martedì, dicembre 12, 2017

Comunicazione di destra e di sinistra.

Con l'elezione di Donald Trump a Presidente USA si è fatta ancora più chiarezza di quanta differenza esista nella comunicazione tra destra e sinistra politica. Ora che in Italia si entra in clima elettorale sarà più facile osservarla. Ad esempio le differenze di linguaggio e comunicazione le possiamo constatare guardando anche online i giornali di destra e sinistra (intendendo di sinistra uno schieramento molto ampio che raggruppa anche un centro).
Per la destra prendiamo Il Giornale e Libero; essi hanno come direttori due campioni del pensiero di destra: Alessandro Sallusti e Vittorio Feltri, due conservatori che da sempre hanno sostenuto il potere berlusconiano e supportato i partiti di destra.
Per la sinistra possiamo prendere La Repubblica e Il Manifesto (quest'ultimo dichiaratamente comunista). Due quotidiani molto diversi e parlanti ad un pubblico molto eterogeneo. Il direttore di 'la Repubblica', ne viene da 'La Stampa' (quotidiano da sempre della famiglia Agnelli -proprietari della FIAT ora FCA). Per la destra il discorso parte in modo più semplice: quasi un paradigma della loro filosofia politica, la semplificazione. Per ogni problema una risposta semplice.
Si potrebbe schematizzare che la destra parli alla 'pancia' al basso ventre e invece la sinistra al cervello, alla parte razionale. Un teoria del genere presuppone due tipologie diverse di persone; ma forse la cosa è un po' più complessa e scandagliando il campo psicologico osserveremo che le due diversità a volte si mischiano.
Prima dell'elezione di Donald Trump lessi sul webmagazine valigiablu.it le annotazioni interessanti dello statunitense George Lakoff -linguista cognitivo allievo di Chomsky- che sosteneva che un conservatore è più propenso ad accettare acriticamente le indicazioni che vengono dall'alto mentre un progressista le mette abitualmente in discussione.
Alla base c'è un differente sviluppo dello spirito critico. In breve c'è da una parte l'accettazione della logica del 'Padre forte' che favorisce anche lo sviluppo di alcuni elementi di gerarchia morale che sono alla base del pensiero conservatore classico: Dio è davanti all'uomo, la disciplina va premiata e l'indisciplina punita, i ricchi sono più degni dei poveri, gli adulti contano più dei bambini... gli Stati Uniti contano più degli altri paesi.
Chi matura le proprie convinzioni crescendo in questo modello accetta le indicazioni dell'autorità in modo maggiormente acritico rispetto a quello progressista, che invece è abituato sin dalla giovane età a mettere in discussione le indicazioni che giungono dall'alto. Questo porterebbe a un'accettazione altrettanto acritica di contraddizioni anche evidenti nella proposta politica. Con analisi ancora più approfondite da parte di Lakoff si può sostenere che la 'sinistra' e i progressiti abbiano in sé dei valori di sostegno associati con la prudenza, l'educazione dei figli, la custodia della casa, in generale in linea con la femminilità; ma sono generalmente all'oscuro di questo punto di riferimento. Per la 'destra' e i conservatori esiste invece la capacità di sfruttare maggiormente il 'logos', ovvero il fascino maschile per la bellezza, la violenza e la certezza morale.
Un altro esempio di comunicazione di destra è quella dell'esasperazione del caso particolare per imporre un racconto generale. Esempi sono tantissimi; in ordine di tempo c'è quello di pochi giorni fa quando a Milano alcuni marocchini accoltellano un vigilantes del MCDonald's. Su Libero si poteva leggere che 'Nordafricani massacrano un vigilantes'. O ancora: 'Immigrati accoltellano un addetto alla vigilanza'. In sostanza abbiamo modi diversi per comunicare che hanno dietro oltre che una diversa visione del mondo una sostanziale diversità morale.
Inoltre Lakoff sostiene che le persone tendono a pensare metaforicamente, ragionando attraverso l'analogia piuttosto che con la logica.
Le metafore sono prevalenti nella comunicazione e non le usiamo solo nella lingua; in realtà percepiamo e agiamo in accordo con le metafore. Per Lakoff ci sono le metafore concettuali che non modellano solo la nostra comunicazione, ma anche il modo in cui pensiamo e agiamo. Così succede che i liberali e progressisti cercano di persuadere attraverso la ragione e i fatti, mentre i conservatori usano storie metaforiche ed è per questo che i politici conservatori hanno più successo nel motivare gli elettori.
Ultimo esempio per i conservatori gli immigrati sono stranieri che mettono in pericolo i nostri valori e costumi vitali; sono persone estranee che vivono nell'illegalità facendoci perdere la nostra identità.

giovedì, novembre 30, 2017

Fascismo: il peggio di noi

Nel libro di Albert Einstein, Il mondo come io lo vedo', riporta riguardo alla crisi la frase: 'Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c’è merito. E’ nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l’unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla'.
Per me tutto ciò è vero solo in parte. Infatti nelle grandi crisi politiche e sociali sia italiana e poi tedesca avvenute dopo la prima guerra mondiale, si ebbero risposte che misero in luce il peggio di noi. Proprio nel 1934 (anno della pubblicazione del libro) Hitler divenne Capo dello Stato germanico e insieme si celebravano i 13 anni dell'era fascista.
Per questo penso e sostengo che il fascismo, come il nazismo, non siano stati solo originali movimenti politici ma strutturate risposte alle crisi utili per far sorgere il peggio di ognuno di noi. E' chiaro che le crisi si presentano nella nostra vita in ogni momento e per superarle spesso usiamo risposte già confezionate o per ignavia e senza sforzare troppo il cervello quelle più semplici...

Esempio: drogati? Ammalati da far fuori subito. Zingari e accattoni? Parassiti e ladri da sbattere dentro e buttare via la chiave. Migranti? Meglio dire clandestini che rubano il lavoro agli italiani e da non farli più entrare in Italia. Bisogna chiudere le frontiere. Omosessuali? Pervertiti da tenere lontano. Politici? Tutti corrotti. Tutti attaccati alla loro poltrona. Il più pulito ha la rogna.
E' chiaro che queste risposte fanno, non a caso, di tutta l'erba un fascio. Trovare risposte che salvaguardino i diritti umani e insieme risolvino i problemi con intelligenza senza creare guerre è più complicato. E' difficile, ma certo non impossibile. Così si applica la democrazia e non si cade nel fascismo. Ecco perchè il fascismo è sempre in agguato ed esercitare l'antifascismo diventa un esercizio sempre attuale.

Oggi abbiamo un partito xenofobo, e insieme chi si richiama a movimenti di estrema destra che vorrebbero riportarci a soluzioni già sperimentate con risultati tragici. A questo punto c'è sempre qualcuno che si rivolge alla parte più retriva di ognuno di noi per farla emergere. E' così che il 'piccolo fascista' che risiede in noi è sempre pronto a venir fuori. Eric Berne docet.BR> Il "piccolo fascista" rappresenta la forza arcaica della conservazione, quella che ci tiene legati al sangue, alla tribù, è l'ostacolo più forte all'evoluzione umana. L'ingordigia e la violenza dell'uomo della caverne, che avevano un senso per superare le difficili condizioni di vita di quei tempi, sono giunte fino a noi attraverso il "piccolo fascista", trasformandosi in egoismo e crudeltà.
Si fa presto a cadere in un regime fascio-nazista: basta indicare un nemico reponsabile dei nostri guai e poi via a tenerci allineati e coperti a seguire senza un pensiero autocritico il leader di turno che indica la strada. Così cresce quella che diviene la banalità del male. Hannah Arendt docet.

venerdì, settembre 01, 2017

Abbiamo bisogno dei migranti, ma non sappiamo come.

Pubblicato oggi su Il SecoloXIX questo mio articolo con il titolo: Abbiamo bisogno dei migranti, ma non sappiamo come.

Sono passati moltissimi anni da quando con il fascismo si era attenti alla crescita demografica. Mussolini premiava gli italiani con tanti figli e l'aumento della popolazione era considerata una ricchezza. Nell’agosto 1936, alcuni mesi dopo la proclamazione dell’impero, Mussolini sosteneva: 'hanno diritto all’impero i popoli fecondi, quelli che hanno l’orgoglio e la volontà di propagare la loro razza sulla faccia della terra, i popoli virili nel senso più stretto della parola'.
Erano gli anni che si guardava all'Africa come terra di conquista: Libia ed Etiopia rappresentarono il tentativo di fare dell'Italia una potenza mondiale. Fu invece un fallimento.
Oggi assistiamo ad una migrazione di massa dall'Africa verso l'Europa che spinta dalla miseria e ragioni di fuga da guerre, raggiunge dimensioni epocali. Ma ancora oggi c'è un bisogno per l'Europa di aumento demografico ed ecco che una delle soluzioni alla risoluzione del problema è quello di contare su questi nuovi arrivi.
Qualche settimana fa Eurostat, l’istituto di statistica dell’Unione europea, ha spiegato che nel 2016 la popolazione continentale è cresciuta solo grazie all’immigrazione. Il numero delle nascite è stato pari a quello delle morti (5,1 milioni), mentre il saldo migratorio netto è cresciuto di 1,5 milioni, portando il totale a 511,8 milioni. Lo scorso anno in 13 dei 28 paesi dell’Unione sono morte più persone di quante ne siano nate. Ma non tutti hanno visto calare la propria popolazione totale. Un ampio afflusso di migranti in Germania (perlopiù rifugiati siriani) e uno più ridotto in Finlandia e Polonia hanno fatto sì che il numero di abitanti di questi paesi sia comunque cresciuto.
In un articolo del 14 luglio 2017 su The Economist (Regno Unito) si legge che l'Europa ha sempre più bisogno di migranti. Germania e Italia ne hanno poi un bisogno disperato: senza nuovi arrivati, la loro popolazione declinerebbe rispettivamente del 18 e del 16 per cento. E anche se le migrazioni dovessero continuare, Eurostat prevede che la Germania potrà solo mantenere il proprio livello di abitanti attuale, ovvero 82,8 milioni; mentre l'Italia riuscirebbe a stento a mantenere gli attuali 60 milioni di abitanti.
Che dire? Il grande problema dell'immigrazione forse allora è solo questione di organizzazione; di sapere come fare e cosa fare con i migranti. Oggi esiste una organizzazione che fa acqua da tutte le parti. Ci mangiano le mafie, tutto è allo sbando o demandato ad associazione di volontariato senza nessuna coordinazione. Anche le prefetture che hanno il compito di uno smistamento matematico non sanno fare altro.
Poi esiste anche un moto della Natura, una forza equilibratrice della presenza animale sulla Terra (di cui l'uomo è parte essenziale) e della loro distribuzione. Darwin aveva visto nell'evoluzione della specie una selezione naturale per cui i punti principali sono: variabilità dei caratteri, eredità dei caratteri innati, adattamento all'ambiente, lotta per la sopravvivenza, selezione naturale ed isolamento geografico. Con questo allora si potrebbe leggere nell'arrivo di milioni e milioni di africani sul territorio europeo come una 'nuova speciazione'. Daltronde la storia umana è rappresentata da un continuo spostamento di persone da una parte all'altra del mondo...spesso con eserciti e armi. Oggi con masse armate solo di fame e quest'ultima è l'arma che fa affrontare i rischi più grandi. Pensiamoci. Ed ecco che una severa economia dettata dalla Natura fa sorridere quella dell'Uomo che riporta non alla sopravvivenza, ma ad un Dio Quattrino...succedaneo a quello Trino.

giovedì, agosto 10, 2017

Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia di Carl Gustav Jung, Károly Kerényi

Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia

Un libro che confesso non riuscivo a portare a termine...il libro non è di facile lettura, ma le pagine lette continuavo a rileggerle poiché mi procuravano un notevole piacere; questi prolegomeni, che in sostanza sono l'esposizione di una dottrina, sono un argomento appassionante e trattano l'origine del nostro pensiero o meglio della nascita della cultura: un pensiero sul pensiero che scarnifica il linguaggio portandolo alla sua essenza, alla metafora. Capite la ricchezza?
Il mito è un racconto che narra di ciò che ha fatto e fa l'uomo; in più è lo strumento che -proprio tramite il racconto- mette in contatto con la spiritualità, con la trascendenza, con ciò che diversamente non si conoscerebbe. E così leggendo prima Kàroly Kerènyi (intellettuale e storico delle religioni) e poi le argomentazioni psicologiche di Carl Gustav Jung spesso mi sono abbandonato con il libro aperto sul petto a liberare la fantasia di quanto si può interpretare e pensare partendo da un soggetto mitologico.
Io che ho sempre ammirato, in un certo senso invidiato, chi sa leggere i fatti e le situazioni che viviamo in maniera simbolica con Kerènyi e Jung mi sono trovato in un brodo di giuggiole.
Per C.G.Jung spesso il simbolo è l'anticipazione di una futura situazione della coscienza. Per questo il mito, il simbolo o l'immagine onirica che emergono dall’inconscio predicono, se l'interpretazione è coretta, un futuro comportamento come in un responso oracolare.
Così leggo: 'Ma il mito non è una finzione, in quanto consiste in fatti reali che si ripetono costantemente e che possono venir osservati sempre di nuovo. Esso si produce nell’uomo,e gli uomini hanno destini mitici proprio come gli eroi greci.
Possiamo dunque definire il mito come un vero e proprio linguaggio che l’uomo ha usato dai tempi più arcaici per manifestare di considerarsi parte del cosmo come essere senziente e pensante che lo abita, ma soprattutto in comunione con esso.
L’uomo non vive più in un universo soltanto fisico, ma in un universo simbolico. L’uomo si è circondato di forme linguistiche, di immagini artistiche, di simboli mitici e di riti religiosi a tal segno da non potere vedere e conoscere più nulla se non per il tramite di questa artificiale mediazione.
Ogni aspetto della realtà diviene mezzo possibile di espressione, diviene simbolo unico e necessario per determinare un’appartenenza voluta ma soprattutto ricercata dall’umanità, sin dagli albori.
Il mito è inoltre un linguaggio tramite il quale l’umanità comunica con il naturale e con il sovranaturale. Il sole, la luce e ogni aspetto della realtà rappresentano un legame con Dio tramite il quale la bellezza e la perfezione dell’universo si manifestano in un susseguirsi di immagini archetipiche che trasmettono il messaggio di Dio al creato. Tale messaggio si annuncia tramite la musica, la poesia, la religione, e affonda le sue radici nella cultura dei popoli.'
Bellissimo!

Molto spazio è stato dato alla figura del giovane, del bambino, del divino neonato e mentre Kerènyi tratta questa figura con la storia delle religioni e del mito, Jung ci riporta all'essenza del divenire psicologico, alla sua radice originale: Il Fanciullo diventa un archetipo, una figura universale dell'inconscio collettivo.
Abbiamo così due interpretazioni molto coerenti e vicine: due pensieri che mettono in risalto il simbolo, non è più visto come un mero significante la cui reale essenza è da ricercare al di là di sé stesso, nel significato, ma è visto come una realtà autonoma sia del mito quanto della dinamica psicologica.

Per concludere incollo qui una riflessione fatta nella prefazione al libro di Mario Trevi.
'L’autentica mitologia – scrive Kerémyi – ci è diventata talmente estranea che noi, prima di gustarla, vogliamo fermarci a riflettere [...]. Noi abbiamo perduto l’accesso immediato alle grandi realtà del mondo spirituale – ed a queste appartiene tutto ciò che vi è di autenticamente mitologico –, l’abbiamo perduto anche a causa del nostro spirito scientifico fin troppo pronto ad aiutarci e fin troppo ricco in mezzi ausiliari. Esso ci aveva spiegato la bevanda nel calice, in modo che noi, meglio dei bravi bevitori antichi, sapevamo già che cosa c’era dentro» (pp. 13-14).
D’altra parte, come ribadisce Jung nel- l’introduzione al suo contributo sulla Psicologia dell’archetipo del Fanciullo, «il fatto che i motivi mitologici fino ad oggi venivano trattati abitualmente in campi di studio diversi e separati, come la filologia, l’etnologia, la storia culturale e la storia comparata delle religioni, non ha favorito molto il riconoscimento della loro universalità» (p. 109). A guidare i due studiosi è la medesima convinzione: secondo la quale lo spirito scientifico moderno ha privato l’uomo delle sue reali capacità di comprendere pienamente la realtà'.

Il libro è leggibile gratuitamente in formato PDF a questo indirizzo: https://it.scribd.com/doc/212229523/Jung-Kerenyi-Prolegomeni-allo-studio-scientifico-della-mitologia

lunedì, maggio 22, 2017

Lo scienziato Wolpert Lewis nel suo libro:'Sei cose impossibili prima di colazione. Le origini evolutive delle credenze', analizza le credenze che assumiamo in modo automatico e inconscio.
Il titolo del libro è tratto da una citazione tratta da Attraverso lo specchio di Lewis Carroll. Quando Alice nega di poter credere in una cosa impossibile, la Regina Bianca le risponde: 'Mi sembra che tu non abbia molta pratica. Alla tua età io mi esercitavo mezz'ora al giorno. Certe volte arrivavo a credere anche a sei cose impossibili prima di colazione'.
Lewis Wolpert è un biologo, saggista e scrittore britannico di origine sudafricana. Ingegnere civile in madrepatria, studiò successivamente al King's College di Londra per approfondire i suoi studi in biologia cellulare. Egli è arrivato con i suoi studi alla conclusione che il meccanismo del credere sia stato necessario per la sopravvivenza della specie umana.

Secondo Wolpert le credenze hanno una origine nella storia evolutiva dell'uomo quando ha iniziato a porsi le domande: 'Perché il Sole sorge e tramonta? Perché si nasce e si muore? Perché ci si ammala?'. Questo bisogno innato di trovare sempre una spiegazione ai fenomeni che ci circondano rende molto semplice, quasi automatico, il passaggio verso l’accettazione di credenze ingiustificate e sovrannaturali.
In fondo, credere è facile. Con la conseguente evoluzione del cervello e lo sviluppo dei concetti di causa ed effetto, la nostra mente è stata 'geneticamente programmata', diventando una vera e propria 'generatrice di credenze', un meccanismo utile ed essenziale per la sopravvivenza della specie. Le credenze fanno così parte della nostra identità.

Naturale, dunque, che la maggior parte delle persone condividano credenze in cose impossibili, religiose o paranormali che siano: i fantasmi, gli spiriti, la parapsicologia, la psicocinesi, la levitazione, la telepatia e l’oroscopo ecc. sono idee demenziali, eppure condivise da molti. C’è chi è convinto di poter parlare coi morti e addirittura il 70% degli americani crede negli angeli.
L'esistenza di idee così forti e radicate nell'uomo hanno una spiegazione scientifica: come abbiamo potuto avere a partire dall'Homo Sapiens, quel punto di vista così straordinario sulle nostre vite? Su vite da spegnere e donare nel nome di un Dio astratto? Ad esempio chi ha credenze mistiche fondamentaliste -e li troviamo in tutte le religioni- crede che la vita futura sia più importante di quella presente, per cui a differenza di chi pensa la vita sia tutto ciò che abbiamo e che dovremo godercela aiutando gli altri a godersela, è pronto a far saltare in aria il mondo.
Ma penso che alla fine la ragione prevarrà; la ragione della Natura, quella che ci vuole animali tra gli animali e soggetti ad una legge evolutiva, prevarrà e non ci saranno vincitori della Cultura di Morte.

Un aspetto paradossale è quello di rivolgersi al proprio Dio, Allah o Geova che sia, come fosse una entità umana; si prega rivolgendogli richieste di pietà, di perdono, di ascolto per esaudire desideri ecc... aspettandoci da questo 'dialogo' delle risposte.
Se ci fosse un marziano ad osservarci certo non capirebbe un Sinodo religioso, dove un mucchio di maschi perlopiù vecchi, che hanno deciso di fare un voto di castità, dovrebbe poi dare delle indicazioni su comportamenti sessuali e di coppia. Naturalmente ai credenti...ma guai agli altri che non credono; infatti a questi vogliono negarne i diritti di essere liberi di praticare l'amore come più si sente...al di là del genere maschile o femminile che sia.
Quel marziano non capirebbe lo spostamento di milioni di persone per raggiungere una cittadina chiamata Mecca dove nella calca perdono la vita centinaia di fedeli al suono di canti inneggianti ad Allah.
La religione e le sue credenze hanno avuto alti e bassi nella storia umana. In questo periodo pare che le religioni siano diventate un elemento di identità forte. Oggi molti popoli tengono a rivendicare il loro credo religioso come comune appartenenza culturale. In momenti di globalizzazione, di uniformità dei mercati e delle mode, la religione diventa per molti uomini e donne l'elemento di distinzione. L'integralismo religioso specie quello islamico sfocia poi in guerre, terrorismo e fanatismo. Cose stupidissime e insieme pericolosissime.

venerdì, maggio 05, 2017

L'Erasmus compie 30 anni

Quest'anno Erasmus compie 30 anni. Questa bella idea di far girare gli studenti europei per studiare presso le sedi universitarie di altri Paesi, ma anche innamorarsi, conoscere il mondo, imparare la cultura della tolleranza, è di una ragazza italiana di nome Sofia Corradi che oggi è stata ribattezzata 'Mamma Erasmus'.
Era il 1969 quando Sofia propose questa idea alla Conferenza dei rettori delle università italiane. L'idea piacque, ma si dovette aspettare il 1986, quando il presidente francese Francois Mitterrand appoggiò la nascita di Erasmus, il cui nome deriva dall'umanista olandese Erasmo da Rotterdam che viaggiò per diversi anni in Europa. Nel 1987 prese ufficialmente il via con i primi studenti dinamici pronti a partire per una esperienza unica nel suo genere.
Ad oggi questo programma di mobilità studentesca europea è arrivata a coinvolgere oltre tre milioni e mezzo di studenti. Le destinazioni più scelte dagli studenti italiani sono in ordine: Spagna; Francia; Germania; Regno Unito; Portogallo.

Nel mio libro, 'Me lo dai un bacio', a Sebastiano - uno dei personaggi principali del romanzo- gli faccio vivere l'esperienza Erasmus. Racconto le sue vicissitudini a Valencia la città che lo ospita. Molti passaggi descrivono l'esaltazione e il tipo di emozioni che si trovano a vivere gli studenti coinvolti in Erasmus. Per Sebastiano soprattutto il primo forte innamoramento con una ragazza francese.

Ecco qui alcuni passaggi del capitolo che riguardano Sebastiano.

Musica a stecca e voglia di volare… era uno stato dell’essere. Dell’essere? Non so come cavolo si potevano chiamare, ma certi stati mentali indotti erano quello che lo facevano volare, stare bene. Evadere. La musica era quella degli U2, le cuffie ben piazzate in testa, in mano un libro e via. Così Sebastiano Tumiati pensava di studiare e per lui i risultati erano buoni, perché così aveva la sensazioni di apprendere. Forse entrava in gioco un livello subliminale, chissà cosa, ma al momento giusto lui sapeva rispondere: del libro tenuto in mano ad occhi chiusi ascoltando la musica riusciva a coglierne il succo. Fantastico. Per Seba, così lo chiamavano tutti, era incredibile, ma provato: funzionava.
Seba era nella stanza della casa di Valencia che condivideva con uno studente tedesco, Gert. Era soltanto da due mesi che si trovava a Valencia per l’Erasmus, ed era soddisfatto della scelta. Il passaparola tra gli studenti che lo avevano sperimentato prima di lui lo avevano convinto: una esperienza formativa unica e fondamentale per il futuro. Lo spartiacque della mia vita, così aveva sentito dire da molti. Lui lo stava sperimentando e fino a quel momento viveva una sorta di continua febbre di novità: amici diversi, ragazze tutte da scoprire… be', quello era da vedere. Poi cucina, abitudini, lingua, luoghi ancora tutto da conoscere.
Una esperienza particolare però erano gli amici nuovi, che l’esperienza del programma Erasmus riservava sempre. Lo aveva sempre sentito dire: ho conosciuto molti amici ed ora potrei girare l’Europa per andarli a trovare. Fantastico.
Ora lui sperimentava anche quello. Oltre che il tedesco Gert compagno di stanza, c’era Rijna, Monica, Tatiana, Marc, Claudine, Jorge…rispettivamente finlandese, italiana, lituana, francese, francese e spagnolo. Meno male che un po’ di spagnolo, di castellano, Seba lo parlava già e allora si trattava solo di perfezionarlo ma soprattutto di comprenderlo meglio perché nei primi giorni ad ascoltare i valenciani parlare non riusciva a capire niente. Troppo veloci ne l’hablar. La mamma, Milena, un poco gli mancava; gli mancavano i suoi piatti di pasta, le frittate e le torte di verdura. Ora in cucina si alternava con Gert e a volte era un disastro: due uova fritte e una scatola di tonno salvavano la situazione.
Musica a stecca. Chiuso nella stanza ascoltava tramite le cuffie e chiuso il libro pensava alla serata a cui andava incontro. Serata? Sbronza si potrebbe aggiungere. Solo due sere prima l’avevano portato a casa sbronzo. Non si ricordava neppure bene chi l’avesse accompagnato… Gert no di sicuro: sbronzo anche lui; forse Monica con Tatiana. Che stupido. Quelle feste, quelle tante feste potevano concludersi in un’altra maniera. Lui lo sapeva, lo voleva, eppure chissà come finivano allo stesso modo: una colossale sbronza. Che lavorasse l’inconscio? Che la sua paura di affrontare la ragazza di cui in quel momento gli faceva battere forte il cuore e pulsare il sesso? Una spiegazione c’era. Paura, paura e ancora paura. Quella sera con Claudine la serata poteva finire diversamente. Claudine, francese di Parigi… e di dove se no? Se è francese è di Parigi! Questo Sebastiano lo aveva sentito dire da molti ragazzi: i francesi sono tutti parigini; sembra che si vergognino di dire che sono di altre città o della campagna. Claudine era la ragazza che gli piaceva di più di tutte. Claudine se n’era accorta subito. La sera che la conobbe rimase incantato ad ascoltarla. Lei parlava e lui con lo sguardo un po’ ebete la osservava continuamente. Non riusciva a distogliere lo sguardo. Claudine, la sera stessa la sognò e prima la pensò tra le sue braccia mentre l’accarezzava dappertutto.

Claudine era una ragazza dolcissima, parlava bene l’italiano perché la madre era italiana. Era anche lei a Valencia per il programma Erasmus: un corso di Economia.
Valencia come Genova, forse più viva, ha lo stesso numero di abitanti ma non disdegnava provare architetture nuove. Anche a Valencia aveva un Acquario importante…quale sarà più grande? Ognuno pensava che era il proprio. Ora dopo molti investimenti Valencia offriva innumerevoli attrattive: dal lungomare Malvarosa, dove si poteva degustare il piatto tipico paella valenciana (una versione con pollo e coniglio della celeberrima paella spagnola), fino al porto che ha ospitato la Coppa America di vela. Girare per Valencia era piuttosto semplice e saltava subito all’occhio come la città era costruita a passo d’uomo: la città vecchia si percorreva facilmente a piedi in pochi minuti. Se poi si voleva andare verso la marina o verso la città delle Arti e delle Scienze, bastava prendere il metrò o i tram che tagliavano tutta Valencia.
Valencia, Claudine, la Spagna, l’amore; lontano da casa da solo e con tanti amici. Che felicità. Troppe cose belle che lo frastornavano. Era quella la vita vera? Hola e ¿que tal? erano state le prime cose dette all’arrivo a Valencia; poi il salir de fiesta, era stata la costante degli impegni serali. Sangria, horchata, cerveza e ancora vino tinto e negroni si alternavano senza soluzione di continuità: grandi bevute e poi tapas a volontà.

domenica, aprile 30, 2017

perché l'antifascismo è sempre attuale

Il 25 aprile 1945 c'è stata la liberazione d'Italia dal governo fascista di Salò e dall'occupazione nazista; questa avvenne grazie alle truppe alleate formate da soldati statunitensi, inglesi, francesi, marocchini, indiani, senegalesi, canadesi, australiani...e a pezzi dell'ex esercito italiano e ai partigiani italiani. Bisogna però dire che il nazifascismo non fu sconfitto in quel giorno e in quell'anno. Il nazifascismo si scoprì che era una malattia dell'uomo; era soprattutto una condizione psicologica, uno stato dell'anima.
Già il fondatore Benito Mussolini e il suo filosofo Giovanni Gentile sostennero che il fascismo era in campo politico qualcosa di nuovo e mai sperimentato...infatti quel fascismo, che poi fu faro per il nazismo, era uno stato dell'anima.

Già uno stato che è poi raffigurabile nello Stato padre-padrone; lo Stato che si prende cura del cittadino dalla culla alla bara. lo Stato totalitario e autoritario, lo Stato che sviluppa la Nazione...ma filosoficamente Benedetto Croce per primo avverte che il fascismo per la sua peculiarità è soprattutto una malattia morale; un malessere che è uno smarrimento di coscienza, una depressione civile e una ubriacatura, prodotta dalla guerra. Fu poi Piero Gobetti con la sua definizione quale 'il fascismo biografia degli italiani' a calarlo ulteriormente nella storia. Ma il fascismo non è solo questo è qualcosa di più è uno strano sentimento che ci tiene legati al sangue, alla tribù e rappresenta l'ostacolo più forte all'evoluzione umana. Una evoluzione che liberi l'uomo dai legami di razza, sangue, nazione...
Per questo l'antifascismo diventa una prerogativa sempre attuale. Il fascismo come il nazismo albergando in ognuno di noi troverà sempre qualche leader politico capace di estrarlo da noi facendogli svolgere il suo ruolo per ripetere la storia degli orrori passati.
L'antifascismo serve per tenerci desti facendo attenzione a chi si professa guida infallibile, leader insostituibile, duce...tutto naturalmente dopo aver dato uno sguardo attento dentro di noi.

domenica, aprile 23, 2017

Dove va il mondo secondo la filosofia di Emanuele Severino -parte terza.

Parte terza

Nel frattempo la rivoluzione di internet continua e come un bubbone cresce di volume in modo esponenziale. Ogni giorno vengono introdotti attraverso l'ipertesto milioni e milioni di dati. Questo fa si che le interconnessioni si moltiplichino e senza che nessuno riesca a controllarle.
Internet ha qualcosa di anarchico nella sua struttura e i cosiddetti nodi ne generano altri per cui i dati vengono ripetuti e ritrasmessi senza soluzione di continuità. Nel momento che io intercetto una comunicazione posso 'salvarla' e ritrasmetterla; posso integrarla, modificarla o distruggerla ma sempre quella comunicazione continuerà a diffondersi.
Internet è in sostanza una piattaforma che con un suo linguaggio -il WWW, ossia il world wide web- ci fornisce le basi con cui metterci in contatto usando oltre dati scritti anche suoni e immagini. Questa è la cosiddetta era digitale: il passaggio ad un codice esadecimale in grado di scandire ogni tipo di informazione. Insomma la summa matematica che rigenera filosofia e arte per ritornare attraverso lo specchio digitale all'originalità del pensiero.
E' chiaro che Internet ha un futuro che sarà fuori controllo. Come la fantascienza non è stata in grado di prevedere Internet così nessuno è in grado di prevedere il futuro tecnologico. Nessuno è in grado di sapere dove questo tipo di tecnologia ci porterà.
La Téchne evocata da Emanuele Severino spaventa molte persone. Io penso che sarà in grado -una volta che ogni abitante della Terra sarà connesso- di trasformare profondamente la società...in positivo; malgrado tutte le degenerazioni che l'uomo continua a portare con sè.

Riguardo al 'Capitalismo senza futuro' titolo di un libro di Emanuele Severino che afferma il suo punto di vista in modo chiaro: il Capitalismo soccomberà.
"Il capitalismo va verso il tramonto non per le contraddizioni che il marxismo ha creduto di trovarvi, ma perché l'economia tecnologica va emarginando l'economia capitalistica."
Con ciò sono d'accordo con Emanuele Severino; anche sull'analisi del declino dell'intera tradizione occidentale - colto in primo luogo come declino della politica, del cristianesimo e di tutte le religioni monoteiste, come ieri del socialismo reale -, svelandone la trasformazione più radicale: il passaggio da una globalizzazione economica a una globalizzazione tecnica...che poi quest'ultima ci porti ad una barbaria ho le mie riserve.

Per Emanuele Severino la civiltà della tecnica, che incarna e realizza la vera anima dell'occidente, ha esteso oggi il suo dominio al mondo intero. Ancora per lui tutta la storia dell’Occidente è la storia del nichilismo, inteso come l’identificazione dell’essere col nulla. Il pensiero occidentale, prima che raggiunga la sua piena trasparenza nel pensiero di Leopardi, non affermerà mai direttamente l’identificazione dell’essere con il suo opposto, eppure questa identificazione scorre sotterraneamente lungo tutta la storia dell’Occidente. Concetti quali divenire, nichilismo, tecnica, poíesis, volontà di potenza, hýbris, arte, poesia, sono l’inconscia espressione di questa folle identità.
Severino, come una Cassandra, denuncia da anni come la tecnica stia distruggendo ogni forma tradizionale di civiltà, cristiana, borghese, marxista.
Il marxismo ad esempio sosteneva il primato della politica sull'economia. Oggi, infatti, è l'esatto contrario. La frase di Marx: I governi sono i comitati d'affari del capitalismo è quanto mai attuale. Solo che ora questo comitato d'affari deve servirsi della tecnica per sopravvivere. E senza rendersene conto è costretto ad agire contro se stesso.

Queste sono le premesse che potranno portarci a un nuovo tipo di società. In parte la Chiesa cattolica con un vecchio fenomeno di desacralizzazione conosce già. Basta pensare che l'Europa sta ridiventando terra di evangelizzazione, diminuisce il numero delle vocazioni e dei matrimoni religiosi rispetto a quelli civili. Sono i ragazzi, a partire da quelli del Nord Africa, che stanno avviando un processo di rinnovamento.
Io osservo con speranza umanitaria che la 'tèchne' ci aiuterà.

giovedì, aprile 13, 2017

Riflessione sul mondo partendo dalla filosofia di Emanuele Severino- seconda parte.

Parte seconda

Ecco la tesi di Emanuele Severino esposta già nel lontano 1972 alla luce di oggi.

La volontà di Trump di aumentare di molto i finanziamento degli armamenti USA non fa che confermare ciò che Emanuele Severino pronosticava riguardo alla volontà di potenza, all'apparato e alla Tecnica. Egli già nel 1972 in un libro sulla Terza guerra mondiale aveva scritto che le grandi potenze che potrebbero scontrarsi sono in realtà destinate al tramonto perché verranno sopraffatte dalla tecnica.
Il capitalismo è forma ed espressione della cultura occidentale. In quanto tale appartiene alla civiltà delle tecnica e, questa è la tesi dell'autore, è destinato a scomparire. Severino indaga le tendenze del presente proprio a partire dai mutamenti fondamentali che il capitalismo moderno sta conoscendo e che ne segneranno, in un futuro più o meno prossimo, l'estinzione.

In una intervista a Daniela Monti, Emanuele Severino risponde:
Continuerà a esistere uno scarto tra obiettivi economici e scopi morali, oppure sarà possibile un ridursi della divaricazione che li separa?
'Le forze che oggi si servono della tecnica sono azioni di grande complessità, e appunto perché si servono della tecnica sono destinate ad assumere uno scopo diverso da quello che è loro proprio: sono destinate al tramonto e la tecnica è destinata a dominarle. Il risultato è sorprendente: la conflittualità tra tali forze diventa una guerra di retroguardia, obsoleta, rispetto al conflitto primario che esiste tra l’insieme di esse e la tecnica. La cultura del nostro tempo, quella umanistica non meno di quella scientifica, si lascia sfuggire il senso autentico di questa destinazione. La tecnica è destinata al dominio perché il sottosuolo essenziale della filosofia degli ultimi due secoli mostra che l’unica verità possibile è il divenire del tutto, in cui viene travolta ogni altra verità e innanzitutto la verità della tradizione dell’Occidente, che pone limiti all’agire tecnico.'.

Che ne è dell’uomo in questo processo di autoaffermazione della tecnica?
'Lo scopo dell’Apparato tecno-scientifico planetario non è il benessere cristiano, capitalistico, comunista, democratico dell’umanità, ma è l’aumento indefinito della potenza; e la conflittualità tra le forze che oggi si combattono rallenta tale aumento. L’arricchimento dei venditori di armi non aumenta la potenza dell’Apparato tecno-scientifico: aumenta il loro capitale. Quindi l’Apparato si potenzia riducendo e infine eliminando tale conflittualità. Lo scopo dell’Apparato — ossia della forma suprema della volontà di potenza — non è l'Uomo: l'Uomo è mezzo per l’incremento della potenza; tuttavia, come il capitalismo, che prima ancora della tecnica ha già come scopo qualcosa di diverso dall'uomo, riesce a dare a quest’ultimo un benessere superiore a quello dei movimenti che, come il socialismo reale, si propongono invece di avere l’Uomo come fine, così, e anzi in misura essenzialmente superiore, accade nell’Apparato, dove ancora più radicalmente del capitalismo l'Uomo non è assunto come fine.'.

Pax technica: è questa la destinazione finale? La fine di ogni conflittualità?
'Prima di prevalere, l’Apparato tecnico planetario è costretto a reagire al tentativo delle forze della tradizione di non farsi mettere da parte. E questa reazione è un episodio — forse tra gli ultimi — delle guerre di retroguardia. La Terza guerra mondiale non può essere uno di questi episodi. Innanzitutto è mondiale se si contrappongono le maggiori potenze, che ancora oggi sono capaci di determinare la distruzione atomica del Pianeta, cioè Stati Uniti e Russia (il duumvirato Usa-Urss ha costituito una delle fasi decisive del passaggio al dominio tecnico del mondo). In esse è più avanzato che altrove il processo in cui la tecnica ha sempre più come scopo il proprio potenziamento. Se si esclude che proprio nei due luoghi primari del potenziamento tecnico abbia a prevalere quella totale cecità tecnologica che non fa loro comprendere l’identità dei loro scopi (cioè il potenziamento della tecnica) e quindi il carattere irreale dei motivi del loro contrapporsi, se cioè si esclude la cecità che impedisce loro di scorgere che il contrapporsi indebolisce e impedisce la realizzazione del loro stesso scopo comune e che li rende sempre più simili, allora non solo una Terza guerra mondiale è impossibile, ma si presenta come inevitabile il prevalere del senso autentico dell'universalismo tecnico. Questa inevitabilità non significa che la pax technica, a cui il prevalere della tecnica conduce, sia la fine di ogni conflittualità, ma determina un mutamento nella configurazione del nemico e della guerra. I nuovi nemici sono le forme storiche destinate a condurre oltre il tempo della stessa dominazione della tecnica — giacché nemmeno questa dominazione ha l’ultima parola. Anzi, l’inizio dell’ultima parola, che peraltro è una parola infinita, incomincia a questo punto.'.

intanto è di oggi la notizia dello sgancio in Afghanistan di una bomba micidiale ad alta tecnologia, da parte degli USA guidati da Donald Trump...cosa e dove ci porterà questa nuova frontiera di guerra?

seguirà una parte terza

domenica, aprile 09, 2017

Dove va il mondo? Alcune riflessioni partendo dalla filosofia di Emanuele Severino

Parte prima

Questa mia premessa vuole esemplificare un passaggio storico che si accompagna allo sviluppo tecnico dell'era digitale.

C'è stata una guerra fra ricchi e poveri e i ricchi l'hanno vinta. Inutile girarci intorno: la verità del mondo economico è questa. Oltretutto ha vinto anche l'economia sulla politica. Oggi comanda l'economia di mercato; oggi il mondo è dei ricchi. Quello che sta succedendo nel nostro mondo è quindi frutto del risultato della guerra fra ricchi e poveri. Se l'emigrazione di massa ha assunto dimensioni bibliche è perchè molte zone del mondo già povere si sono ridotte alla miseria. La vittoria dei ricchi ha affamato milioni di poveri e paradossalmente i rappresentanti dei ricchi hanno conquistato anche posti di potere politico...vedi Donald Trump negli USA o ancora Berlusconi in Italia. Ora quelli che vorrebbero fermare l'emigrazione, fermare lo spostamento delle persone dai paesi in guerra e nazioni alla fame, sono i principali responsabili della causa di ciò. Sono stati i ricchi e insieme le loro Nazioni, che hanno sfruttato le terre e fatto precipitare le povertà di quei popoli che ora scappano. Scappano da guerre fomentate dalle nazioni ricche e che ora non sanno come fermare i fuggitivi.

Chiaramente ci sono anche i poveri nei paesi ricchi, nei paesi dove vivono i cosiddetti magnati, ossia i detentori della ricchezza mondiale, ma questi avvertono la stessa paura dei vincitori ricchi. Insomma vedere arrivare dei nuovi poveri sottocasa allarma tutti. La guerra continuerebbe tra poveri e poveri...ma questo non è un bene neppure per i ricchi. Tutto questo in fondo poi si chiama Capitalismo, il responsabile della cosiddetta globalizzazione. Infatti per gli uomini esistono i confini, le frontiere, per i soldi no! I soldi si muovono come vogliono e così siamo passati da un Dio Trino ad un Dio Quattrino.
Riusciremo ad uscire da questa gabbia? Per alcuni filosofi tipo Emanuele Severino ed il suo allievo Umberto Galimberti la tecnologia -la Technè- metterà in crisi il capitalismo. La stessa tecnologia frutto del sistema esistente lo sovvertirà creando nuove schiavitù.

Io però penso che la tecnologia e il web, la Rete di internet, potrà essere utile all'umanità e servirà a rovesciare l'attuale economia. Non sarà solo un problema di redistribuzione della ricchezza prodotta, quanto della diffusione di una cultura nuova basata sulla condivisione della ricchezza, dei mezzi di produzione... in definitiva valori che ritornano al basso, alla base, al sentire universale. E' chiaro che con l'avvento della robotica bisognerà pensare ad una distribuzione della ricchezza e salari sociali o di cittadinanza dovranno prima o poi essere introdotti per alimentare il sistema dei consumi...insomma il potere del mercato ha bisogno di persone che diventino acquirenti consumatori; ma questo sarà solo un passaggio.

Nel frattempo c'è una vasta letteratura che prevede questo futuro postcapitalista. Con questo termine Postcapitalismo-Una guida al nostro futuro (ed. Il Saggiatore 2016) si titola un libro di Paul Mason che teorizza un mondo senza più il mercato così come concepito oggi. Nella presentazione del libro si dice: 'E mentre fra la popolazione serpeggia un senso di paura e rassegnazione, dalle tecnologie informatiche emerge la possibilità di una svolta radicale. La nuova economia di rete, fondata sulla conoscenza, mina infatti i presupposti stessi del capitalismo - riducendo la necessità del lavoro e abbassando sempre più i costi di produzione -, e i beni d'informazione erodono la capacità del mercato di formare correttamente i prezzi, perché se il mercato si basa sulla scarsità, l'informazione è invece abbondante. Nel frattempo, si sta affermando un nuovo modo di produzione collaborativo, che non risponde ai dettami del profitto e della gerarchia manageriale, ma ai principi della condivisione, della responsabilità reciproca e della gratuità.'.
Un mondo che vedrà il potere passare nelle mani della società civile. Il decantato lavoro vedrà un azzeramento per l'entrata in causa di macchinari robotizzati per cui i costi di beni e servizi saranno marginali.
Abbiamo poi la fine del lavoro (1995) e l’era dell’accesso (2000) di Jeremy Rifkin. La Wikinomics 2.0: ovvero la collaborazione di massa che sta cambiando il mondo di Tapscott e Williams (2007); la rapida e universale diffusione di Wikipedia, l'enciclopedia online a cui tutti possono accedere e collaborare liberamente, è diventata la metafora di un nuovo modo di concepire l'economia e il business: la wikinomics.
Howard Rheingold con il libro, Perché la rete che ci rende intelligenti (edizioni Cortina 2013): qui le competenze essenziali dell’autore serviranno per non farvi sommergere dal diluvio di informazioni ma aiuteranno a sviluppare tutto il potenziale dell’intelligenza collettiva in Rete. 'Nell’alfabetizzazione digitale sono in gioco conseguenze sociali e personali assai più rilevanti che non il semplice arricchimento individuale. Mettendo insieme i singoli sforzi, è possibile costruire una società più seria, attenta e responsabile: innumerevoli piccoli gesti, come pubblicare una pagina Web o condividere un link, se uniti fra loro, possono tradursi in un patrimonio di beni comuni che migliora tutti. Usare il Web consapevolmente può renderci davvero più intelligenti, come dimostra questo libro, scritto nello stile notoriamente brillante di Rheingold'.

Ancora Jeremy Rifkin con La società a costo marginale zero (2014), ovvero all’internet delle cose, all’ascesa del commons collaborativo e quindi dell’eclissi del capitalismo.
'In La società a costo marginale zero, Jeremy Rifkin sostiene che si sta affermando sulla scena mondiale un nuovo sistema economico. L'emergere dell'Internet delle cose sta dando vita al "Commons collaborativo", il primo nuovo paradigma economico a prendere piede dall'avvento del capitalismo e del socialismo nel XIX secolo. Il Commons collaborativo sta trasformando il nostro modo di organizzare la vita economica, schiudendo la possibilità a una drastica riduzione delle disparità di reddito, democratizzando l'economia globale e dando vita a una società ecologicamente più sostenibile. Motore di questa rivoluzione del nostro modo di produrre e consumare è l'"Internet delle cose", un'infrastruttura intelligente formata dal virtuoso intreccio di Internet delle comunicazioni, Internet dell'energia e Internet della logistica, che avrà l'effetto di spingere la produttività fino al punto in cui il costo marginale di numerosi beni e servizi sarà quasi azzerato, rendendo gli uni e gli altri praticamente gratuiti, abbondanti e non più soggetti alle forze del mercato. Il diffondersi del costo marginale zero sta generando un'economia ibrida, in parte orientata al mercato capitalistico e in parte al Commons collaborativo, con ricadute sociali notevolissime. Rifkin racconta come i prosumers, consumatori diventati produttori in proprio, generano e condividono su scala laterale e paritaria informazioni, intrattenimento, energia verde e prodotti realizzati con la stampa 3D a costi marginali...'.

Non dimentichiamo altri tipo: Michael Hardt-Antonio Negri su Comune-Oltre il privato e il pubblico (Rizzoli 2010).

seguirà una parte seconda.

venerdì, marzo 31, 2017

Born to run – la biografia di Bruce Springsteen

Ho appena terminato di leggere il libro autobiografico di Bruce Springsteen Born to run.
Nel libro Born to run (titolo anche di uno dei suoi successi musicali ed emblematico per descrivere la sua storia) c'è raccolta la biografia di un grande del rock; un creatore di ballate uniche e suggestive: Bruce Springsteen.
Un libro di 536 pagine che già dall'inizio ti prende e, al di là di sapere della vita di un cantante di successo, c'è un mondo da conoscere insieme. Qui segnalo due interessanti passaggi che raccontano le prime due folgorazioni musicali che hanno formato quello che poi sarebbe diventato il più rappresentativo musicista e cantante rock. Naturalmente poi Springsteen fu influenzato anche da altri grandi musicisti...uno è un maestro che a sua volta avrebbe influenzato sia i The Beatles che i Rolling Stones, ovvero: Chuck Berry- morto solo pochi giorni fa a 91 anni.

“Quella sera, tutto durò pochi minuti, ma quando l’uomo con la chitarra scomparve fra le urla del pubblico io rimasi paralizzato davanti alla tv, con la mente in fiamme. Avevo le stesse due braccia, due gambe e due occhi ed ero un mostriciattolo – ma questo era un problema che avrei risolto –, cosa mancava? LA CHITARRA! Elvis la colpiva, ci si appoggiava, ballava con lei, ci gridava dentro, se la scopava, la accarezzava, la faceva oscillare sul bacino, e qualche volta la suonava persino! Il passe-partout, la spada nella roccia, il sacro talismano, il bastone della virtù, il più potente strumento di seduzione che l’universo adolescenziale abbia mai conosciuto... la... la... la RISPOSTA alla mia dolorosa alienazione, una ragione di vita, un motivo per entrare in contatto con gli altri sfigati come me. E poi... le vendevano al Western Auto in centro!”

La prima volta che sentii i Beatles ero in macchina con mia madre in South Street. L’autoradio sembrava impazzita, incapace di contenere il sound e le armonie di I Want to Hold Your Hand. Cosa la rendeva così diversa e straordinaria? Perché ero così entusiasta? Quando arrivammo a casa, senza nemmeno entrare corsi dritto al bowling in Main Street dove trascorrevo sempre qualche ora dopo la scuola chino sui tavoli da biliardo, sorseggiando una Coca-Cola e mangiando una merendina Reese’s Peanut Butter Cup. Mi infilai nella cabina del telefono e chiamai la mia ragazza Jan Seamen: «Li hai sentiti i Beatles?». 'Sì, sono fichissimi...'.

All'inizio Bruce racconta l'infanzia, l'adolescenza e la sua giovinezza trascorsi nel quartiere di Freehold nel New Jersey- sobborgo di New York. I personaggi che incontra e che hanno contribuito alla sua formazione musicale sono tantissimi...e lui, il boss, non ne dimentica nessuno. E' bello leggere il ritratto di questi personaggi che insieme segnano o ancora meglio disegnano una epoca storica che fa evolvere il genere rock.
Sono poi soprattutto le molte band che si incontrano nei vari locali alla moda e in questo cocktail di stili di passioni e di creatività si forma lo spessore artistico di Bruce. La band che accompagna Bruce all'inizio si chiama i Castiles e con questa gira per tutti i locali. Nascono numerose amicizie e queste sono il supporto per alimentare e condividere una passione, una maniacale ricerca, su tutto quanto fosse rock, rock e ancora rock.

Tutti i compagni di strada, gli amici di viaggio, hanno qualcosa da insegnare a Bruce. Uno su tutti è Tinker. Un ingegnoso lavoratore e maestro di vita che sarà un vero promoter, un arguto indirizzatore del talento della prima band di Springsteen ad essere famosa: Steel Mill.
Il percorso di un successo passo dopo passo, fatica dopo fatica, per arrivare all'essenza del suo talento. Bruce rivela quanti tentativi, strade, vicoli, palchi, ha attraversato e pestato per trovare la via del riconoscimento; la sua dimensione artistica.
Eccolo quindi arrivare a incontrare Bob Dylan e la sua arte di scrivere testi e canzoni con un nuovo spirito legato all'esistenza vissuta nel suo tempo.
Ecco poi arrivare chi gli apre le porte del professionismo in campo musicale: Steve Van Zandt, Mike Appel, Jon Landau, Hammond e Patti Scialfa. Poi ancora il dottor Wayne Myers uno psicoanalista che lo seguirà per 25 anni con cui troverà la forza e libertà per amare ed essere amato. Bruce non manca di dire anche dell'apporto del farmaco klonopin utile per superare i momenti giù della sua depressione.
Infine non manca di ringraziare il motore geniale del rock statunitense e mondiale: Chuck Berry.
Poi naturalmente ecco il passaggio che porta alla E Street Band; ai musicisti che saranno i suoi compagni per un tempo idefinito:'Max Weinberg, Garry Tallent, Steve Van Zandt, Danny Federici, Roy Bittan, Clarence Clemons. Ecco il nucleo della leggendaria E Street Band, una formazione di rocker che per quarant’anni avrebbe fatto la storia, fatto tremare la terra e le chiappe e fatto l’amore, a lungo andare, ebbene sì, anche con l’aiuto del Viagra.'.

Tanta strada era stata fatta e la riflessione per quella che farà è riportata a pag. 472:
'Il Bruce che abitava nei quartieri operai della sua città era divenuto una parte essenziale e permanente di me. Chiunque tu sia stato e ovunque tu abbia vissuto, non puoi liberartene: il passato sale in macchina con te e ci rimane. La meta e il successo del viaggio dipendono da chi guida. Quanti musicisti, perdendo il contatto con le proprie radici, avevano smarrito la bussola e visto la loro arte diventare anemica e ondivaga? La mia sarebbe stata una musica identitaria, la ricerca di un senso e di un futuro.'...
'La canzone The River segnò un punto di svolta nella mia scrittura. Tutta la passione per il country venne a galla una sera in albergo quando mi misi a canticchiare My Bucket’s Got a Hole in It di Hank Williams, e da «Well, I went upon the mountain, I looked down in the sea» a «I’m going down to the river» il passo fu breve. '-pag.496

Poi arriverà Nebraska e The Ghost of Tom Joad che cambierà tutto e con cui troverà dopo anni la sua strada. (questi sono i passaggi in cui riconosce al genere country tutto lo spessore che conserva quasi a essere la base del rock). Io come scrittore di un breve romanzo sul genere country sono contento di avere una conferma di quanto ho scritto in proposito, prima di avere letto questo libro.

Il libro rimane un interessante documento per conoscere cosa si celi dietro un artista di successo: c'è descritto il travaglio della ricerca di sé, che è sì frutto delle tante esperienze passate ma anche di una capacità di elaborazione culturale. Alla fine come dice il poeta, puoi viaggiare e andare ovunque, ma hai bisogno di una casa. Bruce soffre ed ha paura del successo poiché continua a discernere tra quello che succede sul palco e il reale.
La principale paura di Springsteeen è la paura di aprirsi, di rivelarsi fragile. La paura dell'intimità; la stessa che gli aveva trasmesso suo padre e accorgersene faceva star male. Così si allontanava da chi le voleva bene. Si cerca di far pagare la paura di essere amato. Il rapporto con il padre: tutto da rivedere. Finalmente un lungo percorso, dopo un divorzio, una dolce resa per conoscere l'amore con Patti Scialfa e...:'La amavo, ed era una fortuna che lei amasse me. Il resto erano solo scartoffie.'.
Con Patti Scialfa, Bruce farà tre figli e nel libro ci dice quanto orgoglio ripone nela loro affermarsi nella vita.

Bruce Springsteen è stato inserito nella Rock and Roll Hall of Fame, nella Songwriters Hall of Fame e nella New Jersey Hall of Fame. Ha ricevuto 20 Grammy Awards, un Academy Award e il Kennedy Center Honors. Vive nel New Jersey con la sua famiglia.

Un consiglio di lettura anche per conoscere i molti successi delle canzoni di Bruce-The Boss.

giovedì, marzo 02, 2017

'Breve storia dell'infinito' di Paolo Zellini

Il titolo mi aveva subito incuriosito le parole breve e storia legate all'infinito potevano sembrare un ossimoro; qualcosa di contraddittorio e allora mi sono avventurato il questa lettura che è risultata subito molto interessante. Paolo Zellini ci porta subito nella vertigine della metamorfosi del termine infinito; questo lo fa partendo dal pensiero greco: dall'àpeiron, il senza limite di Anassimandro alle attuali suggestioni dell'infinito aperto. Il tutto con speciali speculazioni mitiche, teologiche, letterarie e filosofiche che da sempre hanno accompagnato la nozione di infinito.

Ho scoperto poi che anche Italo Calvino in 'Lezioni americane' scriveva: 'Tra i libri italiani degli ultimi anni quello che ho più letto, riletto e meditato è la 'Breve storia dell’infinito' di Paolo Zellini (Milano, Adelphi 1980) che s’apre con la famosa invettiva di Borges contro l’infinito: 'concetto che corrompe e altera tutti gli altri', e prosegue passando in rassegna tutte le argomentazioni sul tema, col risultato di dissolvere e rovesciare l’estensione dell’infinito nella densità dell’infinitesimo.
Le parole ricordate prima di J.L. Borges aprono questo libro, e Paolo Zellini ha provato a ripercorrere, con eleganza, penetrazione e perspicuità, le vicende di questa categoria temibile, dalle origini greche sino alla ormai cronica crisi dei fondamenti del pensiero scientifico.

Il libro nasce dopo che Elémire Zolla diede a Paolo Zellini alcuni articoli da leggere sull'interpretazione di infinito nella filosofia di Tommaso D'Aquino. Da questo nasce una idea propulsiva che porterà Paolo Zellini a fare un viaggio verso le fondamenta della matematica.

Allora cos'è questo infinito? All'inizio Aristotele attribuisce all'infinito il valore di principio, di inizio di tutte le cose; cose che hanno un limite ovvero un inizio e una fine, ma l'infinito no: l'infinito non può avere principio come non può avere fine. Per l'esistenza dell'infinito Aristotele elenca alcune prove: una è il tempo; questo è manifestatamente infinito poiché l'uomo con la matematica ha iniziato a misurarne una parte, lo ha diviso in grandezze ma queste come la stessa numerazione non hanno fine. Ai numeri si possono sempre aggiungere altri numeri...l'infinito non è qualcosa a cui rapportarsi.

Dalla Matematica alla Geometria e da qui all'Astronomia, facciamo grazie a Zellini, con i molti personaggi della Storia della Scienza e della Filosofia un bellissimo viaggio nello Spazio. Insomma, un continuum dell'infinità finita di una idea.
A chi piace la speculazione filosofica e la ricerca matematica troverà in questo libro molteplici punti di riflessione. Tanti voli pindarici per poi trovare l'umiltà buddista di rinuncia alle domande e la complessità dell'esistenza spiegata dalla sorprendente flessibilità della scienza matematica.

Paolo Zellini (1946) è un matematico autore di numerosi lavori scientifici sull'analisi numerica (suo ambito di ricerca), oltre che di opere di riflessione sulla matematica e sulla natura, tra cui, oltre a questa Breve storia dell'infinito, La ribellione del numero.

giovedì, febbraio 23, 2017

A proposito di ciclismo e di Sestri Ponente...

Imerio Massignan

Bisogna che ricordi per gli amanti del ciclismo sestrini oltre che Coppi, anche di un altro ciclista professionista che approdò a Sestri Ponente avendo sposato la tabaccaia di via Giotto. E fu proprio lì che lo incontrai. Ero entrato per comprare le sigarette -allora ero un fumatore- nel tabacchino che si trovava in via Giotto. Subito non mi resi conto; salutai e mi fermai a guardare un po' quel giovanottone alto e magro che era dietro al banco. Non l'avevo mai visto. Uscii e attraversata la strada entrai nella bottiglieria, sempre in via Giotto, dove c'era mio papà ad aspettarmi.
-Scusa papà, ma nel tabacchino mi sembra di aver visto un ciclista cui io tifavo qualche anno fa...assomiglia moltissimo a Oimerio Massignan. E' per caso lui?
-Sì, rispose mio papà, è lui. Ha sposato la tabaccante.
-Ma va?!?
Riattraversai di corsa la strada e andai a salutarlo e a dirgli che ero un suo ammiratore. Un suo fans. Ricordai di quella tappa memorabile sul Gavia, che avevo sentito alla radio, dove arrivò secondo dopo Charlie Gaul per colpa di due forature. Imerio Massignan fu uno scalatore di grande talento e arrivò a conquistare anche il Gran Premio della Montagna al Tour de France (l'attuale maglia Verde).
Diventammo subito amici e spesso ci trovavamo nella bottiglieria a parlare di ciclismo. Dopo che io lasciai Sestri P. mi capitò di incontrarlo casualmente a Castelletto D'Orba. Ero andato con la famiglia in un ristorante della zona e lo vidi arrivare in bicicletta. Fu una nuova sorpresa... mi disse che si era trasferito a vivere in quella zona. Era contento e sempre in forma.
Ho saputo che oggi è un arzillo ottantenne che non ha abbandonato la bicicletta. Esempio lo scorso anno la FIAB (Federazione Italiana Amici Bicicletta) di Genova ha organizzato una pedalata con Imerio Massignan nella zona dell'ovadese precisamente a Silvano d'Orba dove vive. Bravo Imerio.
Un altro ricordo di Sestri Ponente.

sabato, febbraio 04, 2017

La mia Sestri: una storia nella Storia – Conclusione

Conclusione
La storia e la memoria sono il nostro sapere e il nostro essere; sono anche le radici. La nostra memoria, il sapere delle nostre origini familiari, il più delle volte, si ferma a tre generazioni antecedenti: chissà chi era il nonno del papà di nostro papà? Lo sa chi detiene titoli nobiliari o grosse fortune economiche: per il resto solo oscure vite di miseria e patimenti, vita nei campi e morti precoci: pellagra, scabbia, tubercolosi e poi guerre e ancora guerre, interrompono racconti lineari, uguali e simili.
La nostra storia è nell'esperienza degli avvenimenti irripetibili e individuali. La nostra costruzione è nella riscrittura degli accadimenti attraverso la memoria e il racconto. E' questo senso letterale che dà corpo all'anima e alla memoria. E' la parola che ci definisce; con essa entriamo in un tempo della cultura, che è anche il tempo della nostra malattia.
Noi viviamo da molto il tempo della parola ed è una parola dire tutto ciò. Quanta storia c'è nel tramandarla, nel cercarla? Infatti come è stato possibile arrivare a distinguere il soggetto dall'attributo e il verbo dal nome?
La nostra realtà diventa una misteriosa sintesi tra nome e forma. In ciò scorgiamo il bene e il male, il bello e il brutto; così definire o essere definiti può essere il nostro destino.
Ecco alla fine non ci resta che un semplice racconto a fare la storia; la storia della storia e con essa l'essenza dell'umano.

Io ho provato a raccontare in breve la mia. Ho scritto un racconto che è uno scorcio di vita, è l'occasione per trasmettere un testimone ad un postero. Si dice che con la vita ognuno scrive un libro, io ho voluto riempirlo di parole; sono parole del ricordo, del momento dopo, le parole da dire agli altri: le parole vissute. Per questo è nato il racconto, a raccogliere la vita, a preservarla a renderla preziosa.
Allora eccomi a buttar giù pagine uguali seppur diverse nel disegno; giù pagine come giorni ritrovando cose diverse seppur comuni. E alla fine...ritrovo me che pensavo di aver perso.

Grazie infine a chi legge. Grazie a chi sa far affiorare nuovi pensieri ad antichi percorsi.

Concludo con il ricordare qualche poesia scritta tempo fa con protagonisti la mia famiglia:

Porco belino porco
'Porco belino porco'...così bestemmiava mio papà.
'Porco di un mondo porco', così inveiva sempre papà.
Ancora 'porca miseria porca' continuava papà.
Nelle dolce litanie a base di porco qui e porco là,
si tirava avanti in miseria e onestà.
Ricordo anche quando vinse alla Sisal...furono solo sessantamilalire,
e allora 'Porca puttana porca', si rise per un po'.
Fu davanti ad una tavola bandita con un porco sopra.
Da quel dì il porco venne rivalutato.
Porco al porco in verità non lo aveva mai detto.
Il porco in questione era destinato ad un destino scritto.
'Porco belino porco' qualche volta scappa anche a me
e di riflesso penso a mio papà.

Nonna Attilia
Mia nonna la vedevo sempre girata
a rimestare una pentola nera sopra il rounfò.
Mia nonna teneva il fuoco acceso con legna e carbone.
Dall'altra parte teneva una gallina sotto il lavandino.
Mia nonna parlava in piemontese e basta.
Parlava così con il nonno e mia mamma...e basta.
Con me però si sforzava a parlare in italiano.
Gliel'avevano imposto: se no va male per l'italiano a scuola.
Povero me. Nel tema: 'cosa fai nel tempo libero',
scrivevo sempre la stessa cosa.
Gioco nella gea e salto in cammalletta;
gioco con la zuiarda e le ciappette
faccio la guerra sparando cannette
se vinco poi mangio ciappellette
qualche volta giasciù u reganizzo

Scrivevo tutto in genovese
e non era per la nonna e il suo piemontese
scrivevo quello che sentivo dire dagli amici nella via
ma ancora penso, era farina mia.

Nonno Pietro
Era bello uscire con mio nonno Pietro
mi raccontava sempre cosa c'era dietro,
Dietro ogni cosa, mi spiegava, c'è un significato
e io guardavo tutto, incantato.
Vedi il cavallo che tira il carretto
serve all'uomo per lavoro e diletto.
Ai suoi tempi c'erano i tram a cavalli,
ma lui vedeva lontano e mi diceva: studia, studia... ma stai attento ai credenti,
sono quelli che studiano per rimanere ignoranti.

Mamma Angiolina
Era bella mamma Angiolina
e chi non l'ha bella per un figlio?
Era giovane mamma Angiolina
lo era anche quando se ne è andata...
forse è sempre presto per quella partenza disperata.
Era Nina per tutti, mamma Angiolina.
Per me era carne, odore e voce;
mistero, lacrime e sorrisi...
tutto in un arruffo vitale.

Mamma non trovo più il sale...

Quante minestre ho poi mangiato,
quante polpette ho digerito, cibi di ogni tipo ho assaggiato,
cucine diverse, quelle che ti crescono,
ti fan salire grassi, colesterolo e glicemie
Mamma il tuo cibo mi bastava...
lo dico tardi. Sono le mie anemie.

martedì, gennaio 31, 2017

La mia Sestri: una storia nella Storia – parte undicesima

Parte undicesima

Verso la conclusione...

Voglio finire questa mia carrellata di storia personale intercalata con Sestri Ponente con una Litania, alla maniera di Giorgio Caproni, scritta da me per Sestri Ponente. Per Caproni Sestri era Ansaldo. San Giorgio e la Genova degli uomini destri -ovvero capaci, ingegnosi, laboriosi...
Genova d'uomini destri. Ansaldo. San Giorgio. Sestri
Per me è molto altro:

Litania su Sestri Ponente

Sestri Ponente di cantieri.
Grandi navi oggi e velieri ieri.
Sestri ponente di Calcinara.
Scuole. San Giorgio. Via Manara.

Sestri Ponente del Chiaravagna.
Acqua maligna, acqua che non bagna.
Sestri Ponente della mia adolescenza.
Ginocchia a terra. Cose da fare senza.

Sestri Ponente di via Corradi.
Portoni aperti. Il mio letto e gli armadi.
Sestri Ponente del Cantarena.
Canne, pantano e poca pena.

Sestri Ponente della Corea.
Gente nuova, sestrini ancora senza idea.
Sestri Ponente della manifattura tabacchi.
Donne senza età e senza tacchi.

Sestri Ponente di Attilio.
Corse scalze e primo idillio.
Sestri Ponente di mia madre.
Odore di latte. Cullate nelle strade.

Sestri Ponente dei miei nonni.
Arrivi e partenze senza sonni.
Sestri Ponente del Monte Gazzo.
Madonna e calce diventata un razzo.

Sestri Ponente della mia Anna.
Via Travi. I trogoli. Voglia di panna.
Sestri Ponente di piazza della Chiesa.
Il circolo della musica. Corse per la spesa.

Sestri Ponente delle vasche.
Avanti e indietro con le stesse tasche.
Sestri Ponente della Costa.
Case bianche e niente posta.

Sestri Ponente di mia sorella.
Con Gabriella ha trovato una gemella.
Sestri Ponente di mia zia Mariuccia.
Ravioli. Sughi. Mentuccia.

Sestri Ponente di via Biancheri.
Una sbira e da Berretta per due bicchieri.
Sestri Ponente di Via Vigna.
Mussa de feru. Farinata con forno a legna.

Sestri Ponente di Sidea.
Bignè. Cavolini, una marea.
Sestri Ponente del puntinetto.
Rinfrescume. Passerella. Vista letto.

Sestri Ponente di Bagnara.
Monti. Saldi. Cagnara.
Sestri Ponente di Fossati.
Colpi di maglio. Fucinati.

Sestri Ponente di Piazza dei Micone
Spazi nuovi per cose buone
Sestri Ponente del Bar Luigi
Sorrisi. Gelati. Caffè. Tè grigi.

Sestri Ponente di via Merano.
Bar Grifone. Cinema Vittoria mano nella mano.
Sestri Ponente di tutti quanti.
Tutti ingegneri e mai santi.

venerdì, gennaio 27, 2017

La mia Sestri: una storia nella Storia – parte decima

Parte decima

Mia mamma Nina. Mia mamma era Angiolina, Nina per tutti. Nina era la terzogenita della famiglia Bovio. La madre era Attilia Vacca - nata a Orsara Bormida nel 1882 e morta nel 1961; il padre -mio nonno- era Pietro Bovio - nato a Cremolino e morto nel 1950. Lui faceva il fornaio. Prima aveva un forno suo a Murta e poi lavorò come dipendente in un forno di Sestri Ponente.
Nina era nata il 16 giugno del 1916, era la penultima di quattro sorelle. Mia mamma Nina era quella rimasta in casa anche dopo sposata. Era rimasta con i genitori in via Casimiro Corradi. I genitori di mio papà Attilio abitavano invece in sciu puntinetto, in via Sestri...allora via Garibaldi. Succedeva spesso di rimanere in famiglia; non solo c'era il problema di riuscire ad avere una casa propria per via delle spese, ma c'era presente anche il concetto di coabitazione per aiutarsi: unire le centolire condividendo l'affitto e il vitto. Quel vitto, il mangiare, sarebbe stato meglio definirlo il digiunare.
Nina sposò Attilio, che era anch'esso il terzogenito della sua famiglia.
Le altre sorelle poi sposate erano andate a vivere chi con i genitori del marito o degli suoceri. Le sorelle di Nina erano Ines, Lina e la più giovane Mariuccia.
La prima, Ines, si sposò con Santiago Rizzo di Pegli, e subito dopo la guerra emigrò con il marito in Argentina a Buenos Aires. Santiago era stato durante il regime un capofabbrica fascista e finita la guerra, caduto il fascismo, per lui non c'era più vita: schernito dagli operai e discriminato nelle relazioni decise di partire per l'estero. In Argentina abitarono a Buenos Aires, zona villa Bosch. Santiago trovò lavoro alla Fiat argentina e la zia Ines aprì un negozio di tabacchi. Ines con Santiago ebbero tre figli: Gianfranco, Franco e Maria Grazia, chiamata Puny. Di loro negli anni persi ogni notizia.
Lina sposò un marittimo: Settimio Fabbiani, ed era considerata la più ricca: il marito in giro per il mondo guadagnava bene e nella sua casa di proprietà a Pegli crebbe tre figli: Maria, Nanni ed Enrico. Nanni ed Enrico aprirono un negozio di macelleria in Via Vianson e poi Nanni da solo una macelleria in via Arrivabene a Sestri.
Mariuccia è stata la sorella più vicina a Nina, è stata lei che con il marito Pilade Rapallo, valente meccanico alla Piaggio di Sestri Ponente, (anche lui deportato e finito a lavorare vicino a Berlino) si prese cura di mia sorella Ines-Amelia, quando Nina si ammalò di TBC, crescendola insieme a sua figlia Gabriella come una propria figlia.
Nina, Angiolina, morì il 2 marzo 1958 all'ospedale Maragliano di Genova San Martino.

Per questa morte prematura mia mamma fu da me angelicata.
Nina per me era il sapore di latte, sapore di buono, sapore dolce, un sapore purtroppo perso; perso da un oblio, perso da un rimosso di un abbandono non celebrato. Mia madre morì a 42 anni, io avevo 12 anni.
Mia mamma morì di tubercolosi, una malattia che me la sottrasse anche prima.

Era nel settembre del 1957. Ricordo che l’ultima volta che vidi mia madre non potei abbracciarla. Che era l’ultima volta non lo percepii subito, lei era malata di un male che faceva paura, era infettivo e segnava profondamente anche la vita dei familiari: la TBC. C’era molta ignoranza a quei tempi e si aveva timore che il contagio avvenisse anche con un bacio.
Io per un lungo tempo mi vergognai di dire che mia mamma era morta di tubercolosi. Quella malattia colpiva soprattutto i poveri, e forse io non volevo far sapere che ero povero. Quei pensieri li ho superati.

Il ricordo di mia mamma è ancora vivo. Mia madre gonfia per una cura cortisonica che proprio in quegli anni si sperimentava e che forse se scoperta prima la avrebbe salvata, era a pochi metri e non potevo toccarla. Quel mancato abbraccio, a ripensarci, mi manca anche a distanza di molti anni. Io lo vivo come una grossa mancanza. Chissà se fossi riuscito a baciarla o stringerla anche solo per poco poi l'avrei ricordata meglio. Sei mesi dopo sarebbe morta. Io lo seppi alcuni mesi più tardi, in un parlatorio di una colonia estiva di Andora.
Era agosto, dopo pochi giorni sarei ritornato a casa per trovare un altro collegio, dove finalmente avrei potuto iscrivermi alle scuole medie. Nel collegio precedente ho dovuto ripetere la quinta elementare poiché, seppur promosso, mio papà non era riuscito a trovare l'iscrizione in un istituto dove avrei potuto continuare la scuola in modo regolare. Fui un ripetente mio malgrado.
Mio papà forse non sapeva come dirmi della morte della mamma e così, come si levasse qualcosa dallo stomaco, una giornata d'estate mi vomitò la frase addosso: 'Devi saperlo, la mamma è morta. Non scriverle più lettere. La mamma non c'è più...'. Fu un momento di sospensione che non si può descrivere. Entrai in un'apnea che preludeva a un grido soffocato pronto far iniziare una serie di singhiozzi. Le mie guance si bagnarono come non mai di lacrime. Eppure avrei dovuto essere preparato a quella notizia. Non ricevetti in quei lunghi 5 mesi nessuna lettera di risposta alle tante mie.
‘Cara mamma io sto bene come spero sia di te…’. Ricordo che così iniziavano tutte le mie lettere speditele. A quelle mie lettere non ebbi nessuna risposta. Avrei dovuto capire che qualcosa non andava. Mia mamma era morta dopo pochissimo tempo da quell’incontro e nessuno aveva avuto il coraggio di avvertirmi. Così io continuavo a scriverle. A scriverle e a sognarla. Ma successe che era entrata in gioco l'intuizione: avevo una specie di strana partecipazione nel rivolgere delle mie preghiere alla Madonna. In vita mia non pregai mai così tanto come in quei cinque mesi. Vedere la statua della Madonna a fianco all'altare, era in un certo senso vedere mia mamma: sovrapponevo a quell'immagine la figura di mia mamma.
Di mia mamma mi rimane soprattutto quel ricordo. Ho delle foto, ma il ricordo vale a scaldarmi il cuore più di ogni cosa. Sappiatelo tutti: i nostri genitori in verità non muoiono; noi portiamo nel nostro corpo i loro geni. Noi siamo la loro continuazione nel bene e nel male. Noi siamo semplici portatori di un testimone che ha impresso un atto d'amore.

Molti anni dopo in un tema in seconda media raccontai quel triste avvenimento. Il tema fu letto dall'insegnate in classe e ricordo che tutti gli alunni, nell'ascoltare quel racconto, piansero.
Sono passati più di 50 anni, una vita: amore, figlia, case e lavori e tante cose la riempiono e la invecchiano, ma quel mancato abbraccio mi fa struggere e mi procura ogni tanto un senso di colpa. Così a volte da collegiale circondato da suore prima e da preti poi, rivedevo spesso mia madre in angoli di muro bianco; la rivedevo in sogni come la madonna, la rivedevo in chiesa cui tra voci di preghiera, confondendo la mia che sussurrava solo: mamma.
'Ma non tirartela da orfano! Sei grande.'. Giusto. Anna con un pizzico di ironia mi richiamava alla realtà. Vero. Non si vive di rimpianti e la vita deve andare avanti.

Seguirà parte undicesima

lunedì, gennaio 23, 2017

La mia Sestri: una storia nella Storia – parte nona

Parte nona

Attilio e Mauthausen. Mio papà non mi raccontò molto della sua permanenza a Mauthausen. Attilio mi raccontò che dopo poco tempo era stato inviato nella vicina città di Linz, e poi nello stesso ospedale della città austriaca: un forte calo della vista lo aveva reso quasi cieco. La debolezza aveva attaccato gli occhi e una miopia già forte si era aggravata. In ospedale aveva ritrovato, con i tre pasti al giorno, la salute. Il riuscire a mangiare era la vera medicina. La fame era diffusa e la ricerca di cibo la costante occupazione quotidiana.
Non c’era altra preoccupazione: salvare la pelle e mettere qualcosa in pancia. Ma era difficile. Una volta mi raccontò, quasi piangendo, il ricordo di quando raccolse alcune mele selvatiche cadute da un albero vicino al campo, un militare tedesco lo voleva uccidere sul posto puntandogli il fucile contro, perché lo considerava un ladro. Per il reato di furto si poteva anche essere uccisi sul posto. Mio padre, pregò e pianse. Fu risparmiato, quel soldato tedesco si impietosì, ma l’orrore di poter essere ucciso per una mela selvatica lo accompagnò per sempre.
Il comandante Mauthausen, Franz Ziereis, era solito accogliere i deportati con questa laconica frase: 'Qui vi è solo un’entrata; l’unica uscita è il camino del forno crematorio'.
Mio papà non mi parlò invece della Scala della morte. Dell'esistenza di questa lo venni a sapere documentandomi da solo e attraverso racconti di altri deportati.
Per raggiungere la cava c'era una scala composta da 186 gradini. Quei 186 gradini furono raccontati in un saggio scritto dal giornalista Christian Bernadac che portava come titolo (Les 186 marches) I 186 gradini. Quei 186 gradini scavati in una parete della cava, poi lungo un sentiero che costeggia l'orlo del dirupo e sale fino sulla cinta della collina, sarà chiamata la scala della morte, la via del sangue e il dirupo il muro dei paracadutisti a scherno delle vittime che le SS e i kapò butteranno giù.
Chissà quante volte Attilio avrà percorso quel tragitto. Lui non me lo disse, ma quando nella sua vita sopraggiungeva il ricordo di quel luogo delle lacrime inumidivano i suoi occhi.
Lo stesso Christian Bernadac scrisse anche un secondo volume dal titolo Il nono cerchio- Mauthausen. In quel libro l'autore descrisse minuziosamente, con l'ausilio di documentazione originale costituita da disposizioni scritte, lettere, circolari del comando SS e testimonianze di reduci, quella che era la vita nel campo e nei sottocampi di Mauthausen, vera e propria fortezza del terrore. Nel libro si legge: 'Fortezza…contemporaneamente fortino e acropoli, muraglie gigantesche. Granito e cemento armato dominanti il Danubio; fili spinati e porcellana intreccianti un’insuperabile rete elettrica di protezione. Sì! La più formidabile cittadella costruita sulla Terra dal Medio Evo. Mauthausen dai 155.000 morti'.
Venni a sapere moltissimi anni dopo da testimonianze da chi era andato a visitare questi luoghi della memoria che in una cella c'era una scritta che diceva: Dio se ci sei dovrai chiederci perdono.

Si calcola che siano passati per il complesso dei Lager dipendenti da Mauthausen circa 230.000 deportati provenienti da tutto il mondo: politici, persone di altre religioni, ebrei, omosessuali, zingari, soldati prigionieri di guerra, criminali comuni. Di questi circa il 50%, ben 122.766 prigionieri, vennero assassinati.
Dall’Italia furono deportati a Mauthausen in oltre 8.000 (dei complessivi 22.204 uomini e 1.514 donne deportati nei campi di sterminio tedeschi): di questi 5.750, ben oltre il 50% non tornarono. I sestrini che vi passarono furono molti.

Ora quei luoghi come Auschwitz, Birkenau, Dachau, ecc. sono diventati luoghi della memoria; santuari del ricordo della sofferenza e della disumanità cui può giungere un uomo. All'interno si viveva la crudeltà come una normalità. Una crudeltà tanto efferata che riusciva ad annichilire un naturale odio o spirito di vendetta. Vittime e carnefici perpetuavano un gioco nel nome di una ideologia che aveva la morte come liberazione.
Passerà circa un anno prima che Attilio fosse nelle condizioni di far ritorno a casa, a Sestri P.. Con un lungo viaggio fatto per la maggior parte a piedi, ritornava a Sestri Ponente.
Fortunatamente rientrarono, con altrettante traversie, anche Mario e Bepin. Tutti abitavano a Sestri e avevano le loro famiglie.
Per leggere l'elenco di tutti i lavoratori Ex Deportati a Mauthausen, il 16 Giugno 1944, rilasciato dalla Prefettura di Genova, cliccare QUI. C'è anche il nome del luogo dove hanno trascorso la prigionia.
7 piatti di minestrone. 7 piatti ne ho mangiati: così ricordava il ritorno a casa e l'incontro con mia mamma e i miei nonni materni. 7 piatti di minestrone, uno dopo l'altro, che non riuscirono a colmare un vuoto, una ferita e una magrezza che, poi solo negli anni '70, raggiunta l'età della pensione con l'adipe e il sottomento ne testimoniarono la fine.
Penso che proprio in quei giorni, appena ritornato e congiuntosi con la moglie Angiolina, fui concepito io. Mi penso frutto di una notte d’amore molto intensa; c’era una fame di sentimenti, di sesso, di alimenti, di vita e di amore fuori del comune. La guerra era appena finita e cosa di meglio festeggiarla con una ubriacatura totale? Dopo nove mesi nascevo io. Era il 2 febbraio del 1946: madonna della candelora…

Attilio, al ritorno dalla Germania, aveva ripreso il suo posto nella San Giorgio e poco alla volta si ristabiliva con il lavoro una normalità sconvolta dalla guerra, dalla miseria, dal dolore di migliaia di morti violente. Ecco, ancora penso agli uomini comuni come Attilio che hanno attraversato quei periodi con una strana inconsapevolezza: avevano pochi anni quando diventarono Figli della Lupa e poi Balilla, conoscendo uno Stato totalitario che si prendeva cura di loro con schemi e riti fissi. L'Italia, in fondo era diventata una Patria da soli 60 anni, e solo in quel periodo la si sentiva presente e unificante.
Spesso ho pensato a quello che videro gli occhi di quelli che hanno vissuto nel periodo in cui i miei genitori avevano vent'anni. Chi ha visto la guerra e poi Auschwitz deve essere invecchiato di colpo. Era come se si tenessero tutti per il collo per non scappare e guardare. Dovevano raccontarlo. Dovevamo vedere anche noi, quelli arrivati dopo. Dovevamo tenere la testa rivolta indietro; ma fu per poco. C'era l'impellenza di guardare avanti. Dovevamo sopravvivere, costruire nuove fantascienze e inebriarci con nuove droghe dai nomi astrusi...
Ora si ha voglia di trovare negli altri dei nuovi barbari, si ha voglia di dire sempre che c’è un Dio solo nostro che ci protegge e ci salva. Si ha voglia, ma non serve. La loro e nostra salvezza forse è passata nel perderci.
D'altronde quel Gott mit uns dovrebbe farci pensare sempre. Quel Dio tirato sempre da una parte miete sempre delle vittime.

Quello che hanno visto quegli uomini in una vita, noi forse non riusciremmo a vederne in cento. Un salto quantico, nella storia millenaria dell’uomo, è divenuta una vertigine. Dai piedi scalzi di mio padre siamo passati ad auto superaccessoriate; dai pastrani invernali, alle microfibre poliuretaniche. Ora viviamo a fianco di uomini che hanno visto la fine della Natura, ora che abbiamo la memoria virtuale, una memoria su disco, e abbiamo la possibilità di richiamarla con il semplice gesto di un dito. Con un click.

Attilio rimase vedovo a 44 anni con due figli (io e mia sorella Amelia -chiamata sempre Ines) e non pensò mai di risposarsi; d'altronde scelse una vita che gli piaceva: compagnie e ribotte. Una vita senza particolari patemi se non di salute: il fumo e qualche bicchiere di vino troppo negli anni si fece sentire.
Attilio è morto il 10 febbraio del 1981. Fu un infarto che lo colse sulle scale di casa. Nonno Angelo Boratto -cui io porto il secondo nome- lavorava in una ferriera a Sestri Ponente i suoi quattro figli lavorarono tutti alla San Giorgio di Sestri Ponente: Bepin, Mario e Aldo come operai meccanici e Attilio come fattorino.
La nonna Rosa Agostini era di Galliera Veneta e Angelo Boratto era di Castelfranco Veneto.

Seguirà parte decima

giovedì, gennaio 19, 2017

La mia Sestri: una storia nella Storia – parte ottava

Parte ottava

Attilio. Mio papà Attilio, molto magro, con una vaga somiglianza ad Harold Lloyd, con due spese lenti a far uscire ancora di più gli occhi grandi per la miopia, era nato il 5 maggio 1914. Terzo di quattro figli maschi Attilio era nato a Sestri Ponente e precisamente sul puntinetto.
Da ragazzo aveva alternato il lavoro di maschera al cinema Italia e di cameriere presso La Grotta, il Ristorante da Relio in via Sestri. Il mitico locale costruito come una grotta con stalattiti prese dalle grotte del monte Gazzo e un laghetto artificiale con dentro una barca. Un luogo pieno di fascino che faceva arrivare anche a Sestri Ponente dei turisti. Fausto Coppi poi andava lì a festeggiare molte vincite di Giri, Tours e di tappa.
Quando nacqui io Attilio era scarno, portava ancora i segni della deportazione in Germania. Insieme a lui furono deportati anche i suoi fratelli Giuseppe (Bepin) e Mario. Si salvò solo Aldo (u piccin) perchè aveva fatto il turno di notte.
Il 16 Giugno 1944 c'era stata una trappola: La San Giorgio, dove lavorava Attilio, fu circondata dai tedeschi e furono rastrellati tutti i lavoratori che, caricati su vagoni porta bestiame, sarebbero stati deportati in Germania; destinazione Mauthausen.
In quel giorno del 16 giugno 1944 il rastrellamento di operai e impiegati interessò molte fabbriche: S.Giorgio, Piaggio, Cantieri Navali Ansaldo e Siac. Era la risposta reazionaria dei fascio-nazisti ai tentati scioperi delle fabbriche di Genova Sestri Ponente e Sampierdarena. Nel primo pomeriggio del 16 giugno 1944 la fabbrica venne accerchiata dalle pattuglie delle S.S. aiutate dai repubblichini. Vennero allora presi molti lavoratori, in totale 1500, che messi insieme furono portati su furgoni a Campi, dove su 2 treni, formati da carri bestiame avvolti di filo spinato, intrapresero un lungo viaggio verso Mauthausen, dove giunsero due giorni dopo: il 18 giugno 1944. Quello fu il viaggio più importante della vita di Attilio e non fu fatto per piacere ma come deportato.
Ricordo ancora quando mio padre diceva: Pensa un po’, se appena arrivati in quel campo di concentramento, si fossero sbagliati ed invece dell’acqua avessero fatto uscire dalle docce il gas? Pensa se avessero collegato i bocchettoni alle bombole di Zyclon B? Non sarei più qua.
-Nemmeno io sarei qua:
rispondevo.
I tedeschi avevano bisogno di manodopera operaia, soprattutto di meccanici per le fabbriche d’armi, e allora dopo una selezione rapida furono tutti smistati per le varie città tedesche. Operai da una parte e impiegati dall'altra. Attilio non serviva, egli era un semplice fattorino e a differenza dei miei zii che erano operai meccanici, rimase nei pressi di quel campo. La sua mansione era picco e pala, ovvero piccone e pala utili a lavorare nella vicina cava di pietra.

Mauthausen era un grazioso villaggio austriaco vicino a Linz nel cuore dell'ampia valle del Danubio. Quella cava di granito di Mauthausen era famosa: da lì si estraevano le pietre, con il lavoro forzato -per conto della ditta Deutsche Erd- und Steinwerke GmbH (Officine Tedesche delle Terre e delle Pietre Società r.l.) chiamata spesso con l'acronimo DEST- che servivano per edificare gli edifici monumentali e di prestigio della Germania nazista. L'importanza di questo Lager, che poi diverrà esclusivamente prigione per lo sterminio dei dissidenti, oppositori del regime ed ebrei, portò alla costruzione di un sottocampo detto di Gusen.

A questo punto mi fa piacere segnalare il diario del genovese Mario Magonio: un deportato che lavorava ai Cantieri Navali Ansaldo di Sestri Ponente. Leggendo quel diario si comprende molto di quanto successe ai deportati. Il diario di guerra di Mario Magonio è stato pubblicato da suo figlio Alberto sul web nel 2002. Cliccando qui potrete leggerlo.
Scrive il figlio Alberto nella presentazione: E' un diario di vita quotidiana, di piccole cose e di grandi sofferenze, non è un romanzo di grandi eroismi, non è un tragedia teatrale, è la storia di un' uomo che, come altri milioni di suoi simili, è stato travolto da una guerra che non ha voluto, che non ha capito e non ha saputo contrastare.
Proprio così. Penso che la stessa cosa riguardi anche mio padre. Nel racconto giornaliero di Mario Magonio ci sono riportate le vicissitudini di tanti sestrini. Nel riquadro finale ci sono elencati dei nomi citati nel diario; di sestrini troviamo i seguenti cognomi: Benatti, Consigliere, Desana, Magliochetti, Murta e Roba. Sicuramente molti sestrini sono stati dimenticati o solo sfiorati dalla evocazione presente nel diario.
Leggendo il diario di Mario Magonio ho un quadro di quanto successe ai miei due zii: Bepin e Mario, due meccanici della San Giorgio- deportati insieme a mio papà. Magonio ad esempio finì in una fabbrica alla periferia di Berlino e assistette all'ingresso dell'Armata Rossa nella città. Anche Bepin e Mario furono mandati come 'lavoratori coatti' in altre fabbriche tedesche.
Io ho avuto l'occasione di di conoscere Mario Magonio in età avanzata: era un uomo piccolo con due occhi attenti e uno spirito sempre pronto alla battuta; so che ha vissuto fino a 100 anni di età. Era nato a Genova nel 1919 ed è morto nel 2009. Appassionato di marionette seguirà nel tempo libero fino alla morte il suo Teatro dei Burattini. Sarà un marionettista e sceneggiatore che riportò in vita la maschera genovese di Baciccia.

Un altro diario sulla deportazione a Mauthausen che tratteggia in presa diretta la bruttura della Seconda Guerra Mondiale e di tutto quello che ne è conseguito è pubblicato dall'editore genovese Chinaski. Il diario è stato scritto dall'operaio genovese Orlando Bianconi che in quel fatidico 16 giugno lavorava come elettricista alla Piaggio di Sestri Ponente. Due narrazioni fatte da due operai che avevano -come scrisse il sindacalista sociologo Paolo Arvati nel commemorare Orlando Bianconi- 'Mestiere, orgoglio professionale, coscienza fiera, indipendenza intellettuale. L’operaio medio genovese è infatti adulto, istruito, ad elevata qualificazione professionale: tratti molto nitidi di un soggetto sociale forte, capace di esprimere autonomamente valori e culture'.

l'11 marzo di quello stesso anno ci fu il bombardamento in via Pola nella val Varenna-sopra Pegli-; quindi poco distante da Sestri Ponente, avvenne che un aereo alleato, un 'piper', sganciò tre bombe per colpire un presidio tedesco che si era installato, in località Tre Ponti, nell’edificio in precedenza occupato dalla scuola. Due bombe colpirono invece un caseggiato procurando la morte di 16 vittime civili, tra questi un bimbo di solo un anno e alcuni feriti gravi. La terza bomba rimase inesplosa e fu fatta brillare alcuni giorni dopo. Questo fatto doloroso fu uno dei più tragici sofferti dalla città di Genova durante la guerra. Mio papà mi parlò spesso di questo aereo che veniva chiamato da tutti 'Pipetto'. Questo aereo girava di notte e per questo bisognava oscurare tutte le finestre. Evidentemente in quel caseggiato colpito qualche luce trapelò all'esterno.
Anche se per me era una cosa non vissuta mio papà spesso mi ripeteva:
'Smortâ a lûxe chi l'arîa Pipetto!'- 'Spegni la luce che arriva Pipetto!'.
Ecco oggi potremo dividerci tra chi ha sentito arrivare Pipetto e chi no!

Seguirà parte nona