sabato, settembre 03, 2016

L’economia è una menzogna - Come mi sono accorto che il mondo si stava scavando la fossa. di Serge Latouche

'L’economia è una menzogna. Come mi sono accorto che il mondo si stava scavando la fossa', di Serge Latouche - edito da Bollati Boringhieri nel 2014- è un libro che racconta, attraverso tre interviste rilasciate tra il 2010 e 2013, le sue esperienze di studioso descrivendo le analisi sull'applicazione di modelli economici effettuati in diverse parti del mondo.
Serge Latouche segue così un percorso di consapevolezza per comprendere quanto i meccanismi del modello di economia occidentale (quella dettata dal mercato libero e con l'obiettivo di aumento continuo dei consumi) persegua uno sviluppo senza fine che porta il mondo a finire nel baratro del disastro ecologico.
Lo sviluppo è paradossalmente il vangelo, sia dell'economia ortodossa, sia di quella marxista con la differenza nel definirsi negativa quando lo sviluppo è esercitato dal capitalismo e positiva quando lo stesso viene perseguito dal socialismo. Tutte e due le economie creano invece insostenibilità e disastri ambientali.

Serge Latouche, ad una specifica domanda sull'occidentalizzazione del mondo, risponde: 'Lo sviluppo è un’impresa di occidentalizzazione del mondo che omogeneizza, pialla tutte le differenze e distrugge tutte le culture. Di fatto le nega. In realtà l’uomo vive nella cultura e per la cultura. E lo sviluppo sostituisce la cultura con che cosa? Con il consumo. In fin dei conti il consumo non ha senso.'.

Serge Latouche, che matura al contempo un’interesse per la sociologia e l’antropologia, portandolo a lavorare come cooperante in Africa e nel Sud Est Asiatico, con una analisi chiara e supportata da molti studi e pubblicazioni arriva a inequivocabili conclusioni. Ed è proprio in Africa, dove ormai si reca tutti gli anni, per tre settimane o un mese, per delle missioni, per insegnare, per fare inchieste, che ha trovato delle risposte alternative al consumismo e all'attuale cosiddetta Scienza Economica.

Fino agli anni ‘60 la Scienza Economica era considerata una sottocategoria del Diritto, al punto che in Europa se volevi studiare quella che oggi si definisce Economia, ti dovevi iscrivere alla facoltà di Diritto e seguire un corso specifico.
Interessante è la disamina che ha portato la Scienza Economica a diventare in poco tempo dopo il '68 da materia di studi finanziari alle aule universitarie e da lì nella vita odierna di tutti. L'Economia ha così trovato la sua legittimazione a diventare unico strumento di gestione delle risorse su scala globale elevandola a Deus ex macchina del mondo contemporaneo.

L'Economia è diventata la religione ufficiale del nostro tempo. Per smantellare i modelli diventati dogmi, il produttivismo e lo sviluppismo, che questa pseudoscienza propone occorre che la filosofia indichi le alternative. E queste ci sono. Ad esempio l'autore cita Epicuro; sì lui e non è anacronistico. Certamente lui come altri ha vissuto un altro tempo; un altro mondo, però il suo pensiero ci coinvolge ancora. Tutte le forme di saggezza sono basate sulla capacità di autolimitarsi. Quindi l'epicureismo, lo stoicismo, il buddhismo la sapienza africana, quella amerindiana ecc. hanno questo principio. L'epicureismo ha poi una austerità gioiosa a differenza dello stoicismo di Seneca.

Un filosofo -potremmo definire recente- Gunther Anders ha scritto 'L'obsolescenza dell'uomo' in cui tratta la tecnica come fabbricatrice di oggetti e anche del corpo umano...tutto diventa merce. Noi ci convinciamo di essere cittadini perché consumiamo. Tutto è obsolescenza.

A pag.62 Latouche dice: 'Mi sembra già straordinario che il ministro dell’Ambiente cinese abbia dichiarato: «Noi distruggiamo il nostro ambiente in modo incredibile; la distruzione si aggira attorno al 12 per cento del PIL annuo, cosa che annullerebbe completamente la nostra crescita se dovessimo finanziare i costi della distruzione». La Cina è un’antichissima civiltà, e penso che malgrado Mao e la rivoluzione culturale, il retroterra confuciano, buddhista e taoista sia sempre presente.'.

Ancora a riguardo interessante è la riflessione descritta da Latouche circa il consumo senza limiti: 'In questa società abbiamo sempre qualcosa che ci manca, il che è l'esatto contrario dell'abbondanza. Non ci sono società dell'abbondanza possibili, se non c'è un limite. E noi siamo in una società dell'illimitato. Occorre fissare dei limiti, perché soltanto se si hanno dei limiti si può sperare di soddisfare i propri desideri o i propri bisogni. I pubblicitari, lo sanno benissimo. Dicono chiaramente: I popoli contenti non consumano'(.) 'È stato il marketing che ci ha fatto uscire dalle crisi cicliche che ogni dieci anni, tra il 1850 e il 1930, producevano una grande povertà. Poi, a partire dalla seconda guerra mondiale, il marketing si è sviluppato enormemente. La cosa si basa su tre pilastri: la pubblicità, il credito e l’obsolescenza programmata. La pubblicità crea il desiderio di acquistare, il credito ce ne fornisce i mezzi e l’obsolescenza programmata arriva in ulteriore soccorso per costringerci a comprare anche se non ne avevamo voglia. La pubblicità dunque svolge una funzione strategica, che consiste nel renderci insoddisfatti di ciò che abbiamo per farci desiderare ciò che non abbiamo. Non è un caso che la pubblicità rappresenti il secondo bilancio mondiale dopo quello degli armamenti (e ormai è quasi pari a quest’ultimo): più di 1000 miliardi di dollari all’anno, 1000 miliardi di inquinamento materiale, perché consuma molto, se si pensa che ognuno di noi riceve tra i 200 e i 250 chili di carta all’anno nella buca delle lettere.'.

Latouche per le proposte spiegate in questo libro si avvale di molti studi fatti da altri ricercatori...Jacques Ellul, Bernard Charbonneau, Nicolas Georgescu-Roegen, Andrè Gorz...e due su tutti: Cornelius Castoriadis e Ivan Illich. Ad ogni modo difficile elencarli tutti.

In Africa ad esempio Latouche parla di un senegalese che lavorava sul Grand Yoff e che aveva appena pubblicato un libro intitolato: L’arcipelago urbano. Con quello studio ha la verifica concreta, sperimentale, di ciò che aveva immaginato o dedotto teoricamente. Questo fu straordinario. L’esperienze poi del Congo e del Laos rappresenteranno per lui un profondo cambiamento nell’approccio alla società nel suo complesso. E' così che nasce per Serge Latouche l'idea di decrescita felice; infatti, 'decrescere significa in realtà far crescere tutto ciò che ci è negato da uno sviluppo forsennato: la gioia di vivere, la qualità dell’aria, dell’acqua e del cibo, la convivialità'.

La scoperta dell’ecologia è poi stato, per Latouche, un passo decisivo verso il pensiero della decrescita. Fin dalla sua apparizione, la parola suonò blasfema e ancor più adesso, nell’abisso della crisi, quando si continua a invocare la crescita come soluzione. È il grande abbaglio dello 'sviluppo sostenibile', contro cui Latouche non smette di obiettare con tutta la forza dei suoi argomenti, diventati ormai parole d’ordine di vasti movimenti: prosperità senza crescita, abbondanza frugale, ecosocialismo. Superando i valori di consumo e sprechi possiamo trovare vie alternative e garantirci un mondo più giusto. Potremo uscire dal depauperamento delle risorse terrestri per una nuova era.

Un libro che consiglio a tutti. Questa mia recensione naturalmente non tratta tutti i numerosi argomenti incontrati e trattati nel libro; vedi la questione monetaria; l'aspetto antropologico; la trattazione dell'opulenza e della prospettiva sociale; della vita in città-quartiere; della campagna; del turismo e del lavoro; della misurazione della felicità; della resilienza -ovvero la capacità di un corpo di ritrovare il suo stato iniziale dopo aver subito l’effetto di una forza esterna...per finire con le varie implicazioni psicoanalitiche; quest'ultime contaminazioni psicoanalitiche giocano poi un ruolo importante per l'approccio alla realtà; con l'antropologia diventano per Serge Latouche un modo per disvelare l'ideologia della borghesia dominante la fase capitalistica attuale.

La ricchezza dell'indice dei nomi citati nel libro sono un segnale del grande lavoro di riflessione trattato nel libro. Gli autori delle tre interviste sono:Thierry Paquot, Daniele Pepino e Didier Harpagès.
Il libro è di grande stimolo a nuove idee per riuscire a superare gli odierni dogmi dell'economia diventata una religione.
Sì, dice Latouche: questa economia così come è nata dovrà finire; questa invenzione umana così come è iniziata, terminerà.

Serge Latouche ricorda le cose scritte nel suo precedente libro: 'L’invenzione dell’economia'. 'L’economia non ha niente di naturale: è stata inventata. Gli animali non hanno economia, e neppure gli uomini, almeno fino al neolitico. Inoltre, fino al XVII secolo nessuno pensava la realtà come un fatto economico. Siamo stati noi a economicizzare tutto. Tutto è diventato economico, e siamo talmente immersi nell’economia che non riusciamo più a concepire di vivere al di fuori di essa. Anche il nostro linguaggio ne è segnato in modo indelebile.
Continua però la speranza che l'umanità riesca a trovare una dimensione più vera e rispettosa dell'ambiente dove vive.

Io voglio aggiungere una mia riflessione: In questo momento storico in cui una grande massa di uomini si riversa dall'Africa verso l'Europa mette in crisi profonda le nostre certezze economiche: non ci sarà più crescita secondo i meccanismi prospettati dai modelli di economia occidentale. Gli uomini, proprio quelli giunti sul continente europeo ci obbligheranno a fare scelte definitive: vale più una vita umana o il nostro modo di vivere che privilegia i consumi? Non scordiamo che l'occidente raggruppa il 20% della popolazione mondiale e consuma l'80% delle risorse del pianeta.

Non possiamo lasciare all'islamismo la resistenza a tutto questo; non sarà neppure l’autorganizzazione degli esclusi a cambiare le regole che ci governano...solo una nuova autocoscienza potrà salvarci. Diversamente la guerra, che è sempre in corso, diventando una caratteristica delle nostre società, proromperà in ogni cosa.

2 commenti:

Luigi Fasce ha detto...

Grazie Giorgio per questa importante segnalazione e splendida recensione.
Mi permetto una "pulciata"



per come ha scritto tu, anche i cambiamenti positivi, porterebbero a reagire ritornando alla fase precedente.
Ci bastano le avversità a cui reagire con resilienza ... certo poi nella società dei consumi c'è l'obeso ... ma anche questa è avversità interna e non esterna, compulsione ... non tutti possiedono la capacità di reagire positivamente nè alle avversità esterne nè alle pulsionalità che provengono dall'interno di Sé. Un abbraccio affettuoso. Luigi Fasce
PS propongo di trovare il modo di invitare Latouche a Genova dove è già stato precendentemente per la presentazione del suo libro

Giorgio Boratto ha detto...

Grazie a te Luigi per la puntuale precisazione sul termine resilienza. Io ho scritto nella relazione la definizione che Latouche riportava nel libro e presa da un altro studios,o che l'aveva coniata per indicare una caratteristica fisica di certi materiali...ora tu giustamente ti riferisci alle persone e alle condizioni soggettive delle persone per cui c'è il discorso positivo o negativo delle fasi vissute precedentemente.Vero. I consumi e la compulsione al consumo hanno ragioni di natura anche psicologica. Certo è che fare consapevolezza e formare coscienze è sempre un grande compito, sia della filosofia che della politica. So che tu sei un politico attento...politico nel senso più positivo del termine.