giovedì, maggio 27, 2004

A futura memoria

La voglia di cemento dei "comandanti" è sempre tanta. Non è quindi un caso che il "nostro" - per me più "loro"- oltre che un mausoleo dove depositare quando diverranno immobili, dato il fatal sospiro, le sue spoglie e qualche villa, ora pensi ad un anfiteatro finto greco più un approdo incavato nella roccia in uno dei posti più esclusivi della Sardegna cui nessuno è permesso costruire.
Penso che quella colata di cemento diverrà il monumento al conflitto di interessi per molti ritenuto solo virtuale. Ecco che con quel cemento il conflitto diverrà tangibile, concreto e soprattutto una testimonianza a futura memoria: poiché nessuno "sa quando una simile orma di pie' mortale la sua cruenta polvere a calpestar verrà".
Coraggio, la Terra ne vede sempre di queste storie; ne vede di scempiaggini.
Fra qualche secolo una torma di turisti scenderà ripide scale per mirar le attuali costruzioni divenute antiche rovine…una provvida guida lo dirà: "Queste erano rovine anche allora, nell'era di un certo…Perlustroni?".

mercoledì, maggio 26, 2004

Ma chi scrive la storia?


Ma chi scrive la storia? Non mi direte che oggi la scrive questo governo; che la scrivono i ministri e i loro sottosegretari…la storia la scrivono involontariamente gli uomini immobili nei letti di tortura: la scrivono i malati della vita, la scrive chi rivolge il suo pensiero oltre il tempo dell’attualità.
Perché ci ostiniamo a chiamare storia le volontà di un potere politico, che seppur eletto non incide per nulla nella nostra letteratura? Già, la storia la fanno i poeti e la loro realtà; per il resto gli altri si ostinano a ripetere lo stesso racconto, un già visto che ognuno sà.
E’ forse storia il racconto di una guerra? Il conteggio dei morti tra le parti? Oggi uccisi 3 soldati americani e 37 civili iracheni…cronaca del furore e della malvagità; riassunto dello spreco e dell’indecenza, del gettare via quello che poteva essere storia ed invece è inutilità.
La nostra storia è intima e ben diversa: è la conquista di un sapere nostro con sacrifici e amore. La nostra storia la scriviamo noi, la scriviamo parlandoci da uguali; la scriviamo anche inventandoci altre storie ma conoscendoci per ciò che realmente siamo.

venerdì, maggio 21, 2004

La storia? Un tutto.
Leggo ad un certo punto nel libro, Verso Santiago di Cees Nooteboom, questa frase: ”Se i musulmani non avessero conquistato la Spagna nel secolo VIII, gli spagnoli non avrebbero conquistato l’America nel XVI secolo. Paradosso? No, realtà”. Sarebbe un paradosso se fosse accaduto l’opposto; ma la storia è solo quello che è accaduto. Tutto quello che è accaduto.
Dopo la cacciata degli arabi dalla Spagna, l’Europa e così poi l’America ha prosperato nel cristianesimo; con questa religione, che indica anche una via di liberazione, l’uomo ha costruito la civiltà più potente. Oggi ci troviamo sempre con gli stessi valori, ma questi si sono svuotati e reggono solo all’apparire: un bel vestito di rappresentanza per santificare la festa. Ora se i musulmani non ci interrogassero sul nostro ruolo e non mettessero a nudo il degrado del paesaggio della nostra anima ecco che non si compirebbe un’altra palingenesi: quella di ritrovare se stessi perché ci sono gli altri.
Come si può pensare di far da soli? E’ dagli arabi che abbiamo imparato l’astronomia e la matematica per ricercare quell’unità divina e della natura che poi insieme forma l’universo. Noi non siamo solo cristiani o musulmani, arabi o americani, europei od asiatici, noi siamo un mondo. Siamo unità.
E se io devo scegliere una parte, non chiedo a chi l’ha di rinnegare la fede ma, lasciatemi una ragione piccola che può diventare nostra, di tutti.


lunedì, maggio 17, 2004

Cosa dicono gli iracheni?

“Restiamo in Iraq, ce lo chiedono gli iracheni”. Così qualche giorno fa dichiarava Frattini, il ministro degli Esteri. L’altro ieri lo stesso ministro riprendendo le affermazioni di C. Powell, diceva: “Resteremo in Iraq solo se gli iracheni ce lo chiedono”. Ma come non aveva detto che ce l’avevano già chiesto? Dopo Bush annuncia che l’esercito USA rimarrà in Iraq anche dopo il 30 giugno data di insediamento del nuovo governo iracheno: “Gli iracheni ce lo chiederanno, dobbiamo garantire la sicurezza del popolo iracheno”. Quindi si sa già che ce lo chiederanno. Questa volta il “nostro” Frattini sta zitto. Meno male.
Queste dichiarazioni fanno capire un paradosso della comunicazione: gli iracheni possono dire tutto e il suo contrario. Si potrebbe rispondere: “Andiamo via dall’Iraq ce lo dicono gli iracheni”, la dichiarazione può essere vera. Anzi ce ne potrebbe essere anche un’altra e anch’essa vera: “Perché siete venuti in Iraq?”; così ci interrogano gli iracheni.
Già gli iracheni sono tanti e ognuno ha delle sue opinioni che possono essere riportate a proprio interesse; ma quale è la verità? Qualcuno ha fatto un referendum? No, ognuno si è fatto la sua opinione e la supporta con quello che “dicono” gli iracheni…oggi noi leggiamo invece che sparano. Sparano sul serio e c’è un primo morto in combattimento. Cosa dicono gli iracheni? Come i nostri leghisti: “Padroni a casa nostra”. E andatevene.

giovedì, maggio 13, 2004

Noi e la tortura

C’è un filrouge che accompagna tutti i sistemi di tortura perpetuati dagli uomini in guerra e no, è nel ritenere “l’altro”, l’occasionale nemico, sempre di una razza inferiore. C’è anche la componente di farsi trascinare da un inconscio collettivo arcaico, quando l’uomo terrorizzato cercava a sua volta di terrorizzare gli esseri viventi che lo circondavano, ma quello che spinge un uomo qualsiasi a dare sfogo alle parti più bestiali è il carattere culturale di ritenere l’altro uomo un diverso: una persona indegna, un nemico su cui esercitare il potere di una propria intelligenza (e crudeltà) superiore.
Se si insegnasse e si applicasse quello che caratterizza la nostra civiltà, ovvero i valori cristiani e di umanità laica che ritiene ogni uomo una via alla bellezza, all’arte e alla trascendenza divina, forse si farebbe un piccolo passo verso l’evoluzione dell’umanità. Di tutta l’umanità.
Così assistiamo nelle nostre città, in buona parte poi tra quelli che vanno in chiesa tutte la domeniche, ad uno strisciante razzismo: l’esercizio religioso cattolico diviene uno strumento di identità, di riconoscimento della propria comunità, che lo è per usare il termine “extracomunitario”. Ma extracomunitario di che cosa? Non certo della comunità umana; di quella cristiana?
Così si perpetua la Passione di Cristo, con quello che abbiamo fatto “nostro” ed ora paradossalmente rigettiamo su un uomo torturato cui, diciamo noi, è a somiglianza di Dio…ma è soprattutto un nemico, quello a cui dobbiamo insegnare la verità, la giustizia e la democrazia. Quante torture dobbiamo ancora aspettarci? Non è forse insita nel religioso Bush la stessa cultura?

martedì, maggio 11, 2004



Nessuno si sa poeta; eppure quel che si dice talento, è in forza ad ognuno. Così la penso per cultura umanistica, ma poi a scrutare le facce, i movimenti e certe idee, trasalgo e vince lo sconforto. E’ giusto allora che la pena di morte continui; continui a portarci via, a ripulire la piazza: non certo la pena di morte inferta dai tribunali, ma quella di una provvida natura. E' giusto che si rinnovino sentimenti, si perpetuino rabbia e dolore, si riascoltino risate e gioia. Ma perché tanta ricchezza viene sperperata? Perché un'unità di scambio, fa scegliere un lingotto d'oro ad un bacio?
Dato che il pensiero e l’immaginazione sono funzioni accessibili a tutti è chiaro che la funzione poetica o creatrice è nella possibilità e disponibilità di chiunque. Così continuo a pensare che la poesia, come l’amore, capiti a tutti come un accidente; un meraviglioso accidente che ci apre alla conoscenza, alla realtà e agli altri poiché con quello che ci capita comprendiamo che non siamo soli e condividiamo tutto.
Per questo ho fatto un piccolo libro: “La poesia come un accidente…”. Non credo che lo troverete nelle librerie, la casa editrice è piccola e le copie sono poche ma se lo richiedete a me ve lo farò avere.

domenica, maggio 09, 2004

Torture e guerra

La tortura si innesta naturalmente in quel contesto irragionevole, inumano che si chiama guerra. Ci spiegano, di solito i potenti che la proclamano, che la guerra si farà con codici cavallereschi, che si faranno morti mirate con bombe intelligenti e convenzionali (chissà che differenza fa per chi muore), che saranno rispettati i prigionieri e chi vince alla fine detterà le condizioni…ogni volta poi assistiamo, poveri tapini in balia alla "pazzia dei Cesari" e all'inconscio collettivo, al copione della guerra con le sue brutture quasi pensandola ogni volta diversa.
Ma la guerra è questo: è terrore, morte, miseria, umiliazione, odio e anche tortura. C'è da meravigliarci? Lo stesso odio che si ha in fondo per l'altro è quello che si nutre per se stessi, per quel sogno d'onnipotenza che si infrange contro le nostre miserie. Solo la compassione ci può salvare.
Ora si dice: "Colpiremo i responsabili"…e chi è il responsabile se non Bush? Il liberatore? Il maestro di democrazia, che non ha vinto neppure le elezioni?

venerdì, maggio 07, 2004

L'Arte di amare


Quest’anno è uscito in ristampa “L’arte di amare”, un bellissimo libro di Erich Fromm, che spiega come la facoltà d’amare non è acquisita naturalmente dalle persone, non è una funzione innata, ma debba essere imparata; vada compresa nel suo profondo significato di comunicazione intima e sincera che unendo due individui li faccia crescere insieme ad un livello superiore.
Fromm sostiene, con questo libro, come l’attuale società fornisca palliativi e surrogati al sentimento d’amore che si sposta nel consumare. Oggi essere felici vuol dire divertirsi e divertirsi significa consumare; consumare è scambiare, barattare, comprare e vendere tutto quello che si pensa utile ai nostri bisogni. In questo modo l’amore come soddisfazione reciproca, l’amore come cooperazione, come rifugio alla solitudine, diventa la forma della disintegrazione dell’amore nella società occidentale moderna, la patologia socialmente schematizzata dell’amore.
Fromm avverte che l’amore è possibile solo se due persone comunicano con il loro essere profondo, sentendo loro stessi, nell’esperienza di rapporto, la vitalità e la forza dell’amore: l’amore sentito così è una sfida continua che spinge a sviluppare la propria personalità; paradossalmente l’amore ci libera, non è possesso o costrizione ma la costruzione di una unità che consente di restare due.
Il libro scritto da E. Fromm nel 1956, divenuto subito un grande successo, a distanza di moltissimi anni è ancora attuale e continua a trasmetterci la sua originale visione: ad amare si impara. Amare, per Fromm, è “prendere parte” e non “lasciarsi prendere”; è un esercizio di pazienza come il continuare a rialzarsi di un bambino che sta imparando a camminare.
“L’arte di amare” non è un prontuario che illustra stratagemmi sentimentali ed erotici ma un invito a cogliere gli ostacoli che impediscono lo sviluppo del sentimento amoroso in amore vero; un aiuto quindi a lavorare su se stessi per scoprire quel talento con l’applicazione ad essere spontanei, ad essere come artisti.
Così per amare, bisogna imparare prima a pazientare, a sapere stare da soli, ad accettare l’altro e rispettarlo; importante poi è avere fiducia in se stessi perché in fondo è nel rapporto con il proprio sé che si sviluppa il rapporto con il prossimo.
Allora un buon auspicio di lettura utile a tutti per dare forza a quella verità che sostiene che diventando saggi e cambiando noi stessi, cambiamo e facciamo saggio il mondo.


martedì, maggio 04, 2004

Noi sappiamo di noi

Non sappiamo di noi. Spesso ci facciamo domande, ci interroghiamo su chi siamo inseguendo comportamenti e risposte stereotipate, ma ogni giorno, meglio ogni notte, la nostra natura intima si rivela e noi abbiamo la possibilità di risposte vere con i sogni. Il sogno è la strada, la via principale per questa conoscenza. Le informazioni su di noi sono dentro di noi e i sogni ci consentono di accedere a questa realtà soggettiva. In noi non abbiamo solo le informazioni su di chi siamo veramente, ma anche ci l’indicazione per trovare il senso della nostra vita e realizzare il nostro destino.
I sogni ci rivelano con una puntualità impressionante il nostro stato psichico. Certamente la lettura dei sogni non è mai banale, non è interpretabile tout-court, ma è da mettere in rapporto dialettico con il nostro vissuto reale e la nostra parte oscura. Proprio quest'ultima parte, ovvero l'inconscio, viene espressa dal sogno attraverso metafore, simboli, immagini molto simile al linguaggio artistico.
Quindi annotatevi i sogni e interrogateli. Non abbiate paura poi di non riuscire a trovare subito la risposta; certo che la natura sarebbe stata crudele se ci avesse dato i sogni e non la possibilità di interpretarli, allora pensateli e vedrete che arriverà la risposta.
Bisogna ricordare che nell’epopea di Gilgamesh, la storia più antica risalente a 5000 anni fa, viene ricordato un sogno: una stella caduta addosso a Gilgamesh, il regnante, lo mette in difficoltà e così chiede aiuto al suo popolo; egli allora scopre il passaggio del sentire collettivo a quello individuale. Non è un caso che i divi si appellino star- stella; questi individui che agiscono modelli collettivi non sono molto individuati. La stella rappresenta l'unicità della persona; ogni anima ha una stella in cielo. La stella è il nucleo originale e originario del nostro essere. Ogni sogno contiene un insegnamento, un richiamo; la stella della nostra unicità vive, viveva e vivrà. La stella indica una strada nuova che nessuno ha mai seguito: la strada giusta per te.
Il sogno di Gilgamesh è anche un momento importante del passaggio dal sentire collettivo a quello individuale. La vita ci chiama a vivere il destino di individui unici; invece spesso si ci nasconde in ruoli collettivi e dietro ambizioni. Dire ad esempio: io sono il mio talento, la mia intelligenza, vuol dire essere soggetti alle proiezioni e la devozione altrui, gonfia fino a scoppiare…così nasce la "pazzia dei Cesari". Qui entra in gioco la misura che è per ognuno diversa e non misurabile. Se ci si chiede quanto si vale, difficilmente si trova una risposta. Dipende dai momenti e per ognuno oscilla. Certo che certuni circondati da mediocri si sentano "grandi".
I sogni ecco che come polvere di stelle giungono a noi per rivelarci l’essenza di cosa siamo e di quanto poi sappiamo.



lunedì, maggio 03, 2004

Una vita non basta


Una vita non basta per fare i conti con tutto quello che abbiamo lasciato in sospeso, per questo credo in altre vite; credo in un karma, credo che rinasciamo e che non moriamo.
Una vita non basta a farci comprendere quello che ci circonda; la materia che vediamo e tocchiamo arriva da lontano e da azioni cui noi non abbiamo consapevolezza.
Una vita non basta a farci dimenticare la scimmia, a fare uno scalino in su, a continuare la storia. Se poi vediamo ancora guerre e con queste moriamo della violenza assurda data dalle nostre mani, una vita non basta davvero.
Una vita non basta per diventare cinese e poi indiano, diventare giapponese e americano; dobbiamo riprovare e riprovare, sbagliare e ritentare per essere quello che già siamo.
Ma allora una vita non basta? Non basta per conoscerci e sapere di noi?
Credo di no; penso che ci ritroveremo e chissà allora se ci riconosceremo, perché una vita non basta.

giovedì, aprile 29, 2004

Presentazione del libro:
“La poesia come un accidente…”

di Giorgio Boratto - Carroggio Editore

“La poesia come un accidente…” è un libro che si può aprire a caso e per caso anche senza imbattersi necessariamente in una poesia, si incontra un pensiero che la richiama.
Insomma, dov’è la poesia? E’ nell’avvicinarsi il più possibile alla realtà senza perdersi, senza dimenticare di quanta bellezza c’è in ognuno di noi e soltanto a richiamarla, anche senza rime baciate, ritornelli e punti a capo, la poesia si trova; c’è, come un beneaugurato accidente.
“La poesia come un accidente…” è così perché la poesia poi la si ritrova anche nella prosa, in certi minuti passaggi espressi con il sentimento dell’interrogazione e della meraviglia; è così perché leggendo anche a caso e solo due pagine al dì, come potrebbe suggerire un medico dell’anima, regala salute spirituale e chissà. Chissà allora, se questo libro non fosse un regalo da fare a se stessi, lo si potrebbe trovare in farmacia.

mercoledì, aprile 28, 2004

Genova del saper fare

Ieri sono entrato in quella strana mostra chiamata “Genova del saper fare” e Genova mi si è mostrata nella sua veste migliore. Daniele Miggino aveva già descritto bene, su mentelocale.it, il carattere “ascendente” della disposizione delle sale che illustrano Genova come primaria risorsa industriale; io vorrei invece calarmi nel meandro emozionale che questa mostra evoca.
Guardando quei filmati, ascoltando i suoni, che avvolgono chi visita la mostra, sono stato assalito dalla commozione: io quel mondo l’ho conosciuto, io con quegli uomini ho vissuto; io con quel “saper fare”, fatto di sacrifici, di solidarietà, di conoscenza e amore del proprio lavoro, ci sono cresciuto. Ora quelle immagini sembrano distanti, ma sono passate solo due generazioni e basta chiedere ad un nonno d’oggi per farle affiorare nella mente.
Insieme a quelle navi, treni e aerei, con quelle fabbriche simili a fucine dell’Olimpo o gironi danteschi, si costruiva una coscienza sociale e civile; si costruiva la storia e il lavoro diventava valore, lo strumento per riscattarsi, migliorare la propria vita insieme a quella degli altri. Non è un caso che Genova sia diventata per questo anche un riferimento politico importante, dove la politica assume nel concreto il valore di saper essere l’arte della convivenza civile.
Il “saper fare” di allora era un “saper conoscere” la natura intima della materia che si trasformava ed era anche un “imparare a vivere”: trovando nei lavori umili e faticosi la dignità dell’esistenza protesa a migliorare una condizione di miseria diffusa.
La prima sala che incontro è quella del porto, del suo lavoro e delle sue navi: qui ho rivisto il varo del transatlantico Michelangelo; rivisto poiché io nel 1965 vi avevo assistito nei cantieri di Sestri P. Ho rivissuto, con il filmato in bianco e nero che pare ancora più distante, l’emozione di quell’evento e, nel breve calcolo di 39 anni fa, mi dico che con quella turbonave si chiudeva un’era, finiva un mondo non certo il saper fare.
La sala 3, Ferro e Acciaio, è quella che più di tutte mi ha coinvolto; posizionandomi nell’apposito riquadro sul pavimento, insieme ai suoni della fabbrica si sente vibrare, tremare la terra, si ha l’impressione di partecipare allo sforzo per trasformare con il fuoco il minerale in acciaio, in lamiere, travi, barre che diverranno poi auto, treni, aerei, robot in altre parti del mondo ma soprattutto ancora qui nel “saper fare” di Genova. Infatti erano sempre a Genova le industrie di aerei, di treni, di navi…
Poi macchine, nomi illustri, fabbriche prestigiose; poi ancora intelligenze, successi, risultati per arrivare ad una sala dove la pianta di Genova si estende sotto grandi immagini di luoghi della città trasformati, ridisegnati e fatti rivivere come un puzzle della memoria. Ecco un nuovo senso di città dove il cambiamento è imposto dal lavoro, dal consumo, dai bisogni e forse anche dai sogni di un futuro mai raggiunto.
Con questa ricchezza del “saper fare” che si sta trasformando, cambiando, Genova oggi tenta altre strade, cerca il turismo, ricerca una nuova identità culturale; ma la Genova finora conosciuta è ancora in queste sale. Genova con i suoi uomini è ancora pronta alle sfide presenti.

martedì, aprile 27, 2004

Contributo alla liberazione degli ostaggi


Cari arabi delle falangi di Maometto, guardate bene l'Italia e capirete che la maggioranza del suo popolo è contro la guerra e contro la permanenza in Iraq del suo esercito.
Cari arabi iracheni girate per tutte le città italiane e vedrete ancora sventolare le bandiere della pace, le bandiere arcobaleno, sui balconi delle case.
Il governo italiano sul tema dell'intervento militare in Iraq è in minoranza, non ha fatto nessun referendum.
Quella parte di popolo italiano che sosteneva l'invio di soldati in Iraq credeva di andare a portare la pace, di aiutare a costruire la democrazia e non di ritrovarsi ad aiutare gli americani ad impadronirsi della vostra terra.
Credeteci arabi del nostro medio oriente, depositari della scrittura e della cultura più grande; credeteci arabi onesti e ancora portatori di valori di bontà e bellezza come le vostre moschee.
L'Italia ha un cuore enorme e la sua vera cultura non è quella di Berlusconi.

sabato, aprile 24, 2004

La Poesia è già scritta

La poesia è già scritta; arriva con parole conosciute
Parole semplici, suoni profondi che toccano tutti…
E non serve evocare cuori, amori, cieli e angeli, colombe e colori
E non servono rime, ripetizioni, andare a capo o ritornare sui propri passi
Quando arriva la poesia, tu la riconosci e ti meravigli
Ti meravigli come un bambino che scopre quello che c’era sempre stato.

martedì, aprile 20, 2004

Genova c'entra

Quando accade qualcosa di importante, di tragico o eclatante; anche solo di gossip o di distante, mi chiedo come non possa entrarci Genova.
Mi sono accorto che nelle varie storie che formano la Storia, Genova c'entra sempre; c'entra non per la genovesità o per caratteristiche speciali, c'entra come luogo, come entità geografica per cui la storia per via di una nascita, di una casa, di un'amicizia, di una nave o di un treno, Genova c'entra. C'entra sempre.
Con strani giri, come linee da tracciare tra vari punti o come nel gioco della pulce, qualcosa passa e salta su Genova. Su Genova torna.
Così Genova è entrata anche nelle morti in Iraq, con la tragica uccisione di un suo abitante; poi per chi sa scavare, Genova c'entra per altre innumerevoli cose: un'arma qui comprata, una fabbrica interessata o solo per una pensata fatta in un suo vicolo verso sera …
Genova così per la cronaca diventa in certi momenti centro del mondo; lo diventa per i suoi uomini, per i suoi fatti, per il suo mare, per mille cose o semplicemente perché ogni luogo è un microcosmo che rispecchia quello più grande, per cui alla fine chi può dire che quel piccolo luogo dove si vive non consumi e tocchi anch'esso la Storia? La storia che in fondo interessa tutti, non solo un luogo, e fa di ognuno il centro del mondo. Ecco sarà per questo che Genova c'entra. C'entra sempre, c'entra come i nostri pensieri.

domenica, aprile 18, 2004

Esce il mio libro


E' in uscita il mio libro: "La poesia come un accidente...".

sabato, aprile 17, 2004

L'arma più forte

Sono arrivato osservando gli sviluppi della violenza nel mondo ad una conclusione: per combattere contro il più potente esercito del mondo, contro la più grande potenza armata della Terra, ovvero gli U.S.A., ci sono solo due possibilità: il terrorismo o la resistenza passiva alla Gandhi; io sono per quest'ultima.
Diversamente e lo si è visto in Iraq, come si potrebbe assistere in ogni parte del globo, è inutile combattere contro la tecnologia militare devastante degli USA. Quelli con occhi satellitari, con aerei fantasma, con missili intelligenti, con bombe a grappolo per il "colpisci e terrorizza", hanno già vinto tutte le guerre prossime venture che dichiareranno a loro piacimento, e poi sempre loro le dichiareranno finite e vinte.
Ai popoli che non sono amici degli americani che cosa rimane? Ripeto, ci sono solo due possibilità: il terrorismo o la resistenza passiva alla Gandhi; io sono per quest'ultima.
Il Vietnam, per la verità, ci ha fatto comprendere che vincere contro l'esercito più potente è possibile con la guerra popolare dove ogni abitante dello stato invaso è un soldato senza divisa armato soprattutto dalla volontà di cacciare l'oppressore e il portatore di una cultura estranea alla loro. Questa guerra popolare cruenta e senza esclusione di colpi, che è il terrorismo delle due parti, trascina un odio per generazioni e generazioni per cui alla fine non esiste mai un vero vincitore ma solo una sospensione del conflitto armato per altre forme di repressione.
L'India è riuscita a vincere la guerra con gli inglesi, allora la potenza mondiale per antonomasia, solo con la resistenza passiva, con la disobbedienza, gli scioperi, il rifiuto delle loro gabelle e con la forza morale e ragionevole di volere essere padroni del proprio destino, della propria terra e dei loro diritti. Il resto è storia.
Forse ancora una volta l'arma più forte è e rimane "Il discorso della Montagna".


venerdì, aprile 16, 2004

Neanche


Un missile sparato ieri dagli americani ha colpito la casa dove vivevano una donna e i suoi due figli. Nessuno dei tre ha avuto il tempo di dire qualcosa, neanche «vi faccio vedere come muore un iracheno». (jena) da Il Manifesto di oggi

giovedì, aprile 15, 2004

Morti in Iraq

In Iraq ci sono migliaia di morti civili e militari, noi piangiamo i nostri; ognuno piange i suoi. Certo è che a piangere sono le persone semplici; non sono certo Bush che ha scatenato l’irragionevole guerra, né i fanatici che la alimentano.
Fra poco ci verrà detto:“ragazzi, quello è il prezzo della libertà, della democrazia, della nostra civiltà”. Grazie; già sentito e già anche pagato.
Insomma per far tenere agli americani lo stesso tenore di vita, lo stesso standard di consumi bisogna pagare dei prezzi; queste morti fanno parte del conto. Così la perfida economia di mercato delle merci si mischia con quello della vita degli uomini. Ma sarà vero che siamo fatti ad immagine e somiglianza di Dio? Con il simbolo del dollaro stampigliato in testa, con i loghi delle multinazionali cuciti sui vestiti, forse siamo più credibili. Allora perché continuare la retorica degli eroi; le falsità di patrie da difendere, diciamoci semplicemente che dove ci sono “ricchezze” da perseguire, ci sono criminali, sfruttati, speculatori, potenti e lavoratori che ci lasciano la pelle. Infine c’è la guerra santa per ricordarci quante “divinità” esistono.


mercoledì, aprile 14, 2004

Darwin è qui

Se viene bandito l’insegnamento di Darwin dalle scuole non c’è proprio speranza…o almeno se ne apre paradossalmente una: non sarà che abbiamo trovato l’anello mancante tra l’uomo e la scimmia nella ministra Moratti e i suoi sostenitori?
Certo che se Dio ci avesse fatto direttamente così, come siamo, ci avrebbe fatto veramente male e senza fantasia…che ne sò, poteva farci le ossa in poliuretano e invece dei piedi delle ruote cingolate…
Ma invece ecco, è possibile che in questo periodo storico stia avvenendo un fondamentale passaggio della specie dei primati in evoluzione: il salto evolutivo nella forma mentis.
Continuiamo ad avere tutti i residui scimmieschi in comune: muscoli piliferi, escrescenze caudali, dentatura onnivora, ma iniziamo a differenziarci tra Bushimani ( sostenitori dell’attuale presidente americano) e Umani; tra dinosauri con grandi corazze e poco cervello ed una specie di E.T. dalla pelle vizza, grandi occhi con un gran cervello, ma indifesi. Chi trasmetterà il testimone?