Oggi è morto Carlin Petrini; un grande italiano che ha avuto anche una copertina sulla rivista americana 'LIFE'. Io l'ho conosciuto durante un incontro al Festival della Scienza a Genova e in quell'occasione scrissi un articolo per Mentelocale.it. Ora per l'occasione lo ripubblico.
Incontro con Carlo Petrini, l’ideatore di Slow Food
di Giorgio Boratto
Il Festival della Scienza di Genova di quest’anno, appena concluso, ci ha dato la ghiotta occasione di ascoltare Carlin Petrini, il fondatore di Slow Food. Dopo l’introduzione di Telmo Pievani, filosofo della scienza, che ha ricordato come la nascita della agricoltura ha rappresentato un’inversione adattativa, ovvero una rivoluzione antropologica, facendo dell’uomo il costruttore del suo ambiente, è intervenuto Carlo Petrini a parlarci del cibo come scienza planetaria.
Pievani ha spiegato che con l’agricoltura nacquero le prime forme sociali e il surplus (una produzione non consumata); di negativo si è avuto però una estinzione di massa di molte specie vitali a discapito di una sola, che si è accresciuta in modo enorme: quella umana. Oggi siamo arrivati a superare i 6 miliardi di persone e per vincere la fame, il ciclo transgenico potrebbe essere la soluzione evoluzionistica. Pievani ha concluso dicendo che ogni volta che si riduce la varietà si riduce anche la capacità di evoluzione. La diversità è il motore dell’evoluzione. La nostra diversità risiede nella nostra unicità che è un mezzo per continuare la specie umana. La mappatura del genoma rappresenta l’inizio della storia. Una nuova storia.
Ma tocca a Petrini, portatore con il movimento Slow Food di una saggezza antica e insieme modernissima, e il suo punto di vista è chiaro: il cibo come cultura, arte e scienza da mettere al centro della nostra vita; perché da come si produce cibo in rapporto con l’ecosistema si determinerà la nostra salvezza. Diversamente fra pochi secoli potremo sparire, come l’hanno già fatto i dinosauri. A questo punto si ricorda come la tragedia di New Orleans abbia scioccato gli statunitensi peggio dell’11 settembre 2001; oggi si avverte con i tifoni trasformati in cicloni, come la natura si stia ribellando.
Petrini:« Io non sono venuto a parlare del lardo di Colonnata o del Pesto genovese, ma sono qui per ricordarvi che 2 foreste su 5 di mangrovie, una barriera millenaria che salvaguardava le coste investite dallo tsunami, sono sparite per colpa dei gamberetti che mangiamo noi. Le foreste di mangrovie sono sparite per costruire vasche per allevare gamberetti». L’ecosistema della piccola pesca è finito. I casi come quello dei gamberetti sono molti. Petrini ricorda che, ritornando all’osteria del suo paese in provincia di Cuneo, non ha trovato più la peperonata fatta con i peperoni quadrati, specialità di Isola d’Asti. La peperonata non sapeva di nulla. Ora i peperoni provengono dall’Olanda e al posto dei peperoni in quel paese coltivano tulipani, che poi spediscono in Olanda…così abbiamo anche un traffico di camion. Come si fa con l’acqua minerale, dove ognuno beve quella di un altro. Non dobbiamo però più sorridere di fronte a queste cose. Questo approccio sconquassa tutto.
Con Slow Food, Petrini dice, si vuole dare dignità all’alimentazione come scienza multidisciplinare. L’alimentazione è botanica, genetica, scienza naturale, fisica, chimica, medicina, tecnica…lo spadellamento che assistiamo ora a tutte le ore è follia pura; è pornografia. Dobbiamo riscoprire la gastronomia delle nostre nonne. La gastronomia è ecologia, uso rispettoso dei prodotti stagionali o di quello che si pesca nella notte. Gli indiani dicevano: se vuoi lanciare la freccia, devi tirare l’arco indietro.
«Ricordiamoci –prosegue Petrini- che l’identità sta nello scambio. Non esiste identità senza scambio e lo dico qui a Genova dove sono avvenuti scambi da sempre. Noi piemontesi abbiamo un piatto: la bagna cauda e non produciamo né acciughe, né olio. Le radici hanno mille rivoli».
Per concludere la sua intelligente relazione, Petrini auspica che la scienza ufficiale ritorni a dialogare per il cibo con i saperi tradizionali, ma non in una dimensione folcloristica, ma come sapienza. La salvaguardia della saggezza antica ci farà scoprire come l’agricoltura tradizionale riuscirà a soddisfare i bisogni in modo ecologico. Una rete di economie locali è la risposta. Le comunità di pescatori che si incontreranno venerdì, nell’ambito di Slow Fish, lo dimostrano: questa è la modernità.
Se impariamo a scegliere nel nostro slow –l’andare tranquillo, con piacere- c’è la rivoluzione di diventare artefici del nostro destino.

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