domenica, ottobre 31, 2004

Al Festival della Scienza

Per ricordare il centenario della nascita dello scienziato Giuseppe Montalenti, il Festival della Scienza 2004 ci ha dato, oggi sabato 30 ottobre, anche l’occasione di vedere la bella sala per conferenze del complesso monumentale di S. Ignazio.
Ad accogliere i partecipanti c’erano Pietro Greco e Alberto Piazza, era assente Gilberto Corbellini per motivi di salute.
Ha parlato per primo Pietro Greco, giornalista scientifico e saggista, illustrando l’intensa biografia di Montalenti accompagnata da molteplici interessi scientifici, cui il più ossessivo, in senso positivo, fu quello dell’evoluzionismo.
La grandissima opera storico e scientifica di Giuseppe Montalenti, si comprende subito, è stata fondamentale per far passare in Italia la teoria evoluzionista darwiniana e insieme al suo forte impegno volto a coniugare la cultura umanista con quella scientifica, che in Italia ha avuto grossi ritardi.
Montalenti fu sempre molto critico sulla posizione che la Scienza occupa nella cultura del nostro Paese. Egli non accettava la concezione che la cultura umanistica sia la depositaria di tutta la cultura, mentre la Scienza sarebbe un fenomeno che poco avrebbe a che fare con la cultura dello spirito, ma sostanzialmente con la conoscenza, attraverso la ripetizione di esperimenti in laboratorio, di ciò che avviene in natura. Per Montalenti la scienza è totale in quanto la comunicazione culturale coinvolge tutte le dimensioni del sapere: storico, filosofico, sociale…e la sua lungimiranza lo portò, primo in Italia, ad introdurre il tema dell’ecologia.
La Scienza è quindi una cultura vera, che afferma un valore di cultura totale. Poi, non è forse l’evoluzione biologica sempre in primo piano? Greco racconta per questo i rapporti con Benedetto Croce, colui che con il suo idealismo avversò quella cultura scientifica espressa da Montalenti come materialistica e positivista. Per Benedetto Croce l’uomo non evolve solo organicamente ma deve avere una sua ‘teologia’; oggi invece grazie a Montalenti e la sua attualità, sappiamo che l’incontro tra le varie culture e scienze accresce le conoscenze in generale, aprendoci nuovi orizzonti di ricerca. Insomma quanto evolviamo scientificamente e quanto filosoficamente? A questa domanda ci porta l’excursus scientifico di Alberto Piazza, docente di Genetica Umana, Biologia e Biochimica presso l’Università di Torino. Il prof. Piazza, che con la sua folta barba ricorda Darwin, ci ha parlato proprio del grande teorico dell’evoluzione della specie, della sua teoria, delle affermazioni scientifiche supportate da numerose scoperte. Il prof. Piazza ci ha raccontato anche dei ritardi, della incompletezza delle traduzioni, delle difficoltà culturali generalizzate dell’ambiente accademico italiano a conoscere e dibattere il grande tema dell’evoluzione umana per arrivare fino ad oggi e non poteva mancare l’accenno, in questa sede, alla posizione del ministero della scuola su Darwin: un momento di attacco alla teoria di Darwin, con il divieto di insegnarlo nelle prime classi. Bisogna dire che quella di Darwin oggi non è più una teoria, ma un’ipotesi confermata da numerose conoscenze ottenute in laboratorio. Oggi abbiamo anche la scienza genetica, abbiamo più tecnologie e mezzi per superare certe visioni che erano per forza di cose parziali: bisogna però stare sempre attenti ai fondamentalismi di ogni parte; c’è n’è uno anche positivista che insulta l’altra parte e a queste posizioni dobbiamo rispondere – dice il prof. Piazza- con serietà di argomenti e prove che mano a mano ci portano paradossalmente a trovare una unità di ragioni: quelle che Montalenti aveva da subito auspicato.
In conclusione per rispondere alla domanda di come evolviamo, ci vorrebbe forse un test, invece Piazza ci ha letto un piccolo scritto di genetica, perché spiega è interdisciplinare; è una scienza che unisce diverse conoscenze: matematiche, statistiche, mediche, biologiche…ecco un metodo e insieme una risposta. La più scientifica possibile e forse anche la più umana.
Il cammino è ancora lungo, ma in questa ottica di cammino è bello sapere che ci si può tenere la mano per non cadere: insieme scienziati e filosofi. Montalenti eccezionale divulgatore delle tematiche scientifiche lo aveva sostenuto e storicizzato con le sue opere molto tempo fa.

sabato, ottobre 23, 2004

Davanti agli sbarchi

Davanti agli sbarchi di disperati sulle nostre coste io non ho da offrire che lacrime e le uniche parole che penso sono: se questo è un uomo.
Questi africani morti e redivivi, che hanno affrontato il salto verso la nostra terra, che non so quanto non sia anche loro, sono paradossalmente la nostra speranza. Il loro anelito di fuggire dalla miseria, dalla crudeltà di guerre che noi chiamiamo di democrazia, sono la speranza per un mondo migliore; la speranza di riconoscere uomini e donne arrivati da «un’altra vita» per raccontarci che la «nostra» non è reale, non è sicura e soprattutto non è immortale.
Dopo di ciò fanno paura quegli uomini, esponenti di un potere istituzionale che si dice democratico ma mostra il volto arrogante e razzista, che parlano di chiusura, di reati, di delinquenza. Loro, che si sono riempiti la bocca di garantismo, di libertà e progresso, poi hanno ridotto i diritti, cancellato il reato di falso in bilancio per crearne uno inesistente di clandestinità, ridotto in nero un lavoro ed invisibili quei lavoratori che lottano per la sopravvivenza. Loro, impegnati sull’entità delle tasse, sui condoni ai furti e alle ricchezze nascoste, hanno senza quei disperati in verità già perso tutto. Il bene posseduto è un bene provvisorio quanto la vita che non si può negare a nessuno.

venerdì, ottobre 22, 2004

a vita bassa

In un articolo, dei giorni scorsi su un quotidiano, una quindicenne diceva di voler comprare un paio di mutande Dolce e Gabbana da indossare sotto i jeans a vita bassa facendo uscire bene la scritta e poi andare a passeggio sulla Tuscolana insieme ad altri ragazzi. Alle obiezioni del professore di scuola che le faceva osservare quanto fosse triste ripetere le scelte di tutti, rinunciare ad avere una personalità, arrendersi a una moda pensata da altri, la quindicenne replicava: "Professore, ma non ha capito che oggi solo pochissimi possono permettersi di avere una personalità? I cantanti, i calciatori, le attrici, la gente che sta in televisione, loro esistono veramente e fanno quello che vogliono, ma tutti gli altri non sono niente e non saranno mai niente. Io l'ho capito fin da quando ero piccola così. La nostra sarà una vita inutile. Mi fanno ridere le mie amiche che discutono se nella loro comitiva è meglio quel ragazzo moro o quell'altro biondo. Non cambia niente, sono due nullità identiche. Noi possiamo solo comprarci delle mutande uguali a quelle di tutti gli altri, non abbiamo nessuna speranza di distinguerci. Noi siamo la massa informe".
Da sempre penso ci sia nei quindicenni, per non dire altre età giovanili e no, lo spirito di branco, di emulazione di modelli definiti di successo, di appartenenza e ricerca di mode. Poi esiste anche un altro problema che riguarda, oltre che il costume e la psicologia di massa, anche il perché del bisogno di celebrità, di successo che c’è in tutti e fa sentire frustrati e inutile chi non riesce a raggiungerlo.
Oggi la televisione dimostra tutto il suo potere attrattivo e di risposta ad un bisogno che è profondo e se analizzato bene risulta semplice: la conferma di esistenza. Già, abbiamo bisogno che qualcuno ci dica sempre che viviamo, ci siamo e che siamo noi. Per soddisfare questo semplice bisogno servono le ‘carezze’ di ogni tipo, tanto che è meglio uno schiaffo, un rimprovero, all’indifferenza.
In Tv succede che si diventa qualcuno, si diviene celebri, in breve tempo senza nessuna particolare dote: basta apparire; basta quello per essere riconosciuti, e con questo riconoscimento ricevere le famose carezze utili a confermare l’esistenza, l’essere in vita.
La mancanza di celebrità, quello che manca in sostanza alla quindicenne, fa sembrare la vita inutile. Pare che le carezze e quella quantità necessaria a dire che ci siamo sia dovuta solo a chi è celebre, al divo, allo sportivo vincitore, il resto è nullità. Ecco spiegato forse anche la corsa a diventare ‘veline’: pseudo ballerine, cantanti, figurine utili a rendere la scenografia festosamente sexi; metterci la faccia e il ‘sedere’ rende molto celebri.
Per me avviene questo perché si è travisato e ricevuto all’origine l’insegnamento sbagliato su ciò che è l’amore. L’amore è la vera medicina che guarisce il bisogno di confermare l’esistenza e regala le più belle, profonde e durature carezze.
Ma non bisogna scoraggiarci: amare è un’arte e si deve imparare a proprie spese. Allora si comprenderà che diventare celebri, non vuol dire amare ed essere amati, ma sentire di più questa mancanza; sentirla al pari di chi non lo è, ed è forse per questo più vicini alla vera arte. L’arte di amare.

martedì, ottobre 19, 2004

La qualità degli uomini

Si possono avere idee di destra o di sinistra ma in fondo quello che conta è la qualità degli uomini; è il rapporto con il proprio sé, che si trasmette nelle relazioni con gli altri determinandone poi i comportamenti, che fa misurare la bontà di questi ultimi.
Allora in fondo il vero discrimine tra gli uomini e i diversi schieramenti ideali passa attraverso caratteristiche umane non indifferenti.
Non ci sono in questo senso allora “buoni” o “cattivi”, “bravi” o “stupidi”, ma in sostanza solo innamorati della propria immagine ed esclusivisti della ragione, predicatori, avventurieri, bugiardi, insaziabili e avidi di potere.
Tutto questo, chiaramente per i politici, si nasconde dietro il perseguimento del servizio comune. Sì, questi ultimi dovrebbero essere uomini generosi, di qualità, che si mettono a disposizione per risolvere i nostri problemi di convivenza ricercando la sottile arte del “male minore nell’interesse maggiore”. Ma è così?
Osservateli bene i politici o i detentori di cariche pubbliche e ditegli un preventivo grazie: si sono messi a nostra disposizione, così almeno si pensa; poi non guardategli la ricchezza del portafogli ma quella dell’anima, e lì casca l’asino. Quanti di questi conoscono il dolore del peccato? Quanti dovrebbero preventivamente chiedere perdono per non conoscere abbastanza di loro, della vile natura, prima di aiutare noi?
Ecco, a molti di loro manca la compassione, una pietà per loro stessi che li aiuterebbe ad averla per gli altri.
Essere eroi non è una qualità e quando certi uomini parlano, prima dovrebbero interrogarsi un po’. Dovrebbero essere degli straordinari interrogatori che più di risolvere i nostri problemi imparassero a risolvere i loro e poi insegnassero a chiederci perché.
Ecco una qualità, una qualità degli uomini, che aiuterebbe il mondo.


sabato, ottobre 16, 2004

Saggio sul linguaggio del Cav.

Con le continue ‘battute’ di Berlusconi e dei suoi ministri la questione del linguaggio, analizzato nel libro ‘Il linguaggio e la retorica della nuova politica italiana’, scritto da Amedeo Benedetti per la Erga Edizioni, è sempre attuale. L’autore, del libro in questione, Amedeo Benedetti è uno studioso attento alla comunicazione e alle forme immaginative che dopo aver scritto un saggio su il linguaggio delle nuove Brigate Rosse, ora si è cimentato in questo studio attento alla comunicazione politica in generale ed in particolare a quella del leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi.
Con l’avvento di Berlusconi nel panorama politico italiano c’è stata una rivoluzione dell’uso del linguaggio: tutto diventa diretto. Prima si parlava il ‘politichese’ una comunicazione arzigogolata piena di giri di parole inconcludenti e incomprensibili; era un linguaggio di chi non voleva farsi capire, una sorta di codice tra addetti ai lavori e che gli stessi operatori dell’informazione, i giornalisti, stentavano a decifrare. Ora invece c’è un linguaggio semplice, diretto, povero di contenuti che semplifica i problemi ma non li risolve. Prima le promesse venivano fatte come impegno di un intero partito, delle forze politiche e non venivano mai mantenute, mentre addesso vengono fatte con l’impegno personale, con il «ghe pensi mi», ma ancora regolarmente non vengono mantenute. In sostanza è cambiato il linguaggio ma non i vecchi vizi della politica italiana.
Berlusconi è allora il grande comunicatore? Per l’autore del libro lo è chi sa convincere, chi riesce a portare sulle sue posizioni gli altri e il cavaliere in parte lo è ma sconta anche il vuoto, l’assenza di contenuti. Quanto può durare la banalità? Quanto può continuare a convincere la comunicazione di Berlusconi e il suo uso delle parole che privilegiano l’impolitico? Una cosa balza agli occhi di tutti: il linguaggio della nuova politica non risolve i problemi: è un linguaggio vuoto. La politica di Berlusconi si riduce a poche frasi: Giù le tasse - Più libertà – Via i comunisti. Se c’è qualcosa che differenzia la destra dalla sinistra è che la destra non fa analisi, non si interroga. La destra usa solo il linguaggio dell’ottimismo come la strada principale per fare aumentare i consumi, gli investimenti, il progresso: un giro di solo parole.
Nel saggio di Amedeo Benedetti si sono analizzati i meccanismi di comunicazione usati da Silvio Berlusconi e approfonditi con scrupolosa cura nelle oltre 200 pagine del libro, che raccoglie 750 citazioni del personaggio in questione.
Ecco qualcuna delle citazioni: «Quando Bossi dice che sono peronista forse si riferisce alla birra Peroni» (1994); «Arafat mi ha chiesto di dargli una tivvù per la Striscia di Gaza. Gli manderò Striscia la notizia» (1997); «E’ vero, con la Finanziaria si dà con una mano e si toglie con l’altra. Qualcuno ha detto che più di una partita di giro è una partita di raggiro» (1997); «Al Partito Popolare Europeo l’altro giorno ho fatto ridere tutti i delegati quando mi sono appropriato di una battuta di Woody Allen e ho detto: Il comunismo è morto, ma anche la socialdemocrazia sta poco bene» (1999); «Ecco un uomo che ha sempre le mani in pasta: è ginecologo» (2003).
la semplificazione del linguaggio cerca di semplificare anche i problemi che sappiamo invece complessi; quanto può durare e risultare vincente questo linguaggio e novità nella politica?
Il libro domanda questo e in parte cerca di rispondervi. A voi leggerlo e trarne le vostre conclusioni.

Il linguaggio e la retorica della nuova politica italiana
Amedeo Benedetti
Erga Edizioni, 225 pagine, 17 euro


giovedì, ottobre 07, 2004

necessità del male?

"Il comunismo è stato un male necessario in qualche modo all'uomo e al mondo". Così Giovanni Paolo II definisce la dottrina politica che affonda le sue radici nel pensiero di Marx e Engels nella sua nuova opera Memoria e identità.
Interessante questo punto di vista di chi è considerato, per il verbo, 'infallibile'.
Io semplicemente che nel comunismo ho creduto senza infallibilità, ma proprio per la fallibilità dell'uomo insieme delle sue capacità ad essere qualcosa di diverso: superiore, morale e benefico per l'umanità tutta; lo penso forse ancora un bene possibile.
Intendiamoci, sappiamo che nel nome di grandi ideali e convinzioni di giustizia, moralità, si sono compiute le più atroci nefandezze contro l'umanità, per cui nessuno è immune dal male e in specie del proprio pensare con delle certezze; ma il comunismo, quello trasmesso anche originariamente e originalmente da Gesù Cristo, penso sia ancora un valido ideale per una nuova umanità.
Vive e c'è poi quel male più grande ed infinitamente diffuso che è quello dell'inconsapevolezza, dell'ignoranza, del voltare la testa e lo sguardo per non vedere, insieme alla mancanza di un pensiero 'altro', 'diverso' e 'trascendente' la nostra condizione contingente all'economia e al mercato.
Per questo considero ancora fondamentale l'opera di Hannah Arendt su 'la banalità del male'.
Il comunismo ha fornito diversamente a molti uomini sfruttati, oppressi, vilipesi ed emarginati, uno strumento per riscattare la propria condizione e trovare una dignità negata da ideologie supportate dalla legge del più forte, del possesso e dell'arroganza. Cristo aveva fornito con la sua vita e le sue parole il primo insegnamento spirituale di libertà e speranza all'umanità intera. Il vero e unico miracolo di Cristo, utile agli uomini del suo tempo e poi rivelatosi utile sempre, fu quando affermò che tutti gli uomini sono uguali, sono fratelli e proprio negli umili è la salvezza del mondo: era, per l'epoca in cui Cristo disse quelle cose, qualcosa di inimmaginabile; la cultura del tempo e chi in quella cultura greco-romana ed ebraica era nato non aveva la possibilità di pensare diversamente. Allora si può dire che anche quella Croce forse fu un male necessario?

domenica, ottobre 03, 2004

Ho voglia di innamorarmi


“Ho voglia d'innamorarmi - di una donna - di un animale - di una borsa di coccodrillo - di uno straccio di ideale - ho voglia d'innamorarmi - di qualcosa che non c'è...”, così cantava Baccini ed esprimeva bene un bisogno reale.
La voglia di innamorarsi, l’entusiasmo di affrontare una cosa nuova, di ritrovare la spontaneità e non averne timore è la cosa più bella cui possiamo aspirare. Che bello saperci vedere come bambini, sapere cogliere l’autenticità del nostro carattere. Spesso, se non sempre, invece giochiamo giochi pericolosi e finti. Cerchiamo surrogati all’amore.
Con l’innamoramento invece affrontiamo indifesi la vita con un progetto per il futuro: siamo pronti anche a soffrire per sentire il bene dell’amore; siamo pronti a giocare con l’amore per l’amore.
Se guardiamo con occhio attento a cogliere quello che di autentico, di bello, ognuno porta con sé, diventano amabili tutti. Allora si comprende che nessuno è in fondo detestabile, ma è come un bambino che vuole giocare, perché in quello stesso gioco non solo è insito il bisogno d’amore ma lo stesso bisogno per la vita e dell’altro ad esprimerlo.
Poi cambiando canzone, con ”Everybody Loves Somebody” si ritorna allo stesso concetto: ognuno ama qualcuno, anche per un momento. Ognuno cade nell’amore e ognuno trova qualcuno. Se lo desidera e sogna, ad ogni ora e minuto, si ritrova tra le braccia l’amore.
Allora auguri d’amore a tutti. Sempre. Poiché: “Può capitare di non essere amati, ma la vera disgrazia è non amare" (Albert Camus)




giovedì, settembre 30, 2004

Mostra di Germano Celant Arti & architettura

Ho sempre pensato l’architettura un mezzo fantastico per costruire luoghi dove svolgere la vita e, poi che questa, la stessa vita la trasformi in un gioco di misteriosi rimandi tali da portare a sintesi Forma e Sostanza.
L’architettura d’altronde è sempre presente in ogni momento della nostra vita quotidiana e ci accompagna in tutte le manifestazioni sociali; tutto sfocia in spazi progettati e costruiti dal vissuto e dai processi di pensieri e valori.
Giocando con le parole, intese anch’esse come una costruzione per la comunicazione, e scomponendo il termine Architettura, con un semplice anagramma, ottengo Artichettura e Tetturaarchi; ottengo verità: un’arte che tura – chiude spazi vuoti- e insieme consegna tetti ad archi diventati oggi tetragoni per una contingente utilità, difesa e commercio.
Questa è l’architettura, per me profano interrogante e interrogativo, oggetto e soggetto, prodotto e produttore di spazi esterni ed interni che costituiscono un tutto inseparabile.
Ma oltre che ‘scienza’ l’architettura è soprattutto arte e la mostra ‘Arti & Architettura’ lo vuole confermare.
A questo punto l’arte ci aiuta a vedere; ci aiuta a comprendere quegli stessi spazi forniti dall’architettura che vivendoli paradossalmente assumono l’aspetto di muri opachi. Ora con la rassegna di Germano Celant per GeNova 2004 si apre questa possibilità di comprensione con l’installazione in luoghi finiti e vissuti, divenuti abituali e per questo più indicati, di costruzioni di grandi artisti-architetti. Scopriremo come le opere installate, con un rimando di memoria e cultura, ci porteranno a rivedere quello che da sempre abbiamo già visto, ed ora riguarderemo con uno stupore nuovo.
Il percorso espositivo è suddiviso in 13 punti ed ogni punto-luogo sicuramente fornirà un momento per ripensare quello spazio, insieme ‘riviverlo’ con una diversa consapevolezza.
Chissà se GeNova 2004 diverrà una NovaGe2005. Auguri e auguriamocelo.




giovedì, settembre 23, 2004

due ragazze della 'meglio gioventù'

“C’è da credere che la situazione in Iraq sia per gli USA peggiore che in Vietnam”:
così affermavano diversi importanti osservatori americani e così sembra alla luce degli ultimi avvenimenti.
Mentre per il Vietnam c’era la battaglia di un popolo per riunire una nazione, cui Saigon rappresentava simbolicamente l’obiettivo per decretarne il raggiungimento, a Baghdad si fa una guerriglia, in vari settori della città, per allontanare gli americani e far fallire ogni altro potere a loro legato per altri obiettivi; questa città rappresenta al momento solo una città importante di una nazione, l’Iraq, che di fatto non esiste più.
Mentre il vietcong si identificava nel suo paese, l’iracheno che combatte l’invasore americano si identifica in una cultura religiosa ed in un costume arabo che è costituito da tribù divenute ora bande armate.
I rapimenti e le efferatezze di questo periodo dimostrano quanto poco controlli il governo insediato dagli USA e l’esercito stesso della coalizione in guerra.
Attualmente, eccetto che le varie zone strategiche della città di Baghdad e le città più grandi dell’Iraq- tipo Bassora, Kirkuk, Nassirya, ecc.-, la coalizione armata non controlla nulla. Le periferie, le campagne, le zone desertiche, i piccoli paesi sono fuori ogni controllo. Paradossalmente se si facessero le elezioni in questo momento, per permettere un passaggio effettivo dei poteri, vincerebbero i fondamentalisti religiosi, alcuni capi religiosi e di tribù. L’Iraq risulterebbe ancora ingovernabile e la sua destabilizzazione potrebbe essere fermata solo con la suddivisione del territorio in tante parti. Questa è la realtà. Questo è la situazione tragica e complessa che la guerra americana ha aperto e non si riesce a prevedere come finirà.
Su ReporterAssociati vengono riportate le dichiarazioni di Al Lorentz, un militare USA e presidente del Partito Costituzionale del Texas, che sostiene: ”L'Iraq non è stata una guerra, ma una guerrilla, servita solo ad attirare l'odio sul nostro paese. Ormai si continua ad ammazzare a caso, senza neppure un obiettivo preciso Ci siamo ritrovati a tirare bombe all'uranio di almeno 500 libbre, fatevi i conti. E con un sentimento molto diverso da quello dei politici”; la dichiarazione termina dicendo che gli iracheni combattono con tattiche diverse e superiori alle loro.
Il sequestro delle due Simona si inserisce in questo contesto, in una situazione dove può avvenire di tutto. Simona Pari e Simona Torretta erano molto conosciute per il loro impegno umanitario – pacifista; il loro rapimento insieme agli iracheni Ra'ad Ali Abdul-Aziz e Mahnaz Bassam ed altri tre collaboratori, inizialmente poteva essere pensato per la richiesta di un riscatto in denaro: le armi costano e la cosiddetta ‘resistenza’, svolta da bande autonome senza coordinamento e fondi comuni, necessita di denaro. Ora i lanci d’agenzia in cui si annuncia l’uccisione delle due ragazze volontarie lasciano interdetti e con molti dubbi. Un gruppo, che si definisce Organizzazione Jihad, sostiene di aver ucciso le due giovani perché l'Italia non ha obbedito alla richiesta di ritirare le sue truppe dall'Iraq. Tutto è confuso ma c’è da aspettarsi sempre il peggio. Una prima notte è passata e oggi 23 settembre attendiamo altre notizie; le attendono soprattutto i genitori che stanno vivendo una agonia infinita.
Le manifestazioni di solidarietà, di impegno per la pace, per trovare soluzioni non violente per risolvere i gravi problemi creati dalla guerra in Iraq si stanno intensificando. Certo è che dopo avere assistito alle macabre esecuzioni come la decapitazione di ostaggi, i bombardamenti di civili, le torture e le atrocità d’ogni sorta, tutti si aspettano il peggio. Io mi auguro che gli ostaggi tutti e in primo piano le due splendide ragazze, Simona Pari e Simona Torretta, della nostra attuale ‘meglio gioventù’, tornino a casa. A casa presto.

mercoledì, settembre 22, 2004

La presentazione di 'La poesia come un accidente...'

Presentazione libro avvenuta

Ieri sera ho fatto la presentazione del mio libro: ‘La poesia come un accidente…’, introdotto dalla giornalista del SecoloXIX, Laura Guglielmi ed è stata una cosa che mi dicono riuscita bene. Beh, io ero molto emozionato e la cosa si percepiva benissimo; poi da parte di mia figlia Chiara è arrivata anche una critica: ti sei dilungato un po’ troppo su certi argomenti di cui andavi fuori tema…tutto sommato però leggevo nello sguardo di mia figlia, sempre critica nei miei riguardi, anche l’ammirazione per avere superato bene la prova davanti al pubblico intervenuto.
Ora conservo le belle sensazioni ricevute e cercherò di farle durare: si sa che queste sono “carezze” che fanno bene, sono energia vitale che rinforza lo spirito; spinge a fare altre cose, misurare ancora capacità e consensi. Devo stare attento però a non far gonfiare l’ego, quello ti frega, ti fa dare importanza a cose che è bene lasciare stare. Allora dico grazie a tutti per avermi sostenuto in una maniera o nell’altra e per la bella serata devo ringraziare soprattutto Andrea Guglielmino, uno dei soci della libreria Portoanticolibri e Laura Guglielmi per la loro disponibilità e amicizia. Poi non posso dimenticare i book-corsari presenti: Dedda, Giorgio, Maxcip, Campalla…forse dimentico anche qualcun altro comunque grazie. Grazie a tutti.

martedì, settembre 21, 2004

Ciao America

L’America, che altro si può raccontare del paese che è stato un sogno ed è diventato un incubo? Eduardo Galeano sostiene che i sogni e gli incubi sono fatti della stessa materia, ma questo incubo dice d'essere il nostro unico sogno permesso: un modello di sviluppo che disprezza la vita e adora le cose. L'American way of life, fondato sul privilegio dello sperpero. L’America oggi è questo.
L’America la trovo bene descritta da Tiziano Terzani nel suo ultimo giro di giostra: è quel furgoncino col cassone aperto fuori dalla porta pronto a portarti in un posto dove ricominciare tutto daccapo, un posto dove lavorare, fare l’amore e dire di avere degli amici; quel furgoncino che non garantisce niente tranne lo scappare e farti sentire mobile, flessibile e senza arte ne’ parte, come vuole la nuova economia. L’America oggi è questo.
L’America è quella del grande PIL, prodotto interno lordo, che misura una ricchezza inversamente proporzionale a quella degli affetti, a quella di avere persone su cui contare nella propria vita, cui spartire gioie e dolori e invecchiare insieme. L’America oggi è questo.
Allora oggi dico: ciao America. Dov’è ora quel sogno? Dov’è quel west non più far ? Era qui sotto il mio cuscino. Era con te lungo un fiume di versi dove affondavo i pensieri divenuti emozioni.
Ciao poeta Ferlinghetti, con te ho dato un calcio ad una lattina di cocacola facendo spaventare un gatto all’angolo di un vicolo. Poteva essere più vicina l’America? Oggi odo spari, sento colubrine e birilli che cadono nel bowling. Ciao America.


Programmazione temporale

La programmazione parentale insieme a quella sociale, ovvero le convenzioni, le buone maniere, le regole di come si saluta, si mangia, si conversa o si fanno le condoglianze, insieme a tutti i riti e i passatempi della società che ci mantengono soli senza isolarci, agiscono su l’individuo in maniera molto forte tale da determinare anche il rapporto che ognuno ha con il tempo.
Eric Berne ha analizzato questo aspetto con l’analisi transazionale e lo ha codificato in sei categorie comportamentali. Prendendo i miti ad esempio li ha così elencati:
1) Tantalo – Mai: la proibizione dei genitori a fare le cose che più piacciono o attirano costringe a imporsi delle privazioni in modo ossessivo facendo passare la vita da frustrati circondati da innumerevoli tentazioni. Inflessibili
2) Aracne – Sempre: l’ingiunzione che dice ai figli: “ Se è questo che desideri fare, passa pure il tempo della tua vita a farlo”. Essi non riusciranno a fare altro. Condannati.
3)Ercole- Fino a: cercano vie tortuose al raggiungimento del piacere poiché gli è stato insegnato: "finché non soffri non avrai quello che desideri". Problematici.
4) Damocle- Dopo di che: è la paura dei guai dopo il godimento: "Stai attento, goditela ma dopo arrivano i guai". Quindi una grande inibizione a fare ciò che piace. Reticenti.
5) Sisifo – Più e più volte: tentano e ritentano a raggiungere i loro obiettivi, ma quasi raggiunti tornano indietro. Commentano:" Quasi ce la facevo, se soltanto...". Sono coloro che non ce la fanno mai, ma continuano sempre a tentare per sbagliare. Ripetitivi.
6) Flemone e Bauci – Punto e Basta: in verità sono gli inconcludenti. Sono quelli che hanno eseguito fino in fondo gli insegnamenti ricevuti ed ora vivono come vegetali, non sanno più cosa fare. "Noi abbiamo sempre fatto il nostro dovere. Ora che facciamo?". Sono i vecchi perfetti. Annegati.
Quale mito siete? Riuscite a identificarvi? Un test utile ad identificare un copione che state vivendo.


domenica, settembre 19, 2004

Articolo su la presentazione del mio libro- su Mentelocale.it

Immaginate delle pagine ingiallite di un diario. Fogli sparsi che vorreste raccogliere. Appunti presi per sé. Sguardi sul mondo. Immaginate i libri letti, Sbarbaro, Montale; la storia che ci passa accanto o che ci salta addosso. L'appartenenza a un'idea, un'idea di sinistra, “un comunismo cristiano”. Immaginate i versi e i racconti. Poesia e prosa. Tutto “come un accidente”. Immaginate tutto questo e avrete il libro, “La poesia come un accidente” edito da Caroggio Editore, in presentazione Martedì 21 Settembre alla libreria Porto Antico alle 18.00 dove Laura Guglielmi introdurrà per chi ancora non lo conosce Giorgio Boratto, già comparso tra le pagine mentelocale.it.
Quando si viene colti, da un'immagine, un attimo, “liberi di correre” è poesia.
Quando ci si ferma e si riflette, è prosa.
Boratto ha voluto fermare i suoi pensieri, i suoi appunti, le quotidianità. Quelle di un caffè in cucina a dare un senso a quel vuoto di senso di giacche blu, verso strade grigie.
Come se la parola potesse essere democratica, l'origine primordiale, quando ci “tocca nudi”, quella poesia che forse potrà rendere i ricchi meno ricchi e i potenti meno potenti.
E' proprio un diario nel tempo questo libro di Giorgio Boratto, tanto da dire “non trovo più la poesia, l'avevo scritta tempo fa”. Come quei fogli sparsi a cui si vuole dare ordine.
Boratto, artista polivalente, dalla ceramica, alla terracotta, alla parola. Materiale da plasmare. Per voler comunicare. Pensiero. Politica. Amore. Passione. La vita insomma.
Ma dentro la vita l'arte. L'arte per combattere il disumano e la stupidità che ci circonda. Boratto cerca, anche nel basso,il riverbero delle cose splendenti. Sono le dichiarazioni folli d'amore, sono gli impeti, e ancora e sempre “l'interrogazione”e la “meraviglia”.
Che brilli di luce dunque l'entusiasmo di questo uomo. Potremo vederne lo sguardo dello stupore e della meraviglia Martedì 21 settembre ore 18 alla Libreria Porto Antico Libri Palazzo Millo Area Porto Antico.
Vi aspettiamo!
Scritto da Marina Giardina

venerdì, settembre 17, 2004

Maffeo d'Arcole, un artista alla festanazionaledell'unità di genova 2004

Ad accogliere i visitatori della Festa Nazionale dell’Unità di Genova, c’è una grande installazione formata da 150 sagome intagliante in legno vecchio di 150 anni, proveniente dai solai di case abitate da emigranti, titolata ‘Popoli in Cammino’. Questa opera è di Maffeo Burati in arte d’Arcole; in origine l’opera che constava di 40 sagome si chiamava ‘Benvenuti albanesi’ e fu esposta a Padova suscitando qualche polemica. Era l’anno degli sbarchi degli albanesi sulle coste adriatiche e Maffeo si riprometteva di ricordare come la sua terra, il veneto, fosse una terra di emigrazione ed era pronta ad accogliere quelle genti che scappava in massa dalla miseria. Quell’opera esposta nel 1998 suscitò interesse e notata dalla stampa cattolica, l’artista fu invitato a presentarla a Roma al Giubileo del 2000.
Lì prese il nome ‘Popoli in Cammino’ ed ora inserendo l’attuale festa nazionale dell’Unità nel tema del Viaggio che anima Genova 2004 – Capitale Europea della Cultura- quel nome è stato dato alla stessa Festa Nazionale.
Ieri alla conferenza stampa di presentazione dell’opera di Maffeo d’Arcole, si è saputo come quest’opera abbia folgorato don Andrea Gallo e come con Maffeo sia nata una grande amicizia. Don Gallo si è detto entusiasta di quest’opera che esprime bene il ‘movimento’ l’andare verso un futuro migliore da parte di un popolo di disgraziati, diseredati, rappresentati da quelle sculture di legno vecchio; dietro c’è un lavoro di recupero che va’ oltre la memoria rendendoci una attualità drammatica ma piena di speranza.
Per Don Gallo, che lo ha invitato ancora a Genova per ulteriori scambi culturali, Maffeo d’Arcole potrebbe essere, attraverso la sua arte come ‘recupero’, un piccolo don Bosco: « Dai, mi rivolgo a chi può, facciamo un laboratorio d’arte a Genova che recuperando oggetti vecchi per fare arte, recuperi così anche molti giovani sbandati…»; don Gallo non si smentisce e coglie sempre le occasioni per lanciare positive provocazioni per smuovere coscienze e azioni.
Maffeo ha tracciato anche un breve ritratto di sé: ultimo di otto fratelli di una famiglia contadina del veronese, precisamente del paese di Arcole – da qui il nome d’arte-, è divenuto dopo il lavoro giovanile nei campi, entra in una fonderia come operaio ove rimane per molti anni maturando una forte esperienza di impegno sociale e sindacale. Lasciata la fabbrica come autodidatta affronta un percorso artistico che lo vede esprimersi nelle più varie forme: recitazione, regia, pittura, scultura. In tutte le opere di Maffeo si coglie come continuità il messaggio potente del riscatto sociale e culturale; la povertà, il dolore, il sacrificio, la fatica trasformati in cultura, tolleranza, rispetto e dignità. Una ricerca continua della qualità della vita; un diritto che cresce nella coscienza e insieme con l’arte. In questo caso l’arte di Maffeo d’Arcole.
Alla conferenza stampa erano presenti anche Lino Paganelli responsabile DS delle feste dell’Unità nazionali e Mario Tullo, segretario provinciale dei DS, che hanno ringraziato Maffeo per la sua disponibilità tracciando anche un ideale segno di continuità con il logo che richiama il ‘Quarto Stato’ di Polizza da Volpedo e l’opera ‘Popoli in Cammino’ che diverrà ‘Cittadini del Mondo’. Un bell’augurio che dà speranza alla risoluzione dell’evento drammatico e doloroso che caratterizza l’attuale fase storica, dove milioni e milioni di uomini e donne sono in cammino per migliorare le proprie condizioni di vita.
Maffeo per tutto il tempo della festa è stato presente, e lo sarà fino alla conclusione di domenica prossima, in prossimità della sua grande installazione e ha avuto modo di conoscere moltissime persone con cui confrontare impressioni e idee. Ora che si avvicina alla conclusione di questa esaltante esperienza, Maffeo ringrazia tutti ripromettendosi di tornare; anzi ha già in mente per Genova qualcosa. Per Natale, dice Maffeo, lo verremo a sapere. Sicuramente ci sarà lo zampino di don Gallo.

mercoledì, settembre 15, 2004

Il Nord

Bossi: Il Nord non mollerà mai. Così apre il giornale La Padania, Voce del Nord e organo della Lega Nord; poi continua: “Non c’è possibilità che il sistema vinca, la gente non deve mai dubitare”. Ma chi è il sistema? Chi è la gente? E soprattutto chi è il Nord? Io sono uno che dubita e non sono la gente, non sono il sistema e non sono neppure il nord: sarà forse la Lega Nord e il suo quasi 4% di popolo? Mah! Questi, si sa, sono “duri” e allora ecco che non mollano, come Nord, mai. Io devo stare tranquillo perché sono dell’Ovest, Sudovest, Est. Sono anche del Nord rispetto al Sud, come sono del Sud rispetto al Nord, ma non sono certo della Padania, davanti a me c’è il mare e dietro delle belle montagne.
Ma chi è che fa queste sparate? E’ Bossi in netto miglioramento. E’ tutto detto. Aspettiamo il seguito per Sant’Ambrogio.

lunedì, settembre 13, 2004

Presentazione mio libro

Presentazione libro

Martedì 21 Settembre 2004 alle ore 18 presso la libreria Portoanticolibri Palazzo Millo - nell'area del Porto Antico


La giornalista Laura Guglielmi presenterà il libro di Giorgio Boratto "La poesia come un accidente…"Carroggio Editore
"La poesia come un accidente…" è un libro che si può aprire a caso e per caso anche senza imbattersi necessariamente in una poesia, si incontra un pensiero che la richiama.Insomma, dov'è la poesia? E' nell'avvicinarsi il più possibile alla realtà senza perdersi, senza dimenticare di quanta bellezza c'è in ognuno di noi e soltanto a richiamarla, anche senza rime baciate, ritornelli e punti a capo, la poesia si trova; c'è, come un beneaugurato accidente. "La poesia come un accidente…" è così perché la poesia poi la si ritrova anche nella prosa, in certi minuti passaggi espressi con il sentimento dell'interrogazione e della meraviglia; è così perché leggendo anche a caso e solo due pagine al dì, come potrebbe suggerire un medico dell'anima, regala salute spirituale e chissà. Chissà allora, se questo libro non fosse un regalo da fare a se stessi, lo si potrebbe trovare in farmacia.
Sarà gradita la tua presenza

sabato, settembre 11, 2004

Storie sampdoriane

Gran parterre, questa sera alla libreria Porto Antico di Palazzo Millo nell’area omonima, con molti ospiti-tifosi, per la presentazione del libro di Edoardo Guglielmino, ‘Storie Blucerchiate’. La serata è iniziata con la lettura della presentazione, del direttore generale dell’U.C. Sampdoria, Giuseppe Marotta, che apre il libro seguita dalla prefazione di Renzo Parodi, letta anch’essa da Stefano Carloni (voce mitica della RAI). Un momento prima c’era stato il benvenuto dato dal figlio dell’autore del libro, Andrea, che ha ricordato come Edoardo Guglielmino sia il cantore della Sampdoria, come Umberto Saba lo fu per la Triestina…forse un azzardo, ma non più di tanto; già la prefazione di Renzo Parodi ci dice: «…Guglielmino è uno scrittore vero, assistito dall’istinto, raro, che coglie l’anima delle cose, il cuore degli uomini…». Allora? Pur schernendosi Edoardo Guglielmino incassa l’elogio: frutto dell’amore filiale ma intanto…tiè. E va bene.
La parola viene passata al giornalista Mauro Bocci il quale introduce con una battuta: « La palla è rotonda, questo bisogna ricordarlo sempre e Guglielmino ce lo ricorda con la rotondità della sua scrittura, con la sua ironia, leggerezza e tocco piacevole». Bocci ricorda poi, partendo dalla prefazione di Renzo Parodi, quel ‘calcio meticcio’, quella squadra dei meridionali, degli oriundi che giocava per conquistarsi una sua dignità. Bocci scava ancora parlandoci anche degli albori del calcio quando le società erano divise tra società ginniche e società calcistiche e le prime con i giocatori autoctoni si imposero con squadre gloriose: la Pro Patria e la Pro Vercelli e anche l’Andrea Doria, che diede poi vita con la Sampierdarenese alla Sampdoria. Bocci è partito da lontano ma arriva presto alla conclusione per elogiare il piacere letterario che Guglielmino ci offre come uno Stefano Benni.
La dimensione di pregio letterario del libro viene portata anche con la lettura di versi alla Caproni, ricordi alla Pennac e rimandi alla Joyce. Insomma il libro corre veloce come un dribbling, come il racconto del calcio di rigore, con il disegno in quattro righe di personaggi storici: Pasquale Vaccamorta, Maraschi, la Fanny…e tutti i nomi importanti da Colantuoni a Mantovani.
Per me che l’ho letto sono stati ‘11 passaggi’, eccetto presentazione, prefazione, postludio e citazioni letterarie sunnominate, che vanno diritti in gol. Un bel gioco.
E’ vero con Guglielmino il gioco del calcio mantiene una dimensione giocosa che spesso nel mondo del calcio pare persa: non c’è il tifo tipo ‘febbre a 90°’ di Nick Hornby; non c’è in quel tifo in quella squadra ‘il postulato perfetto su cui costruire la propria incapacità di relazione, l’irresolutezza vagamente infantile con cui spingere lontano le certezze dell’intimità. La travolgente maschiezza del tutto: il fumo di sigaro e pipa, il linguaggio osceno, la difficoltà fisica a reggere lo scontro dei corpi sugli spalti, fissa comicamente ma inesorabilmente i limiti di un territorio per soli uomini’. No, in Guglielmino c’è l’opposto, c’è l’intreccio di personaggi diversi e tutti ricchi di ironia e amore: ci sono donne e uomini che si sanno relazionare con la loro identità precisa. Questo aspetto Mauro Bocci lo rimarca vedendo anche il valore pedagogico del libro: Storie blucerchiate. Guglielmino prendendo la parola parte da questo: «Lo sport come cultura. L’ho sempre sentito affermare ed io ci credo. Lo sport è cultura, è cultura che può essere leggerezza ma anche impegno profondo».
Guglielmino infine cita la felicità; è la felicità sampdoriana che ha conosciuto e che gli continua a dare amicizie vere e ora ricordi. Sui ricordi e il ricordato con Guglielmino c’è da starne certi: sono certificati dall’età. Guglielmino festeggia gli ottant’anni e tutta la storia della Sampdoria l’ha vissuta. Ora non rimane che fare l’augurio di successi al libro come alla squadra.
Appuntamento per l’acquisto in libreria:

Storie blucerchiate
di Edoardo Guglielmino
Ed. I Tascabili
Fratelli Frilli Editori
Euro 6,50

sabato, settembre 04, 2004

Geografia umana

Beslan è una delle città che sappiamo esiste perché si è compiuto un orrore. Da un po’ di tempo conosciamo una geografia, sconosciuta ai più, sull’onda di guerre, terrore e massacri. E’ una geografia che insieme a città come Srebrenica, Mazar-i-Sharif, Tawilah, Najaf, Falluja, solo per citarne alcune, ci fa scoprire anche parti oscure della nostra mente, della nostra capacità alla crudeltà, alle brutture. Ma chi siamo?
Ogni volta che pensiamo di conoscere il paesaggio che ci circonda e insieme cerchiamo sicurezze, costruendo difese alla nostra supposta grandezza e superiorità, ecco arrivarci, con i suoni nuovi dei nomi di luoghi distanti, anche la ferocia arcaica del nostro essere: l’atrocità dell’uccisione di un bambino ci scaraventa nel «cuore di tenebra» che da sempre evoca la guerra.
E’ sempre la guerra dichiarata o segreta; ufficiale o nascosta; regolare o anticonvenzionale che caratterizza il potere: il potere di prevalere sull’altro, sul diverso da noi.
Non volere conoscere, comprendere o sapere, fa deflagrare l’inconsapevolezza con le immagini improvvise dell’orrore.
E’ sempre la guerra che semina odio, rancori, terrore, che dietro la maschera di divise diverse livella con la morte l’uomo e la sua capacità di un pensiero per andare oltre.


mercoledì, settembre 01, 2004

Etica un nuovo modo per vivere la barca

Massimo ed Emanuela sono la coppia che ha realizzato una bellissima idea: un Boat & Breakfast a Genova. Lui, Massimo Tixi, è uno skipper con una notevole esperienza maturata, anche con gruppi ambientalisti di azione diretta e con organizzazioni umanitarie, in varie parti del mondo dall’Africa al Polo Nord. Lei, Manuela Facco, è una vivace e solare ragazza vicentina che con l’amore per Massimo ha trovato insieme l’entusiasmo per realizzare questo sogno: una barca da vivere sempre. La boat, l’imbarcazione, che è divenuta una accogliente dimora per pernottare, gustare una colazione internazionale e fare molte, tantissime, cose è un peschereccio del 1923 costruito nel cantiere di Corticello a Palermo. Inizialmente la barca si chiamava Santa Rosalia, divenne poi Filicudi per essere impiegata nella pesca a Favignana, per giungere ora a chiamarsi con una nuova veste, ma conservando sempre la classe di una vecchia signora del mare, Etica.
Etica è un nome scelto con cura poiché racchiude la filosofia che Massimo e Manuela perseguono: vivere il mare con il rispetto, l’attenzione e la conoscenza che questo richiede; quindi cibi per colazioni internazionali - poiché l’offerta è rivolta a tutti gli amanti del mare di tutte le latitudini e città del mondo- scelti con cura dal mercato equo e solidale e l’offerta di impiego della barca per l’aspetto nautico, attrezzata per l’allestimento di mostre, meeting, incontri didattici e la programmazione di piacevoli escursioni, come i giri eno-gastronomici nelle 5 Terre o puntate fino alle Baleari.
Massimo e Manuela mentre parlano della loro imbarcazione, delle molte idee per il suo futuro impiego, sanno trasmettere anche il loro amore per il mare.
Le idee sono davvero tante; tanto che vorrebbero scrivere su una fiancata della barca: “Laboratorio delle idee”. Idee che scivolano sul mare. Idee come sogni realizzabili: piccola biblioteca, saletta per presentazione libri, proiezione video, ecc…
Etica, bisogna poi dirlo, si trova in un posto fantastico: ormeggio F28 del molo Morosini, alla Marina Porto Antico, con la prua rivolta verso il Museo del Mare. Anche questo contribuisce a determinarne un suo futuro successo.
Benvenuta Etica ed a Manuela e Massimo un augurante “in bocca al lupo”.