domenica, novembre 27, 2016

Fidel Castro è morto! Viva Fidel Castro.

La realtà cubana racconta più di ogni ideologia che cosa era il regime di Castro. Un altro esempio di socialismo reale che ha perduto la scommessa di realizzare un 'mondo nuovo' basato su giustizia sociale, benessere e libertà. Niente di tutto ciò si può dire sia stato realizzato in quell'isola.
Il regime aveva paura della libertà del suo popolo; il benessere era in sostanza una povertà diffusa e la decantata sanità e scuola gratuita per tutti in fondo erano pagate dalla violenza verso i dissidenti.

Il regime di Cuba, il castrismo, era rimasto l'unico baluardo contro il liberismo...un unico sistema che rivendicava il socialismo; in verità esiste ancora un paese, la Corea del Nord che si proclama comunista e si rifà alla dittatura del proletariato, ma quella è una storia diversa e se regge lo si deve alla volontà della Cina e altri paesi limitrofi, per i loro interessi di politica mondiale (una sorta di cuscinetto). Della Cina di oggi possiamo dire che pur conservando i simboli di falce e martello non ha più niente della società comunista: è un quasi continente dove esiste una pianificazione economica ma che sostanzialmente produce con mezzi capitalistici di sfruttamento totale della popolazione. Un regime con a capo una oligarchia di funzionari di partito unico che controlla l'economia dirigendone i flussi.

E' chiaro che Cuba dipende per le materie prime e altri beni dall'estero determinando così una povertà endemica della popolazione, ma la paura degli USA si sta allentando aprendo così le porte a scambi bilaterali che non so quanto riescano a snaturare o modificare il regime di Castro. Quel Castro che da oggi non c'è più. Ecco allora che una scommessa si apre: quanto cambierà l'ideologia social-castrista? Essere rivoluzionari vuol dire credere profondamente nell'uomo -così disse Castro- ma con la negazione di molte libertà faceva capire che in fondo l'homo homini lupus (riferimento all'istinto innato dell'uomo di sopraffare il proprio simile, come il lupo che, per sopravvivere, sbrana il più debole) non cambia.

Però mai uccidere i sogni e le idee di uguaglianza, fraternità e libertà.

sabato, novembre 12, 2016

Cosa farà Donald Trump?

Due giorni fa mentre commentava i risultati delle elezioni statunitensi e insieme spernacchiava i cosiddetti 'rosiconi' della sinistra, che criticavano la vittoria di Donald Trump, Vittorio Feltri elogiandolo diceva che per giudicarlo bisognerà aspettare i fatti...ma le parole in politica sono come pietre e non serve attendere il suo effettivo insediamento alla presidenza degli USA per farci un'opinione su questo tipo di personaggio che in Italia abbiamo conosciuto attraverso un antesignano quale Silvio Berlusconi. C'è qualcuno che qui ricordi qualcosa di importante e positivo fatto per l'Italia dal tycoon nostrano?

Tornando alle parole dette in campagna elettorale da Trump dobbiamo preoccuparci e le manifestazioni che si svolgono in queste ore negli USA dimostrano la rabbia e la preoccupazione dei cittadini di quel grande paese.
Trump durante la campagna elettorale ha detto che alzerà muri; toglierà la riforma sanitaria; l'effetto serra è una bugia dei progressisti; pugno duro contro gli immigrati soprattutto i musulmani e i messicani definiti tutti portatori di droga, criminali e stupratori; vede le donne come oggetti; il suo atteggiamento verso il potere: 'Se non riesci a diventare ricco facendo accordi con i politici c’è qualcosa in te che non va'...

C'è altro da ricordare? Ad ogni buon conto bisognerà certamente aspettare che alle parole seguano i fatti. Solo allora si capirà fino in fondo quali scelte hanno fatto gli statunitensi nell'affrontare la crisi profonda che attraversa il mondo e di cui loro sono i principali responsabili. Non se ne dimentichino. Alla domanda di Bush che si chiedeva: 'perchè ci odiano tanto?', una risposta se la dovranno dare.

mercoledì, novembre 09, 2016

Trump presidente USA

Le elezioni americane hanno dimostrato quanta diversità ci sia tra chi parla alla 'testa' e chi alla 'pancia'. Ancora una volta abbiamo assistito in campagna elettorale ad uno scambio di colpi bassi fatti di denunce di scandali, di malaffare, di poca serietà, ma soprattutto abbiamo visto come ognuno dei candidati alla elezione di presidente degli USA usasse un linguaggio opposto e per certi versi inconciliabile a quello del rivale.
Se facessimo una analisi dei linguaggi usati scopriremmo quanto ognuno parlasse solo ad un suo ipotetico elettore...in fondo nessuno dei due candidati entrava nell'ambito dell'altro. Quando succedeva erano scintille, baruffe, scontri che andavano al di là di scelte politiche e cadevano in questioni personali. Ora con la vittoria di Donald Trump possiamo affermare che ha vinto chi ha parlato alla 'pancia'; chi ha fatto emergere negli USA quel carattere di profonda astiosità contro i politici dell'establishment e di paure diffuse: del musulmano, dello straniero, del diverso...
Tutto sebbene la cultura statunitense, come forse tutte le vere culture, sia una cultura multietnica, multiculturale.
Sarà possibile ora applicare la politica di Trump senza che diventi in sostanza un trompe-l'oeil? Una prospettiva falsa? Ne dubito. Però penso che gli USA pieni di contraddizioni profonde conservino anche gli anticorpi costituiti da ideali di libertà e ragionevolezza.
Poi parliamoci chiaro...in gioco non c'era il cambiamento di una prospettiva di società che rimarrà liberista, ma di una politica che forse contro i suoi interessi nel mondo diventerà isolazionista.

domenica, ottobre 09, 2016

I saw the light (ho visto la luce)

I saw the light (ho visto la luce), è un film il cui titolo riprende un grande successo di Hiram 'Hank' Williams, raccontando i 29 anni vissuti dal cantautore diventato una icona del country. Hank Williams nacque il 17 settembre del 1923 e morì il 1 gennaio 1953 a meno di 30 anni. Egli fu uno dei più influenti musicisti del XX secolo. Uno dei maggiori autori del genere honky tonk.
La storia di Hank Williams si intreccia con la Grande Depressione e la Seconda Guerra Mondiale, ed è la storia di un uomo che incontra la musica molto presto, conosce fama e fortuna, viene sopraffatto dai vizi (alcool e droghe) e abbraccia la morte altrettanto presto: il suo corpo viene rinvenuto esanime sui sedili posteriori di una Cadillac, aveva solo 29 anni.
Egli compose le prime canzoni country che diedero poi avvio ai generi rock and roll, gospel e pop. I suoi figli e nipoti divennero tutti cantanti professionisti.

Il film, che è uscito quest'anno 2016, ed è l’adattamento cinematografico del libro Hank Williams: the biography scritto da Colin Escott e pubblicato nel 1994. Capello a tesa larga, chitarra al braccio, Hank Williams è diventato il simbolo mondiale del genere country. Nella sua breve carriera Hank Williams ebbe 12 canzoni al numero 1 della Hit Parade statunitense — Lovesick Blues, I'm So Lonesome I Could Cry, Long Gone Lonesome Blues, Why Don't You Love Me?, Moanin' the Blues, Cold, Cold Heart, Hey Good Lookin', Jambalaya (On the Bayou) , I'll Never Get Out of This World Alive, Kaw-Liga, Your Cheatin' Heart, Take These Chains From My Heart — ed innumerevoli brani nella top ten.

Nel 1943 Hank Williams conosce Audrey Shepard, ed i due si sposano qualche anno dopo. Lei diventa anche la sua manager, creandone una celebrità. Nel '46 Hank pubblica due singoli per la Sterling Rc's, Honky Tonkin' e Never Again, entrambi riscuotono un buon successo. Quell'uomo fragile aveva cambiato il modo di concepire la musica. Hank Williams fu un artista che nei tempi degli smoking, dei Martini Cocktail e dello stile distaccato dei vari Frank Sinatra e Dean Martin, parlava dell'America che il '29 se lo era sentito sulle spalle e nelle tasche, dei vagabondi e dei disperati, eroe puro dei mediocri e degli ignoranti; un artista che cercava la redenzione per quello che la vita gli aveva inflitto.

Sul sedile della Cadillac su cui Hank morì vennero trovate alcune lattine di birra ed il pezzo mai inciso Then The Fateful Day Came (Dunque il giorno fatale è giunto).
L'ultima canzone edita di Williams, dal titolo nefasto I'll Never Get Out of This World Alive (non uscirò mai vivo da questo mondo) usciva cinque giorni dopo la sua morte, in concomitanza con la nascita della sua figlia illegittima Jett Williams. La vedova Williams sposò a settembre dello stesso anno la star del Country Johnny Horton.

mercoledì, settembre 28, 2016

29 settembre...una canzone?

Io il '29 settembre' lo ricordo come il titolo di una canzone, forse la più bella scritta dall'accoppiata Lucio Battisti-Mogol (Giulio Rapetti). Ora viene ricordato come data di un compleanno: quello di Silvio Berlusconi. In realtà quella data ricordava il compleanno di Serenella la prima moglie di Giulio Rapetti. Era il 1967 e a cantarla fu il gruppo musicale Equipe 84.
Il 29 settembre della canzone era ieri...infatti ad un certo punto la voce di Riccardo Palladini, storico lettore del telegiornale Rai, diceva: 'Oggi, 30 settembre...', proseguendo con...'mi son svegliato e… e sto pensando a te', con un risveglio che quasi sanciva un ritorno alla realtà. La canzone celebrava un tradimento e con il sole ha cancellato tutto e allora...parlo, rido e tu, tu non sai perché… t’amo, t’amo e tu, tu non sai perché...
il protagonista, si svegliava riportando quel tradimento, ad un sogno.
In quello stesso anno, il 1967, i The Beatles pubblicarono Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band, uno degli album-simbolo della musica rock. I Pink Floyd pubblicarono invece il loro primo album: The Piper at the Gates of Dawn; che è ricordato come il primo disco rock psichedelico.
Il '68 era alle porte e a quasi 50 anni da quella canzone possiamo dire che oggi viviamo in un altro mondo. Certo che in questi 50 anni di cose ne sono successe tante. Ad esempio quell'uomo che il 29 settembre di quest'anno compie 80 anni nel suo nome ha segnato per oltre la metà di un lustro la storia d'Italia. Che cosa rimanga di quel che ha fatto, a parte l'impossessamento delle televisioni e il dilagare della pubblicità, però mi è difficile ricordare.
Con Berlusconi il cosiddetto 'edonismo reaganiano' prendeva corpo in Italia con l'avvio del berlusconismo- una continuazione in chiave politica del craxismo. Insieme iniziava un degrado della politica mai raggiunto. Quello precedente si era provvisoriamente chiuso con l'inchiesta di Mani Pulite partita nel 1992. Nel 1994 e la sua discesa in campo, sembrava che una classe dirigente, sospinta dall'antipolitica, potesse dare l'avvio ad una fase nuova, al rinnovamento. Abbiamo visto i risultati e chi erano questi nuovi politici: da Dell'Utri a Previti; da De Gregorio a Scilipoti, Razzi...tutti nati e cresciuti nel mito berlusconiano. Quella che poteva essere una stagione utile a far nascere una destra europea naufragava in una accozzaglia di uomini e forze tutte a suffragio di un leader che guardava soprattutto i suoi interessi personali. Si compiva un tradimento. Berlusconi non solo tradirà la moglie ma anche la politica e gli italiani... La canzone 29 settembre ora potrebbe concludersi con nuove parole: non il sole ma l'età (la sua) e il tempo trascorso ha cancellato tutto e ora parlo, piango e tu, tu lo sai perché… t’odio, t’odio e tu, tu lo sai perché.
No, in verità lui non sa niente e continua come se fosse immortale a tradire -meglio dire fregare- gli italiani e in fondo se stesso. Ma quest'ultima cosa riguarda solo il livello della sua consapevolezza. Oggi avremo bisogno -in chiave diversa- di altri 29 settembre.

ecco la canzone del 1967

sabato, settembre 03, 2016

L’economia è una menzogna - Come mi sono accorto che il mondo si stava scavando la fossa. di Serge Latouche

'L’economia è una menzogna. Come mi sono accorto che il mondo si stava scavando la fossa', di Serge Latouche - edito da Bollati Boringhieri nel 2014- è un libro che racconta, attraverso tre interviste rilasciate tra il 2010 e 2013, le sue esperienze di studioso descrivendo le analisi sull'applicazione di modelli economici effettuati in diverse parti del mondo.
Serge Latouche segue così un percorso di consapevolezza per comprendere quanto i meccanismi del modello di economia occidentale (quella dettata dal mercato libero e con l'obiettivo di aumento continuo dei consumi) persegua uno sviluppo senza fine che porta il mondo a finire nel baratro del disastro ecologico.
Lo sviluppo è paradossalmente il vangelo, sia dell'economia ortodossa, sia di quella marxista con la differenza nel definirsi negativa quando lo sviluppo è esercitato dal capitalismo e positiva quando lo stesso viene perseguito dal socialismo. Tutte e due le economie creano invece insostenibilità e disastri ambientali.

Serge Latouche, ad una specifica domanda sull'occidentalizzazione del mondo, risponde: 'Lo sviluppo è un’impresa di occidentalizzazione del mondo che omogeneizza, pialla tutte le differenze e distrugge tutte le culture. Di fatto le nega. In realtà l’uomo vive nella cultura e per la cultura. E lo sviluppo sostituisce la cultura con che cosa? Con il consumo. In fin dei conti il consumo non ha senso.'.

Serge Latouche, che matura al contempo un’interesse per la sociologia e l’antropologia, portandolo a lavorare come cooperante in Africa e nel Sud Est Asiatico, con una analisi chiara e supportata da molti studi e pubblicazioni arriva a inequivocabili conclusioni. Ed è proprio in Africa, dove ormai si reca tutti gli anni, per tre settimane o un mese, per delle missioni, per insegnare, per fare inchieste, che ha trovato delle risposte alternative al consumismo e all'attuale cosiddetta Scienza Economica.

Fino agli anni ‘60 la Scienza Economica era considerata una sottocategoria del Diritto, al punto che in Europa se volevi studiare quella che oggi si definisce Economia, ti dovevi iscrivere alla facoltà di Diritto e seguire un corso specifico.
Interessante è la disamina che ha portato la Scienza Economica a diventare in poco tempo dopo il '68 da materia di studi finanziari alle aule universitarie e da lì nella vita odierna di tutti. L'Economia ha così trovato la sua legittimazione a diventare unico strumento di gestione delle risorse su scala globale elevandola a Deus ex macchina del mondo contemporaneo.

L'Economia è diventata la religione ufficiale del nostro tempo. Per smantellare i modelli diventati dogmi, il produttivismo e lo sviluppismo, che questa pseudoscienza propone occorre che la filosofia indichi le alternative. E queste ci sono. Ad esempio l'autore cita Epicuro; sì lui e non è anacronistico. Certamente lui come altri ha vissuto un altro tempo; un altro mondo, però il suo pensiero ci coinvolge ancora. Tutte le forme di saggezza sono basate sulla capacità di autolimitarsi. Quindi l'epicureismo, lo stoicismo, il buddhismo la sapienza africana, quella amerindiana ecc. hanno questo principio. L'epicureismo ha poi una austerità gioiosa a differenza dello stoicismo di Seneca.

Un filosofo -potremmo definire recente- Gunther Anders ha scritto 'L'obsolescenza dell'uomo' in cui tratta la tecnica come fabbricatrice di oggetti e anche del corpo umano...tutto diventa merce. Noi ci convinciamo di essere cittadini perché consumiamo. Tutto è obsolescenza.

A pag.62 Latouche dice: 'Mi sembra già straordinario che il ministro dell’Ambiente cinese abbia dichiarato: «Noi distruggiamo il nostro ambiente in modo incredibile; la distruzione si aggira attorno al 12 per cento del PIL annuo, cosa che annullerebbe completamente la nostra crescita se dovessimo finanziare i costi della distruzione». La Cina è un’antichissima civiltà, e penso che malgrado Mao e la rivoluzione culturale, il retroterra confuciano, buddhista e taoista sia sempre presente.'.

Ancora a riguardo interessante è la riflessione descritta da Latouche circa il consumo senza limiti: 'In questa società abbiamo sempre qualcosa che ci manca, il che è l'esatto contrario dell'abbondanza. Non ci sono società dell'abbondanza possibili, se non c'è un limite. E noi siamo in una società dell'illimitato. Occorre fissare dei limiti, perché soltanto se si hanno dei limiti si può sperare di soddisfare i propri desideri o i propri bisogni. I pubblicitari, lo sanno benissimo. Dicono chiaramente: I popoli contenti non consumano'(.) 'È stato il marketing che ci ha fatto uscire dalle crisi cicliche che ogni dieci anni, tra il 1850 e il 1930, producevano una grande povertà. Poi, a partire dalla seconda guerra mondiale, il marketing si è sviluppato enormemente. La cosa si basa su tre pilastri: la pubblicità, il credito e l’obsolescenza programmata. La pubblicità crea il desiderio di acquistare, il credito ce ne fornisce i mezzi e l’obsolescenza programmata arriva in ulteriore soccorso per costringerci a comprare anche se non ne avevamo voglia. La pubblicità dunque svolge una funzione strategica, che consiste nel renderci insoddisfatti di ciò che abbiamo per farci desiderare ciò che non abbiamo. Non è un caso che la pubblicità rappresenti il secondo bilancio mondiale dopo quello degli armamenti (e ormai è quasi pari a quest’ultimo): più di 1000 miliardi di dollari all’anno, 1000 miliardi di inquinamento materiale, perché consuma molto, se si pensa che ognuno di noi riceve tra i 200 e i 250 chili di carta all’anno nella buca delle lettere.'.

Latouche per le proposte spiegate in questo libro si avvale di molti studi fatti da altri ricercatori...Jacques Ellul, Bernard Charbonneau, Nicolas Georgescu-Roegen, Andrè Gorz...e due su tutti: Cornelius Castoriadis e Ivan Illich. Ad ogni modo difficile elencarli tutti.

In Africa ad esempio Latouche parla di un senegalese che lavorava sul Grand Yoff e che aveva appena pubblicato un libro intitolato: L’arcipelago urbano. Con quello studio ha la verifica concreta, sperimentale, di ciò che aveva immaginato o dedotto teoricamente. Questo fu straordinario. L’esperienze poi del Congo e del Laos rappresenteranno per lui un profondo cambiamento nell’approccio alla società nel suo complesso. E' così che nasce per Serge Latouche l'idea di decrescita felice; infatti, 'decrescere significa in realtà far crescere tutto ciò che ci è negato da uno sviluppo forsennato: la gioia di vivere, la qualità dell’aria, dell’acqua e del cibo, la convivialità'.

La scoperta dell’ecologia è poi stato, per Latouche, un passo decisivo verso il pensiero della decrescita. Fin dalla sua apparizione, la parola suonò blasfema e ancor più adesso, nell’abisso della crisi, quando si continua a invocare la crescita come soluzione. È il grande abbaglio dello 'sviluppo sostenibile', contro cui Latouche non smette di obiettare con tutta la forza dei suoi argomenti, diventati ormai parole d’ordine di vasti movimenti: prosperità senza crescita, abbondanza frugale, ecosocialismo. Superando i valori di consumo e sprechi possiamo trovare vie alternative e garantirci un mondo più giusto. Potremo uscire dal depauperamento delle risorse terrestri per una nuova era.

Un libro che consiglio a tutti. Questa mia recensione naturalmente non tratta tutti i numerosi argomenti incontrati e trattati nel libro; vedi la questione monetaria; l'aspetto antropologico; la trattazione dell'opulenza e della prospettiva sociale; della vita in città-quartiere; della campagna; del turismo e del lavoro; della misurazione della felicità; della resilienza -ovvero la capacità di un corpo di ritrovare il suo stato iniziale dopo aver subito l’effetto di una forza esterna...per finire con le varie implicazioni psicoanalitiche; quest'ultime contaminazioni psicoanalitiche giocano poi un ruolo importante per l'approccio alla realtà; con l'antropologia diventano per Serge Latouche un modo per disvelare l'ideologia della borghesia dominante la fase capitalistica attuale.

La ricchezza dell'indice dei nomi citati nel libro sono un segnale del grande lavoro di riflessione trattato nel libro. Gli autori delle tre interviste sono:Thierry Paquot, Daniele Pepino e Didier Harpagès.
Il libro è di grande stimolo a nuove idee per riuscire a superare gli odierni dogmi dell'economia diventata una religione.
Sì, dice Latouche: questa economia così come è nata dovrà finire; questa invenzione umana così come è iniziata, terminerà.

Serge Latouche ricorda le cose scritte nel suo precedente libro: 'L’invenzione dell’economia'. 'L’economia non ha niente di naturale: è stata inventata. Gli animali non hanno economia, e neppure gli uomini, almeno fino al neolitico. Inoltre, fino al XVII secolo nessuno pensava la realtà come un fatto economico. Siamo stati noi a economicizzare tutto. Tutto è diventato economico, e siamo talmente immersi nell’economia che non riusciamo più a concepire di vivere al di fuori di essa. Anche il nostro linguaggio ne è segnato in modo indelebile.
Continua però la speranza che l'umanità riesca a trovare una dimensione più vera e rispettosa dell'ambiente dove vive.

Io voglio aggiungere una mia riflessione: In questo momento storico in cui una grande massa di uomini si riversa dall'Africa verso l'Europa mette in crisi profonda le nostre certezze economiche: non ci sarà più crescita secondo i meccanismi prospettati dai modelli di economia occidentale. Gli uomini, proprio quelli giunti sul continente europeo ci obbligheranno a fare scelte definitive: vale più una vita umana o il nostro modo di vivere che privilegia i consumi? Non scordiamo che l'occidente raggruppa il 20% della popolazione mondiale e consuma l'80% delle risorse del pianeta.

Non possiamo lasciare all'islamismo la resistenza a tutto questo; non sarà neppure l’autorganizzazione degli esclusi a cambiare le regole che ci governano...solo una nuova autocoscienza potrà salvarci. Diversamente la guerra, che è sempre in corso, diventando una caratteristica delle nostre società, proromperà in ogni cosa.

domenica, agosto 28, 2016

'I filosofi di Hitler' di Yvonne Sherratt

Il libro di Yvonne Sherratt mi è stato utile per comprendere come la filosofia in quel drammatico periodo storico sia stato non solo un elemento per formare una weltanschauung -una visione del mondo- ma anche strumento per plasmarlo.
Il '900 è stato un secolo dove la storia della filosofia ha avuto svolte importanti ed epocali. Tutto si apre con la morte di Nietzsche avvenuta proprio nel 1900. Da allora i tre filosofi tedeschi, Kant, Schopenhauer e Nietzsche, che hanno segnato la cultura tedesca e anche quella europea, verranno indicati come gli artefici ideali per la costruzione del nazismo tedesco. Hitler che leggerà i tre filosofi e con una sua interpretazione arbitraria, per cui si eleverà lui stesso a filosofo, getta le basi per una filosofia che descritta nella sua opera il Mein Kampf.

La filosofia tedesca mostra il suo lato oscuro e diventa la ragione per giustificare una violenza mai conosciuta prima.
All'origine di tutto c'è l'antisemitismo dei tre filosofi e l'applicazione di un ideale di evoluzione sociale mutuata da studiosi del darwinismo, quali Ernst Haeckel e Karl Wilhelm von Nägeli, che esportava la sopravvivenza del più adatto o del più forte ai tipi di società. Era in sintesi l'applicazione del darwinismo sociale. Uno storico molto seguito che avallava quella teoria fu Oswald Spengler. Il darwinismo sociale si propose subito come una filosofia di legittimazione del potere, sia esso coloniale, razziale o di classe. Questa derivava in verità da Herbert Spencer (1820-1903)i cui concetti furono espressi da lui ancora prima di tutti: più propriamente il darwinismo sociale dovrebbe essere definito spencerismo sociale.

Durante il secolo XX i teorici del nazismo Hitler e Rosenberg senza mai nominare Darwin, lo utilizzarono largamente sia in senso eugenetico, sia per eliminare, a milioni, ebrei, zingari, testimoni di Geova, oppositori politici, prigionieri di guerra nei campi di concentramento.
Charles Darwin tuttavia non sposò mai le tesi classiste, razziste e sessiste. Il darwinismo sociale si presenta, quindi, come una ideologia con pretese di scientificità, che vede nelle lotte civili, nelle ineguaglianze sociali e nelle guerre di conquista l'estensione alla specie umana di una supposta legge generale di natura che si esprime nello struggle for life and death, a sua volta generalizzato come solo meccanismo della selezione naturale; in tal modo esso vuole legittimare, sul piano biologico-antropologico, le disparità tra gli uomini e l'eliminazione dei più deboli.

L'antisemitismo creerà una frattura profonda nella cultura tedesca: dietro la concezione di un Reich millenario si uccise e venne amputata una intellighenzia europea eccezionale. Theodor Adorno, Max Horkheimer, Walter Benjamin, Ernst Cassirer, Hannah Arendt, Karl Lowith, Theodor Lessing, Karl Jaspers e vari altri furono ridotti al silenzio o costretti all'esilio.
Altri filosofi, tra i quali spiccano i nomi di Martin Heidegger, Carl Schmitt, Alfred Rosenberg, Wilhelm Grau, Alfred Bӓumler, Ernst Krieck e Max Boehm, contribuirono invece nel dare al nazismo una facciata di rispettabilità che gli mancava e che non avrebbe mai dovuto avere...
Un filosofo che emerge nel dissenso interno è Kurt Huber, egli fu il professore animatore della Rosa Bianca e per questo giustiziato. Con lui emergono i tratti personali e intimi che stridono dolorosamente con le storie dei colleghi dei capitoli precedenti: vincitori sul mercato delle idee e carrieristi accademici le cui vicende paiono di rara meschinità e squallore. Heidegger su tutti si rivelerà un opportunista, uno squallido detrattore dei suoi maestri e sentito in difficoltà solo davanti ad una destituzione (arrivata nel dopo crollo nazista) che lui aveva riservato agli altri. L'opera di Yvonne Sherratt è senza dubbio un importante lavoro per conoscere molti aspetti della filosofia tedesca. Un discorso che trova in Martin Heidegger e i suoi interrogativi sulla persona e sulle idee una specie di emblema. Quanto sopravvive ancora di antisemitismo e di nazistificazione nella filosofia tedesca? Idee quelle sviluppate da Heidegger che hanno trovato nella cultura filosofica europea una contaminazione che giunge fino ai nostri giorni.

Coerente con le tesi di Yvonne Sherratt la citazione da Theodor Adorno, ovvero la replica del filosofo e musicologo tedesco all’ex nazista Peter R. Hofstätter, che, guarda caso, aveva fatto carriera e che lo accusava di voler opprimere la nazione con il senso di colpa: 'L’orrore di Auschwitz, se lo sono dovuto assumere le vittime, non coloro che non lo vogliono ammettere' (p. 253).

libro: I filosofi di Hitler
autore: Yvonne Sherratt
editore: Bollati Boringhieri, Bologna 2014
pp. 312, € 24

'I filosofi di Hitler' di Yvonne Sherratt

Il libro di Yvonne Sherratt mi è stato utile per comprendere come la filosofia in quel drammatico periodo storico sia stato non solo un elemento per formare una weltanschauung -una visione del mondo- ma anche strumento per plasmarlo.
Il '900 è stato un secolo dove la storia della filosofia ha avuto svolte importanti ed epocali. Tutto si apre con la morte di Nietzsche avvenuta proprio nel 1900. Da allora i tre filosofi tedeschi, Kant, Schopenhauer e Nietzsche, che hanno segnato la cultura tedesca e anche quella europea, verranno indicati come gli artefici ideali per la costruzione del nazismo tedesco. Hitler che leggerà i tre filosofi e con una sua interpretazione arbitraria, per cui si eleverà lui stesso a filosofo, getta le basi per una filosofia che descritta nella sua opera il Mein Kampf.

La filosofia tedesca mostra il suo lato oscuro e diventa la ragione per giustificare una violenza mai conosciuta prima.
All'origine di tutto c'è l'antisemitismo dei tre filosofi e l'applicazione di un ideale di evoluzione sociale mutuata da studiosi del darwinismo, quali Ernst Haeckel e Karl Wilhelm von Nägeli, che esportava la sopravvivenza del più adatto o del più forte ai tipi di società. Era in sintesi l'applicazione del darwinismo sociale. Uno storico molto seguito che avallava quella teoria fu Oswald Spengler. Il darwinismo sociale si propose subito come una filosofia di legittimazione del potere, sia esso coloniale, razziale o di classe. Questa derivava in verità da Herbert Spencer (1820-1903)i cui concetti furono espressi da lui ancora prima di tutti: più propriamente il darwinismo sociale dovrebbe essere definito spencerismo sociale.

Durante il secolo XX i teorici del nazismo Hitler e Rosenberg senza mai nominare Darwin, lo utilizzarono largamente sia in senso eugenetico, sia per eliminare, a milioni, ebrei, zingari, testimoni di Geova, oppositori politici, prigionieri di guerra nei campi di concentramento.
Charles Darwin tuttavia non sposò mai le tesi classiste, razziste e sessiste. Il darwinismo sociale si presenta, quindi, come una ideologia con pretese di scientificità, che vede nelle lotte civili, nelle ineguaglianze sociali e nelle guerre di conquista l'estensione alla specie umana di una supposta legge generale di natura che si esprime nello struggle for life and death, a sua volta generalizzato come solo meccanismo della selezione naturale; in tal modo esso vuole legittimare, sul piano biologico-antropologico, le disparità tra gli uomini e l'eliminazione dei più deboli.

L'antisemitismo creerà una frattura profonda nella cultura tedesca: dietro la concezione di un Reich millenario si uccise e venne amputata una intellighenzia europea eccezionale. Theodor Adorno, Max Horkheimer, Walter Benjamin, Ernst Cassirer, Hannah Arendt, Karl Lowith, Theodor Lessing, Karl Jaspers e vari altri furono ridotti al silenzio o costretti all'esilio.
Altri filosofi, tra i quali spiccano i nomi di Martin Heidegger, Carl Schmitt, Alfred Rosenberg, Wilhelm Grau, Alfred Bӓumler, Ernst Krieck e Max Boehm, contribuirono invece nel dare al nazismo una facciata di rispettabilità che gli mancava e che non avrebbe mai dovuto avere...
Un filosofo che emerge nel dissenso interno è Kurt Huber, egli fu il professore animatore della Rosa Bianca e per questo giustiziato. Con lui emergono i tratti personali e intimi che stridono dolorosamente con le storie dei colleghi dei capitoli precedenti: vincitori sul mercato delle idee e carrieristi accademici le cui vicende paiono di rara meschinità e squallore. Heidegger su tutti si rivelerà un opportunista, uno squallido detrattore dei suoi maestri e sentito in difficoltà solo davanti ad una destituzione (arrivata nel dopo crollo nazista) che lui aveva riservato agli altri. L'opera di Yvonne Sherratt è senza dubbio un importante lavoro per conoscere molti aspetti della filosofia tedesca. Un discorso che trova in Martin Heidegger e i suoi interrogativi sulla persona e sulle idee una specie di emblema. Quanto sopravvive ancora di antisemitismo e di nazistificazione nella filosofia tedesca? Idee quelle sviluppate da Heidegger che hanno trovato nella cultura filosofica europea una contaminazione che giunge fino ai nostri giorni.

Coerente con le tesi di Yvonne Sherratt la citazione da Theodor Adorno, ovvero la replica del filosofo e musicologo tedesco all’ex nazista Peter R. Hofstätter, che, guarda caso, aveva fatto carriera e che lo accusava di voler opprimere la nazione con il senso di colpa: 'L’orrore di Auschwitz, se lo sono dovuto assumere le vittime, non coloro che non lo vogliono ammettere' (p. 253).

libro: I filosofi di Hitler
autore: Yvonne Sherratt
editore: Bollati Boringhieri, Bologna 2014
pp. 312, € 24