martedì, gennaio 29, 2019

Ridere ad Auschwitz ovvero la serena vita quotidiana dei carnefici

Testo tratto dal sito web: https://berlinocacioepepemagazine.com

Il Museo Nazionale dell’Olocausto di Washington ha pubblicato una raccolta di fotografie in cui appaiono ufficiali e guardie in pose rilassate e sorridenti, mentre migliaia di ebrei venivano torturati e uccisi nelle camere a gas.
Le foto pubblicate dal Museo sono di Karl Hoecker e risultano le prime a essere state scoperte, ma ne esistono altre provenienti dai campi di Sachsenhausen, Dachau e Buchenwald.
Dopo la fine della Guerra, il proprietario degli scatti ha lavorato per anni presso una banca senza venire riconosciuto, fino a quando, nel 1963, è stato chiamato a rispondere delle accuse a suo carico durante un processo a Francoforte.
«Non ho influenzato in nessun modo il corso degli eventi», ha dichiarato Karl Hoecker, «non ho fatto del male a nessuno e nessuno è morto nel lager a causa mia». Ciononostante fu incolpato di complicità nell’uccisione di 1000 ebrei e condannato a sette anni di carcere. Morì nel 2000, all’età di 88 anni.
Secondo la direttrice del Museo, Sara Bloomfield, queste foto illustrano perfettamente il mondo di coloro che osservavano dall’esterno una sofferenza inumana, e offrono un’interessante prospettiva sulla psicologia di coloro che hanno perpetrato il genocidio. «Queste foto non ritraggono nulla di ripugnante», dice la direttrice della sezione fotografica del Museo, Judith Coen, «ed è proprio per questo che sono orribili».

Osservando queste cose, non si può fare a meno di pensare all’illuminante saggio di Hannah Arendt, scritto in occasione delle sedute del processo ad Adolf Eichmann, gerarca nazista processato per genocidio a Gerusalemme nel 1961 e condannato all’impiccagione. Il suo processo e queste foto sono infatti la dimostrazione più lampante di quanto può essere scioccante la banalità del male.
Insieme si deve affermare che tutto quel male fu possibile perchè a compierlo fu tutto un popolo: quello tedesco.

sabato, gennaio 26, 2019

Greta Thunberg una saggia sedicenne svedese che affronta i potenti della Terra

La piccola e insieme 'grande' Greta Thunberg mi ha commosso. Vederla parlare ai convegni mondiali di fronte ai potenti della Terra, mi ha inferto la speranza che i giovani possano davvero dare una svolta al modo di vivere odierno.
Prima a Katowice, in Polonia, alla Conferenza sul clima delle Nazioni Unite e poi a Davos in Svizzera, per il Forum Economico Mondiale ha ribattuto le sue posizioni sul clima. La sedicenne svedese arrivata in treno, dopo 32 ore di viaggio, ha aggiunto: 'Penso sia folle che le persone riunite qui per parlare del clima, arrivino su jet privati'.
Per Greta risolvere la crisi climatica è la sfida più grande dell’umanità.
Il discorso della sedicenne, che dallo scorso settembre sciopera da scuola ogni venerdì per recarsi davanti alla sede del Parlamento svedese e protestare contro il cambiamento climatico che minaccia il pianeta, è chiaro e rivolto a tutti: 'Sembra che le nostre uniche preoccupazioni siano il denaro e la crescita. Ma io non voglio più sentire che gli adulti devono dare speranza ai giovani. Non voglio la vostra speranza, voglio che entriate nel panico'
. Grazie a lei ora molti giovani la imitano e migliaia di studenti scendono ora in piazza in tutti gli angoli del mondo con lo slogan 'Fridays for future'.

mercoledì, gennaio 23, 2019

Quotidiano 'Libero'

Avevo già scritto del quotidiano di Vittorio Feltri, Libero: ora si può dedurre che continuando la stessa solfa paghi. Infatti sul quotidiano online ad ogni articolo c'è un titolo che riporta ad un atteggiamento di rivincita, sopraffazione, vendetta, minacce...(11 gennaio 2019) ad esempio leggiamo: Soros, quel vergognoso incontro col vice di Juncker 'Puniteli così', come vuole assassinare l'Italia.
Conte, l'operazione Kamikaze del premier. Attacca Salvini? Disintegrato dal sondaggio.
Otto e Mezzo, Lilli Gruber furibonda con Marco Travaglio: gli toglie l'audio e lo umilia.
La pornoministra di Macron delira e insulta gli italiani: Vergogna, a chi date i soldi.
Orlando, che figura di palta. La sua guerra contro la legge di Salvini fa una fine ridicola.
"Non ha senso, fa male all'azienda. Invece a Mediaset...". Paola Perego furibonda, demolisce Freccero.
Il delirio in diretta di Cacciari in tv? Salvini da godere: cosa spunta nel video, come lo ridicolizza.
"Ex amico, fomenta l'odio. La sua trasmissione...". Impensabile su La7: il vip che sfregia Giletti.
"Salvini, attento al golpe". Zaia, il gravissimo allarme sull'agguato inaccettabile-

Eppoi ecco lo stesso giorno -11 gennaio 2019- sul cartaceo il titolo a pagina piena: 'Comandano i terroni'. Ecco come il bieco razzismo si manifesti senza vergogna. Terroni era un epiteto dispregiativo verso i meridionali. Si definivano terroni quelli del Sud Italia per umiliarli. Ma si sa quel quotidiano non è nuovo a provocazioni...vi ricordate di 'Patata bollente'? - La prima volta venne usata come appellativo a Ruby -la minorenne che piaceva a Berlusconi -e poi per Virginia Raggi sindaco di Roma.
Oggi 23 gennaio un altro titolo provocatorio: 'C'è poco da stare allegri- Calano fatturato e Pil ma aumentano i gay'...ancora razzismo omofobo

A proposito quel giornale chiama Berlusconi sempre Cavaliere. Non ricorda che quel titolo gli è stato revocato insieme all'interdizione dai pubblici uffici per due anni con la condanna per frode fiscale. Ma si sa il compito del quotidiano è di compiacere alla destra e sull'onda di articoli sparapalta -per non dire altro- continua la sua pseudoinformazione.

martedì, novembre 27, 2018

Internet ci fa più stupidi o intelligenti?

Due libri a confronto: 'Internet ci rende stupidi? Come la rete sta cambiando il nostro cervello' di Nicholas Carr e 'Perché la rete ci rende intelligenti' di Howard Rheingold.

Due libri -entrambi editi da Raffaello Cortina- che ho letto per scoprire chi dei due abbia ragione...insomma con la Rete Internet diventiamo più stupidi o intelligenti? Scopriamolo insieme.

Il libro 'Internet ci rende stupidi? Come la rete sta cambiando il nostro cervello' (edizione italiana 2011)di Nicholas Carr -titolo originale: The Shallows, What the Internet is doing to our brains-, sostiene quanto la Rete ci renda stupidi; partendo dagli anni '60 per raccontarci come le nuove frontiere della comunicazione, indicate da Marshall McLuhan, arriviamo ad oggi con le modifiche alle nostre capacità cognitive. Marshall McLuhan, che raccontava il passaggio dalla tecnologia di Gutenberg a quella elettronica, gettando le basi di Internet e fornendo così lo strumento per eccellenza al Villaggio Globale, aveva coniato un famoso aforisma per cui 'il medium è il messaggio'; questo fa capire come lo strumento usato condizioni i nostri comportamenti...e quando diceva questo non c'era ancora internet. McLuhan sosteneva che non si può affermare che tutto dipenda da come usiamo il mezzo: è da idioti dire questo. E' da idiota tecnologico dire che dipenda tutto da l'uso: 'Ogni medium ci cambia'.
Nicolas Carr affonda la sua critica già nel prologo: ora che internet è entrato nella nostra vita anche in mobilità, tramite gli smartphone, ed è sempre più presente nelle nostre case, nei nostri posti di lavoro, scuole, auto ecc...si può osservare che il medium sia diventato il nostro padrone. Così internet, nato per far pensare i pecoroni e dare a questi nuovi pensieri, invece impecorisce tutti.
L'allarme che internet ci renda più stupidi Nicolas Carr l'aveva lanciato molti anni fa; prima che ci fosse l'estensione dei laptop, dei tablet e degli smartphone per cui siamo oramai pervasi dalla tecnologia dei sempre connessi. Nicolas Carr aveva anticipato con il suo libro anche come nell’arco di pochi anni saremmo tutti diventati superficiali e incapaci di concentrarci per più di qualche minuto o di distinguere informazioni importanti da quelle irrilevanti. Questo è stato poi confermato da scienziati in tutto il mondo. Ascoltando diverse persone l'autore ha conferma di come internet stia cambiando il modo di studiare, di fare ricerca, di leggere...sì, qualcuno lo dice apertamente oggi un libro come 'Guerra e pace' non saprebbe più leggerlo.
Anch'io ho avuto modo di constatare come i giovani studenti abbiano oggi difficoltà alla concentrazione, a mantenere ferma l'attenzione su una cosa; saranno anche i videogiochi, ma certo che il problema è molto presente. Per Nicolas Carr che ci piaccia o no, la Rete ci sta riprogrammando a sua immagine e somiglianza, arrivando a plasmare la nostra stessa attività celebrale.
Il libro di Nicolas Carr prende forma dopo un suo articolo "Mi manca il mio vecchio cervello, Google ci rende stupidi" che aveva scatenato un dibattito e fatto guadagnare all'autore una nomination al Pulitzer. Molti studiosi come Derrik de Kerckhove sostennero che Internet ci porterà ad un Nuovo Rinascimento e quindi sia uno strumento di umanesimo più consapevole...per Nicolas Carr invece l'intelligenza non è solo trovare informazioni rapidamente, ma la capacità di attribuirvi un senso: il pensiero critico oggi è a rischio. Se come individui diventiamo più superficiali, a livello collettivo gli esiti non saranno granché.
Nicolas Carr scrive di internet partendo dalle sue personali esperienze con le tecnologie: dai primi pc alle prime connessioni internet sente qualcosa che lo rende dipendente e cambia il suo modo di rapportarsi alle cose. Per questo cita molti fatti e uno è quello che successe a Nietzsche che dotatosi di una macchina da scrivere cambiò insieme al nuovo modo di scrivere anche lo stile.
Nicolas Carr utilizza molte pagine per descrivere i meccanismi e la struttura del nostro cervello. Usa la filosofia e le recenti scoperte sulla plasticità del cervello e le sue capacità cognitive per giungere alla sua teoria definitiva: il cervello si modifica con la tecnologia che usiamo.
Da quanto assistiamo in buona parte mi sembra che Nicola Carr abbia ragione. Soprattutto bisogna evitare la dipendenza da internet; bisogna imparare a 'staccare', a ritrovare i vecchi modi di relazionarci con gli altri guardandoli in viso. Inoltre prendere in mano un libro o un quotidiano cartaceo diventa importante.

Per Howard Rheingold con il libro: 'Perché la rete ci rende intelligenti' si afferma invece che questa strabiliante intelligenza artificiale aiuterà tutti a sviluppare una società più seria, attenta e più responsabile. L'alfabetizzazione digitale non è solo arricchimento personale, metodo di comunicazione immediata ma base che può tradursi in un patrimonio di beni comuni; un modo di condivisione di saperi, servizi, risorse...insomma un grande vantaggio per acquisire intelligenza.
Non va dimenticato che l'autore Howard Rheingold è un pioniere della Rete, fu lui a coniare il termine Internet nel 1987; e già nel 1985 nel suo “Tools for Thought” -Strumenti del pensiero- rifletteva sul loro sviluppo e l'espansione della mente attraverso i vari passaggi delle conquiste digitali e la loro utilizzazione arrivate con il Personal computer. La diffusione del Pc portava a sintesi le varie conoscenze informatiche e matematiche elaborate nei decenni prima. Inoltre dobbiamo sapere che Howard Rheingold è uno dei più eclettici studiosi dell’impatto sociale delle nuove tecnologie. Per l'editore Raffaello Cortina ha pubblicato Smart mobs. Tecnologie senza fili, la rivoluzione sociale prossima ventura (2003).
Importante, nella tesi che sostiene Howard Rheingold, è di riutilizzare un termine caduto in disuso e di aggiornarlo, ovvero la “netiquette”; (rete+etiquette) per indicare un galateo della Rete con un insieme di norme codificate e regole di saggezza spicciola. Nell'uso della Rete è importante il comportamento; ad esempio quello che avviene con l'hate speech- seminare l'odio attraverso i social-network porta a diffondere, a moltiplicare, l'odio in modo esponenziale. Sembra una conquista di libertà è invece un avvoltolarsi su fobie e paranoie. Lo constatiamo ogni giorno con l'uso dei cosiddetti social-network.
E' sempre più chiaro che la tecnologia legata ad internet abbia modificato il mondo e senz'altro aperto la rivoluzione sociale del prossimo futuro. E' una rivoluzione legata alla comunicazione delle reti sociali. Un grande salto di accessi alla rete internet si è avuto con l'avvento di Facebook. Uno dei punti su cui si sofferma maggiormente, e con uno spiccato impeto, è la questione della 'partecipazione': l'educazione alla competenza nell'uso delle tecnologie è anche competenza alla partecipazione attiva alla Rete e alla società. Imparare ad usare internet è un'arte ed quello che potrà generare capitale sociale: costruendo buoni cittadini digitali.
La teoria di Howard Rheingold sulla 'Legge di potenza della partecipazione' la possiamo vedere oggi con le azioni collettive che danno vita sia ai Flash-mob che ad eventi che coinvolgono molte persone.
La rete di internet penso che nel breve tempo diverrà accessibile come oggi lo è una comune radio a FM. Con questa prospettiva lo sviluppo e il cammino di questa tecnologia sarà sempre più in mano agli utilizzatori. Certamente insieme alle utilità e alla condivisione di cose buone aumenterà anche il malaffare e chi vuole fare con questo strumento il male. Ma la rivoluzione digitale finirà anche di limitare spazi di libertà. Saremo sempre più controllati. In sintesi le istruzioni per l'uso di internet, firmate da Reinghold, che servirebbero a formare una coscienza sociale ed essere buoni cittadini digitali si possono riassumere in: essere attenti: tenere desto il senso critico. I social media favoriscono la distrazione; verificare le notizie, attenzione alle notizie false, le cosiddette FAKE NEWS; tenere sempre presente che siamo noi a stabile quanto sia veritiero un risultato di una ricerca; conoscere le regole dei social network...lì lasciamo tracce sempre consultabili, quindi essere coscienti di quanto scriviamo e pubblichiamo; nel condividere tenere presente che le reti sono strumenti di produzione e di distribuzione economica, però la contribuzione delle persone non risponde sempre a logiche di mercato. Le persone usano i media sociali per consumare oltre che per creare. La Rete amplifica tutto e tutto cresce in modo esponenziale. Il capitale sociale attraverso interne si sviluppa grazie alla fiducia e a norme di reciprocità.
Il libro di Howard Rheingold è molto corposo, oltre 400 pagine -quello di Nicolas Carr è di oltre 300- che sicuramente aiuteranno a capire bene cos'è internet.

A conclusione dico che tutti e due i libri sono utili a formarsi una opinione propria. Io rimango dell'idea che internet sia una tecnologia di grande portata sociale e che certamente influenzerà in positivo il cammino dell'umanità. Internet nel frattempo è diventata anche uno strumento nel formare grandi ricchezze; delle 10 aziende multinazionali più ricche e importanti della Terra, 8 hanno a che fare con la Rete, sono: Apple; Amazon; Microsoft; Facebook; Google; Oracle; Alphabet...sono imprese che hanno sfruttato le potenzialità di internet e hanno permesso di fare grandissimi profitti.

domenica, novembre 25, 2018

Razzismo e guerre misurazione della nostra ignoranza

La nostra specie animale ha fatto molti passi in avanti fino a creare con la Cultura una nuova Natura...certo è che però insieme all'antropocentrismo il nostro essere ha fatto e continua a fare, all'interno della Natura classica, molti danni: ha dato origine ad un riscaldamento del pianeta Terra -aumentando l'inquinamento attraverso l'anidride carbonica (co2)- provocando gravi variazioni meteorologiche. Inoltre la proliferazione umana è andata a discapito di altre molte specie animali. Dalla comparsa sulla Terra, circa 150 mila anni fa, dell'Homo cosiddetto Sapiens abbiamo raggiunto la cifra di oltre 6 miliardi di individui...ma siamo Sapiens veramente? Siamo davvero portatori di sapienza intesa come consapevolezza e saggezza? Credo proprio di NO! Eppure abbiamo una sapienza che ci ha insegnato ad interrogarci ad ogni passo. Con questa sapienza, che si chiama filosofia, abbiamo fatto grandi conquiste; siamo andati addirittura sulla Luna. Ancora la filosofia e la Scienza potrebbero dare insieme agli interrogativi anche delle risposte utili ad ottenere consapevolezza ma spesso rivolgiamo lo sguardo altrove e rimaniamo noi -diventati i più grandi predatori- prede di noi stessi, della nostra mente ballerina.

Due elementi che denunciano la nostra ignoranza sono il razzismo e la guerra: due pratiche; due comportamenti che accompagnano l'animale Uomo da sempre. La Scienza in tutti e due i casi dovrebbe essere in grado di smantellare le due gravi coazioni a ripetere. Se ascoltassimo cosa dice la scienza e insieme ne facessimo coscienza, ecco che non praticheremmo più razzismo e guerre.
Darwin è lo scienziato che raccontando la nostra origine ha scritto la storia dell'evoluzione umana: siamo nell'albero della vita animale solo un piccolo ramo, che distingue i mammiferi, ed è accanto alle scimmie. Siamo accomunati con le scimmie nel mondo dei 'primati'. Insieme a proscimmie, scimmie babbuini e gorilla condividiamo lo stesso contesto biologico; insieme condividiamo caratteristiche anatomiche scheletriche e dentarie che conducono anche a considerazioni sul piano funzionale, ecologico e comportamentale. Il razzismo è quindi sinonimo di ignoranza e paura. Insomma nell'ambito della Vita sulla Terra non potremmo permetterci di essere razzisti nemmeno con gli insetti. Eppure...a pensare che il nostro comune progenitore era africano. E secondo me l'Africa conserva una saggezza che sarà in grado di salvarci.

Per la guerra ecco che siamo gli animali che hanno trasformato la violenza, l'istinto alla sopravvivenza, in crudeltà e sadismo; hanno poi trovato nella distruzione e terrorismo il modo paradossale di stare nella società.
In questo campo entra la psicologia che spiega chiaramente come noi siamo manovrati dall'inconscio, da parti oscure che esercitano un particolare fascino su ognuno di noi. Il libro di James Hillman (psicoanalista junghiano scomparso nel 2011) 'Un terribile amore per la guerra' descrive benissimo la nostra condizione riguardo alla guerra.
Hillman sostiene appunto che “La guerra chiama in causa la psicologia anche perché la filosofia e la teologia, gli ambiti cui spetterebbe produrre pensieri forti per conto della nostra specie, hanno trascurato la prioritaria importanza della guerra. "Polemos di tutte le cose è padre" disse Eraclito agli albori del pensiero occidentale, e Emmanuel Lévinas, nella fase attuale del pensiero occidentale, ha riformulato così la stessa idea: "... l'essere si rivela al pensiero filosofico come guerra”.
Sì, la guerra è una marcia della follia che da Troia alle guerre odierne ha mortificato l'intelligenza privilegiando l'esecuzione meccanica degli ordini. L'adattamento ad una gerarchia. Già, tutto nasce come banalità del male, definizione di Hannah Arendt ispirata all'esempio paradigmatico di difetto di intelligenza e immaginazione personificata in Adolf Eichmann.
Eppure noi siamo gli animali che hanno una capacità di comprensione di ciò che accade...ma ancora non siamo riusciti a trovare risposte utili all'origine della guerra. Per James Hillman bisogna rifarsi agli archetipi, alle origini innate e predeterminate dell'inconscio umano; quindi dobbiamo scavare in profondità, in una sorta di archeologia della mente, in modo da riportare alla luce i temi mitici che attraversano i tempi e sono senza tempo. E la guerra è una di tali forze.
Dobbiamo per Hillman rifarci ai miti per cui i greci, con la loro cultura e tramite la tragedia, seppero comprendere le guerre. E' tutto effetto del mito...'Il pensiero e l'agire umani sono soggetti a improvvisi interventi della fortuna e del caso: il proiettile vagante, l'ordine smarrito; "per un punto Martin perde la cappa"... Tale imprevedibilità è attestata lungo tutta la storia. Pertanto, una scienza razionale della guerra può arrivare soltanto fino a un certo punto, soltanto fino al limitare della comprensione. Poi, occorre una salto dell'immaginazione, un salto dentro il mito.'.
Ancora Hillman prosegue con una lunga disanima su tutte le voci che riportano alla guerra; un rendiconto storiografico, di costume e letterario su ciò che ha ispirato la guerra dai miti greci fino ad oggi. L'esame di Hillman approfondisce ogni aspetto filosofico e psicologico della violenza. 'Gli esseri umani amano le loro armi, le fabbricano con la perizia di Efesto e la bellezza di Afrodite per gli scopi di Ares. Non manca il riferimento a ciò che rappresentano le armi per gli statunitensi: da lì forse discende l'idolatria degli statunitensi per le armi(...). Nella cultura degli Stati Uniti, Marte rimane un dio dominante come lo era nella Repubblica di Roma...se le armi da fuoco sono la medicina americana contro la paranoia americana (rafforzando nel contempo la malattia che vorrebbero combattere, secondo la tipica formula delle tossicodipendenze), allora come faranno gli Stati Uniti a liberarsi dal vizio e a limitare l'uso delle armi?'.

Le guerre così continuano senza fine arrivando a dare senso alle vite. La nostra cultura è pervasa dalla violenza e dalla guerra e ci vantiamo con questo dei nostri valori di civiltà, di leggi umanitarie, della propria educazione e morale...ma ancora prevale la dabbenaggine per cui solo una piccola parte, che sarà sempre minoritaria, cerca di riscattare tutti predicando la pace.

domenica, novembre 18, 2018

'Balle mortali' un libro di Roberto Burioni

'Balle mortali' è un libro di Roberto Burioni che, con la sua propria scienza di medico e docente universitario, racconta le bufale mortali che siamo stati obbligati a seguire attraverso i media e i danni che hanno provocato alla salute delle persone che le hanno credute. Il sottotitolo a Balle mortali illumina: 'Meglio vivere con la scienza che morire coi ciarlatani'. L'autore del libro è un medico professore ordinario di Microbiologia e Virologia presso l'Università Vita-Salus del SaRaffaele di Milano. Sue precedenti pubblicazioni sono: Il vaccino non è un'opinione (Mondadori 2016) e La congiura dei Somari (Rizzoli 2017).

Ecco in ordine i 10 capitoli che trattano quelle pseudocure definite le balle mortali: L'HIV non causa l'AIDS; l'AIDS nemmeno esiste; le capre, il cancro e il siero Bonifacio; il metodo Di Bella; la Nuova Medicina Germanica; Stamina o la pozione misteriosa; curare il diabete con le vitamine; gli antibiotici sono il male; il latte crudo (e i suoi batteri); i vaccini sono pericolosi. Una sana lettura che consiglio a tutti.

Purtroppo dei casi descritti penso che ne succederanno ancora poiché la premessa descritta nel libro è chiara: chi si ammala segue e crede a qualunque bugia perchè in fondo ogni paziente si aspetta e desidera di sentirsi dire quello che vuole credere.

Oggi intanto un candidato giovane alla segreteria del PD, denuncia Roberto Burioni come quello che ha elevato 'a scienza vera e assoluta quelle che sono posizioni squisitamente politiche, di solito di destra, mortificando come un Burioni qualsiasi chi si diverte a bulleggiare il 99% delle persone meno preparate che esprimono semplicemente un dubbio'.
Roberto Burioni ha subito risposto tramite il suo profilo facebook: 'Doveva succedere, ed è successo. Alla fine gli attacchi contro di me arrivano anche dal Partito democratico (al quale secondo la vulgata dovrei essere contiguo). Questo mi conferma che ho fatto la scelta giusta a non candidarmi, perché una posizione indipendente mi consente di essere libero da tutti i partiti e di potere servire solo la verità dei libri che ho studiato'.

Bene, così oggi presento su questo blog anche la mia recensione ad uno -l'ultimo- dei suoi libri.

giovedì, novembre 15, 2018

Due libri di Edoardo Albinati

Ero stato attratto dall'Analisi Transazionale (A.T.) Di Eric Berne con cui spiegava come certi luoghi della società come Pronto soccorso, Tribunali, prigioni ecc. fossero l'epilogo di giochi relazionali negativi. Già, i giochi descritti da Berne sono i modi che attraverso la relazione con cui si cerca di ottenere riconoscimento e carezze. Poi in mancanza di carezze ecco che si preferisce all'indifferenza anche le sberle e le punizioni. Leggendo il libro Maggio Selvaggio di Edoardo Albinati, che ha insegnato un anno dentro il carcere romano di Rebibbia, scopro come il carcere sia un luogo dove la natura umana dimostri tutta la sua complessità. D'accordo l'idea di Eric Berne ha sempre una sua funzione esplicativa di come le relazioni non assertive -così chiama quelle che non aiutano a crescere o ad ottenere le giuste risposte- conducano per il loro disturbo comunicativo a drammi e sofferenze.

A proposito di 'Maggio Selvaggio' questo libro ricco di annotazioni a volte commoventi, ispirate, sibilline, ironiche e profonde si può considerare prodromico, il testo preparatorio, a 'La scuola cattolica' con cui l'autore vinse il premio Strega nel 2016.

Attraverso 'Maggio selvaggio' ho compreso anche come il male non fosse come pensavo frutto involontario di ignoranza, ingiustizia, odio e altro ma a volte scelta consapevole; un male che non porta rimorsi e sensi di colpa. Un male fatto con la volontà di provocare dolore e per questo reiterato.

Edoardo Albinati è uno scrittore che con una particolare vena intimista fa scoprire un mondo ricco di sfumature, di sentimenti inaspettati e le cui storie sono parte del vivere presente. A volte l'autore prorompe in pagine dai testi ispirati, dove si innesta una prosa quasi poetica; il lettore perde quasi il filo, ma rimane con il gusto di pezzi di grande letteratura.

lunedì, agosto 27, 2018

'Politiche Costituzionali per le Riforme' libro di Luigi Fasce

Il libro di Luigi Fasce dovrebbe essere una 'ristampa' del suo primo libro 'Quale politica per le riforme- Bussola per un orientamento a Sinistra', uscito nel 2014 sempre con la Biblion edizioni (Casa editrice specializzata in testi politici e storici di grande rilevanza. Saggi politici e ambientali); ma possiamo dire che con molte aggiunte, riscritture e aggiornamenti, il libro dal titolo: 'Politiche Costituzionali per le Riforme' è un libro nuovo. Un libro che scaturisce da nuove riflessioni e per recenti accadimenti quali il referendum del 4 dicembre e poi gli atti di denuncia di Luciano Gallino; Paolo Maddalena e Yanis Varoufakis.

Poi dobbiamo far sapere che del vecchio libro non ci sono più copie cartacee. Chi desiderasse acquistarlo lo potrebbe fare soltanto in formato elettronico (in e-book)andando sul sito della casa editrice. Il vecchio libro aveva la presentazione di Felice Besostri e la mia prefazione...questo invece reca una prefazione più illustre, quella di Paolo Maddalena- Giurista, Magistrato e Vicepresidente emerito della Corte Costituzionale. Un supporto molto importante a chi come Luigi Fasce sostiene che la nostra Costituzione possa essere una guida sempre attuale a fare le riforme utili all'Italia.

Già, in Italia sembra sempre che le riforme siano sempre da fare. Ogni governo le promette e poi ne attua dei simulacri che poi all'atto pratico risultano inattuate o semplicemente senza un vero e proprio cemento ideale e politico. Luigi Fasce come è nel suo stile va al sodo: la Costituzione ha le basi strutturali che sanno indirizzare le riforme: sa unire i diritti collettivi e dei singoli in un quadro di norme che se seguite aiutano a fare riforme vere e durature.
Guardate quelle fatte: Job Act; Fisco; Scuola; Pensioni; Sanità...tutte nel segno di una ideologia neoliberista e anticostituzionale. A questo proposito il libro, che ha diverse funzioni, mette subito in chiaro come le ideologie siano sempre alla base del nostro agire politico. Su questo punto mi fa piacere leggere quello che scrive nella sua prefazione Paolo Maddalena a tale proposito:
Il primo concetto chiave che l’Autore esprime è quello della “ideologia”. Si dice, oramai da molti anni che le ideologie sono passate di moda, che esse non hanno alcun significato e che è doveroso prescindere da esse. Fasce annienta innanzitutto questo erroneo modo di pensare, dimostrando a chiare lettere che si tratta di una mistificazione voluta dalla classe economica dominante, mentre è indiscutibilmente vero che, come asseriva Mazzini, all’azione precede sempre un pensiero.

L'anteprima della presentazione è stata fatta a Frisolino di Nè in questo agosto.

Il libro di Luigi Fasce sarà oggetto di diverse presentazioni nei prossimi mesi.

Qui sotto c'è la copertina del libro:

ecco qui sotto il video dell'anteprima della presentazione:

martedì, luglio 10, 2018

Storia di Leningrado sotto assedio e della Settima Sinfonia di Dmitri Shostakovich in due libri -io ne ho letto uno.

La città che prese il nome di Leningrado, in onore dell'artefice della Rivoluzione russa, era ed è San Pietroburgo, che assediata dalle truppe naziste resistette 900 giorni e si salvò. Una pagina epica della seconda guerra mondiale. L'assedio durò ben 900 giorni, causando la morte di oltre un milione di persone fra il 1° settembre del 1941 e il 18 gennaio del 1944.
Tra i molti fatti avvenuti all'interno della città martoriata e con la morte visibile nelle sue strade, c'è quello dell'esecuzione della settima sinfonia di Dmitri Shostakovich chiamata appunto 'Leningrader': una musica che raggiunse l'anima di ognuno infondendo nuove capacità di resistenza nel nome della bellezza e della riconquista dell'umanità. Quella sinfonia ascoltata anche dalle truppe tedesche, che consideravano i popoli slavi e russi come genti inferiori, fece comprendere che quella città non l'avrebbero mai conquistata; era una città che sapeva conservare intelligenza insieme a risorse artistiche e morali che nessuna guerra poteva distruggere.

A raccontare la storia dell'esecuzione di quella sinfonia è il libro Sinfonia Leningrado di Sarah Quigley-edito da Neri Pozza nel 2012.
Per il Sunday Star Times si tratta di un magnifico romanzo che narra di un piccolo eroico gesto – il gesto di un solitario, timido direttore d’orchestra che, con l’aiuto di un violinista e di un gruppo di musicisti straziati dalla fame e dal freddo, riesce a eseguire una Sinfonia che ha avuto un’importanza enorme nella vittoriosa resistenza contro la barbarie nazista – Sinfonia Leningrado mostra come l’arte possa avere un impatto enorme sugli eventi. In questo caso la musica esercita tutto il suo potere.
Sarah Quigley con un racconto corale descrive i vari personaggi, primo su tutti Eliasberg, il direttore d’orchestra; poi il violinista Nikolaij e la dolce figlia violoncellista Sonia, come Shostakovich, il grande compositore russo. Tutti concorreranno all'evento musicale che dimostrerà come esista qualcosa che sopravvive alla barbaria della guerra.

Un altro libro più recente -edito da Il Saggiatore nel 2017- narra la stessa storia con un titolo simile: 'Sinfonia di Leningrado' e l'autore è Bryan Moynahan.
Anche in questo libro si racconta dell'impresa compiuta collettivamente da una città intera, una città morente che ha saputo risorgere, dimostrando a tutto il mondo che resistenza e musica, arte e libertà sono componenti inscindibili nella storia umana. Con il libro 'Sinfonia di Leningrado', Brian Moynahan fornisce un quadro nitido della città russa vessata da Stalin, ridotta alla fame da Hitler ed eternata da Sostakovic.
Quell'evento si svolse sabato 9 agosto 1942; quindi circa 76 anni fa.

La Sinfonia di Dmitri Shostakovich divenne poi l'inno internazionale della lotta contro il nazismo; tuttora è ritenuta il capolavoro di uno dei più grandi compositori del XX secolo: dal primo movimento - scritto sotto una pioggia di bombe -, con il celeberrimo tema dell'invasione e il crescendo di tamburi rullanti, al finale, con le sue melodie festose e trionfali, rappresenta la liberazione non solo dei cittadini di Leningrado, ma di qualunque popolo che tenta di resistere alle iniquità della guerra e dei regimi totalitari.

Naturalmente finito di leggere il libro della Sarah Quigley, sono andato su youtube ad ascoltare la settima sinfonia...a dimostrazione di quanto il libro sia un successo.

Ecco il link dove è possibile ascoltarte la Settima Sinfonia: https://youtu.be/_z8TZjcqYhY

giovedì, luglio 05, 2018

I figli dei nazisti di Tania Crasnianski

I figli dei nazisti di Tania Crasnianski. La mia recensione

E' notizia di questi giorni di inizio luglio che la figlia di Himmler, Gudrun Burwitz, è scomparsa a 88 anni il 24 maggio. La notizia della sua scomparsa si è diffusa solo venerdì. Era soprannominata la 'principessa nazista'. Io ho appena finito di leggere in questi giorni il libro I figli dei nazisti di Tania Crasnianski. Questo libro è un saggio che affronta il vissuto dei figli di 8 grandi gerarchi nazisti che si chiamano Himmler, Göring, Hess, Frank, Bormann, Höss, Speer e Mengele; tutti responsabili di grandi crimini o almeno comandanti di quella macchina che portò l'intera Europa alla catastrofe socio umanitaria del XX secolo. Questo libro è una testimonianza che forse può aiutare a comprendere quanto potere eserciti il passato nella costruzione del nostro essere.

Certo è che quel 'male assoluto' conosciuto nel XX secolo non fu opera soltanto di una cerchia di gerarchi che ruotavano intorno a Hitler, ma fu attuato da tutto il popolo tedesco. Hanna Arendt fu netta: quell'orrore a cui si è assistito nel secolo scorso, nasce dalla 'banalità del male', dal conformismo e paranoia che ha investito tutti i tedeschi che, senza nessun pensiero autonomo e autocritico, hanno aderito al compimento del 'male assoluto'. Hanna Arendt sottolineava che la disumanità si annida in ciascuno di noi, e che per evitare di sprofondare in questa crudeltà banale bisogna continuare a 'pensare', interrogandosi senza posa, senza mai rinunciare all’esercizio della ragione.
Per compiere tutti quei crimini c'è stato il bisogno di bravi soldati, onesti padri di famiglia, buone casalinghe, ufficiali servizievoli, diligenti impiegati...insomma l'adesione di un popolo all'ideologia imperante. Il conformismo di un pensiero che sosteneva la superiorità razziale di tutto un popolo definito ariano; quello germanico. A pensare che la Germania ha avuto tra i suoi antenati Goethe; Kant; Hegel; Schiller; Fichte; Cusano ecc.

Anche se le colpe dei padri non devono ricadere sui figli è difficile sfuggire al vissuto dei delitti e crimini inumani e incredibili compiuti dai genitori. Le reazioni, come era prevedibile, sono state diverse. E oggi, quando le vite dei figli si stanno avvicinando alla parte finale della loro esistenza, si può trarre un primo bilancio comune: le azioni dei genitori li hanno condizionati in modo profondo.
I figli protagonisti, come la stessa autrice del libro, sono nati con un fardello che porta direttamente la Germania a identificarsi con il nazismo.
Questa è una premessa importante per capire quel meccanismo del nostro passato che incide nelle nostre vite. Quanto potere esercita il passato nella costruzione del nostro essere? Mentre per i nipoti l'elaborazione delle colpe dei parenti riesce a far rimarcare un distacco consapevole; per i figli questo è più difficile: l'angoscia dell'abbandono e della perdita di identità pesano maggiormente.

Per Gudrun Himmler -ad esempio- l'affetto per il padre (l'ideatore della 'soluzione finale' e uno dei principali responsabili del genocidio ebraico) l'ha portata ad aderire anche alle stesse idee del genitore; ugualmente Edda Göring ha seguito le orme di Gudrun. Abbiamo invece un nipote di Hermann Göring, Matthias che si è convertito all'ebraismo. Per il figlio Rolf di Josef Mengele -nascosto in una favela in Brasile e che sosteneva di essere solo un esecutore di ordini e che in fondo lui non aveva fatto male a nessuno, era chiaro che il padre era colpevole di quei crimini denunciati; ma lui non rivelerà il nascondiglio del padre e pur affrancandosi dal cognome 'Mengele', assumendo il cognome della moglie, non tradirà mai il padre.
L'autrice Tania Crasnianski conclude: ''Infine in Germania è stato necessario attendere il cancelliere Helmut Kohl, la generazione dei tedeschi che non avevano mai conosciuto la guerra e l’era dell’unità nazionale apertasi con la caduta del muro di Berlino il 9 novembre 1989, perché il passato collettivo del paese potesse essere rivisitato e analizzato appieno. Con la riunificazione delle due Germanie è ormai un paese tutto intero ad accettare di riconoscere le proprie colpe, che un tempo erano sembrate gravare solo sui massimi artefici dell’orrore nazista.”
Un libro interessante.

sabato, maggio 19, 2018

boratto blog: il Santuario del libro di Gerusalemme

boratto blog: il Santuario del libro di Gerusalemme: Nei giorni scorsi Il Secolo XIX riportava una notizia che il ritrovamento di nuovi papiri a Qumran era frutto anche del lavoro di ricerca...

il Santuario del libro di Gerusalemme

Nei giorni scorsi Il Secolo XIX riportava una notizia che il ritrovamento di nuovi papiri a Qumran era frutto anche del lavoro di ricercatori genovesi. Nell'articolo non si faceva menzione della scoperta dei Rotoli del Mar Morto conservati presso il Santuario del Libro di Gerusalemme.

Dato che io ho visitato sia i resti archeologici di Qumran che il museo di Israele dove è ubicato il Santuario del libro voglio qui parlarne.

Il Museo d’Israele a Gerusalemme è il più importante museo in Israele ed uno dei più prestigiosi al mondo. Una sezione di questo importante museo ospita, a mio parere, uno dei santuari più affascinanti della civiltà e cultura umana: il Santuario del libro. Riconoscibile da una particolare cupola bianca, che ricorda il coperchio di un vaso -rimando ai contenitori all'interno dei quali vennero rinvenuti i preziosi rotoli- il Santuario del Libro raccoglie reperti archeologici di rilievo, preziosi manoscritti e soprattutto i Rotoli del Mar Morto; i famosi rotoli rinvenuti in una grotta a Qumran nel 1947.

I rotoli consistono in fogli di pelle arrotolata di varie dimensioni che vanno dal piccolo rotolo di Abacuc (141x13 cm) al rotolo di Isaia (25 cm x 15 mt). Scritti con inchiostro vegetale con calligrafia nettissima e quasi priva di errori, hanno sempre delle correzioni a margine. La formattazione del testo lascia stupefatti: questo ha la forma di pagina di un libro che possiamo vedere oggi. Ogni colonna è attentamente marcata ai margini da una immaginaria linea verticale ed i diversi capitoli sono separati da uno spazio bianco. In uno spazio circolare si possono osservare, dietro teche di vetro, i rotoli e le pergamene antiche che testimoniano la nascita del libro in senso lato. Oltre a questi testi sono conservati gli altri scritti interni alla comunità: rotolo del Tempio con la descrizione del Tempio ideale, Regola della guerra, Inni e preghiere e commenti a libri della Bibbia.

Un vero santuario della cultura, della tramandazione del nostro sapere.

I rotoli, che hanno una datazione sicura che va dal II sec. a.C. al primo d.C., sono in buono stato poiché rinvenuti racchiusi in anfore; insieme ad essi sono state trovate anche monete dell'epoca. Essi sono i più antichi manoscritti della Bibbia.

La cupola dell’edificio ricorda il coperchio di un vaso, ed è stata progettata in questo modo volutamente, come rimando ai contenitori all’interno dei quali vennero rinvenuti i preziosi rotoli. All'esterno del 'Santuario del libro', il bianco della cupola poi contrasta con un grande monolite di basalto nero; insieme rappresentano una la luce e l'altro l'oscurità: due capisaldi della religiosità di ogni tempo.

Il Museo di Israele che si estende su una superficie di 50.000 metri quadrati, ospita una collezione permanente “enciclopedica”, composta da varie sezioni: Archeologia, Arte Ebraica, Arte classica Europea, Impressionismo, Arte Moderna, design e architettura, tutte rappresentate al massimo livello. Questo museo con tutte le sue sfacettature si potrebbe definire il momento più intenso di incontro tra il materiale e lo spirituale.

Io ho avuto l'occasione di visitare questo Museo di Israele – fondato nel 1965- nel 2011, ovvero un anno dopo il suo sostanziale rinnovamento avvenuto nel 2010, e posso confermare le grandi emozioni provate nell'immergermi nei vari spazi offerti alla visita.

Qui sotto c'è il link al sito web dove è possibile 'sfogliare' i rotoli

http://dss.collections.imj.org.il/isaiah

domenica, gennaio 28, 2018

Incontro con Agnese Moro all'Istituto Scientifico Enrico Fermi di Sampierdarena.

Venerdì 26 gennaio è il giorno antecedente al giorno della memoria per ricordare la Shoah, e Agnese Moro, figlia di Aldo Moro, ha incontrato gli alunni delle quinte classi del liceo Fermi.
Questo incontro è stato un altro momento per fare memoria. Una memoria non legata alla Shoah, ma alla storia più recente e a fatti che per diversi aspetti sono avvolti ancora da coltri di silenzio e rimozioni. Bene fa Agnese Moro a portare in giro la sua esperienza fatta da elaborazioni dolorose utili, a suo dire per uscire dal ruolo di vittima, che la relegava la tragica vicenda dell'assassinio del padre. Già, poi parlando di suo padre Aldo Moro, Agnese ha anche la possibilità di far conoscere suo padre, il personaggio politico, la sua figura umana così importante nella storia italiana. Così si è parlato di una memoria di giusto 40 anni fa.

Le introduzioni dei Professori Maria Eleonora Guasconi e Guido Levi hanno disegnato il periodo storico-politico degli anni in cui Aldo Moro con il partito della Democrazia Cristiana, di cui è stato tra i fondatori, hanno governato dal dopoguerra sino agli anni 80-90; per Aldo Moro con diversi incarichi o come capo del governo sino al 1976. Aldo Moro è stato uno degli artefici di grandi scelte e aperture coraggiose. Si ricorda ad esempio la nascita del centrosinistra nel 1962, con l'entrata nel governo del Partito Socialista. Come ministro degli Esteri è stato un fervente sostenitore del dialogo tra palestinesi e israeliani. Egli era un riformista e un mediatore. Inoltre aveva sempre presente la complessità delle situazioni e quindi del loro governo.
Agnese Moro lo ricorda bene: 'Egli fu un secchione. Uno studente ottimo e poi un insegnante che ha amato stare tra i giovani tutta la vita'.
Intanto va ricordato che Aldo Moro non ancora trentenne è stato uno dei costituenti, uno degli scriventi la Carta costituzionale. Agnese Moro ricorda che la nostra Costituzione è formata da parole importanti come Pace, Libertà, Giustizia, Lavoro, Diritti e Democrazia. Parole che Aldo Moro ha sempre cercato di trasformare in valori veri. Quelle scelte dettate dalla Costituzione non erano calate da un manipolo di pensatori, ma erano dettate dalla volontà popolare. Erano i desideri dei cittadini scritti su carta con un linguaggio semplice. Una bella lezione sulla Costituzione.
Nella sua attività politica troviamo discorsi interlocutori, discorsi che sapevano coinvolgere tutti. Quello che poi si sceglieva doveva essere fatto insieme. Ecco il secchione che continuava a lavorare per gli altri.
Per conoscere meglio Aldo Moro, Agnese mostra anche alcune foto. Quelle più 'buffe' o semplicemente strane sono quelle che ritraggono Aldo Moro sulla spiaggia in giacca e cravatta: 'Egli si presentava così poiché nel ruolo di rappresentante del popolo italiano doveva mantenere sempre la dignità'. Altre foto lo mostrano con Agnese sulle ginocchia mentre parla con altri politici e collaboratori. Momenti in cui si cercava di conciliare impegni politici e famiglia. Un'altra foto mentre cammina con la piccola Agnese dandole la mano; ecco quella mano che le veniva data spesso anche per tranquilizzarla prima di dormire rimane uno dei suoi ricordi struggenti.
Alla fine Agnese Moro si rivolge a tutto il pubblico formato soprattutto da studenti ponendo una domanda: 'Ha fatto bene o fatto male dedicare la sua vita alla politica? Al richiamo di mettersi al servizio degli altri? Lui che aveva una famiglia e dei figli?'. Un interrogativo a cui Agnese non sa rispondere. Sa solo che è stata una scelta del padre nell'obiettivo di una speranza di progresso dell'umanità.

Durante le presentazioni, prima dell'inizio dell'incontro- che voglio ricordare è stato promoso dalla Professoressa Giusy Randazzo- ho avuto modo di porre una domanda ad Agnese Moro. Volevo sapere cosa ne pensasse di un pensiero di Giorgio Bocca che sosteneva come i terroristi avessero alla base del loro agire un comune denominatore derivato da disturbi psicologici...lo stesso Curcio alla fine della pena era uscito dicendo che in fondo voleva ritrovare la sua mamma, che per la mancanza del padre (era figlio di ignoto) aveva allontanato.
'No- mi ha risposto Agnese Moro- bisogna stare attenti ad affermare una tale visione; potrebbero esserci delle componenti psicologiche, ma queste svierebbero e cancellerebbero ciò che si viveva nella società di quegli anni: il ricorso e la giustificazione diffusa della violenza.
Già, la violenza; l'aspetto più deleterio per la convivenza civile e umana.
Nell'incontro poi Agnese Moro ricorderà ancora la violenza e la ricorderà nell'ambito della Shoah come questa si accompagni all'indifferenza, al conformismo, alla paura e al non voler vedere...in sostanza alla 'banalità del male'.
Grazie ad Agnese Moro abbiamo avuto l'occasione di onorare una memoria da estendere sempre più.

martedì, dicembre 12, 2017

Comunicazione di destra e di sinistra.

Con l'elezione di Donald Trump a Presidente USA si è fatta ancora più chiarezza di quanta differenza esista nella comunicazione tra destra e sinistra politica. Ora che in Italia si entra in clima elettorale sarà più facile osservarla. Ad esempio le differenze di linguaggio e comunicazione le possiamo constatare guardando anche online i giornali di destra e sinistra (intendendo di sinistra uno schieramento molto ampio che raggruppa anche un centro).
Per la destra prendiamo Il Giornale e Libero; essi hanno come direttori due campioni del pensiero di destra: Alessandro Sallusti e Vittorio Feltri, due conservatori che da sempre hanno sostenuto il potere berlusconiano e supportato i partiti di destra.
Per la sinistra possiamo prendere La Repubblica e Il Manifesto (quest'ultimo dichiaratamente comunista). Due quotidiani molto diversi e parlanti ad un pubblico molto eterogeneo. Il direttore di 'la Repubblica', ne viene da 'La Stampa' (quotidiano da sempre della famiglia Agnelli -proprietari della FIAT ora FCA). Per la destra il discorso parte in modo più semplice: quasi un paradigma della loro filosofia politica, la semplificazione. Per ogni problema una risposta semplice.
Si potrebbe schematizzare che la destra parli alla 'pancia' al basso ventre e invece la sinistra al cervello, alla parte razionale. Un teoria del genere presuppone due tipologie diverse di persone; ma forse la cosa è un po' più complessa e scandagliando il campo psicologico osserveremo che le due diversità a volte si mischiano.
Prima dell'elezione di Donald Trump lessi sul webmagazine valigiablu.it le annotazioni interessanti dello statunitense George Lakoff -linguista cognitivo allievo di Chomsky- che sosteneva che un conservatore è più propenso ad accettare acriticamente le indicazioni che vengono dall'alto mentre un progressista le mette abitualmente in discussione.
Alla base c'è un differente sviluppo dello spirito critico. In breve c'è da una parte l'accettazione della logica del 'Padre forte' che favorisce anche lo sviluppo di alcuni elementi di gerarchia morale che sono alla base del pensiero conservatore classico: Dio è davanti all'uomo, la disciplina va premiata e l'indisciplina punita, i ricchi sono più degni dei poveri, gli adulti contano più dei bambini... gli Stati Uniti contano più degli altri paesi.
Chi matura le proprie convinzioni crescendo in questo modello accetta le indicazioni dell'autorità in modo maggiormente acritico rispetto a quello progressista, che invece è abituato sin dalla giovane età a mettere in discussione le indicazioni che giungono dall'alto. Questo porterebbe a un'accettazione altrettanto acritica di contraddizioni anche evidenti nella proposta politica. Con analisi ancora più approfondite da parte di Lakoff si può sostenere che la 'sinistra' e i progressiti abbiano in sé dei valori di sostegno associati con la prudenza, l'educazione dei figli, la custodia della casa, in generale in linea con la femminilità; ma sono generalmente all'oscuro di questo punto di riferimento. Per la 'destra' e i conservatori esiste invece la capacità di sfruttare maggiormente il 'logos', ovvero il fascino maschile per la bellezza, la violenza e la certezza morale.
Un altro esempio di comunicazione di destra è quella dell'esasperazione del caso particolare per imporre un racconto generale. Esempi sono tantissimi; in ordine di tempo c'è quello di pochi giorni fa quando a Milano alcuni marocchini accoltellano un vigilantes del MCDonald's. Su Libero si poteva leggere che 'Nordafricani massacrano un vigilantes'. O ancora: 'Immigrati accoltellano un addetto alla vigilanza'. In sostanza abbiamo modi diversi per comunicare che hanno dietro oltre che una diversa visione del mondo una sostanziale diversità morale.
Inoltre Lakoff sostiene che le persone tendono a pensare metaforicamente, ragionando attraverso l'analogia piuttosto che con la logica.
Le metafore sono prevalenti nella comunicazione e non le usiamo solo nella lingua; in realtà percepiamo e agiamo in accordo con le metafore. Per Lakoff ci sono le metafore concettuali che non modellano solo la nostra comunicazione, ma anche il modo in cui pensiamo e agiamo. Così succede che i liberali e progressisti cercano di persuadere attraverso la ragione e i fatti, mentre i conservatori usano storie metaforiche ed è per questo che i politici conservatori hanno più successo nel motivare gli elettori.
Ultimo esempio per i conservatori gli immigrati sono stranieri che mettono in pericolo i nostri valori e costumi vitali; sono persone estranee che vivono nell'illegalità facendoci perdere la nostra identità.

giovedì, novembre 30, 2017

Fascismo: il peggio di noi

Nel libro di Albert Einstein, Il mondo come io lo vedo', riporta riguardo alla crisi la frase: 'Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c’è merito. E’ nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l’unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla'.
Per me tutto ciò è vero solo in parte. Infatti nelle grandi crisi politiche e sociali sia italiana e poi tedesca avvenute dopo la prima guerra mondiale, si ebbero risposte che misero in luce il peggio di noi. Proprio nel 1934 (anno della pubblicazione del libro) Hitler divenne Capo dello Stato germanico e insieme si celebravano i 13 anni dell'era fascista.
Per questo penso e sostengo che il fascismo, come il nazismo, non siano stati solo originali movimenti politici ma strutturate risposte alle crisi utili per far sorgere il peggio di ognuno di noi. E' chiaro che le crisi si presentano nella nostra vita in ogni momento e per superarle spesso usiamo risposte già confezionate o per ignavia e senza sforzare troppo il cervello quelle più semplici...

Esempio: drogati? Ammalati da far fuori subito. Zingari e accattoni? Parassiti e ladri da sbattere dentro e buttare via la chiave. Migranti? Meglio dire clandestini che rubano il lavoro agli italiani e da non farli più entrare in Italia. Bisogna chiudere le frontiere. Omosessuali? Pervertiti da tenere lontano. Politici? Tutti corrotti. Tutti attaccati alla loro poltrona. Il più pulito ha la rogna.
E' chiaro che queste risposte fanno, non a caso, di tutta l'erba un fascio. Trovare risposte che salvaguardino i diritti umani e insieme risolvino i problemi con intelligenza senza creare guerre è più complicato. E' difficile, ma certo non impossibile. Così si applica la democrazia e non si cade nel fascismo. Ecco perchè il fascismo è sempre in agguato ed esercitare l'antifascismo diventa un esercizio sempre attuale.

Oggi abbiamo un partito xenofobo, e insieme chi si richiama a movimenti di estrema destra che vorrebbero riportarci a soluzioni già sperimentate con risultati tragici. A questo punto c'è sempre qualcuno che si rivolge alla parte più retriva di ognuno di noi per farla emergere. E' così che il 'piccolo fascista' che risiede in noi è sempre pronto a venir fuori. Eric Berne docet.BR> Il "piccolo fascista" rappresenta la forza arcaica della conservazione, quella che ci tiene legati al sangue, alla tribù, è l'ostacolo più forte all'evoluzione umana. L'ingordigia e la violenza dell'uomo della caverne, che avevano un senso per superare le difficili condizioni di vita di quei tempi, sono giunte fino a noi attraverso il "piccolo fascista", trasformandosi in egoismo e crudeltà.
Si fa presto a cadere in un regime fascio-nazista: basta indicare un nemico reponsabile dei nostri guai e poi via a tenerci allineati e coperti a seguire senza un pensiero autocritico il leader di turno che indica la strada. Così cresce quella che diviene la banalità del male. Hannah Arendt docet.

venerdì, settembre 01, 2017

Abbiamo bisogno dei migranti, ma non sappiamo come.

Pubblicato oggi su Il SecoloXIX questo mio articolo con il titolo: Abbiamo bisogno dei migranti, ma non sappiamo come.

Sono passati moltissimi anni da quando con il fascismo si era attenti alla crescita demografica. Mussolini premiava gli italiani con tanti figli e l'aumento della popolazione era considerata una ricchezza. Nell’agosto 1936, alcuni mesi dopo la proclamazione dell’impero, Mussolini sosteneva: 'hanno diritto all’impero i popoli fecondi, quelli che hanno l’orgoglio e la volontà di propagare la loro razza sulla faccia della terra, i popoli virili nel senso più stretto della parola'.
Erano gli anni che si guardava all'Africa come terra di conquista: Libia ed Etiopia rappresentarono il tentativo di fare dell'Italia una potenza mondiale. Fu invece un fallimento.
Oggi assistiamo ad una migrazione di massa dall'Africa verso l'Europa che spinta dalla miseria e ragioni di fuga da guerre, raggiunge dimensioni epocali. Ma ancora oggi c'è un bisogno per l'Europa di aumento demografico ed ecco che una delle soluzioni alla risoluzione del problema è quello di contare su questi nuovi arrivi.
Qualche settimana fa Eurostat, l’istituto di statistica dell’Unione europea, ha spiegato che nel 2016 la popolazione continentale è cresciuta solo grazie all’immigrazione. Il numero delle nascite è stato pari a quello delle morti (5,1 milioni), mentre il saldo migratorio netto è cresciuto di 1,5 milioni, portando il totale a 511,8 milioni. Lo scorso anno in 13 dei 28 paesi dell’Unione sono morte più persone di quante ne siano nate. Ma non tutti hanno visto calare la propria popolazione totale. Un ampio afflusso di migranti in Germania (perlopiù rifugiati siriani) e uno più ridotto in Finlandia e Polonia hanno fatto sì che il numero di abitanti di questi paesi sia comunque cresciuto.
In un articolo del 14 luglio 2017 su The Economist (Regno Unito) si legge che l'Europa ha sempre più bisogno di migranti. Germania e Italia ne hanno poi un bisogno disperato: senza nuovi arrivati, la loro popolazione declinerebbe rispettivamente del 18 e del 16 per cento. E anche se le migrazioni dovessero continuare, Eurostat prevede che la Germania potrà solo mantenere il proprio livello di abitanti attuale, ovvero 82,8 milioni; mentre l'Italia riuscirebbe a stento a mantenere gli attuali 60 milioni di abitanti.
Che dire? Il grande problema dell'immigrazione forse allora è solo questione di organizzazione; di sapere come fare e cosa fare con i migranti. Oggi esiste una organizzazione che fa acqua da tutte le parti. Ci mangiano le mafie, tutto è allo sbando o demandato ad associazione di volontariato senza nessuna coordinazione. Anche le prefetture che hanno il compito di uno smistamento matematico non sanno fare altro.
Poi esiste anche un moto della Natura, una forza equilibratrice della presenza animale sulla Terra (di cui l'uomo è parte essenziale) e della loro distribuzione. Darwin aveva visto nell'evoluzione della specie una selezione naturale per cui i punti principali sono: variabilità dei caratteri, eredità dei caratteri innati, adattamento all'ambiente, lotta per la sopravvivenza, selezione naturale ed isolamento geografico. Con questo allora si potrebbe leggere nell'arrivo di milioni e milioni di africani sul territorio europeo come una 'nuova speciazione'. Daltronde la storia umana è rappresentata da un continuo spostamento di persone da una parte all'altra del mondo...spesso con eserciti e armi. Oggi con masse armate solo di fame e quest'ultima è l'arma che fa affrontare i rischi più grandi. Pensiamoci. Ed ecco che una severa economia dettata dalla Natura fa sorridere quella dell'Uomo che riporta non alla sopravvivenza, ma ad un Dio Quattrino...succedaneo a quello Trino.

giovedì, agosto 10, 2017

Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia di Carl Gustav Jung, Károly Kerényi

Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia

Un libro che confesso non riuscivo a portare a termine...il libro non è di facile lettura, ma le pagine lette continuavo a rileggerle poiché mi procuravano un notevole piacere; questi prolegomeni, che in sostanza sono l'esposizione di una dottrina, sono un argomento appassionante e trattano l'origine del nostro pensiero o meglio della nascita della cultura: un pensiero sul pensiero che scarnifica il linguaggio portandolo alla sua essenza, alla metafora. Capite la ricchezza?
Il mito è un racconto che narra di ciò che ha fatto e fa l'uomo; in più è lo strumento che -proprio tramite il racconto- mette in contatto con la spiritualità, con la trascendenza, con ciò che diversamente non si conoscerebbe. E così leggendo prima Kàroly Kerènyi (intellettuale e storico delle religioni) e poi le argomentazioni psicologiche di Carl Gustav Jung spesso mi sono abbandonato con il libro aperto sul petto a liberare la fantasia di quanto si può interpretare e pensare partendo da un soggetto mitologico.
Io che ho sempre ammirato, in un certo senso invidiato, chi sa leggere i fatti e le situazioni che viviamo in maniera simbolica con Kerènyi e Jung mi sono trovato in un brodo di giuggiole.
Per C.G.Jung spesso il simbolo è l'anticipazione di una futura situazione della coscienza. Per questo il mito, il simbolo o l'immagine onirica che emergono dall’inconscio predicono, se l'interpretazione è coretta, un futuro comportamento come in un responso oracolare.
Così leggo: 'Ma il mito non è una finzione, in quanto consiste in fatti reali che si ripetono costantemente e che possono venir osservati sempre di nuovo. Esso si produce nell’uomo,e gli uomini hanno destini mitici proprio come gli eroi greci.
Possiamo dunque definire il mito come un vero e proprio linguaggio che l’uomo ha usato dai tempi più arcaici per manifestare di considerarsi parte del cosmo come essere senziente e pensante che lo abita, ma soprattutto in comunione con esso.
L’uomo non vive più in un universo soltanto fisico, ma in un universo simbolico. L’uomo si è circondato di forme linguistiche, di immagini artistiche, di simboli mitici e di riti religiosi a tal segno da non potere vedere e conoscere più nulla se non per il tramite di questa artificiale mediazione.
Ogni aspetto della realtà diviene mezzo possibile di espressione, diviene simbolo unico e necessario per determinare un’appartenenza voluta ma soprattutto ricercata dall’umanità, sin dagli albori.
Il mito è inoltre un linguaggio tramite il quale l’umanità comunica con il naturale e con il sovranaturale. Il sole, la luce e ogni aspetto della realtà rappresentano un legame con Dio tramite il quale la bellezza e la perfezione dell’universo si manifestano in un susseguirsi di immagini archetipiche che trasmettono il messaggio di Dio al creato. Tale messaggio si annuncia tramite la musica, la poesia, la religione, e affonda le sue radici nella cultura dei popoli.'
Bellissimo!

Molto spazio è stato dato alla figura del giovane, del bambino, del divino neonato e mentre Kerènyi tratta questa figura con la storia delle religioni e del mito, Jung ci riporta all'essenza del divenire psicologico, alla sua radice originale: Il Fanciullo diventa un archetipo, una figura universale dell'inconscio collettivo.
Abbiamo così due interpretazioni molto coerenti e vicine: due pensieri che mettono in risalto il simbolo, non è più visto come un mero significante la cui reale essenza è da ricercare al di là di sé stesso, nel significato, ma è visto come una realtà autonoma sia del mito quanto della dinamica psicologica.

Per concludere incollo qui una riflessione fatta nella prefazione al libro di Mario Trevi.
'L’autentica mitologia – scrive Kerémyi – ci è diventata talmente estranea che noi, prima di gustarla, vogliamo fermarci a riflettere [...]. Noi abbiamo perduto l’accesso immediato alle grandi realtà del mondo spirituale – ed a queste appartiene tutto ciò che vi è di autenticamente mitologico –, l’abbiamo perduto anche a causa del nostro spirito scientifico fin troppo pronto ad aiutarci e fin troppo ricco in mezzi ausiliari. Esso ci aveva spiegato la bevanda nel calice, in modo che noi, meglio dei bravi bevitori antichi, sapevamo già che cosa c’era dentro» (pp. 13-14).
D’altra parte, come ribadisce Jung nel- l’introduzione al suo contributo sulla Psicologia dell’archetipo del Fanciullo, «il fatto che i motivi mitologici fino ad oggi venivano trattati abitualmente in campi di studio diversi e separati, come la filologia, l’etnologia, la storia culturale e la storia comparata delle religioni, non ha favorito molto il riconoscimento della loro universalità» (p. 109). A guidare i due studiosi è la medesima convinzione: secondo la quale lo spirito scientifico moderno ha privato l’uomo delle sue reali capacità di comprendere pienamente la realtà'.

Il libro è leggibile gratuitamente in formato PDF a questo indirizzo: https://it.scribd.com/doc/212229523/Jung-Kerenyi-Prolegomeni-allo-studio-scientifico-della-mitologia

lunedì, maggio 22, 2017

Lo scienziato Wolpert Lewis nel suo libro:'Sei cose impossibili prima di colazione. Le origini evolutive delle credenze', analizza le credenze che assumiamo in modo automatico e inconscio.
Il titolo del libro è tratto da una citazione tratta da Attraverso lo specchio di Lewis Carroll. Quando Alice nega di poter credere in una cosa impossibile, la Regina Bianca le risponde: 'Mi sembra che tu non abbia molta pratica. Alla tua età io mi esercitavo mezz'ora al giorno. Certe volte arrivavo a credere anche a sei cose impossibili prima di colazione'.
Lewis Wolpert è un biologo, saggista e scrittore britannico di origine sudafricana. Ingegnere civile in madrepatria, studiò successivamente al King's College di Londra per approfondire i suoi studi in biologia cellulare. Egli è arrivato con i suoi studi alla conclusione che il meccanismo del credere sia stato necessario per la sopravvivenza della specie umana.

Secondo Wolpert le credenze hanno una origine nella storia evolutiva dell'uomo quando ha iniziato a porsi le domande: 'Perché il Sole sorge e tramonta? Perché si nasce e si muore? Perché ci si ammala?'. Questo bisogno innato di trovare sempre una spiegazione ai fenomeni che ci circondano rende molto semplice, quasi automatico, il passaggio verso l’accettazione di credenze ingiustificate e sovrannaturali.
In fondo, credere è facile. Con la conseguente evoluzione del cervello e lo sviluppo dei concetti di causa ed effetto, la nostra mente è stata 'geneticamente programmata', diventando una vera e propria 'generatrice di credenze', un meccanismo utile ed essenziale per la sopravvivenza della specie. Le credenze fanno così parte della nostra identità.

Naturale, dunque, che la maggior parte delle persone condividano credenze in cose impossibili, religiose o paranormali che siano: i fantasmi, gli spiriti, la parapsicologia, la psicocinesi, la levitazione, la telepatia e l’oroscopo ecc. sono idee demenziali, eppure condivise da molti. C’è chi è convinto di poter parlare coi morti e addirittura il 70% degli americani crede negli angeli.
L'esistenza di idee così forti e radicate nell'uomo hanno una spiegazione scientifica: come abbiamo potuto avere a partire dall'Homo Sapiens, quel punto di vista così straordinario sulle nostre vite? Su vite da spegnere e donare nel nome di un Dio astratto? Ad esempio chi ha credenze mistiche fondamentaliste -e li troviamo in tutte le religioni- crede che la vita futura sia più importante di quella presente, per cui a differenza di chi pensa la vita sia tutto ciò che abbiamo e che dovremo godercela aiutando gli altri a godersela, è pronto a far saltare in aria il mondo.
Ma penso che alla fine la ragione prevarrà; la ragione della Natura, quella che ci vuole animali tra gli animali e soggetti ad una legge evolutiva, prevarrà e non ci saranno vincitori della Cultura di Morte.

Un aspetto paradossale è quello di rivolgersi al proprio Dio, Allah o Geova che sia, come fosse una entità umana; si prega rivolgendogli richieste di pietà, di perdono, di ascolto per esaudire desideri ecc... aspettandoci da questo 'dialogo' delle risposte.
Se ci fosse un marziano ad osservarci certo non capirebbe un Sinodo religioso, dove un mucchio di maschi perlopiù vecchi, che hanno deciso di fare un voto di castità, dovrebbe poi dare delle indicazioni su comportamenti sessuali e di coppia. Naturalmente ai credenti...ma guai agli altri che non credono; infatti a questi vogliono negarne i diritti di essere liberi di praticare l'amore come più si sente...al di là del genere maschile o femminile che sia.
Quel marziano non capirebbe lo spostamento di milioni di persone per raggiungere una cittadina chiamata Mecca dove nella calca perdono la vita centinaia di fedeli al suono di canti inneggianti ad Allah.
La religione e le sue credenze hanno avuto alti e bassi nella storia umana. In questo periodo pare che le religioni siano diventate un elemento di identità forte. Oggi molti popoli tengono a rivendicare il loro credo religioso come comune appartenenza culturale. In momenti di globalizzazione, di uniformità dei mercati e delle mode, la religione diventa per molti uomini e donne l'elemento di distinzione. L'integralismo religioso specie quello islamico sfocia poi in guerre, terrorismo e fanatismo. Cose stupidissime e insieme pericolosissime.

venerdì, maggio 05, 2017

L'Erasmus compie 30 anni

Quest'anno Erasmus compie 30 anni. Questa bella idea di far girare gli studenti europei per studiare presso le sedi universitarie di altri Paesi, ma anche innamorarsi, conoscere il mondo, imparare la cultura della tolleranza, è di una ragazza italiana di nome Sofia Corradi che oggi è stata ribattezzata 'Mamma Erasmus'.
Era il 1969 quando Sofia propose questa idea alla Conferenza dei rettori delle università italiane. L'idea piacque, ma si dovette aspettare il 1986, quando il presidente francese Francois Mitterrand appoggiò la nascita di Erasmus, il cui nome deriva dall'umanista olandese Erasmo da Rotterdam che viaggiò per diversi anni in Europa. Nel 1987 prese ufficialmente il via con i primi studenti dinamici pronti a partire per una esperienza unica nel suo genere.
Ad oggi questo programma di mobilità studentesca europea è arrivata a coinvolgere oltre tre milioni e mezzo di studenti. Le destinazioni più scelte dagli studenti italiani sono in ordine: Spagna; Francia; Germania; Regno Unito; Portogallo.

Nel mio libro, 'Me lo dai un bacio', a Sebastiano - uno dei personaggi principali del romanzo- gli faccio vivere l'esperienza Erasmus. Racconto le sue vicissitudini a Valencia la città che lo ospita. Molti passaggi descrivono l'esaltazione e il tipo di emozioni che si trovano a vivere gli studenti coinvolti in Erasmus. Per Sebastiano soprattutto il primo forte innamoramento con una ragazza francese.

Ecco qui alcuni passaggi del capitolo che riguardano Sebastiano.

Musica a stecca e voglia di volare… era uno stato dell’essere. Dell’essere? Non so come cavolo si potevano chiamare, ma certi stati mentali indotti erano quello che lo facevano volare, stare bene. Evadere. La musica era quella degli U2, le cuffie ben piazzate in testa, in mano un libro e via. Così Sebastiano Tumiati pensava di studiare e per lui i risultati erano buoni, perché così aveva la sensazioni di apprendere. Forse entrava in gioco un livello subliminale, chissà cosa, ma al momento giusto lui sapeva rispondere: del libro tenuto in mano ad occhi chiusi ascoltando la musica riusciva a coglierne il succo. Fantastico. Per Seba, così lo chiamavano tutti, era incredibile, ma provato: funzionava.
Seba era nella stanza della casa di Valencia che condivideva con uno studente tedesco, Gert. Era soltanto da due mesi che si trovava a Valencia per l’Erasmus, ed era soddisfatto della scelta. Il passaparola tra gli studenti che lo avevano sperimentato prima di lui lo avevano convinto: una esperienza formativa unica e fondamentale per il futuro. Lo spartiacque della mia vita, così aveva sentito dire da molti. Lui lo stava sperimentando e fino a quel momento viveva una sorta di continua febbre di novità: amici diversi, ragazze tutte da scoprire… be', quello era da vedere. Poi cucina, abitudini, lingua, luoghi ancora tutto da conoscere.
Una esperienza particolare però erano gli amici nuovi, che l’esperienza del programma Erasmus riservava sempre. Lo aveva sempre sentito dire: ho conosciuto molti amici ed ora potrei girare l’Europa per andarli a trovare. Fantastico.
Ora lui sperimentava anche quello. Oltre che il tedesco Gert compagno di stanza, c’era Rijna, Monica, Tatiana, Marc, Claudine, Jorge…rispettivamente finlandese, italiana, lituana, francese, francese e spagnolo. Meno male che un po’ di spagnolo, di castellano, Seba lo parlava già e allora si trattava solo di perfezionarlo ma soprattutto di comprenderlo meglio perché nei primi giorni ad ascoltare i valenciani parlare non riusciva a capire niente. Troppo veloci ne l’hablar. La mamma, Milena, un poco gli mancava; gli mancavano i suoi piatti di pasta, le frittate e le torte di verdura. Ora in cucina si alternava con Gert e a volte era un disastro: due uova fritte e una scatola di tonno salvavano la situazione.
Musica a stecca. Chiuso nella stanza ascoltava tramite le cuffie e chiuso il libro pensava alla serata a cui andava incontro. Serata? Sbronza si potrebbe aggiungere. Solo due sere prima l’avevano portato a casa sbronzo. Non si ricordava neppure bene chi l’avesse accompagnato… Gert no di sicuro: sbronzo anche lui; forse Monica con Tatiana. Che stupido. Quelle feste, quelle tante feste potevano concludersi in un’altra maniera. Lui lo sapeva, lo voleva, eppure chissà come finivano allo stesso modo: una colossale sbronza. Che lavorasse l’inconscio? Che la sua paura di affrontare la ragazza di cui in quel momento gli faceva battere forte il cuore e pulsare il sesso? Una spiegazione c’era. Paura, paura e ancora paura. Quella sera con Claudine la serata poteva finire diversamente. Claudine, francese di Parigi… e di dove se no? Se è francese è di Parigi! Questo Sebastiano lo aveva sentito dire da molti ragazzi: i francesi sono tutti parigini; sembra che si vergognino di dire che sono di altre città o della campagna. Claudine era la ragazza che gli piaceva di più di tutte. Claudine se n’era accorta subito. La sera che la conobbe rimase incantato ad ascoltarla. Lei parlava e lui con lo sguardo un po’ ebete la osservava continuamente. Non riusciva a distogliere lo sguardo. Claudine, la sera stessa la sognò e prima la pensò tra le sue braccia mentre l’accarezzava dappertutto.

Claudine era una ragazza dolcissima, parlava bene l’italiano perché la madre era italiana. Era anche lei a Valencia per il programma Erasmus: un corso di Economia.
Valencia come Genova, forse più viva, ha lo stesso numero di abitanti ma non disdegnava provare architetture nuove. Anche a Valencia aveva un Acquario importante…quale sarà più grande? Ognuno pensava che era il proprio. Ora dopo molti investimenti Valencia offriva innumerevoli attrattive: dal lungomare Malvarosa, dove si poteva degustare il piatto tipico paella valenciana (una versione con pollo e coniglio della celeberrima paella spagnola), fino al porto che ha ospitato la Coppa America di vela. Girare per Valencia era piuttosto semplice e saltava subito all’occhio come la città era costruita a passo d’uomo: la città vecchia si percorreva facilmente a piedi in pochi minuti. Se poi si voleva andare verso la marina o verso la città delle Arti e delle Scienze, bastava prendere il metrò o i tram che tagliavano tutta Valencia.
Valencia, Claudine, la Spagna, l’amore; lontano da casa da solo e con tanti amici. Che felicità. Troppe cose belle che lo frastornavano. Era quella la vita vera? Hola e ¿que tal? erano state le prime cose dette all’arrivo a Valencia; poi il salir de fiesta, era stata la costante degli impegni serali. Sangria, horchata, cerveza e ancora vino tinto e negroni si alternavano senza soluzione di continuità: grandi bevute e poi tapas a volontà.