martedì, dicembre 02, 2014

Quale politica per le riforme? Bussola per un orientamento a sinistra - Recensione di Sergio Dalmasso

Dopo due precedenti scritti più brevi, Luigi Fasce, per anni psicologo-psicoanalista, offre con questo libro la sintesi del proprio pensiero politico, della propria visione del mondo. Lo fa in modo corrispondente al proprio carattere, con passione, energia, ottimismo.
Nel testo vi è addirittura "troppo": analisi di posizioni politiche, definizioni di termini, brevi notazioni storiche su decenni di vicende italiane, discussione sul ruolo degli organismi internazionali. La bibliografia è ampia e va dalla storia alla politologia, dalla psicoanalisi (in particolare Erich Fromm) alla ecologia, dall'economia al diritto.

Possiamo, schematicamente, dividere le duecento pagine in tre parti:
1) la distinzione fra destra e sinistra, alla ricerca di una "rosa di valori" che le contraddistingua (chiaro il riferimento a Norberto Bobbio). La rassegna delle ideologie politiche (e anche la loro crisi) è articolata negli spazi di destra (autoritarismo, liberismo, uso della violenza...) e sinistra (eguaglianza, attuazione della Carta costituzionale, scelte ambientali...). E' qui inserito l'indiscutibile valore della laicità.
2) La centralità del tema del lavoro per una "società diversamente ricca" (è chiaro il richiamo ad una espressione di Riccardo Lombardi, altro riferimento di Fasce). Il lavoro è al centro della Costituzione e base per una repubblica "liberaldemocratica".
3) L'apertura del discorso alla realtà internazionale. Il nemico peggiore è il neoliberismo che deve essere superato da una politica di riforme, con forte connotazione ecologica.

I riferimenti che compaiono nel testo sono in particolare: - il manifesto del liberalsocialismo (1941) di Calogero e Capitini, i due nomi ai quali è intestato il circolo culturale di cui l'autore è presidente - il manifesto di Ventotene alla base dell'idea europea - il documento del congresso di Bad Godesberg (1959) del Partito socialdemocratico tedesco.
Il neoliberismo è declinato nei suoi atti, nella sua ideologia, nelle conseguenze nefaste sullo stato sociale e sull'ecologia:
- privatizzazione delle banche e delle imprese di interesse pubblico. L'esempio più chiaro è la "privatizzazione" della Banca d'Italia, una delle cause delle difficoltà economico - sociali del nostro paese.
- cancellazione dei vincoli di movimento di denaro, merci e manodopera. Ognuno ricorda i timori per l'iniziativa sulla Tobin tax, piccolo vincolo alle transazioni finanziarie, giudicato insostenibile dal potere economico. La circolazione della manodopera produce tutte le contraddizioni (razzismo, scontro fra etnie, crescita della guerra tra i poveri...) che vivono le società di capitalismo sviluppato.
- cancellazione dell'intervento pubblico in economia, considerato parassitario e nemico della "libera concorrenza".
- soppressione progressiva dello stato sociale.
- cancellazione di ogni vincolo di tutela ambientale.
A questa deriva l'autore contrappone una "terza via ad alta intensità socialdemocratica" e soprattutto il riferimento a Olof Palme e al suo progetto (il piano Meidner), interrotto dalla tragica morte e basato sulla cogestione e con la possibilità da parte dei lavoratori di comprare azioni in borsa e diventare azionisti di riferimento "golden Share" delle imprese e sull'uso di parte dei profitti per fini sociali.

Ancora l'attuazione della Costituzione, vero riferimento per la sinistra.

Mi permetto alcune considerazioni che spero servano per una maggiore discussione e per mettere in luce posizioni e matrici, anche diverse, che possono convergere sulle grandi attuali emergenze.
1) Fasce usa il termine comunismo partendo da un giudizio sul comunismo storico novecentesco e sulle esperienze di "socialismo reale" (dall'URSS all'Europa dell'est, dalla Cina alla Corea del nord).
Credo, non da oggi, che occorra sempre distinguere tra la deriva del movimento comunista e le sue origini ed i suoi principi, forse ancora sulle sue potenzialità.
Continuo a pensare alla funzione epocale della rivoluzione sovietica, durante il macello della prima guerra mondiale, prodotta da contrasti inter-imperialistici e dal cedimento della socialdemocrazia, a figure come Rosa Luxemburg, alla riflessione preziosa di Gramsci, ai movimenti anticoloniali ed antimperialistici, al Che, grande non solamente per il sacrificio, ma per le posizioni internazionaliste e antiburocratiche, a tanti pensatori del "marxismo occidentale", alla riflessione, purtroppo tardiva, avvenuta dopo la sconfitta, di Trotskij, a tanti autori cancellati, a milioni e milioni di militanti per cui il comunismo è stata la più grande speranza laica della storia.
2) La socialdemocrazia è non solamente quella di Palme o di Brandt. A parte il peccato originale dell'aver accettato la guerra mondiale ed in alcuni casi anche il colonialismo, ed il fatto che quella italiana sia stata la peggiore a livello europeo, anch'essa vive difficoltà profonde.
In Grecia, le scelte del PASOK sono attualmente tra le cause della crisi frontale del paese, in Francia mai un presidente è stato impopolare quanto Hollande, la politica del governo produce uno spostamento a destra che fa crescere esponenzialmente Sarkozy e LePen, la socialdemocrazia tedesca  governa con la Democrazia cristiana della presidente Merkel, i governi Zapatero, in Spagna, hanno bene operato sulle libertà civili, ma sono stati incapaci di affrontare le questioni sociali (disoccupazione, povertà, migrazione). I governi socialisti in Portogallo vedono un bilancio negativo, il laburismo inglese ha continuato, nonostante le teorizzazioni blairiane della "terza via", le politiche liberiste.
Anche la socialdemocrazia nordica che ha indubbi meriti storici nella attuazione dello stato sociale, vive una non contingente crisi di prospettiva.
Le stesse forze ecologiste, negli anni '80, viste come innovatrici e capaci di modificare il quadro politico, vivono difficoltà non episodiche, non avendo mai saputo superare l'equivoco del "né di destra né di sinistra", cosa che ha significato incomprensione delle grandi questioni sociali ed anche accettazione delle guerre neocoloniali degli ultimi decenni.
3) L'ONU. Importante il suo ruolo, fondamentali alcuni testi (la Dichiarazione dei diritti dell'uomo), significative le sue strutture (Unesco, Unicef, FAO, OIL) nate nello spirito propositivo del dopoguerra. Occorre, però, guardare alla realtà concreta, soprattutto del periodo post 1989 (crollo dell'est). La mancanza di un equilibrio nella realtà internazionale ha portato alla egemonia di un solo paese, al peggioramento delle garanzie sociali conquistate nei decenni, a guerre "democratiche ed umanitarie", al depotenziamento delle strutture sopra ricordate (pensiamo ad un continente come l'Africa). L'America latina e il BRICS, con tutte le sue contraddizioni possono costituire una alternativa o almeno elemento di correzione delle peggiori storture, ma resta il problema di un'ONU dei popoli e non strumento di potenza di uno o più paesi che applicano le ricette della Banca mondiale (anch'essa nata con altra finalità), del Fondo Monetario, dell'Organizzazione per il commercio.
4) La Costituzione italiana, vero cardine e bussola dello scritto di Fasce. Non a caso, Raniero La Valle, in "Quel nostro '900", vede in essa e nella Carta dell'ONU il rovesciamento delle logiche della storia passata per l'introduzione del concetto di eguaglianza, per il ripudio della guerra, per la sovranità attribuita ai cittadini.
Questo spirito del dopoguerra: è stato cancellato già negli anni immediatamente successivi. Non a caso l'attuazione di alcuni principi è stata rimandata per anni e si è creata la dicotomia fra Costituzione scritta e attuata (praticata).
Non a caso, la "via italiana al socialismo", teorizzata all'8° congresso del PCI (1956) era centrata proprio sulla attuazione della Costituzione, impedita dalle forze conservatrici.
- è ancora maggiormente sotto attacco oggi, per l'insofferenza di tante forze politiche, perché considerata ostacolo all'"innovazione", perché passano le formule del "meno stato", "lo vuole l'Europa", perché viviamo un progressivo appannamento del sentire sociale, perché prevale un modello basato sulla semplice crescita quantitativa, perché aumentano le diseguaglianze sociali.

L'attuazione
Nel 1954 il professor Balladore Pallieri (Università Cattolica) si chiede quale attuazione abbia avuto la Carta costituzionale e risponde tristemente: "nessuna". La paralisi ha avvolto i punti qualificanti (CSM, regioni, CNEL; Corte costituzionale, referendum), i diritti di libertà non sono più garantiti che in precedenza, nessun passo in avanti è avvenuto per i diritti sociali.
Nel decennale della Liberazione, Piero Calamandrei scrive che la Costituzione non è attuata, che si è assistito alla restaurazione dei vecchi ordinamenti, che il regime esistente è del tutto diverso da quello voluto dai costituenti.
Nel 1958, Lelio Basso, nel suo "Il principe senza scettro", esamina la nascita della Costituzione, le forme della sovranità popolare il ruolo dei partiti ma lamenta la continuità della legislazione fascista, le inadempienze, il ruolo conservatore della magistratura, il sottogoverno, il "regime" democristiano.
Ricorda come, sull'Assemblea costituente, abbia pesato il mutamento, in peggio, del quadro politico nazionale e internazionale fra il 1946 e il 1947 e come le norme siano sempre espressione di rapporti di forze.
Cita Ferdinand Lassalle, nel suo discorso sulla Costituzione: Le questioni istituzionali non sono originariamente questioni di diritto, ma questioni di forza; la costituzione reale di un paese consiste soltanto nei rapporti effettivi delle forze in esso operanti: le costituzioni scritte hanno valore e durata solo quando sono l'esatta espressione dei reali rapporti esistenti tra le forze del paese.
E continua riferendosi all'analisi di Marx ne "Le lotte di classe in Francia" sulla Costituzione francese del 1848: La Costituzione era stata eletta quando era ancora vivo lo slancio rivoluzionario del febbraio e se anche il fervore democratico s'era attenuato durante il periodo dei suoi lavori, com'è accaduto alla Costituente italiana, tuttavia la Costituzione rimaneva pur sempre la più avanzata di quei tempi. Ma l'Assemblea nazionale, eletta dopo l'entrata in vigore della Costituzione, aveva segnato un ritorno offensivo dei ceti conservatori e non si era sentita affatto vincolata alla Costituzione...
Mutato il rapporto delle forze sociali e politiche nel paese, spostato più a destra l'indirizzo delle forze dirigenti, ridotta al silenzio l'opposizione operaia, lo Stato francese veniva necessariamente assumendo una fisionomia diversa da quella che i costituenti avevano sperato. Abbiamo avuto in Italia lo stesso arretramento dalla Resistenza alla Costituente, dalla Costituente al parlamento successivo. Alla Costituzione scritta è venuta sostituendosi una Costituzione di fatto assai diversa.

Mi auguro che questo schema e queste osservazioni possano essere utili per una discussione sui temi che il libro di Luigi Fasce porta all'attenzione di tutti.

sabato, novembre 29, 2014

Se incontri il Buddha per la strada uccidilo di Sheldon Kopp

Il libro Se incontri il Buddha per la strada uccidilo di Sheldon Kopp - uno psicoterapeuta statunitense scomparso nel 1999- aiuta a prendere consapevolezza di noi che per paradosso cerchiamo una autorità esterna (psicoterapeuta, guru, filosofo, ecc) per superare i nostri disagi esistenziali. Il libro è stato scritto nel 1972 e pubblicato in Italia da Astrolabio - Ubaldini Editore nel 1975.
Sheldon Kopp, è chiaro fin dal titolo del suo libro: Se incontri il Buddha per la strada uccidilo. Già, prima o poi siamo costretti a prendere atto che quella via d'uscita non la conosce nessuno al di fuori di noi, di conseguenza la soluzione sta nel riconoscere che l'autorità che stiamo cercando siamo noi stessi.
Però intendiamoci: nessuno dice che è inutile cercare consiglio o affidarsi all'aiuto di altre persone, più o meno carismatiche, che sembrano star lì apposta per indicarci la via. Il giusto atteggiamento di fondo è sapersi relazionare con quelli che ci potranno guidare. Come non sono riusciti i nostri genitori a darci e ricette della libertà e della felicità, nessun altro sarà in grado di trasmettercele. Il loro scopo dovrebbe essere (in un gioco degli specchi') quello di indicarci i talenti che abbiamo e non sappiamo riconoscerci; oltre a trovare la relazione corretta con gli altri e il mondo.
Il ruolo importante dei maestri, terapeuti, filosofi e genitori è quello di aiutarci a scoprire dentro di noi gli strumenti che ci permetteranno di trovare la nostra strada.
In breve non dovremo mai rinunciare alla nostra autonomia: quella stessa che ci aiuterà ad assumerci la nostra parte di responsabilità nel cammino alla ricerca del nostro senso della vita.
E' un po' come per il cammino dell'individuo dall'infanzia alla maturità. Le persone adulte più autonome e indipendenti (non nel senso che non hanno bisogno di nessuno, ma nel senso che sanno stare in piedi sulle proprie gambe) in genere sono quelle che hanno potuto godere di un'infanzia nella quale hanno sperimentato la totale dipendenza, almeno nei primi anni, dalle loro figure genitoriali o di qualche adulto significativo. Diversamente sarà più facile che si renda dipendente di qualche guru, maestro o filosofo...
Ecco qui alcune perle che l'autore Sheldon Kopp mette in elenco a conclusione del libro.

Nulla dura per sempre
Non c’è alcun modo per ottenere tutto ciò che si vuole
Non puoi aver nulla a meno che non lasci la presa
Puoi conservare soltanto ciò che dai via
Ogni parte di te ha il suo valore, se solo l’accetti
In realtà non controlli nulla
Non puoi costringere nessuno ad amarti
Il mondo non è necessariamente giusto
L’essere buoni spesso non viene ricompensato e non c’è alcuna ricompensa per la sventura; nondimeno hai la responsabilità di fare del tuo meglio
Ciascuno di noi è in definitiva solo
Non ci sono grandi uomini
Tutti sono, a modo proprio, vulnerabili
Nessuno è più forte o più debole di te
Se hai un eroe, dagli un altro sguardo: in qualche modo hai diminuito te stesso
Siamo sempre tutti responsabili dei nostri atti - Nessuna scusa sarà accettata
Puoi fuggire, ma non puoi nasconderti
Impara a perdonare te stesso, più e più e più e più volte…
L’unica vittoria importante sta nell’arrendersi a se stessi
E’ importantissimo trovarsi senza più capri espiatori

giovedì, novembre 27, 2014

'Quale politica per le riforme? Bussola per un orientamento a sinistra' di Luigi Fasce

La mia recensione.
E' appena giunto nelle librerie un libro molto utile per orientarsi nel marasma della politica italiana odierna. Inoltre per l'autore Luigi Fasce c'è il particolar orgoglio che questo libro sia stato pubblicato dalla Biblion edizioni, che quest'anno compie 10 anni di attività. Questa casa editrice milanese, nata nel 2004 attraverso le sue prime collane - Civiltà del libro, Storia, politica, società, Fotografia, Circolo Polare - ha iniziato a progettare e creare nuovi percorsi di ricerca e divulgazione.
Il libro di Luigi Fasce: 'Quale politica per le riforme? Bussola per un orientamento a sinistra' si inserisce in un filone divulgativo e di riflessione politica che sono temi editoriali cui si articola la produzione saggistica della Biblion edizioni, con la collana Quaderni di politica. Questo da valore aggiunto all'opera che ha il merito di affrontare il tema dell'orientamento politico a Sinistra...e oggi sappiamo quanto ce ne sia bisogno.
Inizialmente per il titolo del libro era stato scelto da parte dell'autore: 'La cabina elettorale non è un ascensore'; ora esce con questo titolo più serioso e in linea con la collana della Biblion: 'Quale politica per le riforme? Bussola per un orientamento a sinistra'. Forse è meno intrigante però si inserisce in un contesto di domande a cui vengono date risposte e soprattutto indicazioni su rotte da percorrere a Sinistra.
Spesso ci accaloriamo in discussioni sull'origine delle crisi e sui metodi e le strade per uscirne: Luigi Fasce va al nocciolo; le sue risposte e analisi hanno il dono della sintesi. la Sinistra esiste e dovrebbe ritrovare la sua anima: un'anima che si trova nella Costituzione italiana e nello spirito liberalsocialista.
Il libro che si apre con una presentazione di Felice Besostri e la mia prefazione, contiene nella prima parte un glossario completo dei vari termini politici che vanno dal Discorso sulle ideologie al capitolo della Torre di Babele dei linguaggi, passando su Religioni e Laicità. Un aspetto didattico importante. Le altre parti: Il Lavoro Stella Polare della Sinistra e Uno sguardo sul mondo, delineano una alternativa al modello capitalista e neoliberista con lo spirito economico-sociale previsto dalla nostra Costituzione e vera bussola per una politica che non perda i suoi valori fondanti.
Ricordiamo che l'autore Luigi Fasce è un genovese, psicologo-psicoanalista adleriano, che seguendo le orme di Erich Fromm e avvalendosi dell'esperienza professionale, si cimenta nel campo della cultura politica, in particolare nella fenomenologia politica.
Luigi Fasce, Presidente del Circolo culturale di Genova dedicato a Guido Calogero e Aldo Capitini, propone terapie di orientamento laico, ecologista e liberalsocialista.

lunedì, novembre 17, 2014

La ricchezza di pochi avvantaggia tutti' Falso!

Libro di Zygmunt Bauman - ed. Laterza -la mia recensione

Un piccolo e interessantissimo libro di Zygmunt Bauman, 'La ricchezza di pochi avvantaggia tutti' Falso! -edito nel 2013 da Laterza- che punta in 128 pagine al centro dell'ingiustizia più grande del mondo: quella che genera povertà.
Questo pianeta, che dal punto di vista informatico e della circolazione delle merci sta diventando sempre più piccolo, reca con sé la povertà dovuta ad una malvagia distribuzione della ricchezza che separa sempre più i poveri dai ricchi. Tra ricchi e poveri c'è un abisso profondo che è incolmabile.
Si è sostenuto da molto tempo che solo la concorrenza, il perseguimento del profitto individuale, i premi più alti e tasse più basse al vertice stimolino l’imprenditorialità e mettano a disposizione una più grande torta economica da spartire fra tutti...la verità è che è effettivamente aumentata la ricchezza, ma senza produrre progresso economico; senza niente da spartire. Quella ricchezza aumentata paradossalmente ha generato miseria. D’altro canto, basta guardare alla disuguaglianza crescente fra poveri e ricchi: i poveri diventano sempre più poveri, nello stesso momento in cui i ricchi diventano sempre più ricchi. Non dovrebbe essere il contrario? O, quanto meno: non dovremmo star diventando tutti ricchissimi? Secondo lo slogan d’apertura, sì; ma pare che la realtà sia ben diversa.
Nella storia la diseguaglianza economica si è autoriprodotta da sempre; una conferma arriva dalla frase del Vangelo riprodotta in epigrafe al libro:
'Così a chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza, e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha'- (Matteo 13, 12). Questa non è profezia, ma una realtà che ci arriva a distanza di 2000 anni.
Paradossalmente chi genera miseria poi si trova a fare i conti con il crescere della sua ricchezza. Questa ad un certo punto si arresta. Come mai? Ecco, chi compra le sue merci, chi segue i suoi bisogni e desideri ad un certo punto non lo fa più...il calo dei salari dei consumatori sottrae la concentrazione della crescita economica dalle mani dei ricchi. La realtà di disuguaglianza sociale è dannosa per tutti o quasi tutti i membri della società. Questa disuguaglianza, questa enorme ingiustizia mette poi a rischio la democrazia. La guerra tra i poveri che si scatena coinvolgerà tutti: privilegiati, bisognosi, indifesi e gli stessi ricchi. Le attuali crisi nascono da questi meccanismi perversi; dallo scatenarsi di logiche d'arricchimento senza freni.
Con i dogmi della naturale ingiustizia che non si può sanare, per cui l'avidità crea un bene per tutti, da Margareth Thatcher in poi si è costruita la più grande ingiustizia sociale e crisi economica mondiale, mai affrontata dal sistema occidentale. La conclusione di una approfondita riflessione di Zygmunt Bauman invece dice: 'Non c’è vantaggio nell’avidità. Nessun vantaggio per nessuno. E nell’avidità di nessuno'.
La guerra economica con alla base la persistenza di una povertà sempre più spaventosa farà sprofondare le società democratiche in un baratro autodistruggente. E' evidente che più si va avanti su questa strada solo i criminali, gli arrampicatori senza scrupoli e più forti prevarranno; questo a discapito della convivenza sociale. Queste in sostanza le conclusioni di Zygmunt Bauman contenute nel libro.
Pensiamo cosa era in verità il naturale: non era né giusto né ingiusto, era semplicemente nell’ordine delle cose: dovevano essere così e basta; era normale. Era naturale che ci fossero dei privilegiati; dei nobili a cui tutto era dovuto. Il naturale era un ordine famigliare per cui era naturale avere degli schiavi; era naturale avere uno status naturalmente uguale oppure naturalmente inferiore.
John Maxwell Coetzee, formidabile filosofo e squisito romanziere -Premio Nobel per la letteratura nel 2003-, oltre che acuto rilevatore dei peccati, dei grossolani errori e delle vacuità del nostro mondo, osserva che 'Le economie competitive esistono perché noi abbiamo deciso di dare loro questa forma. La competizione è un surrogato sublimato della guerra. La guerra non è affatto inevitabile. Se vogliamo la guerra, possiamo scegliere la guerra; ma se vogliamo la pace, possiamo ugualmente scegliere la pace'.
Fermarsi dal baratro è possibile. Basterebbe volerlo al di là di quel naturale tanto astruso!

L'autore: Zygmunt Bauman è un sociologo polacco ed è uno dei pensatori più influenti al mondo. Professore emerito di Sociologia nelle Università di Leeds e Varsavia, ha pubblicato diversi saggi tra cui Voglia di comunità, La società sotto assedio, Vite di scarto, Amore Liquido, Vita liquida, Paura liquida.

Titolo: '''La ricchezza di pochi avvantaggia tutti' FALSO!''
Autore: Zygmunt Bauman
Editore: Laterza
Anno: 2013 -Pag.128 – Prezzo:€ 9,00

lunedì, novembre 10, 2014

La coscienza: due libri a confronto

La coscienza è tema di molti studi ed è argomento di trattati di filosofia, storia, psicologia, fisica, neurologia ecc. Ad oggi, la coscienza, non è stata ancora ben illustrata, cosicché continuiamo a interrogarci su cosa sia. Quella, che per certi versi è diventata una caratteristica dell'anima, certamente evolve. Ecco, al pari della morale, la coscienza da l'impressione di variare, di trasmettere stati d'animo differenti. Vediamo attraverso due libri alcune caratteristiche e teorie delle origini della coscienza.

I libri che metto a confronto sono: Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza di Julian Jaynes -uscito nel 1976, pubblicato in Italia nel 1984 da Adelphi- e La scintilla di Caino. Storia della coscienza e dei suoi usi di Carlo Augusto Viano -pubblicato nel 2013 da Bollati Boringhieri.

Il libro di Carlo Augusto Viano - La scintilla di Caino. Storia della coscienza e dei suoi usi -ripercorre la parabola della coscienza nel percorso storico-politico e religioso che ha portato all'idea del concetto di coscienza morale. Soprattutto Carlo Augusto Viano indaga l'accidente storico che cambia la coscienza e la sua natura di volta in volta, da chi la richiama e la lega ai suoi interessi. La coscienza acquista una dimensione etica e morale. La coscienza uno strumento per la relazione privilegiata con Dio.
Il titolo del libro di Carlo Augusto Viano richiama alla scintilla conscientiae che secondo Girolamo 'non si era estinta neppure nel petto di Caino'. La consapevolezza di un male compiuto viene conservato dal delinquente per antonomasia.
Carlo Augusto Viano tratta dell’uso e dell’abuso del concetto di coscienza morale. E lo fa con vigile spirito critico, attento alle giustificazioni interessate, agli alibi e all’auto-inganno di quanti vi fanno ricorso. L'insieme del racconto che l'autore propone è sorretto dalle conoscenze filosofiche e storiche.
L’interpretazione della coscienza ha subito non poche trasformazioni nel corso del cristianesimo. La coscienza è entrata in modo laterale nella cultura cristiana, soprattutto a opera di Paolo di Tarso, che l’ha invocata in occasioni diverse, ma sempre come uno strumento per difendere il modo in cui svolgeva la propria missione. Contro l’ostilità di altri predicatori, che dovevano avere qualche vantaggio su di lui, si richiamava alla coscienza, come luogo cui Dio ha pieno accesso, per difendere le proprie posizioni, sulle quali si potevano nutrire dubbi. Ma il richiamo alla coscienza gli serviva anche per giustificare l’indulgenza nei confronti degli ebrei convertiti, che restavano fedeli ai propri tabù alimentari: li considerava coscienze deboli, che, incapaci di liberarsi dagli scrupoli, anche da quelli indebiti, vanno tuttavia rispettate.
Si profilava così una doppia interpretazione della coscienza, come sede di scrupoli, che possono essere ingiustificati perché suggeriti dalle circostanze accidentali, nelle quali le credenze, anche quelle religiose, si formano, e come strumento di comunicazione diretta con Dio. Una parte della cultura cristiana ha cercato di dare alla coscienza un contenuto, identificato con la legge naturale.
Per Carlo Augusto Viano la coscienza conserva una ambiguità di fondo che attraverso una scala di finzioni, arriva a degradarsi. La condanna di tali distorsioni (provocate da convinzioni religiose incapaci di separare quel che è di Cesare da quel che è di Dio) è netta. Il lato oscuro e ambiguo dei richiami alla coscienza, che mettono in gioco contenuti pubblici presentati come privati, ai quali solo il titolare della coscienza ha accesso, ha risultati controversi: non si tratta di un errore della coscienza o del suo uso, da correggere con qualche filosofia, ma dell’uso effettivo ed efficace della coscienza.
Quando il peggior malfattore dice ho la coscienza a posto o io so, nella mia coscienza, quali erano le mie intenzioni, chi gli nega il diritto di accampare queste scuse? Ma chi ignora che esse non vanno prese sul serio? Quando, messo alle strette, uno si appella alla propria coscienza, non gli si fanno storie, anche se si può prevedere ciò che dirà: ciò che dicono tutti in quelle condizioni. Nel raccontare la storia della coscienza il problema dell’obiezione di coscienza, diventa centrale nel libro, viene inquadrato sia all’interno della tradizione cristiana, dove la coscienza del singolo è considerata un santuario che custodisce la presenza di Dio in noi, sia nel pensiero filosofico, dove in genere rappresenta la voce interiore del dovere.

Quello che unisce i due libri è quindi il concetto di trasformazione della coscienza attraverso i tempi.

Il percorso indicato invece dal libro Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza, di Julian Jaynes, sovverte ciò che si era pensato fino allora: il punto di partenza e di arrivo è la divisione del cervello in due emisferi. Il libro, che è strutturato in tre parti, affronta il problema della nascita della coscienza. Ma cos'è la coscienza? L'autore parte da questa domanda per svolgere un lungo excursus su quello che noi erroneamente pensiamo sia la coscienza. La coscienza non è il ragionare, il pensare, il calcolare, il riflettere, il fare esperienza per imparare o formulare concetti...è qualcosa che ha a che fare con la mente e con la sua formazione nel doppio cervello, che porta ad una coscienza della coscienza. La coscienza si rivela essere un linguaggio metaforico col quale comprendiamo la realtà delle cose.
Per Julian Jaynes, all'inizio quello che chiamiamo coscienza era un'insieme di voci che muovevano gli uomini come fossero automi e che li facevano cantare poesie epiche attraverso le loro labbra. Erano voci le cui istruzioni, le cui parole, potevano essere udite distintamente – allo stesso modo delle voci che sentono gli schizofrenici. Voci che parlavano costantemente dall'interno del sistema nervoso: dio è parte dell'uomo.
La coscienza nasce nel momento che la mente bicamerale, ossia la suddivisione equilibrata del cervello diviso in due emisferi, cessa. Quando l'emisfero destro, che possiede le aree del linguaggio in grado di comunicare prende il sopravvento su l'emisfero sinistro, che invece non riconosce le voci come proprie.
Jaynes individua anche un preciso periodo storico: è il momento del passaggio da una società di cacciatori a una società stanziale di agricoltori, raccolti in piccole città che richiede lo sviluppo di capacità di trasmissione dei comandi a distanza nello spazio e nel tempo. Allora entra in gioco l’emisfero destro. E' il momento che nasce anche la scrittura e avviene quel fenomeno, ancora misterioso, che a tutte le cose venne dato un nome.
Julian Jaynes seppure professore di psicologia a Princeton è stato uno studioso che spaziava in diversi campi del sapere quali l'archeologia, la letteratura antica, la linguistica, la neurologia, l'arte e l'architettura. Ed è con questi strumenti che Jaynes affronta l’analisi della nascita della coscienza. Il primo oggetto che Jaynes decide di studiare è l’Iliade, il poema con il quale inizia ufficialmente la letteratura occidentale; il risultato è sconcertante: nell’Iliade non esiste coscienza. Per lui quella che definiamo oggi coscienza è il frutto dell'evoluzione umana.
La realtà della coscienza è dello stesso ordine della matematica: più che una cosa, o un serbatoio di oggetti, è un operatore, che lavora su analoghi e metafore del mondo reale. E uno degli oggetti sui quali opera è l’analogo io. La coscienza è in grado di costruire una rappresentazione metaforica, o analogizzata, dell’io, che può essere fatto muovere in un mondo virtuale, al fine di prendere una decisione: è il modo con il quale ciascuno di noi sceglie un lavoro, un compagno, una casa. Senza questa capacità di vedere se stessi, di pensare ai propri pensieri, di immaginare il futuro o di rielaborare il passato, non c’è coscienza.
Tutto è racchiuso nel dramma vissuto dall’umanità nel corso degli ultimi 4000 anni: nel II millennio a.C. abbiamo smesso di sentire le voci degli dèi. Nel I millennio a.C. si sono estinti anche quelli di noi che ancora udivano le voci, i nostri oracoli e profeti. Nel I millennio d.C. è attraverso i loro detti e le parole divine da loro udite e preservate nei testi sacri che noi continuiamo a obbedire agli dèi perduti. Nel II millennio d.C. questi scritti perdono la loro autorità. La Rivoluzione scientifica ci distoglie dagli antichi detti per andare alla scoperta dell’autorizzazione perduta. Ciò che abbiamo vissuto in questi quattro millenni è la lenta, inesorabile profanazione della nostra specie.
Riassumendo brevemente i passaggi di Jaynes sono: l’emisfero destro possiede aree del linguaggio in grado di comunicare con l’emisfero di sinistro, che non riconosce le voci come proprie; nell’Iliade, un libro di tremila anni fa, non c’è traccia della coscienza, e gli eroi sembrano mossi da voci divine; il passaggio da una società di cacciatori a una società stanziale di agricoltori raccolti in piccole città richiede lo sviluppo di capacità di trasmissione dei comandi a distanza (nello spazio e nel tempo): entra in gioco l’emisfero destro; la coscienza non entra nella maggior parte delle azioni complesse che un uomo può compiere.
Bisogna aggiungere che sul piano scientifico la teoria di Julian Jaynes ha già ricevuto dei riscontri positivi. Nel 1963 due studiosi, Penfield e Perot, stimolando l’area di Wernicke (area dell'emisfero sinistro) di settanta pazienti, risultò che i pazienti udirono voci, ammonizioni, consigli, provenienti da luoghi strani e sconosciuti, altri rispetto a sé: altri udirono musiche, melodie ignote che erano in grado di canticchiare al chirurgo. Alcuni sentirono la voce della madre, altri di un uomo che poteva essere loro padre e del quale avevano paura; molti intimavano alle voci di smettere di parlare o di urlare. Praticamente tutti non riconoscevano come proprie quelle voci.
Jaynes stringendo il cerchio attorno alla tesi principale del libro: all'inizio quello che chiamiamo coscienza era un'insieme di voci che muovevano gli uomini come fossero automi e che li facevano cantare poesie epiche attraverso le loro labbra. Erano voci le cui istruzioni, le cui parole, potevano essere udite distintamente – allo stesso modo delle voci che gli schizofrenici. Voci che parlavano costantemente dall'interno del sistema nervoso: dio è parte dell'uomo. Per Jaynes: 'Dopo il crollo della mente bicamerale ogni dio è un dio geloso' (p. 399).
In fondo la coscienza si piazza in parte in quell'Io freudiano che, attraverso una propria rappresentazione metaforica o analogizzata, riesce a fare le scelte; prendere delle decisioni con le quali ciascuno di noi sceglie un lavoro, un compagno, una casa. Senza questa capacità di vedere se stessi, di pensare ai propri pensieri, di immaginare il futuro o di rielaborare il passato, non c’è coscienza. La teoria di Jaynes è suggestiva e ricca di molte riflessioni su cui dobbiamo fare i conti.

mercoledì, novembre 05, 2014

Il piccolo fascista che alberga sempre nella natura umana

Viviamo momenti difficili, momenti di straordinaria crisi, da cui una volta - ma non è detto che non possa succedere anche oggi- si usciva con guerre o dittature.
Ritornare ad esperienze del passato è facile ed il motivo è anche semplice: tutti conserviamo in noi un 'piccolo fascista'. Alberga nella nostra natura un sentimento di conservazione che ci tiene legati al sangue, alla tribù e rappresenta l'ostacolo più forte all'evoluzione umana. L'ingordigia e la violenza dell'uomo delle caverne, che avevano un senso per superare le difficili condizioni di vita di quei tempi, sono giunte fino a noi attraverso quel piccolo fascista, trasformando l’egoismo in crudeltà.
Per questo bisogna ricordare che il fascismo, come il nazismo, non sono soltanto fenomeni politici, ma sono anche il disperato tentativo di fermare la volontà di andare oltre: prefigurare un mondo migliore. Sono forme di disumanità. Quel dittatore o leader politico che sarà capace di estrarre il piccolo fascista da ognuno facendogli svolgere il suo ruolo sociale e a recitare la sua parte, riuscirà a far ripetere la storia degli orrori passati.
Che fare? Teniamo gli occhi ben aperti facendo attenzione a chi si professa guida infallibile, padre, duce...tutto naturalmente dopo aver dato uno sguardo attento dentro di noi.
Ippolyte Taine- filosofo, storico e critico letterario francese, che riduceva la psicologia a fisiologia, faceva discendere tutto a fattori deterministici dettati dalla Natura. Taine ricordava: 'la zoologia ci mostra che l’uomo ha i canini; stiamo attenti a non provocare in lui l’istinto carnivoro e feroce. La storia mostra come gli stati, i governi, le religioni, le chiese e tutte le istituzioni sono i mezzi grazie ai quali l’uomo (animale e selvaggio) acquisisce la sua piccola parte di ragione, giustizia e verità. Così si creano le civiltà: una mano di vernice sottilissima, sotto la quale si trovano intatti gli istinti e le passioni primitive dell’animale uomo. (Lombroso)'.
Ancora Ippolyte Taine: 'Dentro di noi c’è sempre un selvaggio, un pazzo addormentato e incatenato sempre pronto ad uscire dalla caverna del nostro cuore. La normalità diventa il risultato di una costante allerta contro le latenti potenze di disgregazione. Come la malattia è sempre pronta ad intaccare il corpo; così la follia è pronta a impossessarsi dello spirito'.

domenica, novembre 02, 2014

NON DITE MAI A UN BIMBO: "NON DEVI PIANGERE"

Il bisogno di controllare tutto, specialmente i sentimenti genera persone infelici e frustrate.
Eppure quante volte abbiamo sentito dire: Non devi piangere; Non devi arrabbiarti; Non devi essere triste; Non fare la femminuccia, un vero maschietto non piange; Non frignare, una signorina non piange...
Si parte con queste affermazioni, da parte dei genitori, per non vedere soffrire i figli o farli smettere di lamentarsi e fare i capricci, -questo può risultare giusto- ma attenzione, si possono anche provocare dei danni!
Intanto si potrebbe instaurare una incapacità a fare esprimere le emozioni. Reprimere il dolore diventa così una pratica normale a cui sottostare per essere accettati dagli altri.
Attraverso quelle frasi, dette prima e introiettate dal bambino, si rischia di far perdere alle persone il contatto con il proprio mondo emozionale e ad esprimere così la vasta gamma degli stati emotivi.
Per l'integrità psico-affettiva noi sviluppiamo una intelligenza emotiva che aiuta a gestire i sentimenti, non disperdiamola.
La questione di fondo è il nostro rapporto con il dolore. Il bambino va aiutato a comprendere, nominare ed esprimere i suoi sentimenti come manifestazioni naturali e non dannose anche se a volte dolorose. Se ridi, se senti gioia è naturale poi piangere e sentire dolore. Se puoi sentirti allegro poi puoi arrabbiarti, essere triste...non bisogna reprimere niente e questo vale il nostro equilibrio psichico.

Gestire i sentimenti soprattutto quelli dolorosi è importante. Piangere per un dolore, un lutto, fa bene: aiuta a scaricare l'energia prodotta nella sofferenza. Solitamente le manifestazioni psicopatologiche che affliggono spesso le persone, come la depressione, le ansie eccessive, i disturbi dissociativi e psicosomatici ecc., nascono dalla incapacità di dare espressione al nostro dolore.
Per questo, non dite mai a un bambino: Non devi...
Quando compare un dolore dentro di noi impariamo ad abbracciarlo, anche piangendo e consolandoci ma senza reprimerlo; non giudichiamoci male per questo. Con i sentimenti ci sentiamo vivi e con la compassione verso noi stessi impariamo a volerci bene.
Per questo, dite ad un bambino: Raccontami, ci sono qua io...

venerdì, ottobre 31, 2014

La strutturazione del tempo come strutturazione della comunicazione

La strutturazione del tempo è stata introdotta da Eric Berne come categoria generale entro cui ricadono tutte le possibili serie di transazioni. Si tratta di una forma di 'strutturazione della comunicazione'.
Ciao e poi? Questo è il titolo di un libro di Eric Berne (in Italia edito da Bompiani) che parla dei copioni, degli stati dell'Io e dei giochi all'interno dell'Analisi Transazionale. Dal titolo però emerge uno speciale problema umano: quello della strutturazione del tempo. Il tempo ha da sempre fatto interrogare gli uomini e ancora di più li ha posti di fronte al suo scorrere ineluttabile, senza che loro stessi non assumessero una posizione esistenziale verso questo tempo.
Per l'autore Eric Berne, dove esiste in fondo ad ogni tipo di comunicazione il modo di dare e ricevere delle carezze; queste comunicazioni sottostanno a 6 modelli:
L'isolamento
, quando ci si sottrae alla relazione sociale. Spesso diventa un caso limite che ci blocca nel perseguire ciò che realmente vogliamo. Oppure quando assorti nei nostri pensieri e dalle nostre fantasie ci estraniamo dagli altri; in un caso di riflessioni o ricarica ci sono valenze positive.
Il rituale, le relazioni schematizzate, prevedibili e stereotipate come i semplici saluti: Ciao, come stai? Bene e tu?
Questi scambi che 'accarezzano' i relatori sono molto praticati nelle cerimonie religiose o in comportamenti di costume tradizionali in molti paesi africani. Si pensi che nelle tribù dei Dogon in Mali, il rito del buongiorno può durare oltre mezz'ora. Vengono ricordati tutti i membri della famiglia ecc.
Il passatempo, sono le conversazioni più o meno strutturate, meno stereotipate dei rituali, che si focalizzano su argomenti relativamente innocui. Il gossip e il calcio la fanno da padroni. Poi ci sono la moda, il cinema, gli spettacoli etc. Anche il sesso diventa un importante passatempo. Pensandoci bene, anche estraendolo da una relazione intima d'amore, il sesso è il passatempo preferito dalla maggioranza. Peccato che sia quello che all'atto in sé forse dura meno di tutti gli altri. Per il calcio e gli sport esistono invece trasmissioni ininterrotte che alimentano la chiacchiera oltre ogni limite.
Sul passatempo bisognerebbe indagare l'avvento dei social-network: l'era del digitale ha certamente amplificato l'offerta.
L'attività lavorativa, è diretta al raggiungimento dello scopo basilare di trovare le risorse vitali: soldi, casa, cibo, beni materiali, oggetti, comodità ecc. In questo caso l'attività non si riduce al semplice parlare, e a volte può essere anche un hobby, il cui raggiungimento del risultato programmato è fonte di carezze.
Il gioco, il gioco in questo caso è quella forma di comunicazione reciprocamente distorto ed ingannevole, per avere carezze. Con queste relazioni si ha l’amara sorpresa per entrambi i giocatori di una sensazione finale di stupore e di spiacevolezza: è il nucleo della teoria-pratica dell'Analisi Transazionale. Il gioco qui inteso è costituito da un inizio e da una sequenza ripetitiva di transazioni incongruenti, tra il livello sociale (esplicito) e quello ulteriore (psicologico), da una fine e da un tornaconto che spinge i giocatori a partecipare.
L'intimità, è la relazione sana e autentica che permette lo scambio di carezze positive. Con l'intimità possiamo esprimere le nostre emozioni e i nostri pensieri in modo diretto e autentico. Nell’intimità, anche se ci sentiamo vulnerabili, ci assumiamo personalmente il rischio e la responsabilità dell’esito dello scambio; tutto l'opposto del gioco dove ogni giocatore cerca di addossare all’altro la responsabilità dell’esito nefasto.

Spero che questa breve disamina sulla strutturazione del tempo sia stata utile. Un piccolo contributo alla presa di consapevolezza del nostro agire, al sapere di noi e delle nostre dinamiche sociali.

lunedì, ottobre 27, 2014

A proposito di carezze

A proposito di carezze, menzionate nel post precedente, bisogna sapere che la natura e la gestione di queste ultime sono state analizzate dallo psicologo statunitense Eric Berne con il libro: A che gioco giochiamo, edito da Bompiani.
Egli descrivendo i giochi, ovvero quelle relazioni costruite artatamente per procurarci degli stimoli, conferme d'esistenza, ha parlato in sostanza delle carezze- manifestazioni che confermano che noi esistiamo, siamo qui e vivi.
Nel libro di Eric Berne, che illustra la teoria-pratica dell'Analisi Transazionale, il termine carezza è inteso come una unità di stimolo per la relazione. Le carezze possono essere di diverso tipo, grado e modalità; possono essere fisiche, verbali, mimiche, mediali, condizionate o incondizionate, distruttive o costruttive, positive o negative. La fame di carezze o di stimoli -che ha ognuno di noi e potremo aggiungere ogni essere vivente-, è fame di riconoscimento ed è importante come il cibo e l'aria. Questa fame è così sentita che si preferisce una carezza negativa (es. un rimprovero o uno schiaffo) piuttosto che l'indifferenza. Senza carezze non si vive.
E' stato riconosciuto da studiosi della materia che i neonati hanno bisogno delle carezze fisiche: hanno bisogno per crescere bene e sani di essere manipolati, toccati, massaggiati. Crescendo poi le carezze fisiche si trasformano in verbali, e qui le lodi, i complimenti, gli incoraggiamenti sono importantissimi nello sviluppare personalità positive.
Le carezze sono così importanti che in mancanza di carezze buone si preferiscono le sberle. La fame di carezze è diversa in ognuno di noi, c'è a chi non bastano mai e chi riesce a vivere anche con una sola carezza al giorno. Un esempio di un bisogno elevato di carezze è dato dai divi dello spettacolo o dai personaggi pubblici, per cui le carezze ricevute con il successo o la riconoscibilità, pare non bastino mai; cadere nella dimenticanza, li fa sprofondare in gravi crisi depressive. Per contro ci sono persone, soprattutto anziane, che a volte la carezza si riduce ad un semplice 'buongiorno', ricevuto per strada per farle sentire vive e riconosciute -loro che spesso diventano cittadini invisibili.

Secondo Claude Steiner (un allievo di Eric Berne), in occidente i bambini vengono allevati attraverso una gestione delle carezze basata su 5 punti: 1) Non chiedere carezze 2) Non dare carezze 3) Non accettare carezze 4) Non rifiutare carezze negative 5) Non accarezzare te stesso.
Chi viene allevato rispettando queste regole, vive cercando beni materiali, si accontenta di essere frustrato, insultato e infine cerca sostitutivi alle carezze tipo il bere e la droga. Rifiutare invece queste regole dell'educazione occidentale, significa conquistare l'autonomia e l'intimità rifiutando carezze negative.
Va da sé poi aggiungere che il sistema per avere le carezze più appaganti, quelle che ti portano in paradiso e ti fanno felice, sono quelle dell'amore. Quelle date nello scambio intimo tra chi si ama: lì ci sono le carezze più vere. Allora 'Buone carezze a tutti'.

mercoledì, ottobre 22, 2014

L'arte del sapere di noi: arte del vivere, arte del benessere.

Il più grande psicoanalista junghiano vivente, James Hillman, lo aveva detto: la psicoanalisi più che una scienza, una terapia o altro, è un'arte.
Anche il compianto Aldo Carotenuto -psicoanalista, scrittore e docente di Psicologia alla Sapienza di Roma-, aveva affermato nei suoi libri che l'aspetto terapeutico di una psicoanalisi era dovuta allo scambio empatico tra analizzato e analizzante...l'analizzante per primo doveva riconoscere in sé la ferita che produceva il malessere dell'analizzato, solo a quel punto la cura avveniva insieme: l'analizzante si curava con l'analizzato. Infatti si è sempre sostenuto che chi si avvicina alle tematiche psicologiche e trova curiosità nel campo dell'analisi è perchè ha una qualche ferita dentro di sé; ha un malessere esistenziale che lo spinge a conoscerne le cause. Diversamente non ci sarebbe empatia.
Ad ogni modo una psicoanalisi riuscita porta all'accettare parte di noi negate o meglio non volute e che fanno parte della nostra essenza. Questa accettazione, questo imparare a vivere con le nostre ombre (ombre, così chiamava Jung le parti oscure e rifiutate da noi) è un presupposto alla nostra salute mentale e all'arte di stare bene con se stessi.
Per raggiungere l'obiettivo di stare bene e sapere di noi, non si deve necessariamente passare attraverso il percorso della psicoanalisi, o meglio, non esistono percorsi schematici, istituzionali ecc. ma proprio per la caratteristica creatrice, dunque artistica del cammino che compiamo con la nostra vita, ognuno troverà da sé -se lo vuole- una propria via. Troverà la maniera di conoscere i propri limiti e i propri talenti. Esisteranno delle interazioni, degli scambi emozionali forse anche dolorosi, ma tuttavia il raggiungimento e la conoscenza si potrà sentire soltanto da soli. Dipende da noi e dall'esercizio dei nostri talenti, che tutti abbiamo, impostare la vita.
Oggi viviamo nella cultura della terapia: tutto pare bisognoso di cure. Il male che avvertiamo naturalmente è poi frutto di qualcosa successo ieri, nel nostro passato e con ciò dobbiamo andare a fare i conti con quello per guardare al futuro: ecco che così il passato diventa anche il nostro futuro. Il nostro destino appare segnato da ciò che è successo nel passato. Sbagliato. Il destino lo creiamo noi giorno per giorno attraverso le nostre scelte. Queste scelte sono decisioni e le decisioni sono in nostro potere. Bisogna anche sapere che a guidare le nostre decisioni sono i nostri bisogni e desideri...li conosciamo? Conoscendoli conosciamo insieme noi stessi.
I bisogni creano la nostra mappa: quel sistema di credenze che disegna come riuscire a soddisfarli. Bisogna allora sapere che i bisogni primari sono l'amore e l'essere riconosciuti con la relazione: sono quelli delle coccole, delle carezze (che per Freud erano quegli 'utili di malattia' che ricercano i malati- sempre per restare nel campo delle culture terapiche); sono quelli della sicurezza, della fiducia; sono quelli dell'autonomia, dell'appagamento, del bastare a noi stessi...in ultimo del crescere; da quest'ultimo allora si arriva al bisogno di fare qualcosa per gli altri. Di passare da l'io al noi...
Tutti gli altri bisogni seguono. Seguono con gli aspetti identificativi del nostro essere.
Impastando tutto nasce l'arte del vivere: l'arte del sentirsi bene; l'arte del cambiamento.

martedì, ottobre 14, 2014

Goethe muore di Thomas Bernhard

Ho appena terminato di leggere il libro di Thomas Bernhard, Goethe muore. Il libro è formato da 4 racconti, in cui l'autore mette in mostra il suo stile letterario che per me è formato da un'ossessiva ripetizione di frasi a supporto di descrizioni di situazioni claustrofobiche. Che sia il Genio di Germania o il quarantaduenne amante di Montaigne, succube dei genitori; che sia la nevrosi per la montagna, trasmessa ancora da genitori o l'odio per nazioni, culture e città, la struttura letteraria non cambia.
A me non è piaciuto. Non è piaciuta neppure la formattazione del testo che senza interruzioni 'daccapo', fanno della pagina compatta un ulteriore segnale di soffocamento, di mancanza di respiro. Sicuramente Thomas Bernhard ha molti estimatori e l'editrice Adelphi -che considero la migliore in Italia – se lo pubblica è perché ha trovato delle qualità; ma a me non è piaciuto.
L'editore nella 'quarta di copertina' scrive: 'In questo piccolo gioiello c'è in nuce tutto Bernhard: qui si ride, ci si commuove e si pensa. Il racconto che dà l'irriverente titolo al volume vede il Titano, ormai allo scorcio della vita, in fase di bilanci'...
Il risultato che l'autore si era sempre prefisso era esaltare una comicità delle situazioni, io non l'ho trovata. Anche se l'ironia accompagna sempre le riflessioni dei protagonisti degli scritti, non ho trovato quello spunto che porta la lettura ad un piano superiore; a quello dove la componente filosofica e metaforica acquistano un nuovo senso delle cose. No. Tutto sembra avvitarsi, come la ripetizione delle frasi, in un circuito discendente.
Ad ogni modo l'autore è considerato uno dei massimi scrittori del '900.
Andate a fuoco è l'ultimo dei quattro racconti e qui penso che si raggiunga il massimo, l'apice dello stile di Thomas Bernhard. La relazione di viaggio a un ex amico -come recita il sottotitolo del racconto, è un inno, una filastrocca che inforca una collana di parole quali: bruttezza, volgarità, disgusto...con un 'esiziale' intermezzo. Qui si sente gioca molto l'autobiografia dell'autore; si racconta attraverso un sogno dove non risparmia nessuno -soprattutto l'Austria (la sua patria traditrice)- di quello che sente responsabile della sua depressione.
Con una breve indagine ho scoperto che il filosofo Aldo Giorgio Argani -il massimo studioso italiano di Ludwig Wittgenstein - è stato colui che ha fatto conoscere Thomas Bernhard in Italia. Questo filosofo ha scritto anche un saggio su Thomas Bernhard: La frase infinita. Thomas Bernhard e la cultura austriaca, ed. Laterza, Bari 1990. Nella scheda di questo libro -a cura di Paternò per l'Indice- si legge:
'L'Austria, pur rinnegata e maledetta, resta per Thomas Bernhard "Heimat", patria culturale. Così le due parti in cui si articola l'ultimo libro di Aldo Gargani - la prima dedicata all'analisi della scrittura di Bernhard, la seconda ai linguaggi della cultura austriaca - si compenetrano nell'intrecciarsi di estetica ed etica, di poesia e filosofia. In Bernhard l'incessante tramutarsi del senso in nonsenso e della verità in menzogna rende imprescindibile la scrittura, una "Gedankenpoesie" che, se condotta con rigore, è unica condizione di salvezza Negli altri - Wittgenstein, Musil, i padri della musica atonale, Ingeborg Bachmann - l'istanza etica impone di spezzare la coazione a ripetere per scegliere ogni volta di nuovo tra infinite possibilità. Condivisa è la ricerca di un "Mittelpunkt", abitazione in cui l'uomo possa sopravvivere alla pressione dei fatti entro il linguaggio. Bernhard, però, con il suo lavoro di decostruzione che dissolve, attraverso l'inversione di ogni concetto nel suo contrario, la verità unica, giunge a esiti paradossali: i suoi personaggi restano prigionieri dello spazio che dovevano abitare. Il pensiero, nel suo movimento autodistruttivo, si arresta un attimo prima della follia e del suicidio. A questo baratro arrivano tutti i personaggi, e tutti finiscono per soccombere. Lo scrittore invece si salva. Dalla sua opera ha bandito ogni descrizione, ha fatto della scrittura una tessitura di citazioni e frasi, ha preso le distanze dall'io narrante, per arrivare all'estremo della disperazione senza tuttavia perdersi. Ma davvero può restare incolume?'.
Irreprensibile. Concordo ed è per questo che il mio moto è quello di saltar pagine per trovare una fine -non certo un fine- nel nulla.

domenica, ottobre 12, 2014

Le responsabilità nostre e dei politici

Concordo con quanto scritto oggi su Il SecoloXIX da Maurizio Maggiani, nella sua rubrica 'La Domenica'. In sostanza l'articolo dice che la colpa di quanto è successo in merito o demerito dell'ennesima alluvione che ha colpito Genova, il 9 ottobre è sua – per dire nostra; di ognuno di noi.
Non dobbiamo prendercela con gli altri per quanto ci succede, ma dobbiamo imparare a non delegare e prenderci la responsabilità per quanto accade. Dobbiamo saper prenderci cura di quanto ci sta intorno; di quanto facciamo per il vicino e fuori dall'uscio di casa.
Giusto. Questo è il succo del ragionare di Maggiani. Detto ciò c'è da fare una considerazione sulla responsabilità dei politci.
Da moltissimi anni, per non dire decenni, c'è stato un impoverimento dello spessore morale e intellettuale dei nostri politici. Vediamo quanti personaggi di pessimo gusto affollano la politica -ad iniziare da quello una volta definito Jena Ridens, con la sua discesa in campo la politica è anch'essa discesa in un'agone di scontri a misurare forze più che idee e capacità di risoluzione dei problemi di convivenza.
Ecco allora arrivare una valanga di 'gladiatori', di combattenti per le varie libertà che nulla hanno fatto per prevedere ciò che stiamo vivendo oggi nel reale.
Ecco allora che con questa ennesima tragedia ambientale mi auguro si riesca a frenare questa pletora di nuovi politici -compreso Beppe Grillo- mettendoli di fronte alle loro responsabilità: chi decide di fare politica sappia che tutto quello che succede e succederà lo dovrà pagare in termini morali, etici e fisici.
Questa responsabilità penso dovrà aiutare a selezionarli alla radice: tu politico (cui nessuno ti ha forzato di metterti al nostro servizio) in caso di danni causati dall'incuria ambientale, politica ed economica dovrai pagare di persona.
Questo penso sfoltirebbe notevolmente la banda dei 'ghe pensi mi', dei 'bla...bla...bla'. Con ciò nulla toglie l'ulteriore nostra responsabilità; quella che in democrazia ce li fa scegliere.

domenica, ottobre 05, 2014

Le capitali del mondo: da Atene a Shanghai. Una riflessione sulla civiltà d'Occidente.

Ogni epoca storica ha avuto una città capitale, una città che rappresentava, diventandone sintesi, quella fase storica socio-politica ed economica. Così abbiamo avuto per il mondo occidentale diverse città simbolo dell'epopea umana e politica. Da Atene, Roma, Parigi, Vienna, Londra, Berlino, fino a New York e Los Angeles c'è stato un continuo spostarsi verso Ovest...oggi la città più rappresentativa e capitale del mondo è Shanghai: un ovest che stavolta è Est. Già, la capitale del mondo rappresentativa del potere politico-economico, con tutto ciò che ne consegue, è oggi Shanghai. In un certo senso la nuova capitale del mondo è una contraddizione: è la sintesi di quanto è stato fatto in occidente, assumendone le forme fisiche dei grattacieli e del vivere frenetico, pur rimanendo una città dell'Estremo Oriente.

Ma cosa significa Shanghai nel mondo e per la nostra cultura? E' strano appunto che Shanghai risulti una capitale del mondo e quindi insieme anche dell'Occidente. Non lo è stata Mosca, non lo è stata Tokyo, non lo è stata Pechino...come HongKong. Allora?
Oggi abbiamo molte maniere per approfondire la realtà e fare conoscenze; oggi ci sono i global Media e anche la Rete permette di fare viaggi, seppure virtuali, nei luoghi più diversi. Con l'ausilio della letteratura è poi più semplice formarsi opinioni. Intanto Shanghai risulta la città più popolosa del mondo: con i suoi oltre 24 milioni di abitanti supera in ordine Karachi, Pechino e Tokyo.
Questa città situata alla foce del fiume Yangtze è equidistante da Pechino e Hong Kong. Famosi sono alcuni suoi soprannomi tra i quali: La Parigi d'oriente, La regina d'oriente, La Perla d'oriente... con l'insediamento di molte comunità straniere, a partire dagli inglesi per proseguire con francesi e statunitensi, per passare dai giapponesi agli ebrei russi ed europei, si è arrivati a dare alla città anche il soprannome di Grande Atene della Cina. Era il 1930 e il fatto potrebbe definirsi un anticipo per cui Shanghai era destinata a chiudere un ciclo della storia della civiltà occidentale. Una nuova Atene?

Il melting-pot per cui era ed è famosa NewYork, ora lo si può ritrovare a Shanghai. Anche se il tasso di stranieri in fondo è minimo. Oltretutto essere stranieri non passa inosservato e oltre che guardarti i cinesi del luogo ti ridono in faccia, ma questo non è offensivo. Uno straniero resta un laowai (un termine in mandarino, informale o slang, che sta per straniero-alieno). Con ciò rimarcano una differenza fisica e in un certo senso anche comportamentale. A Shanghai si vive 24 ore al giorno e tutto cambia vorticosamente; il conoscere e parlare altre lingue è una costante giornaliera. Ogni cosa che nasce a Shanghai è considerata moderna. Secondo alcune indagini autorevoli le mode che poi invaderanno l'Asia e il mondo nascono qui. D'altronde siamo entrati decisamente nel secolo cinese.
La commistione con i modi di vivere occidentali assume forme stereotipate: Mac Donald e Starbuck sono marchi comuni.

Per la letteratura occidentale va ricordato il libro dello scrittore francese André Malraux: La condizione umana, che ha come sfondo la città di Shanghai. Pubblicato nel 1933, protagonista principale di quel romanzo è la morte. Le problematiche esistenziali dei rivoluzionari, organizzatori della rivolta della città di Shanghai, fanno emergere in quella fase storica tutte le filosofie di vita che ognuno ha. Le azioni commesse moltiplicheranno le angosce e le certezze. Amore e incomunicabilità discrimineranno conoscenza e solitudine; vita e morte. La Rivoluzione non vincerà e quello che rimane sarà la consapevolezza che la sofferenza è data da altri uomini; da una borghesia che divide e crea continue 'chiese'.
Ecco che Shanghai usata in quel romanzo come sfondo di una tragedia umana, consumata nel sogno del riscatto, oggi offre al mondo un qualcosa di indefinibile.

Se ci affidiamo alla letteratura possiamo condividere per Shanghai ciò che ha scritto Paolo Rumiz per Pechino nel libro Maledetta Cina (Feltrinelli 2012):
'Dietro questa apparente somiglianza occidentalizzata pullula una mentalità che non ha niente da fare con la nostra. La vetrina è ingannatrice: i loro valori, le loro paure, il loro modo di amare e divertirsi non hanno niente a che fare col nostro mondo e temo che non riuscirò a comprendere quella dimensione...
Ho visto un paese omologato, ma omologazione non significa necessariamente comunismo. I cinesi hanno imparato da millenni a copiare e a non esprimere idee personali'.
Così, questa nuova capitale del mondo, scimmiotta una cultura occidentale che forse ha toccato un apice e non potrà che morire. Troppo? Può essere che una globalità dai destini misteriosi riesca a formare una civiltà nuova.

venerdì, settembre 26, 2014

Una breve primavera- I ragazzi sperduti della Resistenza tradita- è il primo romanzo di Pierfranco Pellizzetti

Pierfranco Pellizzetti è un saggista che nella sua intensa attività ha pubblicato diversi libri -interessanti sono le diverse fenomenologie dei personaggi che hanno caratterizzato e ancora continuano la storia italiana: S. Berlusconi; A. Di Pietro e M. Monti- in ultimo sono da ricordare Conflitto- L'indignazione può davvero cambiare il mondo? e oltre a questo Storia della paura. Gli inconfessabili retropensieri collettivi dell'Occidente. Molti lo conosceranno anche per i suoi articoli prima su Il SecoloXIX; da sempre firma della rivista MicroMega, ora scrive su Il Fatto Quotidiano, dove tiene anche un blog e il Manifesto.

Con Una breve primavera- I ragazzi sperduti della Resistenza tradita Pierfranco Pellizzetti affronta il romanzo.
Io ho avuto il piacere, come amico di Pierfranco, di leggerlo in fase di costruzione e devo dire che da subito mi piacque. In origine il titolo era Generazione perduta -Inglorius bastard in val d'Aveto. Un titolo senz'altro più accattivante e pertinente...però la sostanza del racconto non cambia e questa breve primavera rende bene ciò che quei ragazzi hanno vissuto nel 1943-45.

Per Pellizzetti polemista, supportato da una forte preparazione storico-politica, leggerne pagine cariche di sentimento, di partecipazione emotiva, mi hanno piacevolmente sorpreso...d'altronde qui è coinvolto personalmente; infatti nel libro c'è la storia romanzata di suo zio Bruno, che fu partigiano nella formazione Coduri con il nome di Scoglio.

Il romanzo affronta, con il ritmo di una ballata, le vicissitudini di Bruno Pellizzetti che leggendo nelle prime pagine lo si descrive: 'Ancora e sempre lo ritrovavo in scenari di sconfinata vastità: il mare di sabbia sahariano o quello d’acqua fluviale tra l’Argentina e il Paraguay; sterminati come la distesa marina, questa volta non metaforica, su cui lo zio Bruno aveva compito i suoi primi viaggi quale allievo dell’Istituto Nautico genovese. Spazialità senza confini naturalmente predisposta ad accogliere paesaggi umani avventurosi, alla ricerca di un’eccezionalità esistenziale che rifugge la compressione nel grigiore banale della quotidianità, fra le canoniche quattro mura domestiche in cui ci si rifiuta di invecchiare; di spegnervi lentamente il proprio straripante vitalismo'.

E' stato chiesto a Pierfranco Pellizzetti perchè ha preso la decisione di pubblicare questo romanzo a distanza di molti anni e sul tema della guerriglia partigiana su cui tanto si è scritto e dibattuto.
Pierfranco ha ricordato il debito sentimentale che lo legava a questo suo zio e poi in questa fase storica di disillusioni ha ritenuto giusto ricordare come dopo ogni sommovimento ideale ci sia chi paga per la restaurazione di un ordine collettivo.

Senz'altro oggi stiamo vivendo da molto tempo questa restaurazione...ma si sa che le epoche storiche si misurano in decenni e quella che il titolo richiama è stata solo una breve primavera che però ha segnato la vita di moltissimi giovani. Ha segnato la vita di Bruno-Scoglio.

Il libro Una breve primavera- I ragazzi sperduti della Resistenza tradita verrà presentato da me con l'autore insieme al suo ultimo libro: Storia della paura. Gli inconfessabili retropensieri collettivi dell'Occidente.
L'appuntamento è per lunedì 29 settembre alle ore 17,30 da Finisterre la libreria di Piazza Truogoli di Santa Brigida a Genova.

martedì, settembre 16, 2014

Creduloni e complottisti

Creduloni e complottisti due categorie apparentemente distanti e agli opposti e invece tutte e due hanno un comune denominatore che è in sostanza quello di credere a tutto.
Non so se sono un credulone, ma certo non mi sento un complottista. Sono sempre stato attratto dal pensiero scientifico; quel pensiero che si poggia sul dubbio e vuole conferme attraverso prove e riprove: gradi di riproducibilità e trattamenti empirici che siano condivisi da una comunità di scienziati.
Inoltre non riesco a pensare ad un potere oscuro che manovri la nostra vita...i complottisti vedono sempre dietro ad ogni manifestazione qualcosa che riporta ad altro e ancora altro, che poi in sostanza si riduce a evidenziare un potere occulto e malefico che trama sulla nostra vita e vuole annientarci.

Ora io ho sempre pensato che il potere seppur malvagio e ricco di suggestioni abbia una componente di ambiguità. Pensare di incidere nella vita dei singoli individui senza rendere schiavo lo stesso che persegue questa cosa è l'altra faccia del potere. A parte che nessuno può avere il potere senza che altri non glielo riconoscano; esiste appunto una componente molto illusoria sulla sua gestione. Insomma chi vorrebbe fare il cattivone per dettare leggi e norme sconta una forte dose di ambiguità: tutti i dittatori riescono a perseguire i loro fini se hanno intorno a loro molte persone che condividono i loro obiettivi o hanno interessi tangibili per supportare tale potere. Diversamente non si riuscirebbe a soggiogare popoli e nazioni. Da tenere presente che quel male, cui sono portatori i protagonisti del potere, è insito nell'animo di ognuno di noi. Di più quel male emerge diventando sempre manifesto e difficilmente rimane sotterraneo.

Certo che con l'avvento del web i complottisti e i diffusori di notizie bufala che sorreggono le loro tesi sono aumentati; ma smascherarli osservando certe regole è facile. Nel controllare la provenienza di una notizia bisogna risalire a fonti e se queste rimandano tramite i motori di ricerca a strani link sconosciuti quello è già un primo segnale di bufala.

E poi...se leggete che l'AIDS non esiste, è una truffa ed è stato creato in laboratorio...non credeteci. Se leggete che arriva la fine del mondo ad una tale data...non credeteci, sappiate che l'hanno prevista innumerevoli volte e ogni volta è stato sbagliato il calcolo. Se leggete che è stata trovata una cura contro il cancro ma si vuole tenere nascosta oppure non la si pratica...non credeteci. Se leggete che gli statunitensi non sono mai andati sulla Luna e vi forniscono le prove...non credeteci; sono degli stessi che affermano che le Twins Towers (le torri gemelle) sono il frutto di una esplosione interna alle stesse. Se leggete che discendiamo tutti da extraterrestri non credeteci...magari sono gli stessi che credono ad Adamo e Eva cacciati dal giardino terrestre.
Gli italiani poi come creduloni sono speciali: continuano a credere all'innocenza di un miliardario pluripregiudicato, diventato capo del Governo e se sull’infallibilità del Papa possono avere qualche dubbio, non ne hanno nessuno sull’infallibilità di un comico.

domenica, settembre 14, 2014

Superwoobinda di Aldo Nove

Mi è capitato per caso in mano il libro di Aldo Nove Superwoobinda. Il libro è una raccolta di di racconti pubblicata nel 1998 che comprende anche il Woobinda pubblicato nel 1996. Il titolo prende spunto da una serie televisiva australiana andata in onda sulla RAI nel 1978...chi scrive ha avuto l'infanzia segnata da quei telefilm che aveva come protagonista il Dr. Stevens soprannominato dagli aborigeni locali, appunto, Woobinda: uomo di medicina, un medico veterinario che si prodigava per difendere gli animali dai bracconieri. Lo spunto del titolo usato per questa raccolta di racconti è per descrivere anche una televisione che negli anni '90 non esisteva più e con quella mancanza nasceva una generazione cinica, autodistruttiva e sarcastica.
Insieme nasceva in campo letterario una corrente che fu definita dei Cannibali: una specie di genere pulp.
A mio avviso Aldo Nove, con quella serie di racconti, entrava prepotentemente nel cuore di quella società malata; la descriveva con uno stile e una violenza unici. Aldo Nove diventava l'interprete del degrado sociale e ambientale che vedeva la pubblicità e la televisione i motori di quel tragico cambiamento.
Rileggendo il libro ritrovo i prodromi culturali che hanno dato il via al cosiddetto belusconismo. E' proprio quell'universo raccontato da Aldo Nove, animato da persone rincoglionite dall'esteriorità, dalla insorgente tecnologia e dai riferimenti continui dei falsi modelli che la televisione indicava, che sarà pronto ad accogliere lo sfacelo della politica italiana. Un libro da riprendere...un come eravamo e forse in parte siamo ancora.

venerdì, settembre 05, 2014

Il catalogo de gli INTROVABILI di Euronova

Non so se arriva anche a voi a casa il catalogo Introvabili di Euronova: all'interno ci sono alcuni prodotti che mi auguro non li trovi nessuno; sono gli oggetti di più cattivo gusto che si possano trovare in commercio. Almeno lo penso io.
Eccone un esempio: Orologio a cucù in plastica rifinito come quelli della foresta nera- c'è scritto proprio così- con uccellino (arrestabile estraendo le pile) che esce ogni ora a fare il suo cucù tre volte. Statuina di Madonnina o di Gesù fosforescente; a 9,99 € una per l'altra. Quadro su tela ad olio con il paesaggio di città, munito di led luminosi per suggestive atmosfere. Nanetto solare con ventosa che di giorno cattura la luce e di sera si illumina. Mazzi di 6 Calle o 6 rose luminose di grande effetto, con 6 led bianchi a luce fissa. Fiori e foglie in morbido materiale antiurto...non appassiscono mai: il mazzo a 19,99 €. Questa è la pubblicità.

Magari mi sbaglio e questi 'introvabili' li hanno inseriti nel catalogo poiché vanno via come il pane...in fondo sono novità da tutto il mondo -così recita la scritta in testa- e nel catalogo di settembre c'è già l'augurio di Happy Halloween.

domenica, agosto 31, 2014

'I cento libri che rendono più ricca la nostra vita' di Piero Dorfles

Piero Dorfles, giornalista è diventato popolare come autore-conduttore della trasmissione 'Per un pugno di libri'. Questo programma, dove si parla di libri con studenti dei licei italiani, va in onda da 14 anni e bisogna ringraziare Dorfles per riuscire a fare cultura in televisione con la letteratura. Ora per la Garzanti editore è uscito il suo libro: 'I cento libri che rendono più ricca la nostra vita '(pagg. 312- euro 14,90).
I titoli raccolti in 'I cento libri che rendono più ricca la nostra vita' sono un arbitrario elenco dell'autore, che dovrebbero arricchire la nostra vita. Senz'altro ci sarebbero libri da togliere e da aggiungere per il nostro particolare gusto e piacere, certamente però in quanto arricchimento questi sono i classici; quelli che raccontano storie fuori dal tempo e dell'età; libri definiti Classici che secondo Italo Calvino non hanno mai finito quel che hanno da dire.
La lettura del libro di Piero Dorfles, 'I cento libri che rendono più ricca la nostra vita', ci da modo di comprendere come quello che racconta la letteratura è la chiave per conoscere l'uomo, il suo mondo che non riuscirà mai a fuggire dall'ineluttabilità di un eterno ritorno; da una ciclicità che è insita nella Natura.
Potremo affermare che la letteratura è finita, che è già stato scritto tutto...ma la narrazione procede sempre nel raccontare una storia infinita che trova nell'estrema sintesi come nella copula sessuale: un andirivieni che diventa, anche alla luce dell'inutilità, il fine di ogni cosa. Quell'andata e ritorno, è una condanna e insieme il rimanere ancorati alla forza della Natura, alla sua ciclicità, al suo alternare al flusso del tempo le stagioni e l'intero universo.
Questi sono i pensieri che mi hanno trasmesso le trame e i significati palesi e nascosti dei libri elencati e descritti da Dorfles: una chiave per capire la narrazione unica che sottende la natura umana. La vita merita sempre di essere vissuta e raccontata. Ci sarà poi sempre qualcuno che raccoglierà la storia e come un testimone poi sarà in grado di riconsegnarla a chi è pronto a rifare tutto.
Quando si comprende che la vita è bella ed è sempre degna di essere vissuta ecco che nasce quel valore del rispetto della vita; tua e di quella degli altri. Senza di ciò cade ogni altro valore. Vince la frustrazione, vince il nichilismo per cui tutto è nulla. Tutto diventa volontà di potenza dove ci è permesso di uccidere, di trasgredire per il solo scopo di sentirsi superiori.
Victor Hugo nel presentare il suo I Miserabili disse: 'Questo libro è un dramma nel quale l'infinito è il primo personaggio. L'uomo è il secondo'. Questa frase la si potrebbe estendere a tutti i libri citati da Piero Dorfles.
I 100 libri sono divisi in 10 categorie: L’utopia negata- Vivere la storia- L’avventura e ( è ) la fuga -Percorsi sociali -I romanzi-mondo- La frammentazione dell’io- Al di là del principio di ragione- Le radici oscure del desiderio- La solitudine della vita contemporanea- Formazione e riti di passaggio.
Nel leggere la summa dei 100 libri è stato per me un godimento. Dei libri elencati devo dire che ne ho letti molti; gli ho letti tra i 15 e i 18 anni e sicuramente questi libri non solo mi hanno arricchito, ma sono stati anche formativi. Ricordo la febbre che provavo nell'immedesimarmi nei vari protagonisti delle storie raccontate.
Di molti altri libri che non ho letto ne vanto la possessione ed in una sorta di raccolta di figurine posso giocare a dire: celo...celo...celo mi manca.
Facile così dedurre che alla base di questi libri c'è una condivisione che crea una consapevolezza comune che ci permette di vivere in armonia con gli altri e di arricchirci scambiando sentimenti, emozioni e saperi. Un libro fatto di libri che sicuramente avvicinerà alla lettura molti e sappiamo quanto ce ne sia bisogno.

Ecco in breve una panoramica sugli autori che risultano 81: 3 libri a testa Conrad, Mann, Kafka e Shakespeare; con 2 libri Balzac, Dickens, Dostoevskij, Primo Levi, London, Melville, Moravia, Orwell, Stevenson, Tolstoj, Verne e Goethe. Gli altri stranieri: Maupassant, Conan Doyle, Joyce, Proust, Hugo, Dick, Gončarov, Pasternak, Musil, Camus, Canetti, Beckett, Kipling, Swift, Hesse, Barrie, Huxley, Molnàr, Hemingway, Twain, Golding, Salinger, Dumas, Bulgakov, Turgenev, Capote, Lawrence, Maugham, Nabokov, Borges, Scott Frizgerald, Stoker, Wilde, Carroll, Flaubert, Čechov, Stendhal, Burgess, Grimm, Hammett, Philip Roth, Joseph Roth, Bradbury e Gàrcia Màrquez. Per gli italiani ci sono, per 18 libri, 16 autori: Primo Levi, Moravia, Bassani, Buzzati, Calvino, Collodi, De Amicis, Fenoglio, Gadda, Carlo Levi, Morante, Pirandello, Svevo, Sciascia, Tomasi di Lampedusa, Vittorini. Le autrici sono 7: Jane Austen, Emily Brontë, Agatha Christie, Anna Frank, Mitchell, Morante e Shelley.

martedì, agosto 26, 2014

Ragazze mancine di Stefania Bertola

'Adele ha trentadue anni e non ha mai lavorato un giorno in vita sua. Una mattina si sveglia e scopre che il suo mondo non esiste piú: il marito ha dichiarato fallimento, ha prosciugato i conti in banca ed è scappato con l'amante. Come regalo d'addio le ha lasciato il gigantesco cane della sua nuova fidanzata. Ed è proprio mentre Adele tenta di liberarsene che una ragazza con una bambina in braccio le si fionda in macchina... Inizia cosí il nuovo romanzo di Stefania Bertola': così viene presentato dalla Einaudi il libro Ragazze Mancine.
La scrittura è fresca come la protagonista Adele e la sua amica Eva, si direbbe scritto da una coetanea e invece...scopro che l'autrice Stefania Bertola -che non conoscevo- è una sessantaduenne sceneggiatrice e autrice radiofonica con molte esperienze letterarie che hanno comune denominatore il tono leggero e divertente.
Stefania Bertola è anche traduttrice dall'inglese e mi viene da pensare che al di là dei diari alla Bridget Jones (scritti dall'inglese Helen Fielding) che dice di non amare, le è piaciuto invece I love Shopping di Sophie Kinsella, qualche influenza l'abbia avuta collaborando alla radio con Luciana Littizzetto e soprattutto poi penso alla figlia, mancina come lei...
A chi le ha chiesto: Il libro è molto attuale, da un momento all’altro si può esser senza risorse. Perché questa scelta? Stefania Bertola ha risposto: 'Le due protagoniste, Adele e Eva, sono i capi opposti della vita. Una vuole solo sposarsi con un uomo ricco e farsi mantenere per poter studiare; l’altra ha una bambina, mille lavori e non pensa al domani. Le unisce soltanto un cane che crea una convivenza forzata. Ma loro cambieranno totalmente alla fine. Come ho detto: sono mancine. Gli uomini del libro? Sono di contorno ma cambiano anche loro. Tutta la storia è un’evolversi fra colpi di scena, proposte strane e personaggi particolari. Una metafora della vita di oggi.'.
Che dire? Leggendo il libro di Stefania Bertola mi sono divertito. L'autrice riesce a coinvolgerci in una storia al femminile: le protagoniste sono tutte donne e oltre ad Adele ed Eva ci sono Clotilde, Mara, Marisa... tutte con tratti caratteriali originali e molto reali; penso che ognuno abbia incontrato un qualche tipo di donna che assomiglia a queste descritte nella storia. Un libro leggero per una lettura divertente e senza impegno...d'altronde è questo che chiede Stefania Bertola.

Ragazze mancine
di Bertola Stefania
Einaudi 2014- Collana I Coralli
pp. 288 € 18,50
ISBN 9788806212643

sabato, agosto 23, 2014

La guerra e le religioni

Quante manifestazioni ci sono state in questi ultimi 20 anni contro la guerra? Tantissime. Non contiamo poi quelle degli anni'70 contro la guerra in Vietnam ecc... Pare che l'umanità sia sempre in guerra e che di questa attività non si possa farne a meno.
Con questo pensiero mi è venuto alla mente un libro di James Hilman: Un terribile amore per la guerra- titolo originale, A terrible love of war- uscito nel 2005 per le edizioni Adelphi.
In questo libro, il grande psicoanalista junghiano sostiene, nella sua digressione psico-filosofica, la naturale predisposizione delle pulsioni profonde per la violenza. La guerra si spiega soprattutto con la mitologia; la quale racconta che sui campi di battaglia non è presente solo il dio della guerra, ma vi opera anche la dea dell’amore e della bellezza.
Maria Zambrano la grande filosofa spagnola, allieva di Josè Ortega y Gasset, diceva che nessuna azione umana può prescindere dal mito. Ogni cosa che fa l'uomo trova riscontro nella mitologia e si può quindi affermare che il mito sia all'origine del pensiero. Detto ciò ecco che la guerra è un'azione umana che affonda nel mito di Ares e Afrodite, ovvero di Marte e Venere, la sua verità. La guerra faccenda molto umana contiene paradossalmente più inumanità di qualunque altra cosa.
La guerra risulta senza dubbio una costante della dimensione umana. Essa appartiene alla nostra anima come verità archetipa del cosmo.
Così Hillman continua: 'la guerra è un’opera umana e un orrore inumano, e un amore che nessun altro amore è riuscito a vincere. La guerra in quanto tale rimarrà finché gli dei stessi non se ne andranno'. Ancora: 'Le guerre non si combatterebbero se non esistesse chi è disposto a contribuire alla loro realizzazione. Reclute, schiavi, militari di carriera: checché ne dicano i renitenti alla leva, ci sono sempre masse pronte a rispondere alla chiamata alle armi, ad arruolarsi, a combattere'.
Il libro è diviso in 4 capitoli: 1) guerra è normale; 2) La guerra è inumani; 3) La guerra è Sublime; 4) La religione è guerra. Quest'ultimo capitolo è molto affascinante e provocatorio. L'affermazione che da il titolo al quarto capitolo porta a chiederci se la guerra non sia di per sé una religione. Un modo di credere che il conflitto, la violenza, il pregiudizio e l'odio siano la soluzione definitiva per redimere un disaccordo.
James Hillman dopo essere risalito al carattere mitologico e arcaico che accompagna il fenomeno della guerra nell'uomo, ecco che avanza una dimensione morale, cosiddetta 'giusta' che porta con sé tutte le contraddizioni: quella religiosa.
La differenza tra Mito e religione sta proprio nel fatto che gli dei mitici non sono dei religiosi: non hanno una Chiesa, una comunità di devoti, un clero o testi sacri. Soprattutto non pretendono una fede. Nelle religioni del libro c'è un dio personale che parla a un essere umano storico in un preciso momento e in un preciso luogo e il fedele è tenuto a credere nella verità rivelata, alla parola, appunto, del dio che parla.
Guardando lo scontro di questi tempi tra Israele e gli arabi; tra musulmani di diverse tribù; tra islamici e cattolici viene subito agli occhi quanto un dio, chiamato Dio, Jahvè o Allah, stia dicendo agli orecchi dei molti in campo: guerra e ancora guerra.
Al pari di tutti gli scrittori e filosofi che alla guerra hanno tributato meditazioni decisive -da Twain a Tolstoj, da Foucault a Hannah Arendt- , Hillman ci guida a una scandalosa verità: più che un’incarnazione del Male, la guerra è in ogni epoca una costante della dimensione umana. O meglio, troppo umana.

Un terribile amore per la guerra
di James Hillman
Traduzione di Adriana Bottini
2005, 2ª ediz. pp. 296 - € 20,00
isbn: 9788845919541

sabato, agosto 16, 2014

Il PIL e la misura del benessere...ma quale? Non certamente quello che rende felici e aumenta la qualità della vita

L'ossessivo ancoraggio del nostro vivere al PIL (il Prodotto Interno Lordo) dimostra quanta stupidità pervada la ricerca del cosiddetto benessere umano.
Non solo la crescita del PIL vorrebbe essere l'unica strada per uscire da una crisi economica, che ha proprio nella crescita del PIL e nelle sue distorsioni trova la causa della stessa crisi, ma è anche una ricetta semplicistica. Ma davvero per uscire dalla attuale situazione economica bisogna incrementare i consumi? Quelli che misura il PIL?
Ormai non c'è giornale quotidiano e televisivo che non apra la cronaca senza la notizia dell'andamento del PIL e della Borsa. Viviamo una condanna a crescere sempre; ad aumentare consumi, merci e territorio. Ricordo un intervento del lontano 18 marzo 1968, in cui Bob Kennedy sosteneva che Il PIL misurava tutto, eccetto ciò che rendeva la vita veramente degna di essere vissuta. Quel discorso durissimo contro il PIL diceva:
'Con troppa insistenza e troppo a lungo, sembra che abbiamo rinunciato alla eccellenza personale e ai valori della comunità, in favore del mero accumulo di beni terreni. Il nostro Pil ha superato 800 miliardi di dollari l'anno, ma quel PIL - se giudichiamo gli USA in base ad esso - comprende anche l'inquinamento dell'aria, la pubblicità per le sigarette e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine settimana. Il Pil mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende il fucile di Whitman e il coltello di Speck, ed i programmi televisivi che esaltano la violenza al fine di vendere giocattoli ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Comprende le auto blindate della polizia per fronteggiare le rivolte urbane. Il Pil non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia, la solidità dei valori famigliari o l'intelligenza del nostro dibattere. Il Pil non misura né la nostra arguzia, né il nostro coraggio, né la nostra saggezza, né la nostra conoscenza, né la nostra compassione, né la devozione al nostro Paese. Misura tutto, in poche parole, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull'America ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani'.
Sono passati 46 anni -quasi mezzo secolo- e siamo ancora alle prese con queste misure. In questo contesto il discorso del Papa Francesco, fatto oggi a Seul, riprende un concetto forte e invita a fare scelte sempre più attuali: 'Respingere i modelli economici disumani che creano nuove forme di povertà ed emarginano i lavoratori. (...) Bisogna combattere le economie che rendono schiavi'. Bene, ma l'altra economia quale è?
Intanto da settembre 2014 sarà introdotto un nuovo sistema europeo dei conti nazionali e regionali: il Sec2010. Con questo metodo si prevede che siano prese in considerazione per il calcolo del PIL italiano anche le attività illegali: droga, prostituzione e contrabbando. Di bene in meglio. Alla fine degli anni '80 l'ONU elaborò un Indice di Sviluppo Umano (HDI) che misurasse lo sviluppo non solo sulla crescita economica ma anche gli ambiti fondamentali del vivere in società: la promozione dei diritti umani, in primo luogo quello alla convivenza pacifica, la difesa dell'ambiente, delle risorse territoriali sostenibili, i servizi sanitari e sociali- con attenzione alle fasce di popolazioni più vulnerabili-, il miglioramento dell’educazione, con particolare attenzione all’educazione di base quali l’alfabetizzazione; la partecipazione democratica, l’equità delle opportunità di sviluppo e d’inserimento nella vita sociale...
Potrebbe essere questo il vero indicatore del PIL. Potrebbe essere questo il parametro per conoscere se siamo progredendo veramente o invece regrediamo rendendoci schiavi di una economia inventata dall'uomo.
Qui si possono trovare i dati UNDP (United Nation Development Programme) ovvero quelli dello Sviluppo Umano del 2014.

sabato, agosto 09, 2014

'La vita sognata di Ernesto G.' di Jean Michel Guenassia.

Dopo aver letto 'Il club degli incorreggibili ottimisti' non potevo certo perdere la lettura di questo secondo romanzo ' La vita sognata di Ernesto G. ' di Jean Michel Guenassia.
Qui si racconta la storia di Joseph Kaplan un medico praghese ebreo che si ritroverà prima a Parigi (all'Istituto Pasteur) e poi ad Algeri per studi epidemiologici e di ricerca. Joseph Kaplan è innamorato del tango, di Carlos Gardel, e pur accorgendosi di avere le stesse iniziali del protagonista de il Processo di Franz Kafka: Joseph K., il suo peregrinare lo fa diverso. La sua vita sarà interpuntata da altri accadimenti: quelli di un secolo di vita.
Ancora in questo libro si trova tutta la capacità dell'autore di narrare storie epiche, storie che si intrecciano con la Storia generale pur rimanendo in un tempo interiore, quello del tormento: il tempo del proprio destino. Chiaramente gli avvenimenti della storia collettiva segnano la quotidianità di tutti, ma l'autore riesce a mantenere una dimensione narrativa che non intacca l'integrità morale del protagonista, dei suoi amici e amori...con tutti quelli con cui attraverseremo 100 anni di vicende epocali.
La Storia incombe sulle vite di ognuno e nel secolo che trascorre c'è Parigi in fermento, c'è l'Algeri di Camus, ci sono le dittature e il nazismo, la Seconda Guerra Mondiale, c'è la Shoah, Praga, la liberazione, le illusioni socialiste, il Partito Comunista Cecoslovacco, la polizia segreta, il KGB, l'Unione Sovietica, l'invasione del suo paese...ci sono i grandi sconvolgimenti che hanno segnato il '900 fino al compimento dei 100 anni di Joseph Kaplan nel 2010.
Insieme a Joseph Kaplan, testimone di tutto quanto elencato prima, ci sono le vite dei vari suoi comprimari: gli amici Maurice, Viviane, Nelly, Mathè, Sergent, Carmona, la moglie Christine, la figlia Helena e il figlio Martin...poi ancora Pavel, Tereza, Ludvik e il nipote Antonin per arrivare a Ernesto G., il Che Guevara, portatore della grande illusione rivoluzionaria.
Qui il Che è Ramon, un combattente malato e ferito, giunto alla fine della sua epopea rivoluzionaria che diviene l'amante di Helena e- anche lui medico come Joseph- pensa di salvare i poveri dalla malattia vera: quella dello sfruttamento e dalla condizione di miseria cui sono costretti a vivere.
Amicizie, incontri, speranze, illusioni, amori, perdite e scomparse, scandisono il tempo di un destino che fa ritrovare il protagonista nel cammino di ognuno. Il cammino di essere stati anche noi, per certi periodi, suoi contemporanei. Oltre 500 pagine da leggere senza annoiarsi.

La vita sognata di Ernesto G.
di Jean - Michel Guenassia
Salani, pag.510
euro 16,90