mercoledì, settembre 28, 2016

29 settembre...una canzone?

Io il '29 settembre' lo ricordo come il titolo di una canzone, forse la più bella scritta dall'accoppiata Lucio Battisti-Mogol (Giulio Rapetti). Ora viene ricordato come data di un compleanno: quello di Silvio Berlusconi. In realtà quella data ricordava il compleanno di Serenella la prima moglie di Giulio Rapetti. Era il 1967 e a cantarla fu il gruppo musicale Equipe 84.
Il 29 settembre della canzone era ieri...infatti ad un certo punto la voce di Riccardo Palladini, storico lettore del telegiornale Rai, diceva: 'Oggi, 30 settembre...', proseguendo con...'mi son svegliato e… e sto pensando a te', con un risveglio che quasi sanciva un ritorno alla realtà. La canzone celebrava un tradimento e con il sole ha cancellato tutto e allora...parlo, rido e tu, tu non sai perché… t’amo, t’amo e tu, tu non sai perché...
il protagonista, si svegliava riportando quel tradimento, ad un sogno.
In quello stesso anno, il 1967, i The Beatles pubblicarono Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band, uno degli album-simbolo della musica rock. I Pink Floyd pubblicarono invece il loro primo album: The Piper at the Gates of Dawn; che è ricordato come il primo disco rock psichedelico.
Il '68 era alle porte e a quasi 50 anni da quella canzone possiamo dire che oggi viviamo in un altro mondo. Certo che in questi 50 anni di cose ne sono successe tante. Ad esempio quell'uomo che il 29 settembre di quest'anno compie 80 anni nel suo nome ha segnato per oltre la metà di un lustro la storia d'Italia. Che cosa rimanga di quel che ha fatto, a parte l'impossessamento delle televisioni e il dilagare della pubblicità, però mi è difficile ricordare.
Con Berlusconi il cosiddetto 'edonismo reaganiano' prendeva corpo in Italia con l'avvio del berlusconismo- una continuazione in chiave politica del craxismo. Insieme iniziava un degrado della politica mai raggiunto. Quello precedente si era provvisoriamente chiuso con l'inchiesta di Mani Pulite partita nel 1992. Nel 1994 e la sua discesa in campo, sembrava che una classe dirigente, sospinta dall'antipolitica, potesse dare l'avvio ad una fase nuova, al rinnovamento. Abbiamo visto i risultati e chi erano questi nuovi politici: da Dell'Utri a Previti; da De Gregorio a Scilipoti, Razzi...tutti nati e cresciuti nel mito berlusconiano. Quella che poteva essere una stagione utile a far nascere una destra europea naufragava in una accozzaglia di uomini e forze tutte a suffragio di un leader che guardava soprattutto i suoi interessi personali. Si compiva un tradimento. Berlusconi non solo tradirà la moglie ma anche la politica e gli italiani... La canzone 29 settembre ora potrebbe concludersi con nuove parole: non il sole ma l'età (la sua) e il tempo trascorso ha cancellato tutto e ora parlo, piango e tu, tu lo sai perché… t’odio, t’odio e tu, tu lo sai perché.
No, in verità lui non sa niente e continua come se fosse immortale a tradire -meglio dire fregare- gli italiani e in fondo se stesso. Ma quest'ultima cosa riguarda solo il livello della sua consapevolezza. Oggi avremo bisogno -in chiave diversa- di altri 29 settembre.

ecco la canzone del 1967

sabato, settembre 03, 2016

L’economia è una menzogna - Come mi sono accorto che il mondo si stava scavando la fossa. di Serge Latouche

'L’economia è una menzogna. Come mi sono accorto che il mondo si stava scavando la fossa', di Serge Latouche - edito da Bollati Boringhieri nel 2014- è un libro che racconta, attraverso tre interviste rilasciate tra il 2010 e 2013, le sue esperienze di studioso descrivendo le analisi sull'applicazione di modelli economici effettuati in diverse parti del mondo.
Serge Latouche segue così un percorso di consapevolezza per comprendere quanto i meccanismi del modello di economia occidentale (quella dettata dal mercato libero e con l'obiettivo di aumento continuo dei consumi) persegua uno sviluppo senza fine che porta il mondo a finire nel baratro del disastro ecologico.
Lo sviluppo è paradossalmente il vangelo, sia dell'economia ortodossa, sia di quella marxista con la differenza nel definirsi negativa quando lo sviluppo è esercitato dal capitalismo e positiva quando lo stesso viene perseguito dal socialismo. Tutte e due le economie creano invece insostenibilità e disastri ambientali.

Serge Latouche, ad una specifica domanda sull'occidentalizzazione del mondo, risponde: 'Lo sviluppo è un’impresa di occidentalizzazione del mondo che omogeneizza, pialla tutte le differenze e distrugge tutte le culture. Di fatto le nega. In realtà l’uomo vive nella cultura e per la cultura. E lo sviluppo sostituisce la cultura con che cosa? Con il consumo. In fin dei conti il consumo non ha senso.'.

Serge Latouche, che matura al contempo un’interesse per la sociologia e l’antropologia, portandolo a lavorare come cooperante in Africa e nel Sud Est Asiatico, con una analisi chiara e supportata da molti studi e pubblicazioni arriva a inequivocabili conclusioni. Ed è proprio in Africa, dove ormai si reca tutti gli anni, per tre settimane o un mese, per delle missioni, per insegnare, per fare inchieste, che ha trovato delle risposte alternative al consumismo e all'attuale cosiddetta Scienza Economica.

Fino agli anni ‘60 la Scienza Economica era considerata una sottocategoria del Diritto, al punto che in Europa se volevi studiare quella che oggi si definisce Economia, ti dovevi iscrivere alla facoltà di Diritto e seguire un corso specifico.
Interessante è la disamina che ha portato la Scienza Economica a diventare in poco tempo dopo il '68 da materia di studi finanziari alle aule universitarie e da lì nella vita odierna di tutti. L'Economia ha così trovato la sua legittimazione a diventare unico strumento di gestione delle risorse su scala globale elevandola a Deus ex macchina del mondo contemporaneo.

L'Economia è diventata la religione ufficiale del nostro tempo. Per smantellare i modelli diventati dogmi, il produttivismo e lo sviluppismo, che questa pseudoscienza propone occorre che la filosofia indichi le alternative. E queste ci sono. Ad esempio l'autore cita Epicuro; sì lui e non è anacronistico. Certamente lui come altri ha vissuto un altro tempo; un altro mondo, però il suo pensiero ci coinvolge ancora. Tutte le forme di saggezza sono basate sulla capacità di autolimitarsi. Quindi l'epicureismo, lo stoicismo, il buddhismo la sapienza africana, quella amerindiana ecc. hanno questo principio. L'epicureismo ha poi una austerità gioiosa a differenza dello stoicismo di Seneca.

Un filosofo -potremmo definire recente- Gunther Anders ha scritto 'L'obsolescenza dell'uomo' in cui tratta la tecnica come fabbricatrice di oggetti e anche del corpo umano...tutto diventa merce. Noi ci convinciamo di essere cittadini perché consumiamo. Tutto è obsolescenza.

A pag.62 Latouche dice: 'Mi sembra già straordinario che il ministro dell’Ambiente cinese abbia dichiarato: «Noi distruggiamo il nostro ambiente in modo incredibile; la distruzione si aggira attorno al 12 per cento del PIL annuo, cosa che annullerebbe completamente la nostra crescita se dovessimo finanziare i costi della distruzione». La Cina è un’antichissima civiltà, e penso che malgrado Mao e la rivoluzione culturale, il retroterra confuciano, buddhista e taoista sia sempre presente.'.

Ancora a riguardo interessante è la riflessione descritta da Latouche circa il consumo senza limiti: 'In questa società abbiamo sempre qualcosa che ci manca, il che è l'esatto contrario dell'abbondanza. Non ci sono società dell'abbondanza possibili, se non c'è un limite. E noi siamo in una società dell'illimitato. Occorre fissare dei limiti, perché soltanto se si hanno dei limiti si può sperare di soddisfare i propri desideri o i propri bisogni. I pubblicitari, lo sanno benissimo. Dicono chiaramente: I popoli contenti non consumano'(.) 'È stato il marketing che ci ha fatto uscire dalle crisi cicliche che ogni dieci anni, tra il 1850 e il 1930, producevano una grande povertà. Poi, a partire dalla seconda guerra mondiale, il marketing si è sviluppato enormemente. La cosa si basa su tre pilastri: la pubblicità, il credito e l’obsolescenza programmata. La pubblicità crea il desiderio di acquistare, il credito ce ne fornisce i mezzi e l’obsolescenza programmata arriva in ulteriore soccorso per costringerci a comprare anche se non ne avevamo voglia. La pubblicità dunque svolge una funzione strategica, che consiste nel renderci insoddisfatti di ciò che abbiamo per farci desiderare ciò che non abbiamo. Non è un caso che la pubblicità rappresenti il secondo bilancio mondiale dopo quello degli armamenti (e ormai è quasi pari a quest’ultimo): più di 1000 miliardi di dollari all’anno, 1000 miliardi di inquinamento materiale, perché consuma molto, se si pensa che ognuno di noi riceve tra i 200 e i 250 chili di carta all’anno nella buca delle lettere.'.

Latouche per le proposte spiegate in questo libro si avvale di molti studi fatti da altri ricercatori...Jacques Ellul, Bernard Charbonneau, Nicolas Georgescu-Roegen, Andrè Gorz...e due su tutti: Cornelius Castoriadis e Ivan Illich. Ad ogni modo difficile elencarli tutti.

In Africa ad esempio Latouche parla di un senegalese che lavorava sul Grand Yoff e che aveva appena pubblicato un libro intitolato: L’arcipelago urbano. Con quello studio ha la verifica concreta, sperimentale, di ciò che aveva immaginato o dedotto teoricamente. Questo fu straordinario. L’esperienze poi del Congo e del Laos rappresenteranno per lui un profondo cambiamento nell’approccio alla società nel suo complesso. E' così che nasce per Serge Latouche l'idea di decrescita felice; infatti, 'decrescere significa in realtà far crescere tutto ciò che ci è negato da uno sviluppo forsennato: la gioia di vivere, la qualità dell’aria, dell’acqua e del cibo, la convivialità'.

La scoperta dell’ecologia è poi stato, per Latouche, un passo decisivo verso il pensiero della decrescita. Fin dalla sua apparizione, la parola suonò blasfema e ancor più adesso, nell’abisso della crisi, quando si continua a invocare la crescita come soluzione. È il grande abbaglio dello 'sviluppo sostenibile', contro cui Latouche non smette di obiettare con tutta la forza dei suoi argomenti, diventati ormai parole d’ordine di vasti movimenti: prosperità senza crescita, abbondanza frugale, ecosocialismo. Superando i valori di consumo e sprechi possiamo trovare vie alternative e garantirci un mondo più giusto. Potremo uscire dal depauperamento delle risorse terrestri per una nuova era.

Un libro che consiglio a tutti. Questa mia recensione naturalmente non tratta tutti i numerosi argomenti incontrati e trattati nel libro; vedi la questione monetaria; l'aspetto antropologico; la trattazione dell'opulenza e della prospettiva sociale; della vita in città-quartiere; della campagna; del turismo e del lavoro; della misurazione della felicità; della resilienza -ovvero la capacità di un corpo di ritrovare il suo stato iniziale dopo aver subito l’effetto di una forza esterna...per finire con le varie implicazioni psicoanalitiche; quest'ultime contaminazioni psicoanalitiche giocano poi un ruolo importante per l'approccio alla realtà; con l'antropologia diventano per Serge Latouche un modo per disvelare l'ideologia della borghesia dominante la fase capitalistica attuale.

La ricchezza dell'indice dei nomi citati nel libro sono un segnale del grande lavoro di riflessione trattato nel libro. Gli autori delle tre interviste sono:Thierry Paquot, Daniele Pepino e Didier Harpagès.
Il libro è di grande stimolo a nuove idee per riuscire a superare gli odierni dogmi dell'economia diventata una religione.
Sì, dice Latouche: questa economia così come è nata dovrà finire; questa invenzione umana così come è iniziata, terminerà.

Serge Latouche ricorda le cose scritte nel suo precedente libro: 'L’invenzione dell’economia'. 'L’economia non ha niente di naturale: è stata inventata. Gli animali non hanno economia, e neppure gli uomini, almeno fino al neolitico. Inoltre, fino al XVII secolo nessuno pensava la realtà come un fatto economico. Siamo stati noi a economicizzare tutto. Tutto è diventato economico, e siamo talmente immersi nell’economia che non riusciamo più a concepire di vivere al di fuori di essa. Anche il nostro linguaggio ne è segnato in modo indelebile.
Continua però la speranza che l'umanità riesca a trovare una dimensione più vera e rispettosa dell'ambiente dove vive.

Io voglio aggiungere una mia riflessione: In questo momento storico in cui una grande massa di uomini si riversa dall'Africa verso l'Europa mette in crisi profonda le nostre certezze economiche: non ci sarà più crescita secondo i meccanismi prospettati dai modelli di economia occidentale. Gli uomini, proprio quelli giunti sul continente europeo ci obbligheranno a fare scelte definitive: vale più una vita umana o il nostro modo di vivere che privilegia i consumi? Non scordiamo che l'occidente raggruppa il 20% della popolazione mondiale e consuma l'80% delle risorse del pianeta.

Non possiamo lasciare all'islamismo la resistenza a tutto questo; non sarà neppure l’autorganizzazione degli esclusi a cambiare le regole che ci governano...solo una nuova autocoscienza potrà salvarci. Diversamente la guerra, che è sempre in corso, diventando una caratteristica delle nostre società, proromperà in ogni cosa.

domenica, agosto 28, 2016

'I filosofi di Hitler' di Yvonne Sherratt

Il libro di Yvonne Sherratt mi è stato utile per comprendere come la filosofia in quel drammatico periodo storico sia stato non solo un elemento per formare una weltanschauung -una visione del mondo- ma anche strumento per plasmarlo.
Il '900 è stato un secolo dove la storia della filosofia ha avuto svolte importanti ed epocali. Tutto si apre con la morte di Nietzsche avvenuta proprio nel 1900. Da allora i tre filosofi tedeschi, Kant, Schopenhauer e Nietzsche, che hanno segnato la cultura tedesca e anche quella europea, verranno indicati come gli artefici ideali per la costruzione del nazismo tedesco. Hitler che leggerà i tre filosofi e con una sua interpretazione arbitraria, per cui si eleverà lui stesso a filosofo, getta le basi per una filosofia che descritta nella sua opera il Mein Kampf.

La filosofia tedesca mostra il suo lato oscuro e diventa la ragione per giustificare una violenza mai conosciuta prima.
All'origine di tutto c'è l'antisemitismo dei tre filosofi e l'applicazione di un ideale di evoluzione sociale mutuata da studiosi del darwinismo, quali Ernst Haeckel e Karl Wilhelm von Nägeli, che esportava la sopravvivenza del più adatto o del più forte ai tipi di società. Era in sintesi l'applicazione del darwinismo sociale. Uno storico molto seguito che avallava quella teoria fu Oswald Spengler. Il darwinismo sociale si propose subito come una filosofia di legittimazione del potere, sia esso coloniale, razziale o di classe. Questa derivava in verità da Herbert Spencer (1820-1903)i cui concetti furono espressi da lui ancora prima di tutti: più propriamente il darwinismo sociale dovrebbe essere definito spencerismo sociale.

Durante il secolo XX i teorici del nazismo Hitler e Rosenberg senza mai nominare Darwin, lo utilizzarono largamente sia in senso eugenetico, sia per eliminare, a milioni, ebrei, zingari, testimoni di Geova, oppositori politici, prigionieri di guerra nei campi di concentramento.
Charles Darwin tuttavia non sposò mai le tesi classiste, razziste e sessiste. Il darwinismo sociale si presenta, quindi, come una ideologia con pretese di scientificità, che vede nelle lotte civili, nelle ineguaglianze sociali e nelle guerre di conquista l'estensione alla specie umana di una supposta legge generale di natura che si esprime nello struggle for life and death, a sua volta generalizzato come solo meccanismo della selezione naturale; in tal modo esso vuole legittimare, sul piano biologico-antropologico, le disparità tra gli uomini e l'eliminazione dei più deboli.

L'antisemitismo creerà una frattura profonda nella cultura tedesca: dietro la concezione di un Reich millenario si uccise e venne amputata una intellighenzia europea eccezionale. Theodor Adorno, Max Horkheimer, Walter Benjamin, Ernst Cassirer, Hannah Arendt, Karl Lowith, Theodor Lessing, Karl Jaspers e vari altri furono ridotti al silenzio o costretti all'esilio.
Altri filosofi, tra i quali spiccano i nomi di Martin Heidegger, Carl Schmitt, Alfred Rosenberg, Wilhelm Grau, Alfred Bӓumler, Ernst Krieck e Max Boehm, contribuirono invece nel dare al nazismo una facciata di rispettabilità che gli mancava e che non avrebbe mai dovuto avere...
Un filosofo che emerge nel dissenso interno è Kurt Huber, egli fu il professore animatore della Rosa Bianca e per questo giustiziato. Con lui emergono i tratti personali e intimi che stridono dolorosamente con le storie dei colleghi dei capitoli precedenti: vincitori sul mercato delle idee e carrieristi accademici le cui vicende paiono di rara meschinità e squallore. Heidegger su tutti si rivelerà un opportunista, uno squallido detrattore dei suoi maestri e sentito in difficoltà solo davanti ad una destituzione (arrivata nel dopo crollo nazista) che lui aveva riservato agli altri. L'opera di Yvonne Sherratt è senza dubbio un importante lavoro per conoscere molti aspetti della filosofia tedesca. Un discorso che trova in Martin Heidegger e i suoi interrogativi sulla persona e sulle idee una specie di emblema. Quanto sopravvive ancora di antisemitismo e di nazistificazione nella filosofia tedesca? Idee quelle sviluppate da Heidegger che hanno trovato nella cultura filosofica europea una contaminazione che giunge fino ai nostri giorni.

Coerente con le tesi di Yvonne Sherratt la citazione da Theodor Adorno, ovvero la replica del filosofo e musicologo tedesco all’ex nazista Peter R. Hofstätter, che, guarda caso, aveva fatto carriera e che lo accusava di voler opprimere la nazione con il senso di colpa: 'L’orrore di Auschwitz, se lo sono dovuto assumere le vittime, non coloro che non lo vogliono ammettere' (p. 253).

libro: I filosofi di Hitler
autore: Yvonne Sherratt
editore: Bollati Boringhieri, Bologna 2014
pp. 312, € 24

'I filosofi di Hitler' di Yvonne Sherratt

Il libro di Yvonne Sherratt mi è stato utile per comprendere come la filosofia in quel drammatico periodo storico sia stato non solo un elemento per formare una weltanschauung -una visione del mondo- ma anche strumento per plasmarlo.
Il '900 è stato un secolo dove la storia della filosofia ha avuto svolte importanti ed epocali. Tutto si apre con la morte di Nietzsche avvenuta proprio nel 1900. Da allora i tre filosofi tedeschi, Kant, Schopenhauer e Nietzsche, che hanno segnato la cultura tedesca e anche quella europea, verranno indicati come gli artefici ideali per la costruzione del nazismo tedesco. Hitler che leggerà i tre filosofi e con una sua interpretazione arbitraria, per cui si eleverà lui stesso a filosofo, getta le basi per una filosofia che descritta nella sua opera il Mein Kampf.

La filosofia tedesca mostra il suo lato oscuro e diventa la ragione per giustificare una violenza mai conosciuta prima.
All'origine di tutto c'è l'antisemitismo dei tre filosofi e l'applicazione di un ideale di evoluzione sociale mutuata da studiosi del darwinismo, quali Ernst Haeckel e Karl Wilhelm von Nägeli, che esportava la sopravvivenza del più adatto o del più forte ai tipi di società. Era in sintesi l'applicazione del darwinismo sociale. Uno storico molto seguito che avallava quella teoria fu Oswald Spengler. Il darwinismo sociale si propose subito come una filosofia di legittimazione del potere, sia esso coloniale, razziale o di classe. Questa derivava in verità da Herbert Spencer (1820-1903)i cui concetti furono espressi da lui ancora prima di tutti: più propriamente il darwinismo sociale dovrebbe essere definito spencerismo sociale.

Durante il secolo XX i teorici del nazismo Hitler e Rosenberg senza mai nominare Darwin, lo utilizzarono largamente sia in senso eugenetico, sia per eliminare, a milioni, ebrei, zingari, testimoni di Geova, oppositori politici, prigionieri di guerra nei campi di concentramento.
Charles Darwin tuttavia non sposò mai le tesi classiste, razziste e sessiste. Il darwinismo sociale si presenta, quindi, come una ideologia con pretese di scientificità, che vede nelle lotte civili, nelle ineguaglianze sociali e nelle guerre di conquista l'estensione alla specie umana di una supposta legge generale di natura che si esprime nello struggle for life and death, a sua volta generalizzato come solo meccanismo della selezione naturale; in tal modo esso vuole legittimare, sul piano biologico-antropologico, le disparità tra gli uomini e l'eliminazione dei più deboli.

L'antisemitismo creerà una frattura profonda nella cultura tedesca: dietro la concezione di un Reich millenario si uccise e venne amputata una intellighenzia europea eccezionale. Theodor Adorno, Max Horkheimer, Walter Benjamin, Ernst Cassirer, Hannah Arendt, Karl Lowith, Theodor Lessing, Karl Jaspers e vari altri furono ridotti al silenzio o costretti all'esilio.
Altri filosofi, tra i quali spiccano i nomi di Martin Heidegger, Carl Schmitt, Alfred Rosenberg, Wilhelm Grau, Alfred Bӓumler, Ernst Krieck e Max Boehm, contribuirono invece nel dare al nazismo una facciata di rispettabilità che gli mancava e che non avrebbe mai dovuto avere...
Un filosofo che emerge nel dissenso interno è Kurt Huber, egli fu il professore animatore della Rosa Bianca e per questo giustiziato. Con lui emergono i tratti personali e intimi che stridono dolorosamente con le storie dei colleghi dei capitoli precedenti: vincitori sul mercato delle idee e carrieristi accademici le cui vicende paiono di rara meschinità e squallore. Heidegger su tutti si rivelerà un opportunista, uno squallido detrattore dei suoi maestri e sentito in difficoltà solo davanti ad una destituzione (arrivata nel dopo crollo nazista) che lui aveva riservato agli altri. L'opera di Yvonne Sherratt è senza dubbio un importante lavoro per conoscere molti aspetti della filosofia tedesca. Un discorso che trova in Martin Heidegger e i suoi interrogativi sulla persona e sulle idee una specie di emblema. Quanto sopravvive ancora di antisemitismo e di nazistificazione nella filosofia tedesca? Idee quelle sviluppate da Heidegger che hanno trovato nella cultura filosofica europea una contaminazione che giunge fino ai nostri giorni.

Coerente con le tesi di Yvonne Sherratt la citazione da Theodor Adorno, ovvero la replica del filosofo e musicologo tedesco all’ex nazista Peter R. Hofstätter, che, guarda caso, aveva fatto carriera e che lo accusava di voler opprimere la nazione con il senso di colpa: 'L’orrore di Auschwitz, se lo sono dovuto assumere le vittime, non coloro che non lo vogliono ammettere' (p. 253).

libro: I filosofi di Hitler
autore: Yvonne Sherratt
editore: Bollati Boringhieri, Bologna 2014
pp. 312, € 24

giovedì, agosto 11, 2016

Il libro: L'arte di essere felici di Arthur Schopenhauer

Che il campione del pessimismo, ossia Arthur Schopenhauer ci indichi la strada per essere felici appare paradossale. Lui che del pessimismo è maestro come potrebbe parlare di felicità? In verità questo libro, che si compone di 50 aforismi o massime, non l'ha scritto con questo titolo ma aveva avviato una raccolta di aforismi sotto la denominazione di Eudemonologia o Eudemonica– ossia dottrina della felicità. Edito da Adelphi ora il libretto ha come sottotitolo i due nomi riportati prima.
Le citazioni che compongono il piccolo libro sono state raccolte tra i vari scritti di Arthur Schopenhauer che aveva in mente di elaborare un manualetto, un piccolo vademecum per vivere in saggezza; per mantenere a lungo uno stato di contrasto alle avversità.

Schopenhauer però non si smentisce; per lui la felicità è solo un eufemismo: 'la felicità e i piaceri sono soltanto chimere che un’illusione ci mostra in lontananza, mentre la sofferenza e il dolore sono reali e si annunciano immediatamente da sé, senza bisogno dell’illusione e dell’attesa'.
Così insieme a 'l'arte per ottenere ragione', 'l'arte di ottenere rispetto', 'l'arte di ignorare il giudizio degli altri', l'arte di conoscere se stessi', 'l'arte di invecchiare', 'l'arte di insultare' e 'l'arte di trattare le donne', Arthur Schopenhauer ha scritto su 'L'arte di essere felici'.
Per Arthur Schopenhauer la vita oscilla tra la noia e il dolore; in mezzo a questi due stati esiste la possibilità, data dall'ingegno, di trovare regole di comportamento che allevino le pene e soprattutto allontanino il dolore.
Un po' come successe per 'l'arte di invecchiare', dove Arthur Schopenhauer raccolse citazioni, riflessioni, appunti, massime e norme comportamentali -a cui diede il nome di Senilia- per rendere sopportabile e perfino piacevole la vecchiaia; qui condensa la sapienza per farci vivere meglio. La filosofia come conoscenza sapienziale, saggezza pratica. Tutto con il fine di vivere il meno infelici possibile. Vivere passabilmente.

Vediamo qualche consiglio di Arthur Schopenhauer annotato come massima nel libro:
Viviamo il presente. Il meglio che il mondo ci può offrire è un presente quieto e senza dolore. Non guastiamo questo con la ricerca di un futuro sempre incerto che per quanto lottiamo rimarrà sempre nelle mani del destino.
Non essere invidioso. Niente è più implacabile e spietato dell'invidia.
Abbiamo oltre al nostro carattere intellegibile e quello empirico (immutabili) un terzo carattere che è quello acquisito. Quest'ultimo si forma con la vita e la pratica del mondo. Questo carattere artificiale è frutto dell'esperienza e della riflessione. Solo con l'esperienza possiamo imparare ciò che vogliamo e ciò che possiamo. Tramite il carattere acquisito sapremo quali sono i nostri poteri, virtù, doti e quali le debolezze e limiti. Conosciamo la nostra individualità e quindi misurando le nostre forze e debolezze ci risparmieremo molti dolori.
Il possesso e il suo desiderio determinano l'infelicità. La ricchezza assomiglia all'acqua di mare; quanta più se ne beve, tanto più si ha sete.
Fondamentale, infine, la differenza fra 'ciò che si è' e 'ciò che si ha', perché è il primo che determina il secondo e non viceversa.
Non viviamo come vogliamo ma come possiamo.
La giusta proporzione è la saggezza per vivere quieti per questo dobbiamo vivere in modo giusto tanto il presente quanto il futuro...e attenzione che vive troppo il presente è uno sconsiderato e chi troppo il futuro non avrà più solo un istante tranquillo.
L'uomo saggio non persegue ciò che è piacevole ma l'assenza di dolore.
Non manifestare grande giubilo o grande afflizione per ogni avvenimento; la mutevolezza di tutte le cose può trasformarlo in ogni momento.
La vita degli uomini si compone in un lato soggettivo interno e un lato oggettivo esterno. Nel primo troviamo le gioie e i dolori; con questo abbiamo visto prima come dobbiamo misurarci nei comportamenti a tale proposito. Nel secondo c'è l'immagine della condotta della nostra vita; il modo in cui interpretiamo il nostro ruolo: qui troviamo le virtù, le nostre opere di ingegno, gli atti di eroismo e sempre qui troviamo le distinzioni tra maschi e femmine e soprattutto tra uomo e uomo. Quest'ultimo lato dovrebbe essere sviluppato maggiormente poiché vivendo si ritrova il lato bello della vita...purtroppo non lo seguiamo abbastanza.
La vita è come un gioco ai dadi, se il punto in più non è uscito devi essere tu a correggerlo con la tua abilità.
Seguono poi altre massime; altri aforismi e consigli per una vita se non felice almeno senza grossi dolori.
Un vademecum filosofico pratico per il benessere. Da tenere sul comodino.

domenica, luglio 31, 2016

Una risposta alla decantata guerra dichiarata

Sono tutti intorno ai 30 anni; hanno frequentato le nostre scuole, conoscono il nostro mondo e con quello cresce il loro un odio profondo che trova nel partito dell'Isis un riconoscimento: poi si sa che ogni atto violento e giustificato solo da l'odio troverà in quel movimento terroristico una rivendicazione.
L'Isis ormai rivendica tutto; tutto quanto genera morte, odio, orrore e paura.
Si fa presto a dire guerra, loro lo sono con i metodi vigliacchi, nascosti e subdoli di arruolati senza divisa, patria e affetti. Per noi quale guerra? E' difficile per noi riconoscerli e combatterli.
L'ultimo trovato e responsabile dell'atto terroristico a Dacca è un cittadino canadese: Tamim Chowdhury; un uomo di 30 anni.
In molti terroristi gioca il meccanismo dell'emulazione, del trovarsi affini a quegli stessi che hanno commesso quegli atti mostruosi precedentemente contro di noi; contro il nostro vivere comune.

Si può batterli? Conoscerli anticipatamente? Prevenire i loro atti terroristici? E' difficile. Il lavoro di intelligence spesso non serve... all'apparenza questi criminali in formazione, sono uguali a noi. Pare che l'espressione del nostro nichilismo trovi in questi una dimensione ammantata di significati nuovi.
La morte per la morte nel nome di un Dio di cui è stata decretata la morte ormai da tempo proprio dalla nostra civiltà occidentale.
Nietzsche è sempre attuale: con l'epoca moderna e quella di adesso abbiamo risposto e compiuto ciò che egli si domanda:
'Ma come abbiamo potuto fare ciò? Come potemmo bere tutto il mare? Chi ci diede la spugna per cancellare tutto l’orizzonte? Che cosa abbiamo fatto quando staccammo la terra dalla catena del suo Sole? In quale direzione ora ci muoviamo? Non precipitiamo noi continuamente? Indietro, da un lato, davanti, da tutte le parti? C’è ancora un altro e un basso? Non voliamo come attraverso un nulla senza fine? Non soffia su di noi lo spazio vuoto?… Dio è morto, Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso!' -(Nietzsche, La gaia scienza, p.129, Adelphi)

Perciò avremmo bisogno di un nuovo orizzonte e di un nuovo Dio che, tornando a Nietzsche, sapesse anche danzare. Avremmo bisogno di una filosofia che uccidesse insieme il capitalismo, il mondo mercificato, finanziario ed economizzato...questo potrebbe aiutarci.

sabato, luglio 23, 2016

Fatti di terrorismo ripetuti...quali possibili cause?

In un libro del 1995 Robert Cialdini- psicologo statunitense-, Le Armi Della Persuasione - Come E Perché Si Finisce Col Dire Di Sì, (Giunti editore) dedica un capitolo, 'La riprova sociale', per spiegarci dell'effetto Werther; ovvero la capacità di ripetizione dei suicidi o, nel nostro caso, di emulare le azioni di terrorismo di chi è in in preda dell'aggressività, dello stress e dell'insofferenza del proprio stato sociale. Il caso del giovane terrorista tedesco iraniano potrebbe spiegarsi così; come quello dello del terrorista tunisino a Nizza.

L'autore Robert Cialdini si avvalse per formulare la sua teoria degli studi di David Phillips fatti nel 1979-80.
David Phillips spiegò che quando uscì il romanzo di Goethe, 'I dolori del giovane Werter' -che narra del suicidio del giovane Werther- suscitò una ondata di suicidi emulativi in Europa. Effetto così potente che in diversi paesi le autorità vietarono la circolazione del libro.
Questo suffraga l’idea che noi usiamo le azioni degli altri per decidere quale comportamento tenere soprattutto se queste sono simili a noi. E' un comportamento molto infantile che rivela come spesso si è attratti da comportamenti di coetanei più che da persone che non abbiano la propria età.

Un impatto davvero negativamente formidabile di quanto la condotta dei nostri simili abbia sul comportamento umano.
Negli Stati Uniti spesso assistiamo a omicidi di massa o azioni di uccisioni senza motivo nelle scuole 'a cascata'; azioni che non rimangono mai episodi isolati. Imitazioni drammatiche. È una versione patologica del principio di riprova sociale. Queste persone agiscono in base a come altre persone disturbate hanno agito.
Questo spiegherebbe molti casi di incidenti strani. Le interpretazioni di Phillips permettono oltre che spiegare fatti conosciuti, di predirne di nuovi.
Infatti è stato dimostrato, sempre da Phillips, che se è vero che le persone si vogliono togliere la vita dopo la notizia di fatti eclatanti di terrorismo, allora cercheranno di causare incidenti più terribili possibili in modo da avere conseguenze ancora più tragiche.

Gli ultimi fatti accaduti sembra siano dentro questo solco.

venerdì, luglio 15, 2016

Spero nell'esistenza dell'inferno per i terroristi.

Io che non credo nel Paradiso, in quel godimento che c'è nell'al di là, mi tocca di sperare nell'Inferno in quella atroce punizione che esiste dopo la vita.
Sì, questo lo penso e spero per la punizione di quegli assassini che dietro la maschera islamica uccidono per poi farsi uccidere. Uccidono per uccidere e il solo fatto di essere in odio alla loro vita e quella degli altri. Fanno i martiri di un Dio che nemmeno conoscono e chiamano Allah il misericordioso.

Sì, l'Inferno dovrebbe esistere per dare a questi il giusto castigo; una punizione che altrimenti non pagherebbero per la loro crudeltà, per il loro odio.
Lo strazio e il dolore che questi assassini infondono negli altri è grandissimo: quale giustizia o legge divina può risarcire le vittime? Non c'è sicuramente un Dio così cinico e feroce; beati gli atei e i dispensatori di gioia e felicità.

Che strano Dio disegnano alcuni uomini. Già il fatto di volerlo fautore di regole assurde, di appellativi roboanti, di giudizi estremi...lascia perplessi: ma chi è questo Dio? Ma chi sono questi delinquenti che gridano il suo nome in Allah?

Ma chi è questo Mohamed Lahouaiej Bouhlel? Nome del terrore; nome di un individuo che i genitori hanno allevato, cresciuto e mai penso lo avrebbero visto come un dispensatore di morte. Per lui spero nell'inferno; per lui spero che il suo dio si faccia vivo e lo mandi a morire perennemente tra le sue vittime, in una carneficina che ha solo l'insensatezza di uomini incapaci di amore, di pietà e della vergogna possibile dei loro genitori.

Spero nell'esistenza dell'inferno. Lo so è una stupida consolazione, ma di fronte a tanto dolore e ingiustizia spero che una dannata condanna divina rimargini in parte le ferite di tanti cuori straziati.