domenica, agosto 30, 2015

Oliver Sacks- neurologo e scrittore di successo

E' morto oggi all'età di 82 anni il neurologo e scrittore Oliver Sacks. Nato a Londra nel 1933; trasferitosi negli Stati Uniti, dal 1965 viveva e professava la sua attività di neurologo a New York.
I suoi numerosi libri sono diventati best seller. Vanno ricordati ad esempio: L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello oppure Risvegli, in cui raccontava di alcuni pazienti affetti da encefalite letargica che brevemente erano usciti dal loro stato catatonico (nel 1990 uscì anche il film omonimo con Robin Williams e Robert De Niro).
Io ho letto ultimamente di Oliver Sacks, L'occhio della mente. In questo libro Sacks racconta della prosopagnosia, la malattia che causa difficoltà nel riconoscere i visi delle persone; insieme descrive la sua patologia di perdita della visione binoculare a causa di un tumore che colpì il suo occhio destro.
In seguito Oliver Sacks racconterà delle sue molteplici patologie; questa voglia di raccontare lo rende sicuramente uno scrittore e non a caso riceverà molti riconoscimenti in campo scientifico e artistico.
La sua curiosità ed eccentricità lo porterà a provare diverse droghe raccontandone gli effetti. Il libro, che descriverà le sue esperienze di alterazioni mentali, si titolerà: Allucinazioni.
Oliver Sacks diceva di essere rimasto celibe a causa della eccessiva timidezza, che considerava anch'essa una patologia. In seguito dichiarò di essere omosessuale.
L'ultima patologia, quella che lo ha condotto alla morte, è stata un cancro al fegato. Di questa ne aveva dato notizia lui stesso. Insieme aveva detto che stava terminando diversi libri...chissà se sarà riuscito a concluderli e darci così una ulteriore testimonianza diretta e soprattutto artistica di qualche altra patologia.
Grazie Oliver.

A questo LINK la traduzione della lettera di Oliver Sacks in cui annuncia la sua malattia terminale.

venerdì, agosto 21, 2015

Dio e Darwin di Orlando Franceschelli

Ho appena terminato di leggere Dio e Darwin -Natura e uomo tra evoluzione e creazione- di Orlando Franceschelli. Con questo saggio chiaro e conciso ho compreso che perfino la nostra mente, la nostra capacità etica, può essere spiegata con il naturalismo evoluzionistico di Darwin.
La plausibilità di questa teoria ha aperto alla scienza scenari sempre più nuovi e difficili da intaccare con creazionismi o disegni intelligenti.
Charles Darwin, che all'inizio era un fervido credente, alla fine dei suoi studi si proclamò non ateo ma agnostico, senza religione. E' proprio la religione il legame difficile da estirpare nella mente di un uomo a cui fin da bambino è stato educato a queste credenze: così sosteneva Darwin.
Darwin ha segnato un punto di svolta epocale e semplicemente non raggirabile. Dopo Darwin, è veramente cambiato per sempre il nostro modo di guardare al mondo, alla natura umana, all’etica.

Tutti noi volenti o nolenti abbiamo assorbito la concezione del platonismo cristiano; con Darwin usciamo dalla componente personale e divina della natura per comprendere che quella forza che opera nella selezione naturale non persegue nessun disegno consapevole o finalistico, ma solo ciecamente adattivo, con le componenti stocastiche delle mutazioni e delle forze dell'ambiente. Il tutto senza assicurare nessun risultato ottimale...anzi sprecando e procedendo per errori.

Leggendo questo libro mi è venuto alla mente-anche se l'autore non lo cita- il lavoro di Jacques Monod descritto nel libro: Il caso e la necessità, (di questo libro mi riprometto di parlarne in un altro post).

E' solo dopo Darwin che alla domanda che continuamente si chiedeva Kant in modo lacerante: 'O uomo da dove vieni? Troppo poco per essere opera di un Dio, troppo per essere frutto del caso', possiamo dare una risposta plausibilmente emancipata da ogni residuo creazionistico e antropocentrico.

Con Darwin viene acquisito definitivamente che non c'è alcun anello mancante nella genealogia dell'Homo sapiens, per cui non ha né una provenienza né una destinazione extra-naturali e neppure una condizione speciale all'interno della natura. Come appunto aveva ben visto prima Spinoza, che avendo rinaturalizzato insieme a Dio anche l'uomo, ammoniva a considerare quest'ultimo non 'un potere all'interno di un potere (imperium in imperio)', bensì parte della natura. Anzi e saggiamente: 'particula naturae'. Darwin concludeva: 'Che le circostanze abbiano dato all'ape il suo istinto non è meno meraviglioso del fatto che abbiano dato all'uomo il suo intelletto'.

Possiamo indagare allora su l'uomo e la sua storia senza una concezione che preveda il ricorso ad una anima immortale, un suo Dio creatore e ad una Provvidenza divina? Riusciamo a considerare la dignità umana e con essa i valori etici, la giustizia e la civilizzazione indipendenti da un'anima immortale? Sì, con Darwin riusciamo a considerare l'uomo alla stregua di tutti gli altri esseri viventi.

Darwin nega la diversità tra l'uomo e i mammiferi più elevati riguardo alle loro facoltà mentali. Con ciò, destituito da quel ruolo predominante che gli era stato attribuito all’interno del creato, nonché mettendo in discussione la allora imperante teoria creazionista, si può riscrivere la storia.
La sola differenza che Darwin aveva prospettato tra l'intelligenza e il linguaggio dell'uomo e quelli degli altri animali, era di grado – spiegabile con la legge della selezione naturale – e non di genere.

Se accanto agli attacchi dei creazionisti, si considerano anche le strumentalizzazioni delle teorie di Darwin da parte dei darwinisti sociali, le incomprensioni nichilistiche di Nietzsche (volontà di potenza contro evoluzione culturale concepita come snaturamento), e quelle storicistiche di Marx (natura umana essenzialmente storica contro la riduzione dell'uomo a pura animalità), il contributo davvero epocale del naturalismo darwiniano al passaggio moderno dall'universo-creazione all'universo-natura e dall'uomo imago Dei a Homo sapiens, si tocca con mano.

Darwin aveva visto giusto. Anche dopo gli attacchi di Nietzsche e Marx, il pensiero di Darwin di inserire anche la cultura come frutto dell'evoluzione rafforza la sua teoria e l'integrazione tra biologia e cultura, capacità morale genetica si inseriscono in una effettiva evoluzione; sempre a partire dalla naturalizzazione non avida dell'uomo.

Ebbene, il cuore di tutta l'impresa, indubbiamente complessa, di Darwin, altro non è che il tentativo di trasformare proprio una simile assurdità in plausibilità. Si dimostra che l'evoluzionismo può rendere conto di tutto il sistema naturale, senza fare ricorso ad alcun piano di un Creatore. A quest'ultimo subentravano due inconsapevoli meccanismi soltanto naturali: la casualità delle mutazioni e la selezione di quelle più adatte alla sopravvivenza.
Tutta la saggezza inventiva dell'universo si potrebbe spiegare con le eterne rivoluzioni della materia cieca (Hume)

In sostanza il riconoscimento dell'evoluzionismo darwiniano può aprire la porta al dialogo tra fede e disincanto, perché rende entrambi più critici e consapevoli. La ricerca di un Dio che non sia contrapposto al naturalismo, ma dialogante. Un Dio che non sia votato a vedere il male nell'evoluzione naturalista. Un Dio che venga concepito anch'esso come un Dio dell'evoluzione.
Ecco cosa ci regala Darwin, la possibilità di rivedere un Dio laico; un Dio umile che si sottomette alla autonomia evolutiva dell'universo e alla libertà dell'uomo.
Allora sarà sconfitto ogni fondamentalismo andando oltre alla contrapposizione tra ateismo e teismo.

Dio e Darwin - Natura e uomo tra evoluzione e creazione
di Orlando Franceschelli
Edizioni Donzelli 2005, pp. VI-168, ISBN: 9788879899987 - € 12,50
L'autore Orlando Franceschelli, filosofo, insegna Teoria dell’evoluzione e politica presso l’Università La Sapienza di Roma.

giovedì, agosto 13, 2015

Una risposta scientifica al problema dell'emigrazione di massa

L'emigrazione di carattere epocale di tanta parte della popolazione africana verso l'Europa, come sta avvenendo in questo periodo storico, potrebbe essere letta come forza naturalista inserita nell'evoluzione darwiniana.
La ricerca di sopravvivenza e per un bilanciamento dello sfruttamento delle risorse -ora ad appannaggio dell'occidente- nonché per un apporto di sangue nuovo in una popolazione europea sempre più vecchia, ha nel quadro delle leggi naturalistiche la sua ragione intrinseca.

Gli spostamenti di gioventù, in particolare di donne fertili, da una parte di zone povere e a rischio di vita diventano incontrastabili. Cosa fare? Per l'animale uomo è indubbio che la sua cultura ha acquisito una dimensione di nuova natura. Sarà proprio la sua cultura a dare una risposta adeguata e non cruenta utile a fronteggiare questa fase epocale.
Naturalmente dipenderà dall'uomo quale tipo di cultura scegliere di adottare. Se saprà essere saggio la risposta culturale giusta dovrà essere quella della solidarietà e della condivisione delle risorse. La cultura umana ha trovato proprio nella socializzazione e nell'apertura delle comunità la dimensione che le ha permesso di progredire -seppure con diverse fortune dovute proprio all'alternarsi di culture di chiusura a quelle di solidarietà.
L'uomo ha trovato nella cultura della costruzione sociale condivisa la maniera non solo per sopravvivere, ma anche per progredire. L'incontro pacifico tra uomini ha permesso di sviluppare idee e superare immani difficoltà. Le più grandi e ricche comunità di oggi sono quelle dove si sono incontrati gli uomini più diversi. Quelli che provenivano da zone lontane con caratteristiche etniche molto differenti.

Ecco allora che se sapremo fare ricorso alla cultura più vera dell'uomo riusciremo a superare, non solo indenni quelle che ora vediamo come difficoltà, ma a scoprire i valori fondamentali del suo essere.
Non ci saranno economie astruse, legate al consumo di materie e ricchezze a scapito di qualcuno o qualcosa, ma economie vere: dove l'eco non verrà scambiato con l'ego. A noi la scelta.

lunedì, agosto 10, 2015

'La lettera a Hitler. Storia di Armin T. Wegner, combattente solitario contro i genocidi del Novecento'

'La lettera a Hitler. Storia di Armin T. Wegner, combattente solitario contro i genocidi del Novecento' è un libro di Gabriele Nissim che racconta la vita di uno straordinario personaggio del '900.
Armin T. Wegner è stato testimone dei passaggi più cruenti e crudeli che il popolo tedesco abbia compiuto. Il suo pacifismo, nasceva dalla profonda convinzione contro ogni forma di violenza acquisita vivendo in prima persona le nefandezze del secolo in cui visse: il '900.

Armin Theophil Wegner è colui che ha testimoniato il genocidio del popolo armeno del 1909. Da quell'esperienza scriverà una lettera a Hitler con cui chiederà di fermare la persecuzione contro gli ebrei. L'odio non avrebbe vinto...anzi. Wegner era un ingenuo? Difficile a dirlo; forse non aveva letto il Mein Kampf dove si descrivevano chiaramente le ragioni per cui sopprimere il nemico giudaico-marxista, responsabile per Hitler di tutto il male che il popolo tedesco pativa. Un'altro motivo della lettera a Hitler potrebbe essere stato benissimo la storia d'amore con Lola Landau, una artista di origine ebraica. Armin con Lola aveva avuto una figlia e rappresentava quanto l'arte e la bellezza potevano essere a servizio della Germania, indipendentemente dall'essere ebraica.

Armin T. Wegner aveva chiaro che l'odio verso gli ebrei avrebbe portato alle stesse conclusioni patite dagli armeni. Inoltre Armin T. Wegner conosceva quanto gli ebrei avevano contribuito alla grandezza della cultura tedesca.
Armin Wegner vedrà così compiersi un altro genocidio. La testimonianza el genocidio armeno ad opera dei turchi -con l'indifferenza del popolo tedesco- è stata fornita da Wegner anche attraverso molte fotografie da lui stesso scattate. In un certo senso egli anticipa la testimonianza degli audiovisivi, voluta dai comandi delle truppe alleate per documentare quei crimini che solo raccontati a voce potevano non essere creduti.


Il libro di Nissim ricorda anche le numerose lettere che Wegner inviò ai potenti della Terra per per protestare contro le emergenze umanitarie del XX secolo. Lo farà nella sua particolare funzione di scrittore e poeta segnato dall'esilio, vissuto in Italia fino alla morte. In lui troviamo, oltre al poeta sempre fedele alla lingua, il Giusto universale, onorato a Yerevan e a Yad Vashem per la sua solidarietà con armeni ed ebrei, pagata a caro prezzo.
Ad esempio in una lettera inviata al presidente degli USA, Thomas Woodrow Wilson per fare presente di quanta responsabilità abbiano tutti, in particolare il popolo tedesco, per il genocidio armeno chiedeva l'impegno per ricostituire la nazione dell'Armenia.
Un'altra lettera la inviò anche a Mussolini per intercedere per l'amica Irene Kowaliska da cui ebbe un figlio. Era la richiesta di non infierire contro di lei -apprezzata ceramista a Vietri- per qualche goccia di sangue ebraico. Stranamente quella lettera invece ottenne il risultato e sul passaporto di Irene non fu applicata la scritta dell'origine ebraica

Tra i molti interrogativi, che la figura di Armin T. Wegner, evoca, va ricordato con quello che successe il 3 giugno del 1921, quando un tribunale tedesco assolse l'assassino di Talaat Pascià -il maggior responsabile del genocidio operato dai turchi.
L'assassino Soghomon Tehlirian, aveva ucciso Talaat Pascià in una strada di Berlino, dove si era rifugiato sotto falso nome. Infatti si chiede: 'Chi aveva in mano la chiave del destino?'.Quei giudici furono gli arbitri del destino perchè ascoltarono la voce del cuore e non quella di una giustizia astratta. Così essi diedero un senso a quegli avvenimenti con una sentenza che divenne un giudizio sulla storia universale. Una problematica che Wegner prevede e si riscontrerà in maniera più drammatica nella Germania del secondo dopoguerra. Wegner riflette di quanto e sempre nel nome di un bene superiore gli uomini siano stati disposti a infrangere ogni etica e a fare le cose peggiori.
Nel miraggio di un bene universale, con la promessa di un paradiso che difficilmente si potrà trovare nell'aldilà, si costruisce un inferno vero. Si sopprime ogni avversario ritenuto ostacolo al 'bene assoluto'.
Questa verità Wegner la constaterà di persona. Anche aderendo e poi uscendone, denunciandone le perversioni, al comunismo che si stava costruendo in Russia.

Il personaggio Armin Wegner riesce a rivelarci altre molte verità. Una riguarda il significato del suo cognome tedesco che significa viandante: presagio al suo continuo peregrinare che lo porterà in viaggi avventurosi, sia per i tormenti dell’anima, intellettuali e morali, che l’hanno sempre accompagnato.
Ad esempio, lui che è un predestinato capace di cogliere l'incombenza del male, fa comprendere che l'educazione, la miglior famiglia, la cultura più buona, i migliori geni, non ci salvano e alla fine -come osserva Eraclito- il nostro destino è plasmato dal carattere che ci costruiamo da soli.
Crescere imbevuti nella propria cultura non ci salva. La cultura, pur rappresentando un elemento per crescere la qualità della vita, non ci salva.

La cultura che forma Armin T. Wegner è quella tedesca, su questa fonda i principi morali della propria personalità, ma questi si andranno a scontrare con l'altro aspetto della stessa medaglia: la reazione orgogliosa e distruttrice di ciò che è altro dal 'noi' nazionalistico.

La storia di Armin T. Wegner, consapevole della grandezza umana rappresentata da molti personaggi suoi compatrioti, lo porta a sentirsi colpevole e responsabile del genocidio ebraico in quanto tedesco; componente del proprio popolo che è stato l'artefice di tutta quella immane tragedia.
Ecco perchè la cultura in fondo non salva. Pur riconoscendo l'inconsapevolezza di tanta parte di tedeschi, morti in guerra dopo aver innescato l'orrore della Shoah, questi non meritano il perdono.
Wegner proverà vergogna per il suo popolo e per questo non si assolverà neppure lui che ha fatto molto per la giustizia e per il bene.
Morirà a Roma nel 1978, all'età di 92 anni.

La lettera a Hitler.
Storia di Armin T. Wegner, combattente solitario contro i genocidi del Novecento.
Autore: Gabriele Nissim,
Edizioni Mondadori, 2015, pagine 304, euro 20

domenica, luglio 26, 2015

Il razzismo del provinciale. Considerazioni per comprendere quello che viviamo nella società globalizzata.

Capita spesso di sentire sui bus, al mercato o in qualche ufficio che: 'ce ne sono troppi di immigrati...ma cosa vengono a fare qui...rubano il lavoro agli italiani...e poi non sono come noi'. Spesso sono frasi che seguono una logica così ovvia e banale che viene da considerarle come frutto di un pensiero comune e condiviso: 'ha ragione signora (o signore). E' proprio così, vengono qui in tanti e vogliono comandare loro. Fanno anche i prepotenti. Sarebbe meglio che tornassero al loro paese. Basta immigrati. Non devono più farli entrare in Italia'. E' difficile, con chi esprime questi sentimenti, aprire un dialogo; infatti quasi sempre alle loro parole fanno una premessa: 'Guardi che io non sono razzista...ma questi non li sopporto...'.

Come far capire che prima di una condizione di emigrato, di rifugiato, c'è soprattutto un diritto di persona? Prima di una appartenenza ad una etnia, ad una nazione, Stato o territorio esiste un individuo singolo che vive in un luogo formato da altri individui? Quale differenza si vorrebbe sostenere? Certo che la convivenza a volte diventa una inevitabile condivisione di spazi che spesso eccita degli istinti aggressivi.

Voglio ricordare che all'indomani della Seconda Guerra mondiale-il 10 dicembre 1948- e proprio sull'onda di quella disastrosa esperienza nata sulla negazione di diritti e di libertà, si proclamò ad opera delle Nazioni Unite la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.
Con quella Dichiarazione, attraverso 30 articoli si stabilirono i principali Diritti Umani che ogni individuo deve aver riconosciuti.
Tra questi è bene ricordare che ci sono, insieme agli articoli dove si proibisce ogni tipo di discriminazione, anche quelli che garantiscono il diritto di libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato e diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese. (art.13). Altri diritti riconosciuti ad ogni individuo sono quelli di avere una cittadinanza e di poterla cambiare; oltre al cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni. (art. 14 e 15)
Ho messo in risalto questi punti poiché sono quelli all'ordine del giorno.

Dopo di ciò si comprende che quello che sta accadendo ha aspetti di dimensioni epocali, e il trasferimento di milioni di persone da un continente all'altro crea realtà nuove. Con ciò nessuno dovrebbe dimenticare che si ha a che fare con individui umani; si ha a che fare con disuguaglianze e di opportunità di vita molto distanti. Di fronte a questo, non saranno eserciti, leggi punitive, incrementi di PIL o muri a salvarci.
A questo punto non dovremo perdere la 'bussola' dell'uguaglianza dei diritti e creare una economia diversa: una economia che non veda gli individui solo come dei 'consumatori' di prodotti del mercato e di risorse naturali.
Ogni uomo sarà lui stesso una risorsa per sé e per gli altri: il posto non è vero che non ci sia. E' la nostra sopraffazione che annulla gli spazi attorno a noi.
Sapremo osservarci?

domenica, luglio 19, 2015

L'affare Grecia

Ho sostenuto -naturalmente non solo io- che essere espulsi dall'euro, come uscirne, è una cosa non fattibile né tecnicamente né politicamente. La moneta Euro in quanto moneta corrente e legale in tutto il mondo non può essere messa fuori legge.

In Grecia le persone corrono a prendersi gli Euro in banca per paura che con il ritorno alla Dracma i loro risparmi (tramutati dalle banche in una nuova moneta) perdano tutto il valore. Il fatto è che nel loro mercato interno nessuno vorrebbe la nuova Dracma, ma ognuno -ad iniziare dai commercianti- desidererebbe essere pagato sempre in Euro.

Una nuova moneta servirebbe soltanto al governo greco per pagare i suoi dipendenti e i suoi debiti interni -non quelli esterni che dovranno sempre pagarli in Euro. Questo aiuterebbe il governo a scapito di una forte inflazione (lo Stato greco inizierebbe a stamparsi da sé la moneta in quantità utile per sé). Il resto sarebbe un ritorno al doppio mercato che esisteva un po' prima dell'entrata in corso dell'Euro.

Allora? Cos'è tutta questa manfrina e pseudo-trattativa? Niente.

A detta di Giuseppe Turani questo 'niente' è solo una disputa politica tra chi vuole un “bel gesto” verso la Grecia (umiliando un po’ la Germania) e chi invece vuole lasciare le cose come stanno.

Giuseppe Turani (articolo su blitzquotidiano.it )sostiene che la questione del debito greco non esista perché:

'Il debito greco (e non importa qui quanto sia alto) è in grandissima parte nei confronti di istituzioni pubbliche europee (più Fondo monetario). Si tratta di un debito che non verrà mai ripagato (esattamente come quello italiano). Accade che alle varie scadenze viene regolarmente rinnovato. Da un punto di vista formale si rimborsano le vecchie cedole e se ne emettono di nuove, per pari importo (o più). I fondi necessari, naturalmente, sono forniti da quelle stesse istituzioni pubbliche già creditrici della Grecia. Chi ha prestato mille alla Grecia, alla scadenza incassa mille, e poi ripresta alla Grecia mille. Un giro di conto. Niente di più.
Tutto quindi si riduce al pagamento degli interessi, che sono modestissimi dato che in questo momento i tassi di interesse sono bassissimi. La gestione del debito, cioè, costa alla Grecia, come a altri debitori (tipo Italia) pochissimo perché il costo del denaro oggi è vicino a zero. Questo, fra l’altro, è uno dei punti forti delle teorie di Krugman, il quale sostiene che conviene fare debiti per rilanciare l’economia perché tanto il denaro non costa niente.
Se il debito della Grecia venisse cancellato interamente, che cosa cambierebbe? Assai poco. Il giorno dopo la Grecia (come l’Italia, nel caso) riprenderebbe a fare debiti e andrebbe quindi rifinanziata ad opera degli stessi finanziatori pubblici di oggi (il mercato non dà un euro a Atene).
Ma allora perché tutta questa guerra sulle “condizioni” per accettare di dare nuovi finanziamenti alla Grecia? Solo perché possa “ripagare” il debito, cosa che nessuno pretende. No. Solo perché la smetta di gettare soldi nello scarico del lavandino, come ha fatto in tutti questi anni. Il debito della Grecia, per essere chiari, è di competenza dei finanziatori, cioè dell’Europa. Per la Grecia è solo una partita di giro contabile.'

Conclude poi Giuseppe Turani scrivendo: 'La verità, come si diceva all’inizio, è che questo è un braccio di ferro tutto politico fra chi vuole dare uno schiaffo alla Germania (ingraziandosi Obama e le minoranze populiste europee) e chi invece pensa che sia più saggio continuare così. E pretendere che la Grecia faccia un po’ di ordine in casa propria'.

Sarà così? C'è qualcuno che può spiegare la cosa in termini ugualmente comprensibili? Forse Tsipras ha capito e con quanto si accinge a fare lo dimostra.

venerdì, luglio 17, 2015

César Vallejo Mendoza. Un poeta peruviano

César Vallejo Mendoza, mi ha parlato di questo grandissimo poeta peruviano un amico della stessa nazione sudamericana; un poeta César Vallejo Mendoza, che io non conoscevo. Questo poeta è stato definito da Thomas Merton (scrittore e religioso statunitense dell'ordine dei monaci Trappisti, autore di oltre sessanta tra saggi e opere in poesia e in prosa dedicati soprattutto ai temi dell'ecumenismo):'il più grande poeta universale, dopo Dante'
Laureato in lettere nel 1915, César Vallejo, dopo aver pubblicato Trilce nel 1923 e perso il posto di insegnante a Lima, emigrò in Europa, dove visse fino alla sua morte avvenuta a Parigi nel 1938. Fu sepolto nel Cimitero di Montparnasse.
César Vallejo è il poeta della povertà fino alla miseria. È il poeta del poco e del nulla, che non basta, ma deve essere fatto bastare, perché non c’è altro. In questo drammatico orizzonte, alla povertà del quotidiano, si oppone l’implicita ricchezza, sia pure ironica di un’epica, che non può essere trionfalistica se non del trionfalismo del puntigli umano, che non si arrende.

Ecco due poesie trovate in Rete che mi sono piaciute:

Ágape
Hoy no ha venido nadie a preguntar;
ni me han pedido en esta tarde nada.
No he visto ni una flor de cementerio
en tan alegre procesión de luces.
Perdóname, Señor: qué poco he muerto!
En esta tarde todos, todos pasan
sin preguntarme ni pedirme nada.
Y no sé qué se olvidan y se queda
mal en mis manos, como cosa ajena.
He salido a la puerta,
y me da ganas de gritar a todos:
Si echan de menos algo, aquí se queda!
Porque en todas las tardes de esta vida,
yo no sé con qué puertas dan a un rostro,
y algo ajeno se toma el alma mía.
Hoy no ha venido nadie;
y hoy he muerto qué poco en esta tarde!

Traduzione

Agape
Oggi nessuno mi ha fatto domande;
né questa sera mi hanno chiesto nulla.
Neanche un fiore di cimitero ho visto
in un corteo così allegro di luci.
Dio, perdono: son morto così poco!
In questa sera tutti, tutti passano
e non domandano o chiedono nulla.
E non so cosa scordano e mi resta
appena in mano, come cosa d’altri.
Sono andato alla porta,
e mi vien voglia di gridare a tutti:
Se vi manca qualcosa, qui è rimasto!
Perché tutte le sere in questa vita,
non so che porte sbattono su un viso,
e cosa d’altri prende la mia anima.
Nessuno oggi è venuto;
oggi son morto poco in questa sera!

+++++++++++++++++

Un hombre pasa con un pan al hombro…
Un hombre pasa con un pan al hombro
¿Voy a escribir, después, sobre mi doble?
Otro se sienta, ráscase, extrae un piojo de su axila, mátalo
¿Con qué valor hablar del psicoanálisis?
Otro ha entrado a mi pecho con un palo en la mano
¿Hablar luego de Sócrates al médico?
Un cojo pasa dando el brazo a un niño
¿Voy, después, a leer a André Bretón?
Otro tiembla de frío, tose, escupe sangre
¿Cabrá aludir jamás al Yo profundo?
Otro busca en el fango huesos, cáscaras
¿Cómo escribir, después, del infinito?
Un albañil cae de un techo, muere y ya no almuerza
¿Innovar, luego, el tropo, la metáfora?
Un comerciante roba un gramo en el peso a un cliente
¿Hablar, después, de cuarta dimensión?
Un banquero falsea su balance
¿Con qué cara llorar en el teatro?
Un paria duerme con el pie a la espalda
¿Hablar, después, a nadie de Picasso?
Alguien va en un entierro sollozando
¿Cómo luego ingresar a la Academia?
Alguien limpia un fusil en su cocina
¿Con qué valor hablar del más allá?
Alguien pasa contando con sus dedos
¿Cómo hablar del no-yó sin dar un grito?

Traduzione
Un uomo passa con il pane in spalla…
Un uomo passa con il pane in spalla.
Potrò scrivere dopo sul mio sosia?
Un altro si siede, si gratta, cava un pidocchio dall’ascella, lo schiaccia.
Con che ardire parlar di psicoanalisi?
Un altro mi è entrato nel petto con un palo nella mano.
Parlare poi di Socrate col medico?
Passa uno zoppo e dà il braccio ad un bimbo.
Potrò leggere dopo André Bretón?
Un altro trema dal freddo, tossisce e sputa sangue.
Ci starà un’allusione all’Io profondo?
Un altro cerca nel fango, i noccioli ed i gusci.
Come descriver dopo l’infinito?
Un muratore cade da un tetto, muore e non pranza più.
Innovare poi il tropo, la metafora?
Un commerciante ruba un grammo sul peso ad un cliente.
Parlar dopo di quarta dimensione?
Un banchiere falsifica il bilancio.
Con quale faccia piangere a teatro?
Un paria dorme e ha un piede sulla schiena.
Parlar dopo a qualcuno di Picasso?
C’è chi singhiozza lì ad un funerale.
Come fare poi ingresso all’Accademia?
C’è chi pulisce il fucile in cucina.
Con che ardire parlar dell’aldilà?
C’è chi passa contando sulle dita.
Come parlar del non-io senza un urlo?

sabato, luglio 11, 2015

Ancora Se questo è un Uomo


Ricordo l'enorme dolore che mi procurò la notizia del genocidio di Srebrenica venti anni fa. Quel crimine fu compiuto da forze cristiane serbe contro i musulmani; con la responsabilità di molta parte dell'occidente.
Era da tempo che in quel paese, la Serbia, una delle nazioni che comprendevano la Jugoslavia, si combatteva una guerra civile.
Sarajevo che fino a poco tempo prima era considerata la città della pacifica convivenza tra le diverse etnie e religioni era diventata una città assediata e martirizzata da continui bombardamenti e tiri al bersaglio su una popolazione civile inerme.
Per quei fatti in quel tempo scrissi queste frasi, che furono pubblicate da Il SecoloXIX :

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Ancora a guardare, ora con gli occhi di televisioni e giornali, un altro dramma.
Ancora a guardare, con il ricordo delle parole di chi ha già visto: Primo Levi, Se questo è un uomo.
Ripetilo ancora, ogni volta: Se questo è un uomo.
Ricorda come La mala novella di quanto, ad Auschwitz, è bastato animo all'uomo di fare all'uomo.
E ancora qui, in Ruanda, a Sarajevo; in Somalia, Etiopia, a Srebrenica: Se questo è un uomo.
Ogni volta la domanda, dove un potere ci divide tra sommersi e salvati.
Ma ancora ci sarà un Lorenzo a farci vedere un uomo e a non farci dimenticare d'essere noi stessi uomini.
E da voi tedeschi, che vi credevate i più potenti, che parlate la musica di Goethe e cantate le parole di Mozart, abbiamo avuto la capacità di distruggere l'uomo e di domandarci: Se questo è un uomo.
E da voi serbi che credete in una vostra etnia, che pregate il nostro Dio e avete il nostro paesaggio, continuiamo a vedere la capacità di uccidere e ci fate domandare: Se questo è un uomo.
Ma ancora potremo, in questa coazione a ripetere, trovare l'interrogazione per continuare a sperare?
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Oggi viene commemorata quella strage e ancora dobbiamo riflettere di quanto sia facile ogni volta far uscire la bestia in noi, tanto da domandarci sempre: Se questo è un Uomo.

giovedì, giugno 25, 2015

Autostop con Buddha: viaggio attraverso il Giappone di Will Ferguson

Autostop con Buddha: viaggio attraverso il Giappone di Will Ferguson
Titolo originale: Hokkaido highway blues

Tutto prende spunto quando l'autore Will Ferguson, che insegna inglese in Giappone, decide di seguire la fioritura dei ciliegi, che in quel paese è seguita in modo particolare -viene chiamata Sakura Zensen-, con un viaggio da Capo Sata a Capo Soya; ovvero dall'estremo sud al nord.
Ogni tappa dell'autostop è un capitolo a parte; è un modo nuovo, sarcastico e intelligente per conoscere il Giappone e soprattutto i suoi abitanti.
All'inizio ad esempio veniamo a sapere che il Giappone che consideriamo un insieme di isole ha in verità una superficie più grande della Germania.
Will Ferguson che si era fatto conoscere per il romanzo Fortuna con questa seconda opera -una sorta di guida o racconto di viaggio-sembra prendere in giro il Giappone e i giapponesi; ma lo fa da gaijin, da straniero molto spesso deriso: straniero che tale rimane in questo paese dalla cultura enigmatica. Il Giappone infatti è un paese sempre in bilico tra le tradizioni provenienti dal passato più remoto alle mode d'avanguardia.
Il racconto di questo viaggio è raccolto in quasi 500 pagine, ma non troverete mai il momento per annoiarvi. Questo libro a tratti mi ricorda Strade Blu -va ricordato che in originale il titolo è Hokkaido highway blues- di un altro Will(iam)...quello Least Heat-Moon; il racconto di un viaggio fatto attraverso le strade provinciali degli Stati Uniti: in entrambi i viaggi vengono evitate le città conosciute e in tutte e due emergono le figure delle persone incontrate. Tutte molto speciali.
Mi pare che dopo questo diario di viaggio in autostop, Will Ferguson si sia specializzato in libri di viaggio. Non è un caso poi che in 'Autostop con Buddha', lo scrittore affermi di essere un discendente lontano del noto esploratore David Livingstone.
I dialoghi sono molto divertenti e tra frasi in giapponese e in un inglese particolare: quello che studiano come base i giapponesi a scuola infarcito da espressioni intraducibili- risultato più della pubblicità e delle canzoni rock-pop che del senso compiuto-, riusciamo ad entrare anche nella psicologia di questo popolo.

Iniziamo a domandarci: il Giappone è una nazione asiatica? Per l'autore del libro non si sa quanto; di sicuro ha sviluppato una cultura che in una continua relazione amore-odio con l'occidente lo stacca dagli altri paesi asiatici come la Corea, la Cina e l'India. Da quest'ultimo ha sviluppato un buddismo zen del monaco Kobo Daishi o Kukai (774-835) ed uno nazionale, che è oltre che una religione anche espressione per un partito politico (la Soka Gakkai). Il Giappone è il paese di molti dei e nel suo insieme riesce a conservare unità attraverso lo shintoismo.
Gli aspetti che caratterizzano i giapponesi come la gentilezza formale, la timidezza diffusa, le idiosincrasie, i rituali, i miti, gli dei, i vizi, le cerimonie, il teatro No...sono esperienze vissute dall'autore, che le racconta in modo spassoso e leggero. Moltissime curiosità scovate dall'autore non sono nemmeno riportate dalle guide più conosciute come la Lonely Planet. Musei del sesso; sculture rappresentanti dei e monaci buddisti su rocce in riva al mare ecc.. Altre curiosità conosciute vengono rivisitate con un arguzia; così alcune locande, come alberghi con posti letto tipo capsule o loculi, sono vissute esaltandone le contraddizioni.

Ferguson descrive quello che gli succede con una scrittura umorale e così lo stato del momento gli suggerisce l'argomento. Un passaggio interessante è quello che segue il suo desiderio di scroccare a degli impiegati una serata a base di cibo e bevute. Ecco cosa scrive: “Nessuno può dire di aver davvero vissuto se non ha mai visto un colletto bianco giapponese che canta la ballata di Frank Sinatra My Way. È una di quelle scene che incarnano la quintessenza dello squallore e sembrano definire il Giappone. Che spettacolo strambo e tuttavia frequente: un uomo d'affari scarmigliato, che vive una vita di inchini e soffocante conformismo, un uomo sposato con la sua azienda, un uomo che - ogni anno del millennio - si ammazza di lavoro per il bene della sua impresa, un uomo che deve mangiare merda e sorridere ogni giorno, un uomo che alimenta il motore dell'economia eppure è ignorato, poco apprezzato e spesso apertamente sbeffeggiato. Un uomo di questo genere che si alza e canta, in un inglese che gli viene dal cuore, di aver fatto un bilancio, di aver incassato i colpi ma di aver sempre fatto a modo suo! È una cosa che non si dimentica facilmente.” Quella serata finirà con lui invischiato a bere fino a sfinirsi per ritrovarsi intronato e con il morale a terra.
Ma il viaggio offre anche il racconto della magia della Sakura -l'esplosione della fioritura dei ciliegi- di Hirosaki. Con lo spirito più allegro ritroveremo l'autore prima ad Hakodate e poi a Sapporo a gustare, nella città più occidentale del Giappone, la sua birra a competere con le migliori del mondo.
Nel finale troveremo l'autore perso sull'isola di Rishiri, dopo essere arrivato al capo Soya, l'estremo nord del Giappone. Autostop con Buddha si rivela un viaggio che offre molti spunti di riflessione e un insieme di note per continuare noi l'avventura.

Libro: Autostop con Buddha: viaggio attraverso il Giappone
Titolo originale: Hokkaido highway blues, poi ripubblicato come Hitching rides with Buddha
Autore: Will Ferguson
Editore Feltrinelli - Anno di pubblicazione: 1998 - Traduzione di Claudio Silipigni

domenica, giugno 21, 2015

Uscita della Grecia dall'Euro: un balletto che mette in gioco tutto un sistema

Tutto il balletto che giornalmente si consuma sul si e no dell'uscita della Grecia dalla moneta unica, ovvero dall'Euro, nasconde una difficoltà che nessuno dice: uscire dall'Euro è tanto difficile come l'essere espulsi. Ci sono questioni tecniche insormontabili. Guardate come prendono tempo con la Grecia. Fosse facile e conveniente cacciare la Grecia dal mercato dell'Euro l'avrebbero già fatto. Intanto i greci ritirano gli euro dai loro conti e questi ultimi circolerebbero comunque nel mercato interno con il valore attuale...una moneta nazionale greca nuova non inficerebbe l'andamento interno dell'Euro in quanto moneta legale.

Chi detiene il comando di questo mercato dell'Euro, che sostiene una supremazia economico finanziaria, si guarda bene dal cederla. L'Euro non può diventare illegale in nessun paese e per chi potesse tornare ad una sua moneta nazionale per scambi interni, naturalmente si riprenderebbe il potere di stampare moneta: quanta ne vuole e quanta gliene serve. Cosa indigeribile dal potere che regge le sorti economiche europee.
Per i banchieri europei sarebbe un bel casino! Lasciando ad una nazione, già membro del mercato unico, il potere di gestire le proprie risorse finanziarie creerebbe un circuito che farebbe crollare tutto il castello costruito con l'Euro.
Molti paesi tornerebbero volentieri ad un regime economico controllato dalla politica e non dai banchieri.

In quel caso i conti del debito pubblico, gli interessi monetari e i valori di mercato potrebbero saltare. Gli scenari che si prospetterebbero sarebbero diversi: o un caos incredibile dove il valore vero lo acquisterebbero le ‘cose’ e non i soldi o una guerra tra le Nazioni per imporre regole e proprie economie…un po’ come succedeva nei secoli passati.
Ad ogni modo scenari difficili da governare sia con la politica che con l’economia. Ancora un casino inestricabile.

In finale possiamo dire che l’Euro è stato paragonato da alcuni analisti all’Hotel California, descritto nella famosa canzone degli Eagles: perché da questo Hotel 'You can check out… but you never leave' ( Puoi anche lasciare la stanza, ma non ne uscirai mai).

mercoledì, giugno 17, 2015

Essere cristiani davanti ai profughi africani...

Certo che è difficile essere cristiani. Papa Francesco lo sa e richiama tutti in modo originale: chiede preventivamente perdono a Dio per l'incapacità di essere accoglienti nei confronti dei migranti; di quei profughi fuggiti da condizioni di guerra e miseria.

Ecco una cartina che segna i vari passaggi del dominio di paesi ricchi su paesi poveri o emergenti.
Papa Francesco lo sa che se Cristo ritornasse sulla Terra sarebbe in mezzo a quei migranti; sarebbe un ragazzo di pelle nera arrivato su un barcone in Italia. In Europa.
D'altronde l'Europa, culla della civiltà giudaico cristiana, ha molte responsabilità sulle tragedie che sconvolgono il continente africano. La nostra presunta ricchezza come il nostro egoistico benessere è in buona parte pagato dalle popolazioni dell'Africa. Non è passato neppure tanto tempo da quando le terre africane diventarono oggetto di conquista delle nazioni europee. A metà del XIX secolo la spartizione dell'Africa da parte delle nazioni europee, ebbe la sua definizione massima: protagonisti furono soprattutto Francia e Gran Bretagna e, in misura minore, Germania, Portogallo, Italia, Belgio e Spagna.
In ultima fu proprio l'Italia che con sogni d'impero si annesse la Libia, la Somalia, l'Eritrea e l'Etiopia. Erano gli unici paesi ancora disponibili per gli appetiti europei. Europei cristiani.


Ecco la mappa delle colonie in Africa...ora quei popoli stanno spostandosi in quelle nazioni dominatrici delle loro terre.

lunedì, giugno 08, 2015

Storia di migrazioni e storia del mondo

Si potrebbe scrivere la storia dell'umanità anche solo attraverso i flussi migratori, lo spostamento di popoli da un continente all'altro; l'invasione di popoli e tribù armate da un luogo ad un altro.
Da quando l'uomo è comparso sulla Terra non si è mai fermato. Senz'altro è il primate più diffuso sulla crosta terrestre ed è quello che, tramite tecnologia e intelligenza adattativa all'ambiente, vive in ogni zona e con qualunque clima presente. Dall'Antartide al Polo Nord non esiste luogo dove l'umanità non abbia lasciato il suo segno.
Per i grandi spostamenti di popolazioni e persone abbiamo costituito epoche ed epopee. Con gli spostamenti di eserciti e armate, abbiamo dato origine a nazioni, patrie, domini, colonie. Le culture si sono mescolate così tanto che la stessa cultura non è mai di un solo popolo, di una sola tribù, di un solo paese. Con le guerre e le leggi dettate dal più forte sono state forzatamente spostate popolazioni da un luogo all'altro; da un continente all'altro.
L'Africa che ha visto nascere la specie umana è più di ogni altro il continente che ha subito depauperazioni e predazioni: è il continente che conserva ancora tratti originari e culture primitive...chissà che non siano ancora queste a salvarci da un equivoco progresso.
Lo spostamento di popolazioni da molti paesi in uno solo ha poi dato origine agli Stati Uniti, divenuti la più forte potenza industriale ed economica del mondo.

In questo periodo storico assistiamo all'assalto dei popoli africani verso l'Europa. Ogni giorno su imbarcazioni fatiscenti, gommoni, arrivano migliaia di persone dall'Africa. In maggioranza sono giovani, donne e bambini. Questi migranti senza documenti, formano un esercito armato solo dalla fame. Questa fame è un'arma difficile da contrastare. Queste persone sono disperate e vedono il continente europeo come la meta di un riscatto. Questi poveri mettono in conto anche la morte pur di fuggire da una condizione disumana. I territori che abbandonano sono luoghi di guerre, di carestie, di miseria, corruzione e malattie. L'occidente è in debito con loro e fa finta di non saperlo. La nostra ricchezza è la loro povertà. La ricchezza dei pochi è la miseria dei molti: molti anni fa lo diceva l'Abbè Pierre. Insieme diceva: Rinnoviamo il nostro impegno di lavorare per dare pane a quelli che hanno fame e per dare fame a quelli che hanno del pane. (La fame da dare a quelli che hanno pane si intende di giustizia).

In Italia luogo di frontiera infinita si cerca di contrastare questo nuovo esodo. Sarà difficile fermarlo e assumerà dimensioni enormi. L'Europa per questa migrazione andrà in crisi e non ci saranno manovre repressive, legislative o di austerità, finanziarie ed economiche utili ad arginare questo fenomeno.
Io prevedo che l'Europa, con questa invasione di popolazione africana, dalle dimensioni bibliche, sarà profondamente trasformata; in peggio o in meglio è da vedere. Sembrerebbe subito una contingenza negativa, di grave malessere, ma non è detto: questa massa di giovani, donne e bambini sono una linfa nuova anche nell'entusiasmo di migliorare la loro condizione e questo creerà una nuova economia che non sarà solo al servizio del mercato unico e globale. Potrebbe essere la scoperta di una dimensione umana più concreta e vicina ai veri bisogni vitali.

Chi vivrà vedrà.

sabato, maggio 30, 2015

Il potere, la corruzione e l'etica nel mondo del Calcio

Insieme alla corruzione dei vertici Fifa, ovvero la Federazione Internazionale delle Associazioni Footbollistiche, emerge anche lo scandalo delle morti conseguenti alla costruzione degli stadi del campionato mondiale per Qatar 2022. I numeri testimoniano una vera carneficina: saranno alla fine 62 morti per partita. La denuncia dell’Associazione internazionale dei sindacati: il Mondiale costerà la vita di 4 mila lavoratori, 1300 sono già deceduti.

Da una parte abbiamo dei personaggi come Sepp Blatter(da 17 anni alla guida della Federazione e non ancora sazio) e la compagnia dei dirigenti coinvolti in tangenti e ruberie e dall'altra gli operai-schiavi costretti a lavorare in condizioni disumane: 8 ore al giorno, con temperature che si aggirano sui 40 gradi- con punte di 50- senza servizi igienici, senza luce ed acqua e luoghi per riposare.

Il giocattolo del Calcio si sta rivelando una fonte di corruzione e malaffare insieme ad uno sfruttamento che immiserisce l'umanità tutta.
Dove girano molti milioni di dollari alla fine si scopre quasi sempre come ci si ritrovino le peggiori corruzioni e deviazioni morali. Uomini che innamorati del potere e soprattutto dei soldi manifestano le loro bassezze.
Ci sarebbe da imparare molto su questi avvenimenti; ma al pari delle guerre questi non insegnano nulla...anzi, comunicano quanto la maggioranza dell'umanità abbia un terribile amore per la guerra, per la corruzione e lo sfruttamento.

Per parte mia sono contento che al mercato del Calcio non ho mai versato nulla.
Se ci pensiamo vedremo che- quello che ruota attorno al gioco Calcio- in nuce è capace di contenere pseudo guerre (scontri tra tifosi), schiaffi alla miseria dei molti (con ingaggi milionari per i calciatori) e abbindolamento psicologico con la costruzione di false identità culturali (il fanatismo sportivo attraverso i club).
Un mondo che riflette bene ciò che in fondo siamo.

domenica, maggio 24, 2015

In ricordo del 24 maggio 1915

24 maggio di 100 anni fa: iniziava per l'Italia una tragedia chiamata Prima Guerra Mondiale; quella che ha costruito i prodromi della Seconda Guerra Mondiale.
In questa data si è ricordato la morte di milioni di povera gente mandata al macello. L'Italia vincerà lo scontro contro l'alleanza formata da l'Impero tedesco, l'Impero austroungarico, la Turchia e la Bulgaria. Con l'Italia -entrata successivamente - erano alleati: la Serbia, la Francia, l'Impero britannico, la Russia, il Belgio, la Grecia, la Romania, il Portogallo, il Giappone e gli Stati Uniti.

Quella guerra fu vinta, ma le conseguenze economiche e sociali degli italiani furono le stesse di come se l'avesse persa. Carestia, miseria, mutilazioni, lutti...erano le condizioni del dopoguerra; le condizioni che portarono al fascismo. In Germania, la cosiddetta pace di Versailles che mise fine alla guerra e smembrò l'Impero austroungarico- riconoscendo l'indipendenza dell'Ungheria, della Cecoslovacchia, della Polonia e della Iugoslavia- impose tali pesanti risarcimenti di guerra alla Germania, fece crescere un forte risentimento di rivincita da portare alla nascita del nazismo e alla sua presa del potere. Si costituiva nuovamente la condizione di un nuovo terribile conflitto: la storia che doveva essere maestra per il futuro, venne ignorata.
Quello che successe è cosa risaputa.

lunedì, maggio 18, 2015

Felicità® di Will Ferguson

Ho conosciuto Will Ferguson leggendo Autostop con Buddha e gradendo la sua ironia e capacità di raccontare le situazioni più inconsuete, come le più formali con intelligenza e stile, ho iniziato a leggere Felicità® (titolo originale Happiness™): il romanzo che lo ha fatto conoscere e apprezzare dai lettori. In Italia è uscito per l'editore Feltrinelli nel 2004.

La trama o semplicemente l'assunto che si propone di raccontare il libro Felicità® è che cosa succederebbe se un manuale che promettesse di risolvere i nostri problemi funzionasse? Cosa succederebbe se l'insegnamento ad essere felici risultasse vero? La risposta è caustica e ironica, io aggiungerei esemplare, poiché riesce a mettere a nudo i nostri difetti e quelli della società in cui viviamo. Insomma, se pensassimo di risolvere i nostri problemi di alcolismo, sovrappeso, dipendenza dal fumo, sfortuna in amore, mancanza di soldi...ecc. con un manuale divenendo felici e noiosamente perfetti: saremmo fuori strada! Se succedesse quello che viene raccontato nel libro invocheremmo senza esitazione il ritorno allo stress, alla tristezza, all'ansia e all'impermanenza.

Il personaggio principale del libro è Edwin de Valu, giovane editor in una casa editrice newyorkese, la Panderic, che si trova a dover far diventare un enorme manoscritto, intitolato Cosa ho imparato sulla montagna, in un libro che promette di curare tutti i problemi.
Pescato dalla Pigna purulenta (il mucchio fangoso, ovvero il cumulo di manoscritti che desiderano una pubblicazione), il manoscritto per varie vicissitudini editoriali -fuori dalla volontà degli stessi addetti ai lavori- diventa un libro e diventa una guida per milioni di lettori.

In questa prima parte il meccanismo delle case editrici per scartare i manoscritti è descritto in maniera divertente e soprattutto reale. La presa in giro del mondo dell'editoria è il primo racconto del libro e lo raccomando a tutti i novelli scrittori -anch'essi presi di mira. La storia si svolge negli USA, ma anche qui in Italia non è molto diverso e chi risponde agli autori, di manoscritti in attesa di essere pubblicati, lo fa solo in sostanza per spillare soldi.

Il senso dell'umorismo scatenato dell'autore Will Ferguson, non si ferma a prendere in giro l'editoria e gli scrittori, ma anche i lettori di quel tipo di saggistica che promette di risolvere i problemi e infine tutti i vizi della società consumistica. Il genere di libri che promettono di risolvere tutti i problemi esistenziali in verità è prettamente statunitense. Sono moltissimi gli autori della New Age e della PNL (Programmazione NeuroLinguistica) che scrivono di tecniche e consigli per migliorare le nostre relazioni e darci la felicità...ma il mercato è certamente mondiale.

Inaspettatamente Cosa ho imparato sulla montagna del sedicente autore Tupak Soiree, diventa un successo grandissimo e la società si trasforma anche attraverso i fans dell'autore, in una calma, tranquilla e noiosa isola felice. Tutti si convertono alle parole d'ordine elencate nel libro: la felicità diventa così un virus e si diffonde.
Sono 300 pagine che raccontano questa storia attraverso vari momenti letterari che spaziano dal genere commedia sentimentale a quello pulp. Divertentissimo è il capitolo in cui il protagonista decide, insieme all'editore e un altro autore di guide di auto-aiuto, di uccidere Tupak Soiree. Qui pare di assistere ad un film noir e western.

Uccidendo Tupak Soiree, il seminatore del miscuglio di frasi fatte, banalità e trovate surreali inserite a caso in Cosa ho imparato sulla montagna, si potrà riportare l'umanità -ipnotizzata e soggiogata da quelle formule- a ritornare quella che è sempre stata: un eterno marasma conflittuale dove ognuno ritaglia le sue idiosincrasie, passioni, tic e infelicità.

A presto la recensione di Autostop con Buddha

venerdì, maggio 08, 2015

70 anni fa la fine della Seconda Guerra Mondiale

Mi pare che i quotidiani di oggi si siano scordati di riportare questa data importante. 70 anni fa finiva in due date la seconda guerra mondiale: l'8 maggio e il 2 settembre. L'8 maggio avveniva la resa della Germania e il 2 settembre, dello stesso anno, la resa dell'Impero giapponese. Il conflitto mondiale era iniziato il 1 settembre 1939.
Si chiudevano dunque 6 anni di un conflitto armato ritenuto il più grande e terribile della storia dell'umanità: 60 milioni di morti e distruzioni immense di paesi e città. Insieme alla guerra il popolo tedesco sotto il regime nazista diede l'avvio allo sterminio degli ebrei insieme a Rom, Sinti, Testimoni di Geova, disabili, infermi...
Era poi la prima volta che la popolazione civile pagava un conto così alto di morti e sofferenze. La fine della seconda guerra mondiale si chiudeva con due esplosioni nucleari: il 6 agosto e il 9, dello stesso mese, Hiroshima e Nagasaki due cittadine tranquille furono sconvolte dal boato di distruzione e morte. In un solo colpo morirono dai 100.000 ai 200.000 civili. Quelle due esplosioni erano la seconda e la terza di testate atomiche: la prima avvenne il 16 luglio per prova nel deserto di Alamogordo nel New Messico.
Mai più si disse a quegli orrori. In verità le guerre in questi 70 anni non sono mai cessate: subito dopo fu la volta della guerra di Corea e poi quella del Vietnam durata oltre 30 anni e che ha visto coinvolti il Laos e la Cambogia. Seguirono e seguono tutt'ora i conflitti in Afghanistan, in Siria, Nigeria, Mali, Libia, Sudan, Somalia...
In Europa con l'unità non si è più combattuto. E' un bene poiché le due guerre, definite mondiali, scoppiarono proprio in Europa.
Ora alcune guerre sono sotterranee e si combattono con manovre finanziarie: il mercato ha vinto su tutti i fronti e i combattenti sono diventati nell'occidente i consumatori.
Nelle guerre si consumano, oltre che vite umane, armi e questa lobby industriale non ha mai conosciuto crisi. Il mercato sovrasta ogni idea e diritto; ogni sovranità e politica: l'economia del profitto regna sovrana.
L'umanità a distanza di 70 anni di così tanto orrore continua a interrogarsi sui suoi fini.

giovedì, maggio 07, 2015

Commento alla cronaca politica

Sembra incredibile che si continui a fare politica e a scrivere di quest'ultima come se quello che è successo alle ultime elezioni politiche non fosse avvenuto; non avesse avuto importanza. I politici e i loro commentatori, dopo il primo momento di meraviglia e smarrimento per l'entrata trionfale del M5Stelle nel panorama politico italiano, hanno come sempre cercato di digerire tutto come lo stomaco di struzzo e di quest'ultimo hanno imitato anche quello di nascondersi sotto la sabbia. Insomma non è successo niente!

Sebbene il primo partito è quello dei cittadini che non andranno a votare, la politica continua con i suoi riti di sempre, sia pure con il berlusconismo al tramonto non cambia l'approccio alla politica come casta, come elemento di personalismi, di affarismo, di scelte di segreterie partitiche organizzate come bande e non come crogiolo di ideali...
I commentatori di questo teatrino politico raccontano un mondo avulso ai problemi veri; raccontano di slogan e di annunci come sempre elettoralistici, dove insieme alla banalità viene rivelata l'insipienza di una classe dirigente povera di cultura e di proposte serie.
Si dirà: questo è quello che offre la realtà; questo è quello che abbiamo...ma non si riesce a vedere che tutto questo sta morendo? Si può provare a parlare di politica senza scadere nel pettegolezzo, nel confuso minestrone di cronaca spicciola? Potrebbe risultare che i protagonisti della commedia politica imparino a interrogarsi sulla loro funzione e ritirino le natiche dalla scena: insomma dopo due-tre-quattro mandati istituzionali, quali ricette mediche, se non dettate da insane patologie di protagonismo, possono sostenere nell'essere sempre candidati? Il rinnovamento della politica è duro a praticarsi e il panorama offre poco.

Una grande spallata all'incrostazione della vecchia politica è stato dato senz'altro dal M5Stelle; questo è la conseguenza di oltre 20 anni di malapolitica berlusconiana e no. Anzi ora al governo c'è Renzi, che è un classico alunno- di Berlusconi- che ha superato il maestro. Il vecchio continua incurante a presentarsi. Chi non crede nella possibilità di cambiamento si ritira sconsolato e non vota. Molti tentano ancora con il M5Stelle di Beppe Grillo e cosa resta d'altro? Poco ma a mio avviso c'è ad esempio: il Progetto Altra Liguria (http://www.altraliguria.it/) che si presenta alle elezioni ma è un gruppo politico che ha iniziato un percorso nuovo e al di là dell'appuntamento elettorale continuerà nel suo progetto di cambiamento della politica attuale, per fornire alle persone uno strumento di democrazia partecipata senza segreterie partitiche e personalismi.

Prima le persone, i loro interessi e i loro beni comuni.

giovedì, aprile 30, 2015

L’arte di vedere di Aldous Huxley

L'autore del libro Mondo Nuovo, Aldous Huxley, uno scrittore britannico considerato un maestro del pensiero moderno, da giovanissimo era stato colpito da una malattia agli occhi -la keratitis punctata -che lo portò alla quasi cecità. Gli accadde però di sentir parlare di un metodo di rieducazione visiva chiamata 'metodo Bates' che sulle orme del detto: Medicus curat, natura sanat, (il medico cura, la natura sana) spingeva all'azione le forze autoregolatrici e restauratrici dell'organismo per riacquistare il corretto uso perduto. Con la stimolazione e l'educazione visiva nell'arco di poco tempo A. Huxley tornò leggere senza occhiali e senza sforzo.
Con il libro L’arte di vedere, Aldous Huxley testimonia così la sua guarigione rendendo omaggio al defunto dottor W. H. Bates e alla sua allieva Margaret D. Corbett, a cui deve il miglioramento della sua vista. Questo breve saggio nasce anche per spiegare, in modo conciso, le basi filosofiche delle tecniche del dott. Bates (e seguaci), studiate per far recuperare la vista con l’esercizio.
Il libro, oltre a illustrare i vari passaggi di autoguarigione, con la descrizione dei sintomi fisiologici e dei progressi, è utile per le riflessioni profonde sulla capacità di 'vedere'; di vedere bene in ogni senso: d'altronde il grande scrittore e pensatore non si smentisce.
Il libro ci guida in esercizi di immaginazione per l'immaginazione; ci insegna che per raggiungere gli obiettivi desiderati occorre una 'vigile passività'. Occorre innanzitutto arginare l’invadenza dell’io cosciente, perché 'quanto più c’è io tanto meno c’è Natura, cioè il funzionamento proprio e corretto dell’organismo'.
Quest'ultima asserzione è una verità spirituale scoperta dai maestri della preghiera che sostiene 'Quanto più c'è Io, tanto meno c'è Dio'. Una verità riscoperta anche in campo psicologico: l'Io cosciente ha un ruolo importante nell'indebolire le resistenze del corpo e predisporlo alla malattia.
Quando si è troppo agitati o spaventati, quando ci si tormenta o ci si angoscia troppo a lungo, l'io cosciente può ridurre il proprio corpo in un tale stato che svilupperà, ad esempio: ulcere gastriche, tubercolosi, malattie coronariche e un'intera folla di disordini funzionali di ogni tipo e gravità. E stato dimostrato che perfino la carie, nei bambini, è spesso in relazione con stati di tensione emotiva dell'io cosciente. Era pertanto inconcepibile che una funzione, in così intima relazione con la nostra psiche, come la vista non resti influenzata da stati di tensione aventi la loro origine nell'io cosciente.

L’arte di vedere
di Aldous Huxley
Traduzione di Giulio Gnoli Piccola Biblioteca Adelphi
1989, 14ª ediz., pp. 217
ISBN: 9788845906992

domenica, aprile 26, 2015

Due libri sulla violenza e la crudeltà dei regimi carcerari sotto le dittature.

Musica per lupi. Il racconto del più terribile atto carcerario nella Romania del dopoguerra di Dario Fertilio (2012 - Marsilio editore) e Fuga dal campo 14 di Blaine Harden (2014 - Codice editore).

Recensisco insieme questi due libri che trattano dello stesso terribile argomento: il sistema carcerario dei regimi totalitari: in questo caso quello della Romania nel dopoguerra e quello della Corea del Nord attuale.
Descrizioni e racconti di un orrore indicibile. Spesso leggendo Musica per lupi mi è venuto voglia di interrompere la lettura: le torture, le crudeltà, le costrizioni e la morte ricercata come liberazione dalle condizioni inflitte trasmettono al lettore una tristezza infinita. Un vero pugno nello stomaco. Si comprende un 'cuore di tenebra' così oscuro che mette in discussione per chi crede l'esistenza di un Dio; di una trascendenza umana che si eleva verso il bene. No, qui si va verso il basso, verso un'ombra che sprofonda nel buio più cieco; qui si tocca la depravazione, la bestialità di un animale umano difficile da comprendere. Ancora si leva l'interrogativo di Primo Levi: Se questo è un uomo. Lo è?

I libri me li ha dati da leggere l'amica Stefania Matteini. Anche lei è rimasta sorpresa di quanto male si sia compiuto (quello descritto con Musica per lupi) e che ancora oggi ai giorni nostri prosegua in Corea del Nord (descritto conFuga dal Campo 14). L'esperienza di Shin Dong-Hyuk, il coreano nato e cresciuto nel campo di prigionia Campo 14 è di oggi. E' attuale. La Corea del Nord perpetua, verso quelli che sono ritenuti avversari del regime di Kim Jong-un, una condizione di terrore che rimanda al nazismo.
In Musica per Lupi si racconta del gulag di Pitesti; quello che ha creato Turcanu, un cosiddetto rieducato al sistema del regime, che usa le torture subite prima da lui e perfezionate in crudeltà sulle altre vittime. Un incubo. Pagine di storia sconosciute.
Tra il 1949 e il 1952 ebbe luogo in Romania il famigerato Experimentul Piteşti, un regime carcerario basato sulla tortura fisica e psicologica che riguardò da 1000 a 5000 detenuti politici.
In questi luoghi- come nelle società totalitarie -la delazione, ovvero le spiate, rappresenta il comune denominatore della relazione tra i prigionieri e carnefici. Va aggiunto poi che esisteva una turnazione tra vittime e carnefici cosicché ognuno si trasformava in brutale torturatore, in cinico e spietato individuo. Un rituale di violenza e depravazione che creava un inferno inaudito.
E' in questo rituale di scambi che si forma la figura di Eugen Ţurcanu, un ex studente di destra che si trasformato in un zelante cane da guardia comunista. Questo feroce aguzzino guidò quella spietata organizzazione fino al 1952, quando un tardivo processo finalmente pose fine all'orrore con 20 condanne a morte, compresa quella di Turcanu.
I meccanismi psicologici, più volte studiati, trovano in questi microcosmi di inferno la conferma che quando ci avviamo verso la negazione del Sè ci spingiamo a consegnare la nostra libertà nelle mani del dittatore di turno.
Nel racconto di Dario Fertilio il meccanismo viene mostrato all'opera, non nel popolo ma, nella coscienza individuale dove il dolore, la violenza è patita nella carne martoriata...'perchè oltre certi limiti di sofferenza non si può continuare ad essere uomini': così dice un personaggio sopravvissuto a Pitesti.

In Fuga dal Campo 14, Blaine Harden racconta la storia del giovane Shin Dong-hyuk; lo fa riassumendo un lungo lavoro durato 2 anni, per permettere allo stesso protagonista di raccontare al meglio una storia che ha dell'incredibile. Shin Dong-hyuk, è l’unico uomo che sia ad oggi riuscito a fuggire dai terribili campi di prigionia, dove vi era nato, della Nord Corea.
Shin Dong-hyuk è nato in quel campo 14 nel 1982 e la sua famiglia era prigioniera lì da decenni; lui non sa cosa sia l’affetto ed ha affrontato le torture e la schiavitù con l’indifferenza di chi deve sopravvivere.
Anche in questo caso esiste una realtà poco conosciuta. Il Campo 14 è grande quanto Los Angeles e visibile su Google Map: ma rimane invisibile agli occhi del mondo.
Dopo la fuga e l'avventurosa conquista della libertà a 23 anni, Shin affronta la prova più difficile: fare i conti con le sue azioni, il dolore e i ricordi.
L'originalità del percorso del protagonista è un percorso a tappe doloroso. Chi è stato allevato in un contesto di mancanza d'affetto, di casa, senza valori e amicizie cosa può diventare? Shin non sa nulla del mondo esterno. Tutto il suo mondo è costituito dalle regole carcerarie dove chi le sgarra viene fucilato. Il ragazzo cresce circondato dalla violenza, la quale non arriva soltanto dalle guardie e dai soldati, ma anche dai prigionieri. Essi stessi sono i primi a non conoscere alcun tipo di pietà reciproca, né ovviamente alcun senso di comunità. La sua vita non conta niente. Ecco che lui progetterà la fuga solo per una questione di fame, di voglia di assaggiare carne e altri cibi di cui aveva sentito raccontare da un prigioniero. Per la fame denuncia il fratello e la madre per avere parlato di fuga. Vedrà gli stessi uccisi davanti ai suoi occhi e tutto questo avverrà senza il suo minimo rimorso.
Interessante è seguire i diversi passaggi che hanno portato questo ragazzo a testimoniare la sua esperienza facendo molte conferenze nel mondo.
Ad esempio Shin Dong-hyuk è stato a Torino il 26 settembre dello scorso anno, per Torino Spiritualità, ed era nuovamente in questa città il 22 aprile di quest'anno ospite della Scuola Holden -sempre per parlare del suo libro.

Due libri per un viaggio all'interno dell'uomo: delle sue brutture e il suo possibile riscatto.

lunedì, aprile 13, 2015

Ognuno muore solo di Hans Fallada

Ognuno muore solo è un libro molto corposo: oltre 700 pagine per raccontare la realtà sotto il regime nazista con il controllo della Gestapo contro i veri o presunti nemici del Terzo Reich tedesco. Ammetto che ho impiegato diverso tempo per leggerlo...ogni tanto lo tralasciavo: la storia tristissima mi spingeva ad abbandonare la lettura, ma poi riprendevo dalla voglia di sapere cosa mai combinassero i due protagonisti: Anna e Otto Quangel, lui caporeparto lei casalinga.
Hans Fallada descrive le azioni, successe veramente, di questi coniugi berlinesi nel denunciare i misfatti della propaganda nazista lasciando in giro cartoline per la città. Nessuna resistenza organizzata al terrore nazista, solo la disperata azione individuale di pochi. Perciò ogni uomo muore solo; perciò le vite si consumano e si intrecciano per raccontare una triste storia di solitudine, di fanatismo, di spie e di paura. Il degrado spinge in basso tutti e i tanti personaggi che si incontrano convergono in un unico destino che vede la Germania teatro tragico del disfacimento umano.
L'autore Hans Fallada, pseudonimo di Rudolf Ditzen (1893-1947), scrisse l’opera nel tardo 1946, in ventiquattro giorni, appena prima di morire. Hans Fallada è stato uno scrittore tedesco tra i più conosciuti e le sue opere sono state tradotte in molte lingue. Io non lo conoscevo, anche se ricordo in parte uno sceneggiato televisivo dei primi anni sessanta con il titolo Tutto da rifare pover'uomo - con l'interpretazione, fra gli altri, di Ferruccio De Ceresa nel ruolo del protagonista, Paolo Poli, Luigi Vannucchi, Carlo Romano e Laura Betti - che fu tratto da E adesso, pover'uomo?: l'opera di Hans Fallada più conosciuta. Il racconto di Ognuno muore solo, anche se io ho trovato delle ripetizioni e delle lentezze nel ritmo degli avvenimenti con divagazioni su molti personaggi, quando riesce a coinvolgerti trascina in un vortice di tensione da thriller. I due coniugi protagonisti tra molti personaggi, crescono in stima da essere considerati pur nella loro ingenuità degli eroi: l'unico barlume di coscienza in una nazione, che esprime solo odio e paura; solo oppressione e fanatismo.
Un libro per conoscere quel poco di resistenza tedesca a Hitler.
Dello stesso autore va ricordato, oltre al succitato E adesso, pover’uomo? (2008) anche Nel mio paese straniero (2012) edito sempre da Sellerio.