giovedì, ottobre 26, 2006

Idea di città- Genova naturalmente-

Idea di città, è gran bel parlare. Di idee io ne avrei, ma poi a chi interessano? Ci sono quelli pagati apposta per averle, pagati anche profumatamente, e allora le mie a che servono? Io, intanto, la città la vivo.
Sono un cittadino. Sono uno a cui piace vivere tra la gente, con le persone con cui scambiare saluti, parole, affetti e servizi. Lo sapete anche voi, la città serve per stare vicini e per incontrare sempre persone diverse, che poi capita di avere già visto; in una città si pensa di poter soddisfare meglio i propri bisogni…di avere tutto a ‘portata di mano’, io dico meglio se di ‘piede’. A me piace il cinema, il teatro, il cappuccino da prendere al bar; piace la strada piena di negozi e di gente, la pizzeria e il pub…
Diversamente sarebbe bene andare a vivere in campagna; ancora meglio su un’isola deserta: due palme e un cocco, sono sempre un sogno.
Non mi piace il traffico di auto e moto, lo smog ed il rumore che producono, lo sporco dei marciapiedi ed il selciato rotto; non mi piace il verde incolto e l’inciviltà. Ma queste cose, è superfluo dire, sono sentimenti comuni.
Le idee dovrebbero essere conseguenti, e allora via le auto e per queste costruire dei grandi contenitori dove posteggiarle, potenziare e fare nuove linee di trasporti pubblici: una bella monorotaia elettrica sul torrente Bisagno, da Struppa a Borgo Incrociati, dove, su una piastra sopra al torrente, fare un capolinea per lasciare tutti le auto e le moto. Agganciare la linea del metrò di Via Buozzi, alla linea ferroviaria esistente, costruendo una nuova linea affiancata verso il ponente. Superata Sampierdarena, la linea metrò avrebbe tutto lo spazio per dividersi per gli Erzelli e per l’aeroporto. Insomma, viva il trasporto su rotaia elettrico.
Tant’é che qualche idea, alla fine l’ho detta; ma se ci penso sconfino nei sogni. Se ci penso vorrei poter passeggiare sulla sopraelevata, vorrei salire sopra i forti intorno alla città, con teleferiche panoramiche; vorrei passeggiare sui tetti del centro storico, camminare su un tapis roulant dalla Foce al Porto Antico…vorrei una città dove è bello muoversi in sicurezza e libertà.
Ma chi ci dà queste cose? In democrazia si costruisce insieme l’autorità. Allora chi si presenta a sostenerla –questa capacità- dico avrete il mio appoggio. E se mi cercate mi trovate in giro per la città.

martedì, ottobre 24, 2006

Preghiera di un immigrato


ispirata dal poeta Juan Gelman.
Padre nostro, misericordioso Allah, potente Jahvè, scendi in terra tra di noi. Ritorna a raccontarci la tua storia, che qui tutti l’hanno dimenticata.
Io sono arrivato qui povero e disgraziato in questo paese. Vieni qui e guarda tu come sono ridotto. Ho le scarpe bucate, lo stomaco vuoto ed ora arriva pure il freddo. Le mie mani non servono, le hanno rifiutate; ora sono sporche di fango, ma non hanno mai rubato.
Dio mio, Spirito Santo, non voglio arrabbiarmi, tienimi lontano dalla collera. Io sto facendo pensieri tristi e brutti: ma perché sono nato? Perché devo soffrire così tanto? Aiutami Signore, lo chiedo a te come l’ho chiesto a molti uomini, in tante lingue. Cosa devo fare?
Padre nostro, misericordioso Allah, potente Jahvè, scendi e spiegami tutto bene perché non ho capito. Sono sicuro che verrai a trovarmi. Io intanto ti cerco. Ti cerco come sto cercando la pace e il cibo; una casa e il bene.
Mi chiedi di rimettermi i debiti, ma mi sembra di averli tutti io. Così, scusami tanto, mi sento perfino di perdonarti: io che sono l’ultimo arrivato, non alla mensa, fuori dalla porta.
Ma non sono rassegnato al male, non sono ancora soggiogato, continuo a camminare; continuo a emigrare e se tu scendi in terra- perché se tu è vero, che sei in Cielo- devi essere qui al mio fianco.

giovedì, ottobre 19, 2006

Visita a Nomadelfia

Mi ha sempre incuriosito la storia di Nomadelfia, la comunità, fondata da don Zeno Saltini (1900-1981). Così questa estate, durante una vacanza in Maremma, ho visitato Nomadelfia che vuol dire legge di fraternità.
Nomadelfia nacque come idea il 6 gennaio del 1931, quando don Zeno Saltini appena ordinato sacerdote, chiese di adottare un diciassettenne appena uscito dal carcere. Dopo una discussione avuta da Zeno Saltini, ancora ragazzo, con un anarchico che contestava ai cattolici cristiani di vivere incoerentemente oltre ad essere da ostacolo al progresso umano, crebbe dentro in lui un tarlo; con la fondazione della comunità di Nomadelfia volle dare la dimostrazione che esisteva la possibilità concreta di seguire l’insegnamento del Vangelo: siamo tutti fratelli in Cristo, poiché tutti siamo figli di Dio. Quel fatto impegnò la vita di don Zeno fino alla sua morte.
Un altro passaggio importante della costruzione di Nomadelfia, successe nel 1941 quando una giovane parrocchiana si presentò a don Zeno dichiarandosi disposta a fare da mamma ai piccoli bambini orfani e abbandonati, raccolti in canonica: fu la prima ‘mamma per vocazione’. Da allora con le parole di Gesù, pronunciate dalla Croce alla Madonna e all’apostolo Giovanni, ‘Donna, ecco tuo figlio, Figlio, ecco tua madre’, verranno consegnati da don Zeno, i bimbi abbandonati alle mamme per vocazione e alle famiglie unite.
Mi ha fatto da guida, per la visita, Francesco: un nomadelfo che vive nella comunità da oltre 20 anni; dopo avere sposato una ragazza che viveva a Nomadelfia, ha deciso di restarci anche lui. Francesco è disponibile a dare tutte le spiegazioni e partendo dalla unità centrale, ovvero il complesso che racchiude gli uffici e il teatro, mi porterà in giro per tutto il villaggio. Le costruzioni sono adagiate sui dolci declivi della campagna dei dintorni di Grosseto. C’è la zona delle stalle, il caseificio, la cantina, la chiesa, il cimitero e sparse con una certo distacco ci sono le casette che raccolgono le unità familiari. Ogni ‘gruppo familiare’ è composto da 4-5 famiglie e vive insieme in una abitazione centrale, dove c’è la sala da pranzo, la cucina e il soggiorno; intorno a questa unità ci sono le piccole case prefabbricate dove ogni famiglia ha le camerette. Chi ha bisogno di qualcosa di personale si rivolge all’economato che glielo procurerà. Tutto intorno si respira un’aria di pace. Domando: ‘Ho visto molte cose ma la scuola, non esiste?’. ‘No-mi spiega Francesco- come ogni adulto è padre e madre dei bambini della comunità, così è anche insegnante’. I ragazzi studiano nella comunità e poi da privatisti sosteranno gli esami della scuola pubblica. A 18 anni infine potranno decidere se rimanere in comunità oppure uscire, andare via per il mondo.
Quest’anno Nomadelfia compie 75 anni di vita, e per quel tipo di comunità è forse un record. E’ difficile condividere e vivere la vita in stretta vicinanza. Invidie, gelosie, giuste rivendicazioni o ricerca di spazi personali sono naturali; ma sorretti da una forte idealità e da valori cristiani, ecco che tutto può diventare possibile. Una società davvero diversa che riesce a mettere in pratica come vivere l’insegnamento del Vangelo: siamo tutti fratelli, perché siamo tutti figli di Dio.
A Nomadelfia non circola denaro, non esiste la proprietà privata, tutti lavorano e i lavori pesanti sono fatti insieme da tutti i partecipanti la comunità; sembra di vivere all’interno di questa comunità un vero comunismo: quello delle origini cristiane.
Certo che crisi e difficoltà non mancano, in questi anni sono state molte le vicissitudini che hanno scosso la comunità di Nomadelfia: contestata agli albori dalla stessa gerarchia ecclesiale è riuscita nel tempo ad avere i massimi riconoscimenti: nel 1981, Papa Giovanni Paolo II la visitò. Nomadelfia continua ad esistere ed a rappresentare un seme di speranza che testimonia come un altro mondo c’è.
Attualmente ci vivono circa 300 persone, tra adulti, anziani e bambini…non è un grande numero, anzi a me pare basso; dopo l’esistenza di questa realtà da molti anni, solo 300 individui testimoniano quanta difficoltà ci sia nel vivere una dimensione comunista e cristiana, oggi. Forse è non è semplice da sempre. Però è bello sapere che qualcuno ci prova.

lunedì, ottobre 09, 2006

La decrescita:valore positivo

Sono passati ormai diversi anni da quando una pubblicità, della Chiesa Cattolica, invitava per salvare il mondo a cambiare stile di vita, a consumare meno. Era il 1992 e sembrava che avessimo preso coscienza che la ricchezza dei pochi, era la miseria dei molti; lo spreco di chi più contava era la morte di chi meno possedeva. Come lo sfruttamento delle risorse ambientali devastasse la Terra.
C’è come un rapporto direttamente proporzionale tra la ricchezza mercantile e l’impoverimento morale: più sale uno, più si abbassa l’altro. La pubblicità in questo campo spinge a consumare sempre di più, crea nuovi bisogni artificiali. Bisogna crescere, crescere sempre di più. Tutti invocano la crescita come un obiettivo primario: per fare quadrare i conti di una sperequazione tra consumi e produzione; tra merce e spazzatura. No, anzi la spazzatura, l’usurato, il ‘gettato via’, cresce sempre di più. E allora?
Per cambiare la tendenza del mondo al pensiero dominante, dello sviluppo cosiddetto sostenibile, che fa crescere sempre in modo esponenziale la miseria, la ‘decrescita’ è la nuova parola d’ordine.
Nel sito: http://www.decrescita.it/ilmanifesto.php potrete leggere il manifesto di Serge Latouche per il doposviluppo. Allo stesso indirizzo internet si possono trovare queste sagge considerazioni:
Oggi è pacifico che l'unità di sopravvivenza nel mondo biologico reale è l'organismo più l'ambiente. Stiamo imparando sulla nostra pelle che l'organismo che distrugge il suo ambiente distrugge se stesso.
(Gregory Bateson)
Ciascuno di noi è ricco in proporzione al numero delle cose delle quali può fare a meno. (Henry D. Thoreau)
Tutti gli oggetti che continuiamo a raccogliere nel corso della nostra vita non ci daranno mai forza interiore. Sono, per così dire, le stampelle di uno storpio.
(Ivan Illich)

lunedì, settembre 25, 2006

Breve vacanza

Mercoledì parto per la Maremma. Una breve vacanza in un luogo d’Italia che conosco poco. Poi vi racconterò le mie impressioni. L’Italia devo dire l’ho girata molto, ma questa parte della Toscana, no. Conosco bene Firenze, Siena, le Terre senesi, il Casentino, Viareggio, la Lunigiana, Carrara, Pisa, Lucca…ma Grosseto e i suoi dintorni, no. Sono curioso di vedere il Parco della Maremma, noto come Parco dell’Uccellina. E’ un posto dove si respira una natura in armonia con gli insediamenti umani. La foce dell’Ombrone con il monte Argentario e le colline dell’Uccellina si prestano a numerose passeggiate e viste diverse. La meta del viaggio è Principina a mare. Ecco qui una cartolina di dove soggiornerò:

giovedì, settembre 21, 2006

Per il partito dell'Ulivo

Niente da dire sulle scelte politiche di ognuno. L’importante è avere degli ideali.
Di fronte ad un mondo cinico, dove la guerra sembra l’unica risposta alla risoluzione dei problemi, fare delle scelte ed avere delle idee su come costruire la società è una cosa lodevole.
Questa premessa è doverosa per affrontare il tema di una sinistra che si dividerà ulteriormente, in occasione della costruzione del partito democratico. Se ne sente il bisogno? La sinistra da sempre si dibatte tra apparenti sofismi per dividersi in concreti schieramenti. Da sempre la sinistra perde per questo, e per questo non riesce a governare la società in continua trasformazione.
A mio parere dietro la ricerca di un partito, qualunque esso sia, c’è il bisogno di confermarci da che parte stiamo; poi ci sta anche il perseguimento di un consenso democratico, che dica quanto potere abbiamo per dare ‘gambe’ ai progetti ideali e politici. I partiti segnano sempre la vita democratica di un paese: essi ne sono la forza e anche la debolezza; debolezza consistente nell’essere spesso consorterie di personaggi di potere per il potere; di essere ‘bande’ per inciuci e spartizioni ‘familiari’.
E le idee? Per quelle io non sento la necessità di un partito che me le indichi e in certi casi, paradossalmente, me le rinfacci. Quelle idee sono tanto mie come la mia persona. Le idee di sinistra poi le considero una parte dell’ essere, dell’etica dei comportamenti, di ognuno le faccia proprie. Io non ho quindi paura di perdermi nell’affrontare la costruzione di un soggetto politico nuovo. Un partito che persegua la costruzione di una società futura più giusta, unisca persone diverse, parli ai giovani e sappia interpretare la realtà, che è sfuggita a tutti gli attuali partiti. Per fare questo però è bene ricordare che sarà necessaria una classe dirigente nuova; occorreranno uomini diversi da quelli che compongono le attuali segreterie e direzioni partitiche. Le risorse umane e ideali nuove ci sono.
Prodi in preparazione del Seminario di Orvieto del 6-7-ottobre, per la costruzione del partito democratico, ha detto bene:
‘Le divisioni del passato non hanno dunque più ragione di esistere, ma è nel futuro che dobbiamo cercare le ragioni di una unità nuova e feconda. Queste ragioni oggi sono forti ed hanno il loro fondamento nella domanda di cambiamento del Paese che sale dalla nostra gente che si attende sia un orizzonte di crescita economica e sociale guidata da criteri di equità, di merito e di solidarietà che un quadro di stabilità di governo assicurato da un sistema politico bipolare trasparente e moderno’. Benvenuto allora al partito dell’Ulivo.

sabato, settembre 16, 2006

Oriana Fallaci e l'Europa

Per la morte di Oriana Fallaci, si può dire che la passione è stata la sua caratteristica più importante. Paolo Mieli, direttore del Corriere della Sera, che ha pubblicato i suoi ultimi interventi, l’ha descritta bene: ‘Quella di Oriana Fallaci è stata una esperienza unica; lei può essere definita la più grande giornalista che ha avuto l’Italia ed anche la nostra più conosciuta scrittrice nel mondo’. I suoi ragionamenti estremi, le sue posizioni intransigenti, le sue arrabbiature forti erano tutte autentiche. Per questo merita rispetto. Rimane il fatto che dopo le moltissime cose che ha fatto verrà ricordata solo per il suo anti-islamismo. Sentinella della civiltà occidentale, così viene definita dai politici di destra.
Certo, la cultura di Oriana Fallaci aveva radici profonde nel cuore dell’occidente: la cultura fiorentina e la filosofia greca; però la strada guerrafondaia, che aveva intrapreso contro chi crede in Maometto, nel Corano ed in Allah, come la risoluzione dei nostri problemi, non me la fa apprezzare.
Ultimamente la sua condanna era rivolta all’Europa. ‘Un' Europa che non è più Europa ma Eurabia e che con la sua mollezza, la sua inerzia, la sua cecità, il suo asservimento al nemico si sta scavando la propria tomba’: così scriveva il 16 luglio 2005. nel suo ultimo articolo sul Corriere della Sera. Era anche la presentazione al libro La Forza della Ragione, edito da Rizzoli International.
Ma io, per quel che vale, sono dell’idea che l’Europa dopo 60 anni, dopo le più grandi tragedie collettive umane del secolo passato, è divenuta il nuovo modello di convivenza pacifica, di multiculturalismo. Io continuo a pensare che la guerra auspicata dalla Fallaci contro gli islamici non ci salverà. Io concordo con Tiziano Terzani, cui aveva già risposto ad Oriana Fallaci, con le sue ‘Lettere contro la guerra’. Io penso che un nuovo equilibrio mondiale, dove l’Europa tornerà ad essere il vero centro motore della cultura mondiale, potrà essere la via per la pace. L’Europa insegna. Chi poteva immaginare di riuscire a mettere d’accordo francesi, tedeschi e inglesi? Chi poteva dire che gli italiani, gli spagnoli, gli olandesi si mettessero sullo stesso piano per fare mercato? Eppure oggi viviamo in pace in tutta l’Europa. Perché non potrebbero fare altrettanto nel medioriente? Quella vasta area del mondo dominato dalla cultura araba potrebbe integrarsi e dare vita ad un nuovo continente pacifico, che facendo sistema con le nostre risorse e intelligenze può fare progredire tutta l’umanità.
Oltretutto quelle divisioni sono insensate e senza prospettiva: cosa può tenere diviso il mondo quando le tecnologie, gli interessi economici, le naturali spinte psicologiche tendono ad unire? No, io continuo a non sentirmi in guerra con nessuno. Spero che anche gli altri condividano i miei sentimenti. Poi naturalmente rispetto le idee di chiunque, ma attenti ad armare le mani dei giovani: le ragioni di una civiltà che si ritiene superiore, sono le stesse che hanno portato alla Shoah.

venerdì, settembre 08, 2006

No, Santoro biondo no

No, per carità, Santoro non diventare biondo. Ma è possibile che l’immagine (e quale immagine), l’apparire piacenti, belli (si fa per dire) diventi una imposizione da far diventare ridicolo chi fa televisione? In questi anni ne abbiamo viste di tutti i colori: abbiamo visto i colori inverosimili del toupè di Biscardi, le sfumature rosse, viola, grigie e dorate della criniera di Mirabella, i rossi-tiziano e i marroni-castagnaccio della ‘testa’ di Paolo Limiti; i biondi rossicci della permanente di Renzo Arbore…ma ora vedendo la capigliatura, naturalmente grigia, di Michele Santoro diventare biondo-cherubino, c’è da rimanere allibiti.
Non bastavano le false bionde? C’era bisogno anche dei falsi biondi?
Aggiungendo poi che, rientrando a fare le trasmissioni per la RAI, Santoro vuole invitare Berlusconi il trash diventa improponibile. Ma come, al finto aggiungiamo il finto? Ma come, Santoro, senza Berlusconi non è più capace a fare televisione?
Per favore, non vorrei vedere rientrare Enzo Biagi, con i riccioli ed in salopette, intervistare Pippo Baudo con le finte basette bianche, oppure Luttazzi condurre l’Isola dei Famosi…per favore. Per favore: ridateci quelli senza capelli; ridateci Telly Savalas e Yul Brynner.

giovedì, settembre 07, 2006

E’ difficile essere cattivi

Sì, è più facile essere buoni che cattivi; è faticoso e complicato fare i cattivi. Invece dovremmo sapere tutti come è bello voler bene, usare la gentilezza e la cortesia: ci guadagneremmo tutti. Ad essere buoni lo spirito diventa leggero, vola, si alza e fa nascere sorrisi. Tutti noi abbiamo la necessità di gentilezza, di amicizia e compassione. Il rispetto per gli altri è la condizione prima per stabilire una relazione.
Il cattivo di solito spreca una enorme quantità di energie; deve sempre apparire il ‘duro’, l’ intransigente, colui che non deve chiedere: mai. Che fatica vivere in quel modo. Tutti sappiamo che nessuno sceglie la cattiveria così, tanto per fare il cattivo, ma si trova in quel ruolo forse per rivendicare un diritto negato, per pretendere qualcosa che altri non gli danno, per essere considerato e magari amato; ma poi va bene anche essere odiati: sempre meglio dell’indifferenza, così sanno che esisti.
Il cattivo è sempre in guerra. Il cattivo si dedica con dedizione a principi di facciata, di orgoglio, di potere. Così non si trova mai una vera pace.
Quei cattivoni, che vediamo nei film americani, disegnati a ‘tutto tondo’: cattivi fino in fondo e crudeli senza speranza, non esistono nella realtà. Tutti sappiamo di essere sia buoni che cattivi, e quando siamo solo cattivi, o almeno l’appariamo agli altri, c’è sempre qualche difficoltà di relazione, qualche turba psicologica, sociale e morale.
Un po’ di tempo fa si era scatenata la caccia ai cosiddetti ‘buonisti’: bisognava essere cattivi si disse; in politica, come nella vita non c’era spazio per i buoni, per la comprensione degli altri, per gli avversari. Era il tempo di La Russa, Gasparri, Calderoli, Castelli, Borghezio, Bossi, Cicchitto…e altri: i promotori della cattiveria tout-court.
Certo forse c’erano anche i ‘buonisti’, intesi come i falsi cortesi, coloro che volevano a tutti i costi farsi amici e continuare l’andazzo ipocrita e inconcludente; ma pensateci un po’, possono durare questi ‘buonisti’?
Non so se quel tempo sia finito; certo dovremo comprendere che alla lunga, a fare i cattivi si perde. Forza, se ci sappiamo ascoltare, se ci lasciamo parlare, spegnendo le voci ‘contro’, riusciremo a trovare la serenità e la gioia di vivere in pace. Tutto sarà più facile. Fare i cattivi richiede molto sforzo e stanca da morire.

lunedì, settembre 04, 2006

Voglio parlar d'amore

Voglio parlar d’amore perché l'amore fa la storia e la nostra storia è soprattutto d’amore.
E' per l'incontro di due individui che noi esistiamo ed è per questi che poi impariamo una lingua e trasmettiamo un sapere che è qualcosa di più che imitazione, conoscenza o esperienza; è amore.
E' per l'amore che esistono madri, padri e figli, che vivono le persone più varie ed è per questo che continuiamo la storia.
Tutto nasce da un magico incontro. Tutto nasce da sorrisi e lacrime, da teneri baci ed abbracci; dallo scambio d’emozioni dolcissime e qualche dolore.
E' così che tutto continua, e se qualche volta si perde la strada, ci si dimentica o non ci si riconosce più; se succede che finisce l'amore tra le persone, tra una coppia, l'amore non cessa d'esistere. L’amore continua.
L'amore si trasforma e ci cambia: ci vuole pronti ad iniziare sempre la vita e non a trascinarla nel rancore e nel ricordo di ciò che era…
Ecco voglio parlare d'amore, di quell'amore che c'è nella vita e vive sempre se qualcuno ne parla.
Ecco io parlerò d'amore, di quell'amore che c’è e ancora e sempre ci sarà.

venerdì, settembre 01, 2006

In memoria

C’è una bella lettera scritta da Nando Dalla Chiesa che ricorda, con una successione di ‘Ho visto…’, quanti misfatti sono stati commessi nella passata legislatura. Si ricordano le leggi ad personam, quelle sul falso in bilancio, sull’abolizione dell’imposta di successione sui patrimoni più grandi; sull’occupazione monopolistica della RAI e l’istituzionalizzazione del duopolio con Mediaset. Si ricorda la legge che abolisce l'appellabilità delle sentenze di assoluzione; l’ allungamento della durata della legislatura per votare l’impunità in un processo ad una persona; l’istituzione di una commissione, ‘Telekom Serbia’, negando quella sui gravi fatti successi a Genova durante il G8. Ancora poi, si rammenta come è stata levata ai giudici di pace la competenza sugli incidenti stradali più gravi, perché lavoravano troppo velocemente creando problemi alle assicurazioni- anche alla Mediolanum; gli insulti alle parlamentari, definite ‘vacche’ e ‘galline’, perché reclamavano le ‘quote rosa’; l’umiliazione del Parlamento e dell’opposizione, negando le discussioni su legge costituzionale e legge elettorale; l’esultare di un ministro della Repubblica italiana, al grido: ‘chi non salta italiano è’…magari andando a presenziare subito dopo, con i fazzoletti verdi padani, a un metro dal tricolore sulle bare nei funerali di Stato.
Quella lettera dovrebbe essere ricordata tutti i giorni dai parlamentari eletti nel centrosinistra, affinché non succeda più di trovarci in quella situazione. Purtroppo è risaputo che la memoria degli italiani è molto corta; poi, per i politici tutti, valgono migliaia di convenienze sempre alla faccia dei cittadini. Così conviene a certi ‘sinistri figuri’ di invocare principi da non infrangere per regalarci nuovamente altri anni di ‘straordinario’ berlusconismo.
Grazie, abbiamo già dato, mi verrebbe da dire. Grazie, ricordo quando Bertinotti per le ‘35 ore’ -di cui ora non parla più nessuno- mandò via Prodi dal governo. Grazie a questi paladini, se la politica è più partitica che altro. Insomma, prima di tutto c’è il partito: il simbolo di un’appartenenza che regala cariche, stipendi e infine anche qualche idea pronta a diventare ideologia da non infrangere. Sempre alla faccia dei più deboli. Intanto anche se ritornerà la destra al governo a loro che importa? Sarebbe ‘Un altro giro di giostra’, regalato a loro. Per noi solo un altro ‘girone dantesco’.

sabato, agosto 26, 2006

Life is now!-Laif is naoo!

‘Laif is naoo!’, così c’era scritto su un muro. Forza della pubblicità o forse del ‘pupone’ Totti. Cosa vorrà dire? E’ l’invocazione di un innamorato? E’ il grido di felicità per aver vinto i mondiali? E’ il richiamo a vivere meglio il presente? Un inno alla vita?
Life is now, la vita è adesso, come la canzone di Claudio Baglioni. Sì, la vita è ora, in ogni momento da assaporare. Poi basta un attimo per morire; allora ogni attimo va vissuto fino in fondo, perché la vita è bella. La vita è meravigliosa e, anche se moriamo metaforicamente ad ogni insorgere di tristezza, grazie alla vita assaporiamo tutto.
‘Laif is naoo!’. Un’invocazione. Un qui ed ora da perseguire sempre. Ma ne siamo consapevoli? Penso di no. Quella frase è usata per invitare a comprare schede telefoniche, un invito a parlare a meno…meno soldi. Quel ‘laif is naoo’ diventa un intercalare alla moda come ‘a livello di’, ‘voglio dire’, ‘attimino’,’assolutamente si’, ecc. Io vedo che si è sempre in attesa di qualcosa: del tutto o del niente. Si aspetta che succeda qualcosa, che arrivi o torni; si aspetta soprattutto il futuro. Indietro intanto, pare, si può tornare. Indietro nel passato ci si è già stati, c' è il già conosciuto: così si attende. Ma non sappiamo che siamo qui ed ora, con il potere di fermarci, con il potere di non spendere e perdere tutto nell'attesa. Fermiamoci, la vita è adesso. Qui. Ora. Un invito bello.
Quindi saper vivere il tempo presente è una sfida importante. Una sfida per l’autonomia ed avere coscienza di se stessi.
‘Laif is naoo!’. Potrebbe essere un’altra storia.

giovedì, agosto 24, 2006

Siamo ancora a cercare...

In conclusione siamo ancora a cercare l’Uomo, colui che ci ha segnato.
Sì, c’è già stato un uomo che ci ha fatto vedere e credere di avere molte cose da dimostrare a noi stessi e a Dio. Quell’uomo disse che Dio è un padre; disse che è un creatore, l’origine dello spirito fecondo, che sa andare oltre quello che si vede.
Quell’Uomo è Gesù Cristo. L’Uomo ideale. Da quella conoscenza abbiamo iniziato a contare il tempo. Da quella data siamo ancora a cercare l’Uomo, colui che ci ha insegnato la dignità e l’amore.
Sono passate circa sessantacinque generazioni da Cristo; troppo poche? Quei mitocondri vivono freschi in noi. Non è appassito lo slancio spirituale, la forza ad andare oltre. Eppure continuiamo a maledire il cielo; continuiamo a pregare e sperare.
Quell’uomo muore perché condannato a morte; muore perché ha fatto la guerra. Quell’uomo muore di vecchiaia e malattie che non ha mai vinto: le pensa come il male; le pensa come Hitler e i tiranni…ma c’è qualcuno che pensava di averli sconfitti? Siamo ancora a cercare l’Uomo, colui che ogni volta impara a sue spese.
Quell’uomo siamo noi ogni volta. Quell’uomo è la nostra possibilità e insieme la nostra costrizione. Poi cosa ci sarà?

martedì, agosto 22, 2006

La guerra in Libano ed in generale

L’ultima guerra in Libano ha dimostrato ancora una volta, se ce ne fosse stato bisogno, dell’inutilità delle guerre. Anche se Israele dispone di uno degli eserciti più potenti della Terra; anche se ha a disposizione la copertura satellitare militare americana –quella per intenderci che era capace, già negli anni ’70, di leggere dallo spazio la Prava sulla piazza Rossa- non ha vinto niente: ha solo ottenuto che si decidesse di far intervenire i ‘caschi blu’. E per fare quello bastava richiederli subito, senza fare morti, uccidendo molti civili e distruggendo la città di Beirut.
Ogni volta la guerra non fa vincitori, ma solo perdenti. Anche l’ultima guerra voluta dal nazismo tedesco, e appoggiata dai fascisti italiani e giapponesi, ha fatto solo dei perdenti: quelli che l’hanno proclamata. Ma i vincenti, macchiandosi di uno dei più grandi crimini della Storia, con lo sgancio di due bombe atomiche su città giapponesi, hanno delle responsabilità morali gravissime che li rende, anch’essi in un certo senso, perdenti.
L’ultima guerra in Libano ha dimostrato ancora una volta, se ce ne fosse stato bisogno, dell’inutilità degli eserciti. La vera guerra è combattuta con il terrorismo e la guerriglia diffusa senza regole: contro questa è inutile ogni arma e repressione. La risposta ai problemi rimane sempre la politica e la mediazione tra ‘pari’. Purtroppo c’è sempre qualcuno che si reputa superiore. Superiore perché ha Dio dalla sua parte; superiore perché ha il cannone più grosso; superiore perché si crede erede di una civiltà più importante e così si misura, non l’intelligenza ma, la stronzaggine. Come si può pensare di vivere tranquilli e in pace affidandoci alle armi? Al terrore? Alla paura? Ogni volta, dopo le distruzioni delle guerre, si comprende che si ha bisogno di tutti per ricostruire e per progredire; per imparare e crescere. Ma dura poco: la memoria del dolore, procurato dalle guerre, viene rimosso presto. Si ricomincia ad uccidere il nemico pensando così di risolvere il problema…alla radice. La radice però è un’altra: è speculare al nostro vedere il nemico. Quello siamo inconsciamente sempre noi. Pensateci.

domenica, agosto 20, 2006

Gunter Grass e il nazismo

Con la rivelazione di Günter Grass, di essersi arruolato a 17 anni nelle squadre SS naziste, si è aperto un dibattito. Non bisognerebbe mai confondere l’artista con l’opera. Molti sono i casi in cui quello che si vede nell’opera d’arte, non può essere riconducibile al solo autore. D’accordo che ogni cosa facciamo, parliamo sempre e comunque di noi; ma le molte qualità morali trasmesse, i tanti slanci generosi comunicati, non sono solo nostri: sono aspirazioni e ideali che ognuno nutre e sente propri. Poi nella sostanza, il male ed il bene vivono insieme in noi.
Noi non siamo mai una persona sola, ma un numeroso insieme di persone. Noi siamo un mondo. Ognuno di noi è molte persone diverse: ereditate, imitate, subite, assimilate, confuse, spesso nemiche fra loro; per buona parte inconsce. Tuttavia ognuno colpisce con la sua individualità, per la sua particolarità e sappiamo invece che è un caos.
Se poi parliamo di fascismo, o di nazismo, possiamo affermare che quello non è mai stato solo un fenomeno politico, ma anche un uno stato dell’essere. Quando diamo ascolto alla parte peggiore di noi, quando pensiamo di essere superiori agli altri, quando un naturale istinto di difesa diventa violenza crudele; quando si perde il senso di responsabilità personale, per sottostare a ordini e spinte collettive, allora nasce il fascismo.
Alcuni giorni fa Gorge Bush aveva parlato di ‘fascismo islamico’; qualcuno gli obiettò che il fascismo nasceva ‘cristiano’. Per me il fascismo è universale. Nei secoli di storia, il fascismo ha indossato diverse camicie: nere, brune, rosse o verdi; certo è che nella sostanza risultava e rimane identico.
Per questo il pericolo fascista come altri ‘mali’, rimane sempre attuale. Per questo riscontriamo ogni volta la fatica ad evolvere. La speranza ci viene offerta ogni volta con la ‘confessione’, con il riconoscere le colpe e la consapevolezza che sempre tutto torna. Günter Grass ne è la prova.

*Pubblicato oggi sul'Unità-

venerdì, agosto 18, 2006

Dedicato a Chinaski-l'alter ego di Bukowski

Un bar dove sorseggiare un caffé da 5 cents.
Un bar dove pensare dove uno ha sbagliato o dove invece ci ha azzeccato.
Un bar aperto e chiuso nel mondo.
Un bar per un bicchiere di vino o una birra.
Un bar dove scontare la pena della solitudine.
Chinaski ama Brenda, ma ama anche Stella. Ma chi ama Chinaski?
Chinaski aspetta seduto su uno sgabello vicino al bancone e ad un bicchiere. Chinaski vorrebbe essere portato via.
Chinaski sa che quelle donne oltre che farti godere creano problemi.
Simpatico Chinaski con i suoi malanni: la difficoltà non è di vivere, ma di morire. Chinaschi è un uomo in guerra; non riesce a stare in pace: il fastidio di stare solo e in compagnia.
Forza Chinaski, c’è un Harry che va via e tu rimani con la rivista da firmare: lui ha imparato a dire ‘merda’ solo cinque volte. Cazzo! Riesce a cambiare pure la figa. Quell’altro vola alto.
Chinaski e chi lo direbbe che questa è solo l’america?
Ritorna al tuo bar Chinaski e ordina una birra ghiacciata; ordinala bionda come la cameriera che ti strizza l’occhio: gli hai appena detto ieri che hai vinto il Pulitzer.
Chinaski, saltà giù dallo sgabello. Ritorna in te Chinaski, hai solo pochi dollari guadagnati con due racconti. Ora ti manca l’ispirazione, ma presto verrà…la poesia sgorga dalle molte ferite della tua anima.
Sì, chiamatelo dottore. Chinaski ha preso diverse lauree: ospedali, galere e puttane; quelle sono le sue università. Sono quelle della vita.
Ma ora basta Chinaski, rischi di essere monotono: basta bere per sentirti maledetto, sentirti poeta e migliore. Basta Chinaski…io ti ho nascosto la bottiglia.

lunedì, agosto 14, 2006

Il cacciatore di aquiloni

Ho appena terminato di leggere il libro: ‘Il cacciatore di aquiloni’. Il libro è una storia che racconta insieme l’anima di un popolo, quello afgano, ed un passaggio alla maturità, quella del protagonista, Amir. E’ lui che racconta la storia. Una storia che si snoda lungo un periodo storico che va dagli anni ‘80 fino ad oggi. Così viene raccontata l’infanzia in una Kabul prima dell’invasione sovietica e la maturità, con l’epilogo della Kabul sotto il regime talebano.
Ho trovato il libro di Khaled Hosseini, pieno di verità e insieme di dolori. Un ritratto della vita, che ci chiede sempre conto su cosa stiamo facendo o dove stiamo andando.
Come una metafora bisogna tornare sempre sul luogo del ‘delitto’, sulle nostre debolezze, bisogna sempre ‘scoprire’ il mistero che accompagna ogni vita, per avere la pace; per comprendere se stessi e insieme il destino.
La verità di essere tutti uomini divisi; di essere uomini a metà: presi dalla nobiltà dei sentimenti e dalle convenzioni sociali. Sempre in bilico tra la libertà e il conformismo, tra la giustizia e la vigliaccheria. Amir e Hassan, sono due fratellastri che incarnano la divisione delle nostre anime. Una colpa sentita da Amir lo porterà ad espiare una colpa e insieme alla redenzione a recuperare un figlio, un nipote: un bambino che non potrà mai più essere tradito.
In fondo il messaggio è chiaro: mai disattendere la bellezza, la spontaneità, la verità del bambino che alberga sempre in noi. Poi, tutto torna. Il messaggio è che il passato non si cancella. Tutto viaggia in circolo. L’aquilone che apriva la storia, l’intesa e un’amicizia, la chiude per riaprirne un’altra. Ancora. Ancora vola la speranza.

lunedì, agosto 07, 2006

Parliamo ancora d'amore

Come sono grandi, le storie piccole. Come l’amore semplice, la dedizione dell’uno all’altro, rende felici. Non ci vuole molto per trovare la costanza di stringersi ogni giorno. Puoi trovare coppie così. Continuano ad amarsi in silenzio con teneri gesti quotidiani. Quello è l’amore che meno vediamo, ed è quello che ci salva…
Poi potremo anche dire, come la canzone di Edith Piaf: a che cosa serve l’amore? Se l’amore ci fa piangere, soffrire, se ci illude e solo uno su due sopravvive?
A che cosa serve amare se alla fine tutto è uno strazio?
L’amore serve per trovare ciò che c’era ancora; l’amore serve per ciò che ho scritto prima: serve a fare grandi, le piccole storie.
Poi l’amore che si è perso continua ad avere il gusto del miele. Perché ogni volta tu sei l’ultimo amore, come lo è stato il primo. Perché si continua a credere che l’amore è eterno, ed ogni volta si riscopre che senza si vive per niente.
L’amore serve a dire le stesse frasi: sei tu che cercavo, sei tu che volevo; tu sei il primo e sei buono, tu la mia ultima e sei una stella.
Ancora serve l’amore, serve per invecchiare…che paradosso; ma questo rivela sempre una verità doppia: d’altronde come si può baciare una vecchia? Come si può baciare un vecchio? Invece si baciano. Continuano. Solo amandosi e invecchiando insieme penso si riesca a farlo ancora. Questo è un piccolo fatto ed è quello che ci salva.

giovedì, agosto 03, 2006

Al posto di Fidel

Al posto di Fidel, il fratello Raul; il potere passa da un ottantenne ad un settantacinquenne. Le dittature hanno questo particolare: non sanno creare una classe dirigente, che succeda al dittatore. Gli altri, per chi detiene il potere, sono visti tutti come potenziali nemici, usurpatori; sono coloro che poi deviano dall’ortodossia rivoluzionaria…e intanto il popolo bue ingoia tutto: rumina e pascola nell’insipienza e nell’ignavia.
Che tristezza per il glorioso, dignitoso e solare popolo cubano; stanno lì in attesa che il ‘re’ muoia, per vivere un cambiamento inevitabile comunque.
Non ho mai creduto al potere della polizia, alla repressione dell’esercito per mantenere un popolo in condizioni illiberali e povere; ho pensato che l’adesione, al pensiero politico dominante, sia della maggioranza delle persone che abitano quel paese. Con questo però si assisterà, con la fine di Fidel Castro e con le conseguenze buone e cattive, al passaggio della società cubana verso il mercato libero. Inevitabile. Come è successo per la Cina.
A distanza di quasi 50 anni di regime, non si può giustificare tutto e sempre come la difesa dall’orco imperialista americano. Gli USA hanno le loro indiscutibili colpe, ma il mondo che gli si oppone è anacronistico e inconsistente, sia sul piano morale che della libertà.

mercoledì, agosto 02, 2006

In quei luoghi...

In quei luoghi, dove Dio scelse di farsi uomo per salvare il mondo, divampa ancora la guerra. Sono i luoghi della Galilea, luoghi poveri, che videro le gesta di Gesù: Nazareth, la nascita; Cana, il primo miracolo; Tiberiade, il lago dove camminò sulle acque. Ora in quei posti piovono bombe e due religioni, invocando paradossalmente lo stesso Dio d’Abramo, si contendono gli spazi.
Quei posti diventano un altro luogo, dopo Auschwitz, dove si assiste al silenzio di Dio. Un altro luogo dove muoiono bambini e innocenti per mano di chi si vanta di essere un popolo eletto che si è costituito in nome, non già di nascita ma, di fede. E possibile? Quel Dio silenzioso, oggi senz’altro come allora, non ha niente da dire su queste miserie. Quel Dio non ha certo da scegliere, di stare dalla parte di Giosuè e allungare il giorno per sconfiggere i filistei.
Dall’altra parte, altri sacerdoti, simili a quelli dei templi in cui si muoveva Gesù, insegnano l’odio. Una spirale che forse fa guadagnare il Paradiso nell’al di là a tutti. Una spirale di morte che rifugge la pietà e l’amore.
In fondo, concludo con una battuta sarcastica: ‘Se Dio esiste spero abbia le sue buone ragioni’.