione tanto necessaria e preziosa quanto fragile, in quanto pone a proprio fondamento la repressione delle pulsioni e riduce l’uomo ad essere un animale malato. L'uomo uccide sempre, e al di là di nemici individuati con diverse bandiere, ma, come necessità di sopprimere il padre. Il cristianesimo per questo ci aiuta facendolo uccidere da altri, gli ebrei appunto.

Interessante è l'aforisma di Melanie Klein- che insieme ad Anna Freud (la figlia di Sigmund Freud) portò la psicanalisi al centro della teoria psicoanalitica, ossia al bambino- che dice: 'L'uomo nasce cattivo e passa tutto il tempo della sua vita nel cercare di diventare buono. Non sempre ci riesce'.
Ancora leggendo il libro di 'Il discorso dell'odio' di André Glucksmann: 'Se Dio è fuori causa, sia perché non esiste o perché è troppo lontano, la fiamma che rischia di divorare l’umanità è umana, non riconducibile a una fatalità impersonale e automatica. Il principio distruttore è in noi, che ce ne rendiamo conto o meno, martellano gli autori tragici. L’odio serpeggia come la «peste» di Tucidide: non un’infezione bubbonica puramente fisiologica, ma una malattia essenzialmente mentale, che si impossessa dei corpi, delle menti e della collettività.'

Questa riflessione è senza illusioni; anche se io con il mio carattere positivo ho sempre pensato ad una scintilla spirituale, presente in ogni essere umano, che spinge al bene. Una scintilla spirituale che anima il principio di speranza presente nella filosofia di Ernst Bloch.
Nell'opera 'Il principio speranza' (pubblicata in tre volumi dal 1953 al 1959) Ernst Bloch sosteneva che speranza e utopia sono elementi essenziali dell'agire e del pensare umano. Egli intendeva così porre in luce il contenuto utopico del pensiero di Karl Marx, che viene ad assumere, nell'interpretazione di Bloch, una peculiare tensione messianica. Bloch tentò di stabilire un collegamento fra marxismo e Cristianesimo, poiché in quest'ultimo riconosceva un significato utopico, come speranza di una redenzione, che il marxismo avrebbe trasformato in una prospettiva rivoluzionaria.

sabato, ottobre 19, 2019

L'inferno di Treblinka di Vasilij Grossman

Una lettura angosciante seppur meticolosa ci porta a conoscere ancora di più, se fosse necessario, lo strumento di morte creato dai nazisti per uccidere gli ebrei e tutti i prigionieri rastrellati nelle varie città conquistate dall'esercito del terzo Reich. Questo è 'L'inferno di Treblinka' di Vasilij Grossman; un libro scritto nel 1944 con la seconda guerra mondiale in corso. Grossman reporter al seguito dell'Armata Rossa entrò per primo in questi lager e subito avvertì il grande crimine commesso. Ecco come descrive all'inizio Treblinka: 'Un posto desolato che gli uomini della Gestapo, con il benestare del Reichsführer delle SS Heinrich Himmler, scelsero per edificarvi il patibolo per antonomasia, un luogo che - dalla barbarie della preistoria ai pur feroci giorni nostri - il genere umano non aveva ancora conosciuto; e che, molto probabilmente, l'universo intero tuttora non conosce. Lì venne eretta la principale fabbrica della morte delle SS, degna copia di Auschwitz, che surclassò Sobibor, Majdanek e Belzec.'

Il libro raccoglie le testimonianze di sopravvissuti cosicché riusciamo a conoscere le bestie che hanno caratterizzato il regime nazista; criminali che sarebbero stati casi da analizzare da psichiatri che con i loro crimini sono un elemento imprescindibile del nazismo. 'Migliaia, decine di migliaia, centinaia di migliaia di esseri simili sono stati i pilastri del fascismo germanico, il sostegno, la base della Germania di Hitler.
Uniforme addosso, armi in pugno e onorificenze del Reich, per anni essi hanno deciso della vita dei popoli d'Europa. A farci orrore non devono essere loro, ma lo Stato che li ha fatti uscire dalle loro tane, dalle tenebre e dal sottosuolo e li ha resi indispensabili, necessari e insostituibili a Treblinka come a Majdanek, Belzec, Sobibor, Auschwitz, Babij Jar, Domanevka e Bogdanovka (vicino a Odessa), a Trostjanets (vicino a Minsk), a Ponary in Lituania, e in decine e centinaia di prigioni, campi di lavoro e campi di sterminio della vita umana.
'.

Operazione Reinhard era il nome in codice per “sterminio degli ebrei in Polonia” ideato dal nazista Heydrich Reinhard, governatore del protettorato di Boemia e Moravia. Il primo campo di sterminio costruito in questi territori fu quello Chelmno (1941), il secondo fu quello di Belzec, il terzo quello di Sobibor e il quarto quello di Treblinka posto a 60 km circa da Varsavia, in una zona boschiva, scarsamente popolata. Cosicché le terribili esecuzioni di massa che lì furono eseguite, non avrebbero avuto scomodi testimoni. Il genocidio doveva rimanere nascosto.

Ancora prosegue Grossman: 'Treblinka era un lager come tanti, come le centinaia di altri lager che la Gestapo costruì nei territori occupati a est. Sorse nel 1941. Riflessi e deformati nello specchio tremendo del regime di Hitler, vi si coglievano diversi tratti del carattere germanico. Allo stesso modo il delirio di un malato riflette - deformati e mostruosi - pensieri e sentimenti precedenti alla malattia. Allo stesso modo un folle con la mente annebbiata agisce sovvertendo la logica tipica dei comportamenti e delle intenzioni di un normale essere umano. Allo stesso modo un criminale che infligge alla sua vittima una martellata fra gli occhi unisce l'abilità professionale - la mira e la precisione del fabbro - al sangue freddo del mostro. Parsimonia, precisione, oculatezza, attenzione maniacale alla pulizia sono caratteristiche tutt'altro che negative e tipiche di molti tedeschi. Se applicate all'agricoltura o all'industria danno il giusto frutto. L'hitlerismo le applicò ai crimini contro l'umanità: le SS del campo di lavoro polacco agivano come se stessero coltivando patate o cavolfiori'.

Grossman racconta anche il giorno dell'insurrezione da parte di un gruppo di internati del campo di Treblinka; una rivolta che portò a distruggere le baracche del lager e a uccidere molti carnefici nazisti. Un giorno per la vendetta e il riscatto. Quel 2 agosto del 1943 finiva anche Treblinka.
Già perchè come scrive Grossman: '”Beccarsi una pallottola era un lusso”, mi ha detto uno di loro, un ragazzo di Kossów che evase dal lager. Perché a Treblinka essere condannati a vivere era molto peggio che essere condannati a morire'.

Dopo aver visto i resti di Treblinka e ascoltato i testimoni Grossman si domanda quello che ogni uomo si chiede: Come è potuto succedere tutto questo? Grossman conclude il suo piccolo libro ma di grande spessore con queste parole:
'Guerre come quella in corso sono tremende. Il sangue innocente versato dai tedeschi è tanto, troppo. Tuttavia, oggi come oggi parlare della responsabilità della Germania per quanto è accaduto non basta. Oggi bisogna parlare della responsabilità di tutti i popoli e di ogni singolo cittadino del mondo per quanto accadrà. Oggi come oggi ogni singolo uomo è tenuto, dinanzi alla sua coscienza, a suo figlio e a sua madre, dinanzi alla patria e al genere umano a rispondere fascismo, l'hitlerismo non abbiano a risorgere né al di qua né al di là dell'oceano, mai e poi mai, in secula seculorum? L'idea imperialistica dell'eccellenza di una nazione, di una razza o di chissà che cos'altro ha avuto come conseguenza logica la costruzione da parte dei nazisti di Majdanek, Sobibor, Belzec, Auschwitz, Treblinka. Dobbiamo tenere a mente che di questa guerra il razzismo, il nazismo non serberanno soltanto l'amarezza della sconfitta, ma anche il ricordo fascinoso di quanto sia facile uno sterminio di massa. E dovrà tenerlo a mente ogni giorno, e con grande rigore, chiunque abbia cari l'onore, la libertà, la vita di ogni popolo e dell'umanità intera.'.

Vasilij Grossman, ebreo sovietico, scrittore e giornalista, conobbe direttamente le devastazioni della seconda guerra mondiale, la lotta contro i nazisti, la sconfitta di Hitler quindi l’ascesa di Stalin. Dopo Treblinka, Grossman fu anche il primo ad entrare nel lager di Auschwitz il 27 gennaio 1945 con l'Armata Rossa.
Dopo aver assistito alla campagna antisemita (fra il 1949 e il 1953) si trovò in dissidio con il regime e cadde in disgrazia. Così la stesura finale della sua grande opera, Vita e Destino, venne sequestrata e non avrebbe mai visto la luce se qualcuno non avesse conservato e fatto pervenire clandestinamente una o due copie a Losanna, dove fu stampato nel 1980.

mercoledì, ottobre 16, 2019

Ottobre 2018 -giusto un anno fa...

Ottobre 2018- giusto un anno fa stavo leggendo il libro di Edoardo Albinati 'Maggio Selvaggio' e mi sono scaturite delle riflessioni; già perché il libro stesso è un compendio di riflessioni dettate dalle condizioni e gli incontri fatti in carcere dall'autore stesso. Con quel libro Albinati racconta la sua esperienza di un anno da docente all’interno del carcere Rebibbia, a Roma.
Il diario o reportage di questa esperienza procede con un ordine casuale; d'altronde c'è l'impossibilità di fare un racconto ordinato sulla quotidianità del carcere dove tutto avviene in modo caotico. Solo i rumori e i passi lungo i corridoi sono una costante insignificante e ordinaria della vita carceraria...il resto è formato da una sensazione contraddittoria e ricca di frammenti di memoria.

Queste riflessioni sono di un anno fa: ottobre 2018...
All'ingresso del padiglione di neurologia dell'ospedale Galliera, l'infermiera nel mettermi il braccialetto con nome e cognome più un codice a barre mi saluta con un ' benvenuto in galera...'. Ha ragione. Giorni di ospedale, giorni di galera in cui trovi il tempo per una riflessione ulteriore sulla tua vita, sull'effimero, la fragilità e le disgrazie tue da misurare con quelle degli altri. Un voyeur tra i voyeurs. Un guardone tra i guardoni. Già perché Edoardo Albineti sostiene che chi si occupa degli altri, come gli infermieri e i medici, sia un voyeur. Eppoi nella nostra società ci sono molte galere; oltre a quelle dove vengono rinchiusi i condannati, c'è sempre secondo Albinati anche la scuola: una galera dove vengono parcheggiati gli 'indesiderabili'; i bambini, i figli.

Un'altra riflessione: come può essere che il più feroce dei criminali che compie atrocità uccidendo altre vite poi si comporti come una persona educata, dolce, sia conosciuta come una brava persona, un bravo cittadino, è difficile spiegarlo. Quell'atto di uccidere, quell'azione maligna viene poi nascosta all'interno del sé e vi rimane. Per quel dolore non vi è rimorso. Per Edoardo Albinati per questi criminali è un fatto che è irrimediabile e in quanto tale viene assunto e considerato compiuto e basta. Ma allora esiste una natura criminale? Io continuo a chiedermelo. Io ho sempre pensato che nessuno scegliesse il male; ho sempre sostenuto l'atto criminale come una grande fatica e provocante un dolore esistenziale perenne. Invece poi si scopro che grandi criminali non si pentono e hanno una diversa coscienza del loro male: sono sempre pronti a ri-uccidere; a ricommettere i loro reati. E' come se una animalità bestiale vivesse in loro. Minghella, Izzo, Bilancia sono alcuni esempi di serialità criminale.
Io invece continuo a pensare che esista in noi una spinta al bene che permette ad ognuno di riscattarsi e vivere diventando ciò che è in origine: un'opera unica e irripetibile ricca di talenti: un'opera d'arte dove si può trovare insieme alla bellezza anche il bene. Certo che questo seme vive nascosto e non sempre germoglia, spesso secca e muore...ma poi è vero che esista la pulsione di morte e questa non va sottovalutata. Essa è responsabile di molte brutture umane. L'animale resta -come sosteneva Sigmund Freud- una cattiva bestia. Qui mi viene da ricordare uno splendido aforisma di Melanie Klein: l'uomo nasce cattivo e passa tutta la vita cercando di diventare buono; non sempre ci riesce.
Melanie Klein è una psicoanalista inglese che lavorò insieme ad Anna Freud – figlia di Sigmund- e che portò la psicoanalisi al cuore del tema, ovvero all'infanzia.

domenica, settembre 22, 2019

Vita e destino di Vasilij Grossman

Vita e destino, un libro capolavoro del '900

Il libro di Vasilij Grossman,'Vita e destino', è un grandioso affresco sull'epica difesa di Stalingrado e dell'avanzata fino al cuore della Germania nazista da parte dell'Armata Rossa.
Un poderoso racconto che, seppure svolto da oltre 750 pagine, riporta a sintesi lo scontro fra due ideologie che hanno caratterizzato tutto il XX° secolo. Due regimi che hanno nel nome del socialismo portato all'estremo grandezza e orrore.
Si legge nella prefazione: 'Da questa disputa dipendevano il destino dell'uomo e la sua libertà. Sul Volga si giocava il destino del nostro secolo, il destino di tutti gli Stati, delle alleanze pro e contro la Germania, di tutti i partiti politici d'Europa o d'America, di tutti gli scampati al nazismo'. Infatti con la battaglia Stalingrado si decise la sorte della seconda guerra mondiale e la fine del terzo Reich.
Stalingrado per Grossman è un curioso paradosso poiché i due regimi, apparentemente antagonisti, finiscono per incontrarsi. Nel momento stesso in cui uno degli avversari schiaccia l'altro, ci si accorge che sono figli della stessa madre. Di qui l'ambiguità di Stalingrado: il trionfo delle armate sovietiche dissimula al tempo stesso la grandezza e l'orrore. La grandezza, perché la vittoria di Stalingrado è l'apoteosi di un popolo; l'orrore, perché la vittoria di un popolo significò l'apoteosi di Stalin e del suo regime imperiale.

Di quale speranza si può parlare, se siamo posti di fronte a due campi che come specchi si rimandano un'identica immagine? Si può, è vero, replicare che esiste comunque una differenza: i nazisti hanno fondato il loro totalitarismo sull'ideale nazionale, i comunisti sulla nozione di classe; ma con molta logica Vasilij Grossman ci dimostra che l'internazionalismo dei comunisti degenera in un nazionalismo di Stato e nulla più lo distingue dall'ideologia nazista. Questa degenerazione, avviata da tempo, trova la sua giustificazione, riceve la sanzione suprema, dopo la vittoria di Stalingrado. Per Grossman, Stalingrado ha aiutato "la popolazione e l'esercito a forgiarsi una nuova coscienza...".
La storia della Russia "diventava la storia della gloria russa, invece di essere la storia delle sofferenze e delle umiliazioni degli operai e dei contadini russi.”

E' a circa metà del voluminoso libro 'Vita e destino' che si snoda -secondo me- la potente riflessione del personaggio Mostovskoj che, nell'incontro con il nazista Liss all'interno del lager, affronta di quanto male si arrechi all'umanità nel fine di perseguire il bene per tutti. Hitler e Stalin due capi feroci e seppur nemici erano uguali nel perseguire un bene collettivo nel nome di un nazionalismo che ha plasmato tutto il '900. Ogni tentativo d'imporre all'umanità un Bene generale, obbligatorio, assoluto, sfocia nel Male.
La specificità dell'evoluzione russa - una costante progressione in favore di una schiavitù sempre maggiore - fu adottata da altre nazioni. Per Grossman gli italiani e poi i tedeschi, svilupparono a modo loro l'idea del nazional-socialismo. Così ogni tentativo d'imporre all'umanità un Bene generale, obbligatorio, assoluto, sfocia in una catastrofe sanguinosa, simile a quelle che hanno accompagnato tutta la storia del cristianesimo, i movimenti socialisti o la religione musulmana.

Pagine straordinarie che raccontano di molti personaggi le troviamo lungo tutto il libro; pagine di struggente narrazione come quelle di raccontano il drammatico cammino di Sof’ia Osipovna con il piccolo David nelle camere a gas di Birkenau...oppure quelle del commissario del popolo, il comunista Krymov, che diviene vittima del crudele ingranaggio dello Stato tirannico dove tutto è fondato su sospetto, delazione e coercizione.
La vita e le passioni dei singoli individui che lottano in primo piano fanno emergere la domanda sul significato della vita, su quello che Grossman chiama l’umano nell’uomo. 'Pietà, Vergogna e Solidarietà sono le componenti che segnalano l'umanità, se ne manca una l'uomo si sgretola; così sostengono i russi'.

Questo romanzo, forse poco conosciuto, che è la seconda parte di una dilogia (la prima parte è 'Per una giusta causa', mai tradotto in italiano) ha avuto una storia particolare: scritto negli anni Cinquanta fu ultimato nel 1960. Nel 1961 il KGB ne impedì la pubblicazione arrestando il manoscritto. Dopo quel sequestro di 'Vita e destino' non si saprà più nulla per anni. Passeranno più di 40 anni prima che appaia in una edizione completa in Occidente. Prima di questo capolavoro assoluto era stato pubblicato in Europa un altro libro fantasma di Vasilij Grossman, "Tutto scorre", in cui lo scrittore affronta il tema della repressione staliniana. La prima copia dattiloscritta di 'Vita e destino', che era stata affidata all'amico poeta Semen Lipkin, era passata nel frattempo nelle mani di Andrej Sakharov e Elena Bonner, che si occuparono di microfilmarla. A permetterle di passare dall'altra parte della cortina di ferro sarà invece un altro dissidente, lo scrittore Vladimir Vojnovic. Grazie a quest'ultimo i microfilm giunsero per vie traverse in Svizzera, dove un editore serbo, Vladimir Dimitrievic, dopo un faticoso lavoro di decifrazione delle immagini, lo pubblicò - pur con molte lacune - nel 1980. In Russia è stato pubblicato per la prima volta nel 1988 due anni prima del crollo dell'impero sovietico. In Italia fu pubblicato nel 2008 per i tipi di "Adelphi".

La fase finale del collasso dell'Unione Sovietica ebbe luogo con il referendum in Ucraina del 1º dicembre 1991, in cui il 90% dei votanti optò per l'indipendenza. I leader delle tre repubbliche slave (Russia, Ucraina e Bielorussia) concordarono di incontrarsi per una discussione sulle possibili forme di relazione. Il giorno di Natale successivo con le dimissioni di Gorbacev da Presidente dell'Unione Sovietica venne conferito il potere al Presidente della Russia Boris Eltsin. Nello stesso momento fu ammainata la bandiera sovietica sopra il Cremlino e sostituita con il tricolore russo. Il Soviet supremo denominato URSS si dissolse formalmente il giorno seguente: 26 dicembre 1991

L'autore del libro 'Vita e destino', Vasilij Grossman, è stato un inviato ebreo russo che si è unito all' Armata Rossa seguendone tutte le azioni di guerra. Il suo racconto diventa un'opera tra le più importanti della letteratura del '900. Un romanzo che riesce a cambiare la nostra visione del mondo.
'Vita e destino' è un viaggio profondo nell’umano; un romanzo di inaudita bellezza che non è mai troppo tardi per leggerlo.