giovedì, febbraio 23, 2017

A proposito di ciclismo e di Sestri Ponente...

Imerio Massignan

Bisogna che ricordi per gli amanti del ciclismo sestrini oltre che Coppi, anche di un altro ciclista professionista che approdò a Sestri Ponente avendo sposato la tabaccaia di via Giotto. E fu proprio lì che lo incontrai. Ero entrato per comprare le sigarette -allora ero un fumatore- nel tabacchino che si trovava in via Giotto. Subito non mi resi conto; salutai e mi fermai a guardare un po' quel giovanottone alto e magro che era dietro al banco. Non l'avevo mai visto. Uscii e attraversata la strada entrai nella bottiglieria, sempre in via Giotto, dove c'era mio papà ad aspettarmi.
-Scusa papà, ma nel tabacchino mi sembra di aver visto un ciclista cui io tifavo qualche anno fa...assomiglia moltissimo a Oimerio Massignan. E' per caso lui?
-Sì, rispose mio papà, è lui. Ha sposato la tabaccante.
-Ma va?!?
Riattraversai di corsa la strada e andai a salutarlo e a dirgli che ero un suo ammiratore. Un suo fans. Ricordai di quella tappa memorabile sul Gavia, che avevo sentito alla radio, dove arrivò secondo dopo Charlie Gaul per colpa di due forature. Imerio Massignan fu uno scalatore di grande talento e arrivò a conquistare anche il Gran Premio della Montagna al Tour de France (l'attuale maglia Verde).
Diventammo subito amici e spesso ci trovavamo nella bottiglieria a parlare di ciclismo. Dopo che io lasciai Sestri P. mi capitò di incontrarlo casualmente a Castelletto D'Orba. Ero andato con la famiglia in un ristorante della zona e lo vidi arrivare in bicicletta. Fu una nuova sorpresa... mi disse che si era trasferito a vivere in quella zona. Era contento e sempre in forma.
Ho saputo che oggi è un arzillo ottantenne che non ha abbandonato la bicicletta. Esempio lo scorso anno la FIAB (Federazione Italiana Amici Bicicletta) di Genova ha organizzato una pedalata con Imerio Massignan nella zona dell'ovadese precisamente a Silvano d'Orba dove vive. Bravo Imerio.
Un altro ricordo di Sestri Ponente.

sabato, febbraio 04, 2017

La mia Sestri: una storia nella Storia – Conclusione

Conclusione
La storia e la memoria sono il nostro sapere e il nostro essere; sono anche le radici. La nostra memoria, il sapere delle nostre origini familiari, il più delle volte, si ferma a tre generazioni antecedenti: chissà chi era il nonno del papà di nostro papà? Lo sa chi detiene titoli nobiliari o grosse fortune economiche: per il resto solo oscure vite di miseria e patimenti, vita nei campi e morti precoci: pellagra, scabbia, tubercolosi e poi guerre e ancora guerre, interrompono racconti lineari, uguali e simili.
La nostra storia è nell'esperienza degli avvenimenti irripetibili e individuali. La nostra costruzione è nella riscrittura degli accadimenti attraverso la memoria e il racconto. E' questo senso letterale che dà corpo all'anima e alla memoria. E' la parola che ci definisce; con essa entriamo in un tempo della cultura, che è anche il tempo della nostra malattia.
Noi viviamo da molto il tempo della parola ed è una parola dire tutto ciò. Quanta storia c'è nel tramandarla, nel cercarla? Infatti come è stato possibile arrivare a distinguere il soggetto dall'attributo e il verbo dal nome?
La nostra realtà diventa una misteriosa sintesi tra nome e forma. In ciò scorgiamo il bene e il male, il bello e il brutto; così definire o essere definiti può essere il nostro destino.
Ecco alla fine non ci resta che un semplice racconto a fare la storia; la storia della storia e con essa l'essenza dell'umano.

Io ho provato a raccontare in breve la mia. Ho scritto un racconto che è uno scorcio di vita, è l'occasione per trasmettere un testimone ad un postero. Si dice che con la vita ognuno scrive un libro, io ho voluto riempirlo di parole; sono parole del ricordo, del momento dopo, le parole da dire agli altri: le parole vissute. Per questo è nato il racconto, a raccogliere la vita, a preservarla a renderla preziosa.
Allora eccomi a buttar giù pagine uguali seppur diverse nel disegno; giù pagine come giorni ritrovando cose diverse seppur comuni. E alla fine...ritrovo me che pensavo di aver perso.

Grazie infine a chi legge. Grazie a chi sa far affiorare nuovi pensieri ad antichi percorsi.

Concludo con il ricordare qualche poesia scritta tempo fa con protagonisti la mia famiglia:

Porco belino porco
'Porco belino porco'...così bestemmiava mio papà.
'Porco di un mondo porco', così inveiva sempre papà.
Ancora 'porca miseria porca' continuava papà.
Nelle dolce litanie a base di porco qui e porco là,
si tirava avanti in miseria e onestà.
Ricordo anche quando vinse alla Sisal...furono solo sessantamilalire,
e allora 'Porca puttana porca', si rise per un po'.
Fu davanti ad una tavola bandita con un porco sopra.
Da quel dì il porco venne rivalutato.
Porco al porco in verità non lo aveva mai detto.
Il porco in questione era destinato ad un destino scritto.
'Porco belino porco' qualche volta scappa anche a me
e di riflesso penso a mio papà.

Nonna Attilia
Mia nonna la vedevo sempre girata
a rimestare una pentola nera sopra il rounfò.
Mia nonna teneva il fuoco acceso con legna e carbone.
Dall'altra parte teneva una gallina sotto il lavandino.
Mia nonna parlava in piemontese e basta.
Parlava così con il nonno e mia mamma...e basta.
Con me però si sforzava a parlare in italiano.
Gliel'avevano imposto: se no va male per l'italiano a scuola.
Povero me. Nel tema: 'cosa fai nel tempo libero',
scrivevo sempre la stessa cosa.
Gioco nella gea e salto in cammalletta;
gioco con la zuiarda e le ciappette
faccio la guerra sparando cannette
se vinco poi mangio ciappellette
qualche volta giasciù u reganizzo

Scrivevo tutto in genovese
e non era per la nonna e il suo piemontese
scrivevo quello che sentivo dire dagli amici nella via
ma ancora penso, era farina mia.

Nonno Pietro
Era bello uscire con mio nonno Pietro
mi raccontava sempre cosa c'era dietro,
Dietro ogni cosa, mi spiegava, c'è un significato
e io guardavo tutto, incantato.
Vedi il cavallo che tira il carretto
serve all'uomo per lavoro e diletto.
Ai suoi tempi c'erano i tram a cavalli,
ma lui vedeva lontano e mi diceva: studia, studia... ma stai attento ai credenti,
sono quelli che studiano per rimanere ignoranti.

Mamma Angiolina
Era bella mamma Angiolina
e chi non l'ha bella per un figlio?
Era giovane mamma Angiolina
lo era anche quando se ne è andata...
forse è sempre presto per quella partenza disperata.
Era Nina per tutti, mamma Angiolina.
Per me era carne, odore e voce;
mistero, lacrime e sorrisi...
tutto in un arruffo vitale.

Mamma non trovo più il sale...

Quante minestre ho poi mangiato,
quante polpette ho digerito, cibi di ogni tipo ho assaggiato,
cucine diverse, quelle che ti crescono,
ti fan salire grassi, colesterolo e glicemie
Mamma il tuo cibo mi bastava...
lo dico tardi. Sono le mie anemie.

martedì, gennaio 31, 2017

La mia Sestri: una storia nella Storia – parte undicesima

Parte undicesima

Verso la conclusione...

Voglio finire questa mia carrellata di storia personale intercalata con Sestri Ponente con una Litania, alla maniera di Giorgio Caproni, scritta da me per Sestri Ponente. Per Caproni Sestri era Ansaldo. San Giorgio e la Genova degli uomini destri -ovvero capaci, ingegnosi, laboriosi...
Genova d'uomini destri. Ansaldo. San Giorgio. Sestri
Per me è molto altro:

Litania su Sestri Ponente

Sestri Ponente di cantieri.
Grandi navi oggi e velieri ieri.
Sestri ponente di Calcinara.
Scuole. San Giorgio. Via Manara.

Sestri Ponente del Chiaravagna.
Acqua maligna, acqua che non bagna.
Sestri Ponente della mia adolescenza.
Ginocchia a terra. Cose da fare senza.

Sestri Ponente di via Corradi.
Portoni aperti. Il mio letto e gli armadi.
Sestri Ponente del Cantarena.
Canne, pantano e poca pena.

Sestri Ponente della Corea.
Gente nuova, sestrini ancora senza idea.
Sestri Ponente della manifattura tabacchi.
Donne senza età e senza tacchi.

Sestri Ponente di Attilio.
Corse scalze e primo idillio.
Sestri Ponente di mia madre.
Odore di latte. Cullate nelle strade.

Sestri Ponente dei miei nonni.
Arrivi e partenze senza sonni.
Sestri Ponente del Monte Gazzo.
Madonna e calce diventata un razzo.

Sestri Ponente della mia Anna.
Via Travi. I trogoli. Voglia di panna.
Sestri Ponente di piazza della Chiesa.
Il circolo della musica. Corse per la spesa.

Sestri Ponente delle vasche.
Avanti e indietro con le stesse tasche.
Sestri Ponente della Costa.
Case bianche e niente posta.

Sestri Ponente di mia sorella.
Con Gabriella ha trovato una gemella.
Sestri Ponente di mia zia Mariuccia.
Ravioli. Sughi. Mentuccia.

Sestri Ponente di via Biancheri.
Una sbira e da Berretta per due bicchieri.
Sestri Ponente di Via Vigna.
Mussa de feru. Farinata con forno a legna.

Sestri Ponente di Sidea.
Bignè. Cavolini, una marea.
Sestri Ponente del puntinetto.
Rinfrescume. Passerella. Vista letto.

Sestri Ponente di Bagnara.
Monti. Saldi. Cagnara.
Sestri Ponente di Fossati.
Colpi di maglio. Fucinati.

Sestri Ponente di Piazza dei Micone
Spazi nuovi per cose buone
Sestri Ponente del Bar Luigi
Sorrisi. Gelati. Caffè. Tè grigi.

Sestri Ponente di via Merano.
Bar Grifone. Cinema Vittoria mano nella mano.
Sestri Ponente di tutti quanti.
Tutti ingegneri e mai santi.

venerdì, gennaio 27, 2017

La mia Sestri: una storia nella Storia – parte decima

Parte decima

Mia mamma Nina. Mia mamma era Angiolina, Nina per tutti. Nina era la terzogenita della famiglia Bovio. La madre era Attilia Vacca - nata a Orsara Bormida nel 1882 e morta nel 1961; il padre -mio nonno- era Pietro Bovio - nato a Cremolino e morto nel 1950. Lui faceva il fornaio. Prima aveva un forno suo a Murta e poi lavorò come dipendente in un forno di Sestri Ponente.
Nina era nata il 16 giugno del 1916, era la penultima di quattro sorelle. Mia mamma Nina era quella rimasta in casa anche dopo sposata. Era rimasta con i genitori in via Casimiro Corradi. I genitori di mio papà Attilio abitavano invece in sciu puntinetto, in via Sestri...allora via Garibaldi. Succedeva spesso di rimanere in famiglia; non solo c'era il problema di riuscire ad avere una casa propria per via delle spese, ma c'era presente anche il concetto di coabitazione per aiutarsi: unire le centolire condividendo l'affitto e il vitto. Quel vitto, il mangiare, sarebbe stato meglio definirlo il digiunare.
Nina sposò Attilio, che era anch'esso il terzogenito della sua famiglia.
Le altre sorelle poi sposate erano andate a vivere chi con i genitori del marito o degli suoceri. Le sorelle di Nina erano Ines, Lina e la più giovane Mariuccia.
La prima, Ines, si sposò con Santiago Rizzo di Pegli, e subito dopo la guerra emigrò con il marito in Argentina a Buenos Aires. Santiago era stato durante il regime un capofabbrica fascista e finita la guerra, caduto il fascismo, per lui non c'era più vita: schernito dagli operai e discriminato nelle relazioni decise di partire per l'estero. In Argentina abitarono a Buenos Aires, zona villa Bosch. Santiago trovò lavoro alla Fiat argentina e la zia Ines aprì un negozio di tabacchi. Ines con Santiago ebbero tre figli: Gianfranco, Franco e Maria Grazia, chiamata Puny. Di loro negli anni persi ogni notizia.
Lina sposò un marittimo: Settimio Fabbiani, ed era considerata la più ricca: il marito in giro per il mondo guadagnava bene e nella sua casa di proprietà a Pegli crebbe tre figli: Maria, Nanni ed Enrico. Nanni ed Enrico aprirono un negozio di macelleria in Via Vianson e poi Nanni da solo una macelleria in via Arrivabene a Sestri.
Mariuccia è stata la sorella più vicina a Nina, è stata lei che con il marito Pilade Rapallo, valente meccanico alla Piaggio di Sestri Ponente, (anche lui deportato e finito a lavorare vicino a Berlino) si prese cura di mia sorella Ines-Amelia, quando Nina si ammalò di TBC, crescendola insieme a sua figlia Gabriella come una propria figlia.
Nina, Angiolina, morì il 2 marzo 1958 all'ospedale Maragliano di Genova San Martino.

Per questa morte prematura mia mamma fu da me angelicata.
Nina per me era il sapore di latte, sapore di buono, sapore dolce, un sapore purtroppo perso; perso da un oblio, perso da un rimosso di un abbandono non celebrato. Mia madre morì a 42 anni, io avevo 12 anni.
Mia mamma morì di tubercolosi, una malattia che me la sottrasse anche prima.

Era nel settembre del 1957. Ricordo che l’ultima volta che vidi mia madre non potei abbracciarla. Che era l’ultima volta non lo percepii subito, lei era malata di un male che faceva paura, era infettivo e segnava profondamente anche la vita dei familiari: la TBC. C’era molta ignoranza a quei tempi e si aveva timore che il contagio avvenisse anche con un bacio.
Io per un lungo tempo mi vergognai di dire che mia mamma era morta di tubercolosi. Quella malattia colpiva soprattutto i poveri, e forse io non volevo far sapere che ero povero. Quei pensieri li ho superati.

Il ricordo di mia mamma è ancora vivo. Mia madre gonfia per una cura cortisonica che proprio in quegli anni si sperimentava e che forse se scoperta prima la avrebbe salvata, era a pochi metri e non potevo toccarla. Quel mancato abbraccio, a ripensarci, mi manca anche a distanza di molti anni. Io lo vivo come una grossa mancanza. Chissà se fossi riuscito a baciarla o stringerla anche solo per poco poi l'avrei ricordata meglio. Sei mesi dopo sarebbe morta. Io lo seppi alcuni mesi più tardi, in un parlatorio di una colonia estiva di Andora.
Era agosto, dopo pochi giorni sarei ritornato a casa per trovare un altro collegio, dove finalmente avrei potuto iscrivermi alle scuole medie. Nel collegio precedente ho dovuto ripetere la quinta elementare poiché, seppur promosso, mio papà non era riuscito a trovare l'iscrizione in un istituto dove avrei potuto continuare la scuola in modo regolare. Fui un ripetente mio malgrado.
Mio papà forse non sapeva come dirmi della morte della mamma e così, come si levasse qualcosa dallo stomaco, una giornata d'estate mi vomitò la frase addosso: 'Devi saperlo, la mamma è morta. Non scriverle più lettere. La mamma non c'è più...'. Fu un momento di sospensione che non si può descrivere. Entrai in un'apnea che preludeva a un grido soffocato pronto far iniziare una serie di singhiozzi. Le mie guance si bagnarono come non mai di lacrime. Eppure avrei dovuto essere preparato a quella notizia. Non ricevetti in quei lunghi 5 mesi nessuna lettera di risposta alle tante mie.
‘Cara mamma io sto bene come spero sia di te…’. Ricordo che così iniziavano tutte le mie lettere speditele. A quelle mie lettere non ebbi nessuna risposta. Avrei dovuto capire che qualcosa non andava. Mia mamma era morta dopo pochissimo tempo da quell’incontro e nessuno aveva avuto il coraggio di avvertirmi. Così io continuavo a scriverle. A scriverle e a sognarla. Ma successe che era entrata in gioco l'intuizione: avevo una specie di strana partecipazione nel rivolgere delle mie preghiere alla Madonna. In vita mia non pregai mai così tanto come in quei cinque mesi. Vedere la statua della Madonna a fianco all'altare, era in un certo senso vedere mia mamma: sovrapponevo a quell'immagine la figura di mia mamma.
Di mia mamma mi rimane soprattutto quel ricordo. Ho delle foto, ma il ricordo vale a scaldarmi il cuore più di ogni cosa. Sappiatelo tutti: i nostri genitori in verità non muoiono; noi portiamo nel nostro corpo i loro geni. Noi siamo la loro continuazione nel bene e nel male. Noi siamo semplici portatori di un testimone che ha impresso un atto d'amore.

Molti anni dopo in un tema in seconda media raccontai quel triste avvenimento. Il tema fu letto dall'insegnate in classe e ricordo che tutti gli alunni, nell'ascoltare quel racconto, piansero.
Sono passati più di 50 anni, una vita: amore, figlia, case e lavori e tante cose la riempiono e la invecchiano, ma quel mancato abbraccio mi fa struggere e mi procura ogni tanto un senso di colpa. Così a volte da collegiale circondato da suore prima e da preti poi, rivedevo spesso mia madre in angoli di muro bianco; la rivedevo in sogni come la madonna, la rivedevo in chiesa cui tra voci di preghiera, confondendo la mia che sussurrava solo: mamma.
'Ma non tirartela da orfano! Sei grande.'. Giusto. Anna con un pizzico di ironia mi richiamava alla realtà. Vero. Non si vive di rimpianti e la vita deve andare avanti.

Seguirà parte undicesima

lunedì, gennaio 23, 2017

La mia Sestri: una storia nella Storia – parte nona

Parte nona

Attilio e Mauthausen. Mio papà non mi raccontò molto della sua permanenza a Mauthausen. Attilio mi raccontò che dopo poco tempo era stato inviato nella vicina città di Linz, e poi nello stesso ospedale della città austriaca: un forte calo della vista lo aveva reso quasi cieco. La debolezza aveva attaccato gli occhi e una miopia già forte si era aggravata. In ospedale aveva ritrovato, con i tre pasti al giorno, la salute. Il riuscire a mangiare era la vera medicina. La fame era diffusa e la ricerca di cibo la costante occupazione quotidiana.
Non c’era altra preoccupazione: salvare la pelle e mettere qualcosa in pancia. Ma era difficile. Una volta mi raccontò, quasi piangendo, il ricordo di quando raccolse alcune mele selvatiche cadute da un albero vicino al campo, un militare tedesco lo voleva uccidere sul posto puntandogli il fucile contro, perché lo considerava un ladro. Per il reato di furto si poteva anche essere uccisi sul posto. Mio padre, pregò e pianse. Fu risparmiato, quel soldato tedesco si impietosì, ma l’orrore di poter essere ucciso per una mela selvatica lo accompagnò per sempre.
Il comandante Mauthausen, Franz Ziereis, era solito accogliere i deportati con questa laconica frase: 'Qui vi è solo un’entrata; l’unica uscita è il camino del forno crematorio'.
Mio papà non mi parlò invece della Scala della morte. Dell'esistenza di questa lo venni a sapere documentandomi da solo e attraverso racconti di altri deportati.
Per raggiungere la cava c'era una scala composta da 186 gradini. Quei 186 gradini furono raccontati in un saggio scritto dal giornalista Christian Bernadac che portava come titolo (Les 186 marches) I 186 gradini. Quei 186 gradini scavati in una parete della cava, poi lungo un sentiero che costeggia l'orlo del dirupo e sale fino sulla cinta della collina, sarà chiamata la scala della morte, la via del sangue e il dirupo il muro dei paracadutisti a scherno delle vittime che le SS e i kapò butteranno giù.
Chissà quante volte Attilio avrà percorso quel tragitto. Lui non me lo disse, ma quando nella sua vita sopraggiungeva il ricordo di quel luogo delle lacrime inumidivano i suoi occhi.
Lo stesso Christian Bernadac scrisse anche un secondo volume dal titolo Il nono cerchio- Mauthausen. In quel libro l'autore descrisse minuziosamente, con l'ausilio di documentazione originale costituita da disposizioni scritte, lettere, circolari del comando SS e testimonianze di reduci, quella che era la vita nel campo e nei sottocampi di Mauthausen, vera e propria fortezza del terrore. Nel libro si legge: 'Fortezza…contemporaneamente fortino e acropoli, muraglie gigantesche. Granito e cemento armato dominanti il Danubio; fili spinati e porcellana intreccianti un’insuperabile rete elettrica di protezione. Sì! La più formidabile cittadella costruita sulla Terra dal Medio Evo. Mauthausen dai 155.000 morti'.
Venni a sapere moltissimi anni dopo da testimonianze da chi era andato a visitare questi luoghi della memoria che in una cella c'era una scritta che diceva: Dio se ci sei dovrai chiederci perdono.

Si calcola che siano passati per il complesso dei Lager dipendenti da Mauthausen circa 230.000 deportati provenienti da tutto il mondo: politici, persone di altre religioni, ebrei, omosessuali, zingari, soldati prigionieri di guerra, criminali comuni. Di questi circa il 50%, ben 122.766 prigionieri, vennero assassinati.
Dall’Italia furono deportati a Mauthausen in oltre 8.000 (dei complessivi 22.204 uomini e 1.514 donne deportati nei campi di sterminio tedeschi): di questi 5.750, ben oltre il 50% non tornarono. I sestrini che vi passarono furono molti.

Ora quei luoghi come Auschwitz, Birkenau, Dachau, ecc. sono diventati luoghi della memoria; santuari del ricordo della sofferenza e della disumanità cui può giungere un uomo. All'interno si viveva la crudeltà come una normalità. Una crudeltà tanto efferata che riusciva ad annichilire un naturale odio o spirito di vendetta. Vittime e carnefici perpetuavano un gioco nel nome di una ideologia che aveva la morte come liberazione.
Passerà circa un anno prima che Attilio fosse nelle condizioni di far ritorno a casa, a Sestri P.. Con un lungo viaggio fatto per la maggior parte a piedi, ritornava a Sestri Ponente.
Fortunatamente rientrarono, con altrettante traversie, anche Mario e Bepin. Tutti abitavano a Sestri e avevano le loro famiglie.
Per leggere l'elenco di tutti i lavoratori Ex Deportati a Mauthausen, il 16 Giugno 1944, rilasciato dalla Prefettura di Genova, cliccare QUI. C'è anche il nome del luogo dove hanno trascorso la prigionia.
7 piatti di minestrone. 7 piatti ne ho mangiati: così ricordava il ritorno a casa e l'incontro con mia mamma e i miei nonni materni. 7 piatti di minestrone, uno dopo l'altro, che non riuscirono a colmare un vuoto, una ferita e una magrezza che, poi solo negli anni '70, raggiunta l'età della pensione con l'adipe e il sottomento ne testimoniarono la fine.
Penso che proprio in quei giorni, appena ritornato e congiuntosi con la moglie Angiolina, fui concepito io. Mi penso frutto di una notte d’amore molto intensa; c’era una fame di sentimenti, di sesso, di alimenti, di vita e di amore fuori del comune. La guerra era appena finita e cosa di meglio festeggiarla con una ubriacatura totale? Dopo nove mesi nascevo io. Era il 2 febbraio del 1946: madonna della candelora…

Attilio, al ritorno dalla Germania, aveva ripreso il suo posto nella San Giorgio e poco alla volta si ristabiliva con il lavoro una normalità sconvolta dalla guerra, dalla miseria, dal dolore di migliaia di morti violente. Ecco, ancora penso agli uomini comuni come Attilio che hanno attraversato quei periodi con una strana inconsapevolezza: avevano pochi anni quando diventarono Figli della Lupa e poi Balilla, conoscendo uno Stato totalitario che si prendeva cura di loro con schemi e riti fissi. L'Italia, in fondo era diventata una Patria da soli 60 anni, e solo in quel periodo la si sentiva presente e unificante.
Spesso ho pensato a quello che videro gli occhi di quelli che hanno vissuto nel periodo in cui i miei genitori avevano vent'anni. Chi ha visto la guerra e poi Auschwitz deve essere invecchiato di colpo. Era come se si tenessero tutti per il collo per non scappare e guardare. Dovevano raccontarlo. Dovevamo vedere anche noi, quelli arrivati dopo. Dovevamo tenere la testa rivolta indietro; ma fu per poco. C'era l'impellenza di guardare avanti. Dovevamo sopravvivere, costruire nuove fantascienze e inebriarci con nuove droghe dai nomi astrusi...
Ora si ha voglia di trovare negli altri dei nuovi barbari, si ha voglia di dire sempre che c’è un Dio solo nostro che ci protegge e ci salva. Si ha voglia, ma non serve. La loro e nostra salvezza forse è passata nel perderci.
D'altronde quel Gott mit uns dovrebbe farci pensare sempre. Quel Dio tirato sempre da una parte miete sempre delle vittime.

Quello che hanno visto quegli uomini in una vita, noi forse non riusciremmo a vederne in cento. Un salto quantico, nella storia millenaria dell’uomo, è divenuta una vertigine. Dai piedi scalzi di mio padre siamo passati ad auto superaccessoriate; dai pastrani invernali, alle microfibre poliuretaniche. Ora viviamo a fianco di uomini che hanno visto la fine della Natura, ora che abbiamo la memoria virtuale, una memoria su disco, e abbiamo la possibilità di richiamarla con il semplice gesto di un dito. Con un click.

Attilio rimase vedovo a 44 anni con due figli (io e mia sorella Amelia -chiamata sempre Ines) e non pensò mai di risposarsi; d'altronde scelse una vita che gli piaceva: compagnie e ribotte. Una vita senza particolari patemi se non di salute: il fumo e qualche bicchiere di vino troppo negli anni si fece sentire.
Attilio è morto il 10 febbraio del 1981. Fu un infarto che lo colse sulle scale di casa. Nonno Angelo Boratto -cui io porto il secondo nome- lavorava in una ferriera a Sestri Ponente i suoi quattro figli lavorarono tutti alla San Giorgio di Sestri Ponente: Bepin, Mario e Aldo come operai meccanici e Attilio come fattorino.
La nonna Rosa Agostini era di Galliera Veneta e Angelo Boratto era di Castelfranco Veneto.

Seguirà parte decima

giovedì, gennaio 19, 2017

La mia Sestri: una storia nella Storia – parte ottava

Parte ottava

Attilio. Mio papà Attilio, molto magro, con una vaga somiglianza ad Harold Lloyd, con due spese lenti a far uscire ancora di più gli occhi grandi per la miopia, era nato il 5 maggio 1914. Terzo di quattro figli maschi Attilio era nato a Sestri Ponente e precisamente sul puntinetto.
Da ragazzo aveva alternato il lavoro di maschera al cinema Italia e di cameriere presso La Grotta, il Ristorante da Relio in via Sestri. Il mitico locale costruito come una grotta con stalattiti prese dalle grotte del monte Gazzo e un laghetto artificiale con dentro una barca. Un luogo pieno di fascino che faceva arrivare anche a Sestri Ponente dei turisti. Fausto Coppi poi andava lì a festeggiare molte vincite di Giri, Tours e di tappa.
Quando nacqui io Attilio era scarno, portava ancora i segni della deportazione in Germania. Insieme a lui furono deportati anche i suoi fratelli Giuseppe (Bepin) e Mario. Si salvò solo Aldo (u piccin) perchè aveva fatto il turno di notte.
Il 16 Giugno 1944 c'era stata una trappola: La San Giorgio, dove lavorava Attilio, fu circondata dai tedeschi e furono rastrellati tutti i lavoratori che, caricati su vagoni porta bestiame, sarebbero stati deportati in Germania; destinazione Mauthausen.
In quel giorno del 16 giugno 1944 il rastrellamento di operai e impiegati interessò molte fabbriche: S.Giorgio, Piaggio, Cantieri Navali Ansaldo e Siac. Era la risposta reazionaria dei fascio-nazisti ai tentati scioperi delle fabbriche di Genova Sestri Ponente e Sampierdarena. Nel primo pomeriggio del 16 giugno 1944 la fabbrica venne accerchiata dalle pattuglie delle S.S. aiutate dai repubblichini. Vennero allora presi molti lavoratori, in totale 1500, che messi insieme furono portati su furgoni a Campi, dove su 2 treni, formati da carri bestiame avvolti di filo spinato, intrapresero un lungo viaggio verso Mauthausen, dove giunsero due giorni dopo: il 18 giugno 1944. Quello fu il viaggio più importante della vita di Attilio e non fu fatto per piacere ma come deportato.
Ricordo ancora quando mio padre diceva: Pensa un po’, se appena arrivati in quel campo di concentramento, si fossero sbagliati ed invece dell’acqua avessero fatto uscire dalle docce il gas? Pensa se avessero collegato i bocchettoni alle bombole di Zyclon B? Non sarei più qua.
-Nemmeno io sarei qua:
rispondevo.
I tedeschi avevano bisogno di manodopera operaia, soprattutto di meccanici per le fabbriche d’armi, e allora dopo una selezione rapida furono tutti smistati per le varie città tedesche. Operai da una parte e impiegati dall'altra. Attilio non serviva, egli era un semplice fattorino e a differenza dei miei zii che erano operai meccanici, rimase nei pressi di quel campo. La sua mansione era picco e pala, ovvero piccone e pala utili a lavorare nella vicina cava di pietra.

Mauthausen era un grazioso villaggio austriaco vicino a Linz nel cuore dell'ampia valle del Danubio. Quella cava di granito di Mauthausen era famosa: da lì si estraevano le pietre, con il lavoro forzato -per conto della ditta Deutsche Erd- und Steinwerke GmbH (Officine Tedesche delle Terre e delle Pietre Società r.l.) chiamata spesso con l'acronimo DEST- che servivano per edificare gli edifici monumentali e di prestigio della Germania nazista. L'importanza di questo Lager, che poi diverrà esclusivamente prigione per lo sterminio dei dissidenti, oppositori del regime ed ebrei, portò alla costruzione di un sottocampo detto di Gusen.

A questo punto mi fa piacere segnalare il diario del genovese Mario Magonio: un deportato che lavorava ai Cantieri Navali Ansaldo di Sestri Ponente. Leggendo quel diario si comprende molto di quanto successe ai deportati. Il diario di guerra di Mario Magonio è stato pubblicato da suo figlio Alberto sul web nel 2002. Cliccando qui potrete leggerlo.
Scrive il figlio Alberto nella presentazione: E' un diario di vita quotidiana, di piccole cose e di grandi sofferenze, non è un romanzo di grandi eroismi, non è un tragedia teatrale, è la storia di un' uomo che, come altri milioni di suoi simili, è stato travolto da una guerra che non ha voluto, che non ha capito e non ha saputo contrastare.
Proprio così. Penso che la stessa cosa riguardi anche mio padre. Nel racconto giornaliero di Mario Magonio ci sono riportate le vicissitudini di tanti sestrini. Nel riquadro finale ci sono elencati dei nomi citati nel diario; di sestrini troviamo i seguenti cognomi: Benatti, Consigliere, Desana, Magliochetti, Murta e Roba. Sicuramente molti sestrini sono stati dimenticati o solo sfiorati dalla evocazione presente nel diario.
Leggendo il diario di Mario Magonio ho un quadro di quanto successe ai miei due zii: Bepin e Mario, due meccanici della San Giorgio- deportati insieme a mio papà. Magonio ad esempio finì in una fabbrica alla periferia di Berlino e assistette all'ingresso dell'Armata Rossa nella città. Anche Bepin e Mario furono mandati come 'lavoratori coatti' in altre fabbriche tedesche.
Io ho avuto l'occasione di di conoscere Mario Magonio in età avanzata: era un uomo piccolo con due occhi attenti e uno spirito sempre pronto alla battuta; so che ha vissuto fino a 100 anni di età. Era nato a Genova nel 1919 ed è morto nel 2009. Appassionato di marionette seguirà nel tempo libero fino alla morte il suo Teatro dei Burattini. Sarà un marionettista e sceneggiatore che riportò in vita la maschera genovese di Baciccia.

Un altro diario sulla deportazione a Mauthausen che tratteggia in presa diretta la bruttura della Seconda Guerra Mondiale e di tutto quello che ne è conseguito è pubblicato dall'editore genovese Chinaski. Il diario è stato scritto dall'operaio genovese Orlando Bianconi che in quel fatidico 16 giugno lavorava come elettricista alla Piaggio di Sestri Ponente. Due narrazioni fatte da due operai che avevano -come scrisse il sindacalista sociologo Paolo Arvati nel commemorare Orlando Bianconi- 'Mestiere, orgoglio professionale, coscienza fiera, indipendenza intellettuale. L’operaio medio genovese è infatti adulto, istruito, ad elevata qualificazione professionale: tratti molto nitidi di un soggetto sociale forte, capace di esprimere autonomamente valori e culture'.

l'11 marzo di quello stesso anno ci fu il bombardamento in via Pola nella val Varenna-sopra Pegli-; quindi poco distante da Sestri Ponente, avvenne che un aereo alleato, un 'piper', sganciò tre bombe per colpire un presidio tedesco che si era installato, in località Tre Ponti, nell’edificio in precedenza occupato dalla scuola. Due bombe colpirono invece un caseggiato procurando la morte di 16 vittime civili, tra questi un bimbo di solo un anno e alcuni feriti gravi. La terza bomba rimase inesplosa e fu fatta brillare alcuni giorni dopo. Questo fatto doloroso fu uno dei più tragici sofferti dalla città di Genova durante la guerra. Mio papà mi parlò spesso di questo aereo che veniva chiamato da tutti 'Pipetto'. Questo aereo girava di notte e per questo bisognava oscurare tutte le finestre. Evidentemente in quel caseggiato colpito qualche luce trapelò all'esterno.
Anche se per me era una cosa non vissuta mio papà spesso mi ripeteva:
'Smortâ a lûxe chi l'arîa Pipetto!'- 'Spegni la luce che arriva Pipetto!'.
Ecco oggi potremo dividerci tra chi ha sentito arrivare Pipetto e chi no!

Seguirà parte nona

lunedì, gennaio 16, 2017

La mia Sestri: una storia nella Storia – parte settima

Parte settima

Abbiamo parlato dei personaggi sestrini ma non dell'associazionismo. Le associazioni sestrine sono un ulteriore segnale della vitalità di questo antico Comune. Genova a dire il vero è una delle città italiane che ha un altissimo numero di associazioni che investono tematiche tra le più varie; vanno dagli appassionati di ciclotappi e raccolta di lattine fino ai fans club più esclusivi. Sestri Ponente è per numero di associazioni storiche forse il Municipio più vivace.
Al primo posto va messa la Pubblica Assistenza Croce Verde Sestri Ponente che è un'associazione di volontariato (ONLUS) nata nel 1903 con la sede in via Gian Giacomo Cavalli 5. La sua storia è lunga e non c'è sestrino che non si sia rivolto a lei in qualche momento della vita.
L'Unione Sportiva Sestri Ponente, una società polisportiva nata nel 1897. Molti dei propri atleti hanno partecipato a diverse Olimpiadi e in un paio di occasioni sono arrivati anche alle medaglie d'oro.
La Fratellanza Sportiva Sestrese Calcio, fondata nel 1919, è la nostra squadra verdestellata. Con alti e bassi è sempre riuscita ad infiammare i tifosi sestrini. Ricordo tante partite viste sulle spalle di mio papà nel vecchio campo sportivo di via Chiaravagna.
L'UCAM - Unione Camminatori Amici della Montagna, fondata nel 1930. E' stata creata per chi ha il piacere di camminare sui monti e soprattutto tra l'aria pulita. Negli anni poi si sono aggiunti sciatori e ciclisti. La sede è in via Ciro Menotti 25 A. Qui è presente anche l'associazione: Coro Monti Liguri. Per gli amanti dei cori della montagna...
Per Sestri Ponente vanno ricordate, o meglio non dimenticate, inoltre l'Università Popolare Sestrese nata nel 1907 e che si proponeva di accompagnare, insieme alle conquiste tecniche delle fabbriche -che sempre più si insediavano nel territorio- anche l’elevazione morale e culturale dei lavoratori. Questo sodalizio ha voluto e gestisce l'Osservatorio Astronomico di Genova alle pendici del Monte Gazzo.
La Filarmonica Sestrese, fondata nel 1845 è stata la prima banda musicale ad eseguire l'Inno d'Italia scritto da Mameli. La Filarmonica Sestrese è una delle più importanti associazioni italiane in campo musicale e nel campo della cultura e della solidarietà sociale della città di Genova.

C.N.G.E.I. Corpo Nazionale Giovani Esploratori ed Esploratrici Italiane- Gruppo Genova 5 in Via Priano 3- all'interno del Parco Pubblico Aleadro Longhi presso una antica villa ora Centro Poliassociativo (Villa Brignole, esattamente davanti all’entrata superiore dell’ITIS Calvino e delle piscine di Borzoli). Questa è l'associazione degli scout laici nata intorno al 1915. Lo scoutismo è un movimento educativo attivo da più di cento anni, nato dall'idea di Robert Baden Powell, in Inghilterra, nel 1907. Il Gruppo 5 raccoglie i giovani del ponente ed è attivo dal 1984
Nello stesso edificio di Villa Brignole – al secondo piano- è presente anche l'associazione ONLUS Amici del Chiaravagna, che dal 1987 si impegna a difendere l'ambiente e a promuovere il rispetto del territorio, del lavoro e della salute. Dobbiamo ricordare che con il torrente Chiaravagna, Sestri otteneva il triste primato di avere il corso d'acqua più inquinato d'Italia. Il percolato della discarica di Scarpino andava a finire nel Chiaravagna attraverso il suo affluente Cassinelle.
Altre associazioni da ricordare sono: la Bocciofila Sestrese in via Chiaravagna 107. Una delle bocciofile che resistono e capace di organizzare anche eventi ricreativi; la Società Ciclistica Sestri Ponente in via Vigna 45, nata nel 1992 a rinverdire la passione per il ciclismo sestrino, che ha visto Fausto Coppi tra i suoi concittadini.
I Pagliacci della Lanterna in Viale Ermelinda Rigon 4. Nel solco di Patch Adams, portano sorrisi e solidarietà dove c'è disagio e difficoltà.
Il Museo Gipsoteca Studio Venzano in via Stefano Jacini 4-6. Qui sono raccolti i modelli in gesso di quasi tutte e opere importanti dello scultore Luigi Venzano.

Alcune curiosità: possiamo affermare che in tutta la città di Genova c'è una parte di Sestri Ponente ed è nella calce che è stata prelevata dal monte Gazzo.
Il monte Gazzo alto 419 mt. che è la sede del santuario della Madonna della Misericordia, una volta era ricoperto di una ricca vegetazione formata da lecci e pini marittimi, è diventato sede di molte cave di pietrisco per ricavare la calce...una calce a detta degli esperti buonissima. Da quelle cave hanno ricavato la calce utile a intonacare tutti i palazzi di Genova e non solo.
Ora il monte Gazzo appare un torsolo di mela rosicchiata.
Il monte Gazzo offre con il suo Museo Speleologico, attiguo al Santuario, molte curiosità; una davvero singolare è la tigre con i denti a sciabola. Interessante anche la galleria di ex-voto. Un invito a visitarlo anche ai non sestrini.

Da bambino mio zio Pilade -il marito di mia zia Mariuccia- mi raccontava una storia sulla statua della Madonna del Gazzo che per quanto assurda io la credevo vera. Mi raccontava che quella statua un tempo non era molto alta; non era come la vediamo ora alta 5 metri, dentro quella cappella che pare non riesca più a contenerla, ma molto più piccola. La sua crescita era dovuta non a un miracolo, ma semplicemente alle ripetute imbiancature succedute in molti anni.
Ti vèddi a Madònna du Gazzu a crèsce de un cìtto l'ànnu pe e man de pitûa che sun costrèiti a dâghe. Pe o smog a diventâ sempre ciù nèigra.
Una leggenda che non so quanti altri sestrini l'abbiano sentita.
Quella Madonna, opera dello scultore savonese Antonio Brilla, è visibile da tutta Sestri.

Seguirà parte ottava