giovedì, febbraio 17, 2005

Dannati e leggeri

Ad introdurci nella presentazione del libro, Dannati e leggeri di Paolo Crepet, psichiatra e sociologo, è Claudio Burlando, in qualità di presidente della associazione culturale Maestrale promotrice dell’incontro di stasera, mercoledì 16 febbraio, all’Auditorium Montale. Burlando ci dice subito quanto il libro gli sia piaciuto e l’abbia, oltre che aiutato ad abbassare la testa per leggerlo, –ora che deve sempre tenerla alta per l’impegno elettorale che lo vede protagonista- anche divertito. Seppur breve il romanzo è ricco di avvenimenti, luoghi, e personaggi con molti intrecci storici che attraversano tutto il secolo passato. Burlando parla dei molteplici luoghi che toccano i protagonisti di questa saga familiare; luoghi veri, luoghi precisi che aumentano la piacevolezza della lettura, già di per sé avvincente con la storia raccontata in prima persona dalla bellissima Mirò. E poi le donne, le tante donne che oltre la protagonista sono il sale del racconto.
Tocca poi ad Andreina Boero, imprenditrice, che si definisce per l’occasione la ‘casalinga di Voghera’; questo perché nel suo giudizio avrebbe desiderato un romanzo più consistente delle 108 pagine che lo compongono. Insomma, per quelle vite eccezionali che catturano il lettore, occorreva un bel romanzo ottocentesco dato che gli ingredienti di una storia lunga e appassionata ci sono tutti. Perchè accorciarlo?
Risponderà Paolo Crepet dicendo che si sente vittima del doppio concentrato di pomodoro Mutti e che questo non gli permette di scrivere 500 pagine. «Scrivo cose leggere, non sento di avere la capacità di scrittura di un romanzo del’800 ma forse è cambiato il modo di raccontare ed è cambiato il lettore. Prima c’era anche una pedagogia letteraria, oggi con più cultura e il lettore molto più informato c’è la necessità di una sintesi di scrittura».
Il romanzo rivela Crepet è nato dal racconto ascoltato da un Capitano di lungo corso nella Casa di Riposo di Camogli: quell’anziano signore aveva voglia di raccontare la sua vita di viaggi e trovò lui che lo ascoltò. «Dobbiamo ritrovare il gusto di raccontare ed ascoltare gli altri. Il peggio di noi siamo noi; mentre il meglio è quello che ci dà l’altro. Si impara molto dagli altri e il racconto è confronto».
La protagonista del romanzo Dannati e leggeri è la metafora del racconto, è la straniera che ci porta altrove e ci fa comprendere l’alterità. Le donne per questo detengono il potere: quale capacità di tenere il filo, di saper annodare il racconto e i sentimenti. Quindi impariamo a trasmettere emozioni, riascoltiamo i nonni, le storie vere di vita e non i reality show televisivi; così potremo comprendere gli altri e condividere i sentimenti.
A Gabriele Lavia non rimane che leggere alcune pagine; ma prima vuole ricordare, all’amico Paolo Crepet, che quella giostra descritta nell’ultimo capitolo è anche detta ‘calcioinculo’. E qui sta un’altra metafora, poiché in quei giri di giostra la protagonista si accorgerà che il seggiolino davanti a lei è vuoto: non c’è nessuno a cui dare il calcio in culo…in quei giri di giostra si vedono sfuocati tutti i protagonisti incontrati nella vita, nei molteplici giri di giostra si assapora l’aria e il profumo intenso dei ricordi che formano le nostre radici.

domenica, febbraio 13, 2005

Lettera di un anziano innnamorato

Non parlarmi di San Valentino. Ti prego, non cadere in una scatola di cioccolatini. Lascia stare la festa e parlami di te. Poi anch’io ti parlerò. Io te lo devo dire: mi è successo di pensare a te e di emozionarmi fino alle lacrime. Ho pensato a te come la cosa più bella che ho avuto nella mia vita. Mi piace pensare all’amore e pensandolo dargli il tuo viso; riempirlo di te, della tua voce, delle tue movenze così aggraziate.
E poi devo aggiungere che il nostro amore è diventato una piccola società di mutuo soccorso. No, questo non è riduttivo dell’amore, è l’amore che è cresciuto ed è cambiato. Forse ha perso slanci, ha perso qualche carezza e qualche bacio appassionato in mezzo alla strada…è sopraggiunto un pudore che non conoscevamo: ti avrei baciata un dì, ovunque.
Ma ora pensa, io ci penso, pensiamoci: sapremmo stare vicini adesso, ora, se non saremmo invecchiati insieme? Ci guardiamo ogni mattina appena svegli senza barare. Poi lo so tu, dopo mezz’ora chiusa in bagno, diventi più bella…ma io con l’alito che puzza e il pigiama arrotolato posso ancora sedurti? Guardo in un angolo la cesta dove finiscono i nostri panni sporchi: sono mischiati anche loro, sono uniti da una intimità arcana; siamo noi che continuiamo in attesa del lavaggio a risplendere insieme. Dì la verità, le toccheresti le mie calze sporche se non avessi conosciuto i miei sudori giovanili? Se non fossimo entrati, anche con le dita, negli intimi affanni?
Ora passati gli anni sento di aggrapparmi a te. Sento che non ci sarà un’altra storia che ripercorra tutte le emozioni che mi ha dato la vita con te. Così io ti penso sempre al mio fianco. Senza di te, io non sarei io. Non sarei quello che sono o sono diventato, in bene o in male; poiché non si vive invano insieme tanti anni. Non si vive a fianco senza scambiarsi qualcosa di profondo.
Sì, va bene, ora parlami di San Valentino, forse ho sbagliato; non è poi sempre banale parlare d’amore. Non è banale invecchiare; invecchiare insieme.

venerdì, febbraio 11, 2005

Sulla catastrofe

Argomento di attualità ieri sera, 10 febbraio, alla Libreria Portoanticolibri di Palazzo Millo. Attualità, perché le catastrofi non ci mancano mai: ne siamo circondati e se non sono naturali, come l’ultimo tsunami in Asia, gli umani se le procurano con le guerre e i danni ambientali.
A parlarne è, come l’ha definita Matteo Elio LoPresti –docente di Storia e Filosofia- una ‘compagnia di giro’ composta oltre che da lui, da Michele Marchesiello –magistrato- e Franco Moscone –sacerdote rettore del Collegio Emiliani di Nervi.
L’occasione per parlare di catastrofi è data dalla presentazione del libro ‘Sulla catastrofe- l’illuminismo e la filosofia del disastro’ di Voltaire, Rousseau, Kant. Raccolta antologica di testi curata da Andrea Tagliapietre per l’editore Bruno Mondatori.
La ‘compagnia di giro’ è nata quando Lo Presti trovò a Palazzo di Giustizia di Genova, nello studio di Marchesiello, il libro citato; sorpreso interrogò (lui, il docente) il magistrato che rispose con alcune provocazioni. Con l’aggiunta del sacerdote Moscone, ecco che gli interrogativi presero corpo ed ora sono utili a scandagliare, con l’aiuto dei tre grandi filosofi, i molteplici interrogativi che ogni catastrofe provoca.
Bisogna prima ricordare che per segnare la nascita dell’età moderna uno di essi è, senza dubbio, l’immane terremoto che colpì Lisbona il 1° novembre del 1755. È stata l’ultima volta che i piani di Dio sull’uomo sono stati oggetto di un dibattito pubblico generale in cui si sono impegnate le menti più notevoli del tempo: Voltaire, Rousseau e Kant.
Ancora oggi però le domande e le risposte dei tre filosofi ci aiutano a pensare. Così scopriamo, attraverso le parole dei ‘relatori’, gli aspetti del sublime, dello smarrimento e insieme dell’estetica; dell’inconoscibile, del dolore e della possibilità di riprendere ogni volta, dopo le catastrofi, il cammino storico…il far girare la ruota: questo è Lo Presti che interpreta e chiarisce bene Kant. Marchesiello da magistrato pone il senso dell’ingiustizia che ogni catastrofe provoca. Da qui la ricerca della responsabilità, vero elemento di modernità: insomma indagine tra la fatalità e la responsabilità che spingono alla conoscenza delle cose e così la sottile divisione tra la catastrofe naturale e quella umana rappresentata dalla guerra. Una ricerca della Ragione e della Morale che avvicina il magistrato Marchesiello a Voltaire.
Sembrerebbe a questo punto l’imputato divenire Dio; ma è Rousseau che risponde, e per Moscone diventa facile assumerne il pensiero. Rousseau fedele alla provvidenza universale e propenso a gettare le responsabilità sull’uomo piuttosto che su Dio, rilancia così ciò che l’umanità non deve mai perdere: la speranza. La speranza che ciò che è dell’umanità si rinnovi.
A noi rimane in fondo la semplice interrogazione che nasce ogni volta si presenta una catastrofe: perché? Una interrogazione forse disarmante, ma che dà al pensiero la vertigine di far rinascere ogni volta Dio.

mercoledì, febbraio 09, 2005

Incontro di filosofia

Serata di filosofia, stasera 8 febbraio, alla Biblioteca dell’Università di Genova. Per parlare di filosofia, c’è stata l’occasione della presentazione del libro di Anna Czaika: Tracce dell’umano. Il pensiero narrante di Ernst Bloch. Insieme all’autrice ne hanno parlato Vittorio Coletti e Domenico Venturelli. Bloch è conosciuto come il filosofo del principio di speranza; un filosofo che ha con grande originalità coniugato marxismo, cristianesimo ed ebraismo. In un momento storico che mette in discussione la fede nell’uomo, Bloch la rilancia.
L’introduzione di Vittorio Coletti spiega come la filosofia di Bloch non è da considerarsi sistematica; egli è un creativo e attraverso una scrittura letteraria usa il racconto come forma riflettente. I suoi racconti sono le tracce (spuren) con cui avviene la sintesi del suo pensiero e nell’esperienza narrativa raggiunge il culmine della sua filosofia. Il libro di Czaika Bloch fa proprio riferimento all’opera Spuren – tracce il suo libro più narrativo e poetico. Le storielle che racconta sono esplicative e la narrazione di quello che consideriamo traccia, scarto, lato nascosto, diventano la filosofia per cogliere l’attimo. Poi Bloch ripropone la domanda classica del filosofo: “Chi siamo?”. Molte sono le domande che aggiunge Domenico Venturelli. Molte anche le perplessità sull’attimo, sulla speranza che sconfigge la morte.
Le risposte di Anna Czaika vengono attraverso il lavoro contenuto nel libro: la risposta si può trovare nell’arte, nell’immagine, nella musica come poetica dell’attimo. Così la nuova identità non sarà un melting pot, ma una nuova immagine che sa trasmettere cultura, perché la problematica dell’attimo è una concezione che trova nel passato la sua dimensione. Per Bloch non c’è un mondo da migliorare ma, nel nostro divenire, un ‘mondo altro’. L'idea di Bloch, è che la speranza non è semplicemente un premio di consolazione per le disgrazie necessarie della vita degli individui e della storia, ma è piuttosto uno sforzo per vedere come le cose stanno in movimento, come si evolvono.
Tracce dell’umano. Il pensiero narrante di Ernst Bloch
di Anna Czaika
(Reggio Emilia, Diabasis, 2003)

Premio Salvatore Valitutti 2004

Euro 18

venerdì, febbraio 04, 2005

Il Sergente Paolini

Avevo letto molto tempo fa Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern ed ora ho rivissuto quelle drammatiche pagine, che raccontano la ritirata del nostro esercito in Russia, dalla voce di Marco Paolini. Ieri sera sono andato a teatro a vedere ‘Il Sergente’ di Marco Paolini e l’emozione è stata identica a quella che mi aveva trasmesso il libro, questo grazie alla trasposizione teatrale fatta con una sapiente lettura del testo letterario alla regia e alla bravura dell’attore . La scrittura di Rigoni Stern poi si presta molto all’affabulazione di Paolini.
Grazie a Paolini, come per Vajont, l’opera riesce a trasmettere una forte commozione a tutti i presenti in sala; giovani, uomini e donne, adulti e anziani, vengono tutti scossi. Quel dramma, racconta qualcosa di universale e le lacrime sono liberatorie ed insieme un omaggio a quegli uomini. Uomini che riescono a non perdere la dignità e a trovare in un paese straniero che si voleva conquistare, renderlo ‘nostro’, una originale comune umanità.
Stern si era dimostrato un vero talento narrativo: la sua scrittura è immediata, chiara, concisa, è un bell’esempio di letteratura. Quello ‘’raccontato’’ nel libro è tutto vero, così ne esce un forte monito contro la guerra, la sua insensatezza che vede uomini uccidersi e morire senza ragione. Poco più che ventenne il sergente Rigoni Stern prende il comando di un gruppo di alpini e inizia la ritirata verso un ritorno a casa pieno di insidie. Un ritorno a ‘baita’…e ‘da che parte è l’Italia’? Ogni tanto irrompe questa domanda. Sì, alla fine di 1400 uomini della compagnia del sergente Rigoni Stern, solo 340 torneranno a ‘baita’, a casa. Il drammatico racconto dei sopravissuti è una lezione di memoria, una lezione di storia che è nostro dovere non dimenticare, non scordare.
Cenci, Tourn, Pintossi, Moreschi, insieme a Rigoni, sono i personaggi veri, reali; sono i piccole e grandi uomini che affrontano un’avventura drammatica, tragica con una umanità che giunge a noi a farci dire che mai più si deve violentare gli uomini. Mai più i nostri occhi debbano vedere quello che hanno visto i loro.

mercoledì, febbraio 02, 2005

Dopo Auschwitz

Dopo Auschwitz, dopo quello che sembrava inimmaginabile e incomprensibile, dopo tanto dolore e terrore, c’è sempre da interrogarci se si sia ripresa la strada dell’evoluzione umana o semplicemente si continui il racconto che ci vede sempre uomini mediocri e insieme povere canaglie.
Hannah Arendt indicava nella struttura del potere, in quella ragnatela di competenze delegata a mediocri impiegati e uomini senza pensiero, la componente del male del XX secolo. ‘Gerarchie e poteri paralleli venivano estesi in maniera confusa e intricata così che ognuno gestiva da buon servitore il suo ammirato capo superiore: Hitler o Stalin’.
Ma poi, per Freud, abbiamo una specie di condanna a scontare traumi infantili, madri castranti, cattiverie e repressioni puberali; per cui pessimisticamente l'uomo è un animale cattivo e crudele che continua una storia di assassini, di morte, che riportano ad un parricidio: il peccato originale. Una colpa primordiale. L'uomo uccide sempre, e al di là di nemici individuati con diverse bandiere, come necessità di sopprimere il padre. Il cristianesimo per questo ci aiuta facendolo uccidere da "altri"; dagli ebrei appunto.
Insomma, se quelle energie bestiali, che hanno portato a dare forza e potere a Hitler e Stalin, erano naturali, allora tutto è frutto dell’imbecillità. Era quello che fa dire a San Paolo:" Io non faccio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ma se faccio quello che non voglio, non sono io a farlo ma la forza del peccato che abita in me". Quel peccato è l'imbecillità, quella bestia che si rigenera ad ogni nascita e ci fa bambini crudeli, egoisti, gelosi; ancora appunto.
Così obbligati a crescere, ci nascondiamo dietro a Ragione e Volontà: veli che si alzano al primo soffio di vento smascherando la Ragione come ideologia e la Volontà come potere. Quindi dov’è l’evoluzione?
Esisterà una evoluzione collettiva che ci metta al riparo dal ritorno di quel male commesso in passato? Penso di no; eppure la stessa Hannah Arendt con la sua analisi - uomini senza pensiero -indicava anche un antidoto.
Hanna Arendt ci aiuta a comprendere allora come il "decalogo" del Dio unico da opporre al male, fosse ben poca cosa contro la forza conosciuta di un Hitler o uno Stalin. La vera forza del male è nell’esercito degli sgherri, dei gregari, adulatori, sudditi fedeli, è il dovere: il non pensiero. Riusciremo allora a trasmettere con un circolo virtuoso il pensiero? La critica e l’introspezione? Buona ricerca a tutti. Poi chissà…

venerdì, gennaio 28, 2005

Ancora Resistenza

Quest’anno al Resistenza compie 60 anni; ma non è da mandare in pensione, come tenta di fare la maggioranza governativa italiana con la Costituzione da essa nata.
Stiamo attraversando un periodo tra i più brutti della storia italiana del dopoguerra; si sta instaurando con la destra al potere un regime reazionario: non è stato risolto il conflitto di interesse di chi guida il governo; si spezzetta l’Italia, si fanno riforme per assoggettare al potere la Giustizia e la Scuola; si sta perdendo ogni riferimento etico e sotto la voce dello spoil sistem si stanno mettendo nelle istituzioni uomini come servitori, invece che con competenze; aumentano i poveri e gli indifesi. Insomma ci si avvia, con le prerogative di un capo proprietario del maggiore sistema di media italiano (case editrici, distribuzione cinematografica, televisioni, giornali, radio ecc.) ad una sorta di nuovo fascismo.
Fascismo, non è una parola grossa o fuori moda: è sempre attuale. Non si ripresenta certo con gli stessi rituali o forme del passato, si aggiorna e anche senza camicie nere, brune o azzurre, sta sovvertendo piano piano il nostro modus vivendi democratico. Dietro all’allarme criminalità, spostato su emigrati, scippatori, piccoli delinquenti, si sposta l’attenzione dei criminali dentro le istituzioni. Con i piccoli furti, che risultano più odiosi e avversati delle grandi rapine, si nascondono o minimizzano, crack finanziari, falsi di bilancio, corruzione di giudici, atteggiamenti mafiosi; si sta costituendo una schiera di intoccabili, di prepotenti che non sono altro che i nuovi gerarchi.
Bisogna ritrovare gli ideali della Resistenza e con questi fermare il disegno politico di un nuovo fascismo.
Questa destra illiberale sta governando da 4 anni attuando tutte le leggi che voleva; malgrado ciò il suo capo cerca di fare la vittima di un odio che è solo suo. Egli vuole trascinare gli italiani in quel psicodramma che mette in gioco vittime e carnefici, per assumere il ruolo di salvatore tanto caro ai dittatori. Invece di rendere conto di quello che ha fatto e non fatto, svia il dibattito politico su paure, su reazioni emotive irrazionali. Questa è la destra reazionaria di sempre; quella che ha sempre fatto pagare ai popoli i più atroci prezzi. Ritorniamo alla Resistenza. Ritorniamo ai valori fondanti la nostra democrazia.

mercoledì, gennaio 26, 2005

I sommersi e i salvati di Primo Levi

In occorrenza del 27 gennaio, giornata della memoria, voglio ricordare un libro di Primo Levi: I sommersi e i salvati. Per Primo Levi sono bastate solo due generazioni per far sì che l’esperienza dei Lager nazisti fosse sfumata, fosse storicizzata; resa lontana e muta. Quel sogno ricorrente, fatto dai detenuti, di non essere creduti, di non potere essere i protagonisti di un orrore tanto grande da non essere considerato vero, non si è avverato; detto questo, il libro parte con una considerazione: la memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace.
Uscito un anno prima della sua morte per suicidio, nel 1986, ‘I sommersi e i salvati’ è una rilettura dell’esperienza di Auschwitz, dopo quasi 40 anni dal libro: “Se questo è un uomo”. I testimoni veri del libro sono ‘i sommersi’, coloro che sono morti; coloro che anche se in possesso di carta e penna, non avrebbero scritto nulla perché la loro morte era già avvenuta, prima di quella corporale.
Il mondo del lager, descritto nel libro ‘Se questo è un uomo’, non poteva essere letto con una semplificazione: da una parte il bene (le vittime)e dall’altra il male (i carnefici). Primo Levi ricorda, che già al primo impatto, chi si aspettava solidarietà dagli altri detenuti rimaneva sorpreso: ognuno pensava per sé, e chi rubava cibo, chi riusciva ad avere privilegi era quello che aveva delle possibilità per sopravvivere; era un ‘salvato’.
Levi con questo libro sostiene che l’aver concepito le squadre speciali, ovvero organizzato gli stessi detenuti a svolgere il lavoro sporco della carneficina, è stato il delitto più demoniaco del nazionalsocialismo. Con le squadre speciali il senso di colpa si spostava sulle stesse vittime. Non c’erano più innocenti. Questa malvagità estrema deve essere scandagliata fino in fondo poiché potrà in futuro coinvolgere ancora noi stessi e i nostri figli. L’orrore e la disumanità di quel lavoro che fa impazzire, genera una sofferenza così grande che impedirebbe di vivere, così fa abituare; fa un ‘salvato’.
Il libro continua ad analizzare la zona grigia della ‘banalità del male’, cui aveva già scritto Hannah Arendt, di quegli uomini che «se non lo facessi io, lo farebbe un altro peggio di me». Uomini di corte, servitori del regime, con una rappresentazione di sé, dell’immagine di prestigio che fa scendere all’inferno con trombe e tamburi, con l’abbaglio del potere. Perché il potere è una droga che richiede sempre l’aumento delle dosi.
Al centro del libro c’è poi l’interrogativo di come ha potuto quel popolo tedesco, fare quello che ha fatto. Ancora la risposta è quella della banalità del male; di quanto orrore si nasconde dietro il conformismo, l’ideologia di un popolo ordinato, retto e superiore. Un popolo che assomiglia e crede molto in quel leader che lo organizza, levandogli il pensiero e l’interrogazione. Non la responsabilità.


venerdì, gennaio 21, 2005

Scrivere per crescere

Deena Metzger è una poetessa che ha dedicato alla scrittura profonde riflessioni. Nel suo libro Scrivere per crescere, in originale Writing for Your Life, dimostra come scrivere sia per gli scrittori, e per chi non ha mai provato a scrivere nulla, un aiuto ad esplorare noi stessi e la nostra creatività. L’autrice con diari, autobiografie, racconti, fiabe e sogni, ci propone le sue storie e numerosi esercizi, dimostrando come scrivere dia forma e significato alla vita, mentre il silenzio ci blocca nella sofferenza. Inoltre, come terapeuta, affronta con lo stesso libro, l’aspetto creativo e d’ispirazione che diventa una guida per i mondi interiori.
Per Deena Metzger, ogni vita è una storia. Scrivere allora la nostra storia è vedere la nostra vita come parte del processo creativo. Il processo di scrittura ci permette di stare sopra al regno dell'immaginazione e, insieme al semplice modo d’esplorare la realtà, si trasforma in parte il senso cui costruiamo la nostra vita- storia che paradossalmente generiamo e ricreiamo.
Deena Metzger, dedica un bellissimo capitolo alla paura di dar voce alla creatività: "Abbiamo paura di fallire, abbiamo paura di non aver nulla da dire, abbiamo paura che possa danneggiarci, abbiamo paura che possa essere una menzogna, abbiamo paura che possa essere la verità, abbiamo paura di dover cambiare la nostra vita…".
Qui di seguito riporto una poesia di Deena Metzger che operata al seno, attaccato da un tumore, descrive la sua ferita come un monito di speranza e rinata bellezza: “Non ho paura degli specchi… -Vi era una sottile linea rossa che attraversava il mio torace - lì dove era entrato un coltello - adesso un ramo circonda la cicatrice - e si porta dal braccio al cuore - Un ramo coperto di verdi foglie dove appesa è l’uva e vi appare un uccello - … - Ho disegnato il mio torace con la cura riservata ad un manoscritto miniato - Non mi vergogno più di fare l’amore. L’amore è una battaglia che posso vincere - Ho il corpo di un guerriero che non uccide né ferisce - Sul libro del mio corpo per sempre ho inciso un albero".

mercoledì, gennaio 19, 2005

Camminiamo stupefatti

Ho sempre invidiato i saggi, coloro che sanno leggere i simboli; coloro che sanno vedere le metafore della nostra vita. La metafora è la nostra via e insieme la nostra medicina.
Quello che vediamo, che si presenta per immagini, non fa che rammentarci la Sapienza: nasciamo ogni giorno con il sole, come moriamo con la notte.
La nostra putredine del corpo si veste d’avvenenza per farci scoprire la bellezza che insieme alla realtà effimera serve all’eterno Dio, cui cantare le lodi.
Nasce così la metafisica…ad insegnarci la felicità. La Sapienza non è poi solo del dotto ma di tutti, basta che si sappia risalire all’origine ultima delle cose. Ogni animo abbandonato e grato dimora, senza saperlo, nel regno della Sapienza: lo vive così l’arabo e il cristiano, come l’induista e il tibetano.
Per questo preghiamo. Al ritmo delle onde, la preghiera simile ad una risacca, forgia l’anima; mantra, litanie, giaculatorie: Kyrie eleison – La ilaha ill Allah…

Ma oggi abbiamo voglia di vivere il nostro tempo, così si dice, e qui sta la fregatura del contingente, del divenire, nell’andare per la storia. Camminiamo stupefatti tra le merci, popolo Narciso, come antichi santi fra gli angeli.
Ma l’essere per l’intelletto non è verbo nel senso del moto, ma di stato; del nostro stato i principi si scoprono e, secondo Platone, si ricordano.
Continuiamo pure a comprare ma si sappia discernere; si sappia che possiamo andare avanti, andare oltre. La Sapienza è il sapere di sé. Quindi abbandoniamo il Narciso. Lasciamolo solo a guardarsi in Tv. Chi sa leggere il nostro tempo, sa che avrà vita breve; ne sta già nascendo insieme un altro. Quello che consideriamo nuovo è già vecchio, è appena morto. Cè un simbolo che ce lo ricorda, c’è un mito da onorare: Sisifo o Edipo vivono sempre.

martedì, gennaio 18, 2005

dichiarazioni da paura

Dopo le ultime dichiarazioni di quello che viene definito ‘premier’, ho pensato dall’inizio che una risata lo soprafacesse Berlusconi; lo sotterrasse con le sue barzellette. Invece devo ricredermi: dietro a questo guitto della politica si è formata una accozzaglia di servitori, vassalli, portaborse, lacché, giornalisti ricurvi, politici opportunisti e ministri riverenti che hanno dato origine ad un vero regime. Per schiodarlo sarà dura poiché, impossessatisi di molti posti di potere, questi personaggi sono pronti a tutto.
Le stesse dichiarazioni sulla sinistra italiana (la stessa che ha dato vita alla Costituzione italiana che ha garantito per 60 anni la democrazia) quale portatrice di ‘terrore, miseria e morte’, fanno presa purtroppo su molti italiani. Ancora una volta la destra italiana usa l’emotività, la paura, per raccogliere consensi. Non ha altre argomentazioni. Basterebbe che ognuno si guardasse nel portafoglio e analizzasse un poco le sue condizioni di vita per dare un giudizio su questo governo. Basterebbe che molti italiani spegnessero la TV e trovassero altre fonti di informazione per credere in una nuova democrazia possibile. In un’altra Destra e in un’altra opposizione.

domenica, gennaio 16, 2005

Teoria di Haeckel e fecondazione assistita

C’è una teoria, chiamata di Haeckel, sostenente che nella ontogenesi si ripete la filogenesi; ossia per costruire una specie si ripercorre il cammino naturale evolutivo per giungere a quella stessa. Questa teoria è ritenuta il più forte apporto alla scientificità della teoria di Darwin. Ora in base a questa teoria, gli embrioni umani sono passaggi delle cellule vitali riferite ad altre specie: sono passaggi che ricordano l’evoluzione della vita che ha portato all’uomo odierno. Nei nove mesi di gestazione, nel feto avviene la ricapitolazione di tutta la storia evolutiva che ha portato alla specie umana. Da un’ameba, si passa ad un pesce, un anfibio, un lemure per giungere ad un piccolo umano…insomma si toccano tutte le tappe, pure con alcune lacune, dell’origine animale che portano alla formazione della persona umana.
Quindi in questa ricapitolazione, che dovrebbe ricordarci l’unità della vita e il Tutto che ci comprende, noi saremmo stati pesci, serpenti, uccelli, scimmie nonché manzi o vitelli. Detto questo, chi è contro il rispetto della vita umana? Chi difende di h3>più la vita? Chi mangia carne o chi manipola un embrione? Per me è più rispettoso un vegetariano che un assertore dell’attuale legge sulla fecondazione assistita.

Mie Terre Radio: 12 ore di libertà

Pietro Busalacchi, il nostro Pietro B. di http://italia.blogoltre.it/ , ha promosso per Giovedì 20 Gennaio: 12ore di libertà chiama il 333 969 0 448 e vai IN DIRETTA su MieTerreRadio!
Con MieTerreRadio Pietro B. è riuscito a dare voce (audio) ai bloggisti. Sosteniamolo intervenendo. Chissà che non sia quella di Pietro B. una nuova frontiera del web? Abbiamo sempre più bisogno di conquistarci spazi di libertà.
Allora sintonizzatevi con: http://www.mieterre.it/
Giovedì 20 Gennaio 2005 dalle 7,30 alle 19,30 su MieTerreRadio andrà in onda solo un sottofondo musicale al quale si potrà sovrapporre LA VOSTRA VOCE!
Come fare? Basterà comporre il numero di cellulare (vodafone)
3339690448 e dopo il primo squillo si aprirà in automatico la comunicazione e da quel momento potrete parlare per il tempo che volete e...SENZA NESSUN FILTRO!
Raccontate e condividete con chi ascolta un vostro pensiero, un'idea, una sensazione...una protesta!
Parlate di quello che più vi interessa in piena libertà! Sarete ascoltati in DIRETTA da chi in quel momento è collegato con MieTerreRadio.
Le telefonate più originali e significative saranno replicate durante la normale programmazione di MieTerreRadio.
Al numero 333 9690448 gli altri giorni risponde la segreteria telefonica.
Chi vuole può registrare un breve messaggio che poi, se si desidera, sarà messo in onda successivamente. In tal caso alla fine del messaggio dite "Si acconsente alla messa in onda".

martedì, gennaio 11, 2005

Fight Club

Ho visto in questi giorni un film in dvd che mi era sfuggito ed un amico mi aveva segnalato: Fight Club. Club di lottatori, picchiatori, incassatori, club della sovversione e di un nuovo messaggio? Fight Club potrebbe essere il racconto della depravazione dei sentimenti, invece no è la sua ricerca. Ancora una volta si trova emblematicamente quello che si cerca. Cosa vuole Jack, il personaggio principale del film di David Fincher? Vuole emozioni. Jack cerca amore ma ne ha paura; cerca semplici carezze ma trova pugni. Allora è meglio un pugno, è meglio sentire l’altro in questa maniera piuttosto di non sentirlo affatto o sentirlo nel ruolo sociale, vederlo intruppato in convenzioni. La crisi dei personaggi che raccontano la storia del film, tratto da un romanzo di Chuck Palahniuk, è la stessa che avvolge la società dei consumi.
Sentirsi vivi, ecco, in nessun posto ci si sente vivi come al Fight Club, perché in nessun posto in realtà si vive. Il masochismo qui assume la dimensione soprattutto maschile; la componente femminile –interpretata da Helena Bonham Carter – è sesso e invadenza, il resto manca. Il dolore è ricercato; diventa paradossalmente l’unica forma di potere: siamo noi a procurarcelo e non a subirlo.
La generazione che si trova nel Fight Club è, come dice Tyler Durden, quella che non ha avuto grandi guerre da combattere o grandi depressioni da affrontare. Per questo si impegna a fare un grande salto spirituale: quello che è la contestazione globale, quello che in un certo senso ogni generazione vive, come uno smarcamento naturale da chi li precede. Ma qui è stravolto da un altro senso: i personaggi del racconto assumono la dimensione caricaturale, ne sono un aspetto in negativo di quello che rifiutano. Alla fine con l’immagine anticipatoria e quasi profetica si assiste alla distruzione dei grattacieli: cadono le Twins Tower. Vince il nichilismo. Ancora Spengler?

domenica, gennaio 09, 2005

Ancora di fronte...alla volgarità

Siamo in un periodo storico cui l’industria culturale offre tutti i prodotti dando l’illusione di una libera scelta. Avete bisogno di vincere? Di sentirvi virili? Ecco che in uno stadio vi è data la possibilità. Volete sentirvi diversi? Ecco la moda punk e dark. Volete distinguervi? Ecco le avanguardie e le jam session. C’è tutto, per tutti i gusti. Corride umane per l’intera gamma delle perversioni mentali.
La televisione in questo contesto spesso è il fantasma che nasce prima del corpo; impastando diverse arti arriva a proporre l’insopportabile trasfigurazione della realtà.
Cosa succede? E’ la massa che regredisce, che cede, o è la forza del linguaggio dell’imbonitore? Insomma dobbiamo vedere per forza cadere le carrozzelle lungo la scalinata di Odessa per criticare il regime? Forse abbiamo ‘grattato’ tutto e messo a nudo la vera cultura: l’intellettualismo, la crema del sapere, era fin qui tutto una farsa per concederci l’illusione di saper meditare e arrovellarsi. Ma quale metafora, simbologia, trascendenza e spiritualità…in questa Italia tutto diventa una scorreggia: la volgarità non provoca più dolore ma risate. Aspettavamo i barbari? Eccoli: non sono venuti da fuori, li abbiamo in Parlamento.
Allora per cambiare, per distinguersi veramente, bisogna cercare una effettiva alternativa al regime. La parola d’ordine (che sia proprio d’ordine) potrebbe essere: non abbiamo diritto all’intrattenimento. Non è un obbligo dilettarci. No ai falsi bisogni. Penso poi che ognuno sia in grado di conoscere quali sono i suoi veri bisogni.

sabato, gennaio 08, 2005

Sanremo famosi? Sanremo fascisti

Sanremo o l’isola dei famosi? Guardando il cast che comporrà il prossimo festival sanremese sembra di trovarci di fronte ad una puntata del reality show: L’isola dei Famosi. Quella che dovrebbe essere naturalmente l’isola dei cantanti, questa volta è l’isola dei recidivi; ossia gli ex big per un prossimo blob targato bluff.
I venti in gara annunciati non sono gli alisei o i libecci, i grecali o la tramontana; sono i cantanti italiani. I dispacci d’agenzia avvertono che ci saranno quattro categorie: uomini, donne, gruppi e classic. Un vero sforzo creativo: quattro categorie umane indiscutibili. Una in verità è un poco aleatoria è classic. Questo lo si diviene con l’età e con il tempo, che poi sono la stessa cosa: più passa, più avanza, più è classic, come il melodramma e la terza età.
Un’altra invece è inappellabile: i gruppi, come i comitati, i partiti e le confraternite; sono le band musicali, come le filarmoniche. Gruppi uniti nella passione e nelle note…speriamo non dolenti.
Ma la novità c’è; c’è del nuovo: ho saputo che Gasparri, sul suo giornale di partito, ha detto che finalmente Sanremo è stato tolto ai comunisti…ma perché era in mano ai comunisti? Pippo Baudo era forse un infiltrato comunista? E quegli assessori di Forza Italia, che salivano tutti gli anni sul palco dell’Ariston, erano forse degli agenti segreti? No forse dopo il passaggio di Renis, l’uomo gradito al capo possidente, ora si instaura per scelta governativa la Tradizione.
Ecco spiegato il festival dei famosi: il festival diverrà un’opera del nuovo regime.
D’altronde il nuovo fascismo avanza.

lunedì, gennaio 03, 2005

Di fronte

Di fronte a tragedie immani, di fronte alla guerre, ma forse di più di fronte ai cataclismi naturali, come il maremoto asiatico, se ci fosse un Dio si potrebbe trattare il salvamento delle città, delle tante Sodoma, se vi fossero trovati almeno dieci giusti. Ma no, quello era un altro tempo e un altro Dio. Quel Dio pare non ci sia più. Ma sì, uomini giusti e innocenti quelli ora ci sono. Ma ora il tempo è solo quello degli uomini e il Dio ora qual’è? Com’è Dio? Indifferente, sembra.
Oggi non abbiamo neppure un interlocutore come Abramo e noi suoi discendenti ci affanniamo a dirci servitori dello stesso Dio.
L’uomo è l’unico che ha ‘visto’ sorgere il sole e poi tramontare; ha ‘visto’ la bellezza della natura e i suoi pericoli. Prima, senza l’uomo, niente era visto e compreso. Pure nella sua limitatezza, nella sua breve vita, l’uomo è colui che ha svelato dei misteri: è penetrato nell’atomo ed ha letto il DNA; con l’arte raggiunto vette sublimi tali da giustificare la sua preservazione e immortalità.
Ma l’uomo si rivela poi anche l’animale più stupido della Terra: uccide milioni di animali ogni giorno, impoverisce la terra con coltivazioni innaturali e distruzione di foreste, costruisce in modo dissennato, continua a fare guerre…eppure se lo volesse, l’uomo potrebbe costruire il suo destino con conoscenza e saggezza, solo ricordandosi della sua umanità. Basterebbe affermare il valore della vita, dell’amore e dell’unità della specie umana. Basterebbe quello, e Dio tornerebbe a parlarci.


venerdì, dicembre 31, 2004

Conoscenza per amare

Scrivo per questo anno 2005 una riflessione e un augurio.
Jung dice che l'incontro con se stessi è una delle esperienze più sgradevoli alle quali si sfugge proiettando tutto ciò che è negativo sul mondo circostante. Chi è in condizione di vedere la propria ombra e di sopportarne la conoscenza ha già assolto una piccola parte del compito.
Il mio percorso d’analisi per conoscermi, non saprei dire quanto è stato sgradevole; è stato difficile e doloroso ma, per quanto sia riuscito, ha portato amore e pietà verso di me. Mi ha portato soprattutto a conoscere la mia parte ‘femminile’, e che dire: la più bella. Quel cammino mi ha dato un’ accettazione con la consapevolezza che quelle cose sgradevoli di me, nascondevano ed erano un aspetto di cose preziose e bellissime. Sempre mie.
Un altro fatto importante, lungo il percorso di conoscenza, è scoprire qualcosa in noi che ci trascende. C’è in noi una voce interiore che è più grande della morale corrente; è quella di una coscienza dove convivono l’abietto e l’eccelso, la verità e la menzogna, il maschile e il femminile, l’infimo e il sommo e per questo ci porta confusione, disperazione, disagio. Imparando ad ascoltare la voce interiore noi diverremo quello che siamo; svilupperemo la nostra personalità, sapremo camminare sull’orlo del precipizio trovando il senso della nostra vita.
Ecco, allora che l’amore acquisterà contorni insperati; l’amore che parte da sé circolerà e diventerà per gli altri. Nel mio caso si chiama Anna.
In verità non so quanto e come l’amo; però certo so che è profondamente nella mia vita; la sento così vicina che anche guardandomi una mano, un ginocchio o che altro, li sento anche suoi: pezzi di corpo, come pezzi di spirito, uniti da quel mistero che è l’amore. Per questo amore, buon anno 2005.



mercoledì, dicembre 29, 2004

Natura Crudele-Uomo Ignorante

La natura crudele, che si presenta con un maremoto, uccide indistintamente giovani, vecchi e bambini. Quella stessa natura che si fa apprezzare, in quei luoghi, per la bellezza del paesaggio, la dolcezza del clima e ricchezza del suo mare con lo stesso porta la devastazione e morte. A noi, pur con tutta la tecnologia, la sapienza scientifica, non ci rimane che il dolore e il pianto. Ci accorgiamo quanto siamo impotenti di fronte alle grandezze degli eventi naturali; ecco che queste immani tragedie, fuori dal controllo umano, devono far riflettere sulla natura umana.
Mentre guardo su Internet le foto, di tutte le parti asiatiche investite dal maremoto, vedendo tutti quei morti raccolti sulle spiagge e in fosse comuni, penso come la nostra vita sia precaria, mortale, effimera.
Poi noi stessi le diamo una mano a renderla così, con l’inconsapevolezza d’essere fragili mortali. Siamo capaci di imporre con la violenza regole e leggi, facciamo guerre, costruiamo città assurde, pensiamo di dominare i fatti, invece senza nessun preavviso ci troviamo, immersi in catastrofi enormi, indifesi e ignoranti.
Questi avvenimenti dovrebbero unirci farci sentire sulla stessa ‘barca’, invece ecco che nella conta ci si scopre europei, francesi, tedeschi e molto. Molto italiani.
Così forse pensiamo di trovarci preparati alla prossima onda lunga. Molto lunga.

sabato, dicembre 25, 2004

Le Stagioni della Vita

Nel libro, ‘Un altro giro di giostra’, Terzani descrive che secondo la visione tradizionale indiana la vita è divisa in quattro precise stagioni. Queste stagioni non sono quelle abituali che noi normalmente consideriamo, ma periodi così suddivisi: il primo, dell’infanzia e adolescenza, è il tempo per imparare e istruirsi; il secondo, della maturità, è quello per mettere in pratica quello imparato, per esaudire i desideri, generare figli, realizzare progetti come la ricchezza la fama la conoscenza. Il terzo è quello ‘dell’andare nella foresta’, ossia del distacco dalle cose perseguite fino a quel momento. Il tempo dove si inizia a cercare qualcosa di permanente. L’ultima stagione o periodo è quello dove si abbandona l’io e ormai bruciato ogni desiderio, ci si prepara alla morte, si cerca solo la liberazione definitiva dall’oceano della vita e della morte, la destinazione finale del viaggio.
Lo svolgimento di queste stagioni non sono certo riferibili a date anagrafiche. Se si può dire quando finisce l’adolescenza o la fanciullezza, quando termina un periodo di studio o apprendimento, non si può certo immaginare quando termina la seconda stagione: quella dell’abbandono dell’Io. L’Io non si abbandona facilmente e quella stagione dei desideri e dei progetti, di perseguimento di ricchezze o di poteri che rafforzano l’ego, può non terminare mai. Anzi è una condizione che ci fa sentire vivi, ci fornisce gratificazioni e allora? Cosa ci può aiutare?
Se poi consideriamo l’ultima stagione, quella che dopo avere raggiunto la maturità ci farebbe abbandonare tutto, allora si capisce quanto è difficile raggiungerla. Allora saremo mai maturi o pronti a spezzare il ciclo delle nascite e delle morti? Ecco un punto cruciale: nella nostra cultura continuiamo tutti a morire ‘giovani’, perpetuando un destino determinato, più che dalle nostre azioni, dalle nostre reazioni. Le nostre difese, i nostri meccanismi di risposta ai problemi che sorgono nella nostra vita sono prestabiliti, automatici; tutte soluzioni che considerano l’uomo separato dal resto della natura e dell’universo.
Questa visione della vita tra noi e l’India è forse la vera discriminante culturale.
E’ la vera divisione tra Occidente e Oriente. Il nostro individualismo non sa riportare ogni cosa al Tutto. Noi non solo conteniamo il mondo ma siamo contenuti dallo stesso. Senza questa consapevolezza noi non conosceremo la Realtà. Con questo, il problema siamo noi e noi siamo la soluzione.


venerdì, dicembre 24, 2004

Closer- Amori in interni

Closer è un film di Mike Nichols, il regista de Il Laureato, che con quattro bravi interpreti, che dirige magistralmente, sa essere di un erotismo intenso senza scene di nudo; bastano gli sguardi. Basta la fisicità, bastano i sentimenti, che si rivelano ambigui, a raccontare l’amore e il sesso; il sesso e l’amore. Prendersi e lasciarsi; lasciarsi e prendersi.
Closer significa più vicini, stretti, intimi; tutto per vincere la solitudine che ognuno sconta nella vita. Non c’è calore di corpi che possa colmare la separazione degli individui. Quell’amore, che dovrebbe essere il balsamo per lenire la ferita originata dagli dei, non placa la sofferenza.
Closer è un film che per la sua origine teatrale potrebbe definirsi ‘amori in interni’. Il gioco di questi amori è crudele ed è così per nascondere la fragilità che l’amore dà a chi ama. Gli unici esterni del film diventano topici: aprono e chiudono la storia. Una storia che potrebbe anche non essere iniziata oppure semplicemente è lì pronta ad essere vissuta.
Closer, a distanza di oltre 32 anni, riprende una tematica affrontata dallo stesso regista con Conoscenza Carnale: i discorsi di sesso fatti in maniera esplicita. Con mano leggera e insieme dissacrante Nichols racconta la storia di due coppie in tempi diversi; incastra le relazioni in un gioco di specchi: le parole diventano rituali. Ti amo e non ti amo, ti lascio e ti voglio…per poi incominciare daccapo ogni volta.

martedì, dicembre 21, 2004

Consiglio di lettura per scrittori impenitenti

Ci si domanda spesso sulle ragioni dello scrivere, sull’essenza di questa pratica diffusa, di mettere in lettere i propri pensieri e desideri, i propri sogni e bisogni; il libro di Cees Nooteboom, ‘Il canto dell’essere dell’apparire’ risponde a questa domanda in modo efficace.
In questo momento di blog, di informatizzazione di massa, dove lo scrivere ha trovato nuove ragioni e nuove forme, rimane nella sostanza lo stesso interrogativo: perché scrivo? Perchè scriviamo?
Oggi che la Rete, Internet, ci fa editori di noi stessi dando la possibilità di dar sfogo in maniera illimitata alla passione dello scrivere, cosa continua a sorreggere lo scrittore in questa avventura comunicativa?
Dall’ introduzione del libro, ‘Il canto dell’essere dell’apparire’, veniamo a sapere che lo scrittore, Cees Nooteboom, ha iniziato a scrivere con la storia di un viaggio in autostop: ‘Philip e gli altri’, seguiranno, con le poesie, altre raccolte di prose di viaggio. Così sappiamo che viaggiare, scoprire, vedere, verificare realtà diverse è il primo elemento dello scrivere, il suo senso: è riflettere sullo sguardo, sul ritratto della realtà che ci si presenta davanti ogni volta e ogni volta vogliamo confrontare con gli altri.
Pubblicato nel 1981, ‘Il canto dell’essere dell’apparire’ è il dialogo tra uno scrittore, intento a scrivere una storia ambientata nella Bulgaria dell’ottocento, con un altro scrittore. Le invenzioni, gli artifici, la creazioni di atmosfere per il solo fatto d’immaginarle diventano reali; reali come i personaggi della storia che, una volta descritti, diventano più veri degli autori stessi.
Il piccolo libro, di appena 95 pagine, riesce a trasmettere tutta la leggerezza e l’importanza della scrittura concludendosi, ironicamente, mischiando luoghi, personaggi e atmosfere. Un romanzo nel romanzo; questo gioco letterario, che ha la lunghezza di un racconto, fa partecipare il lettore ad una realtà fittizia che non esaurisce la storia anch’essa inventata.
Alla fine il racconto non esiste più. Ma è mai stato scritto? Sì, non inventiamo e costruiamo mai niente che non esista già. La scrittura pur con tutta la magia, dell’essere e del far apparire, racconta sempre una realtà: la nostra, tanto nostra, da non poter non essere vera.
Buona parte del fascino di questa scrittura, però bisogna ammettere, è dovuto alle capacità di Nooteboom che in tutti i suoi scritti sa immettere le impressioni di una buona conoscenza di arti e cose, di cultura, proprie di un grande viaggiatore.
Ecco allora che di Nooteboom esce un ‘essere’ a discapito dell’ ‘apparire’ proprio di molti altri scrittori. In fondo qualunque cosa facciamo parliamo sempre di noi e lo scrivere più di ogni altra cosa ci rivela.

Il canto dell’essere e dell’apparire
Di Cees Nooteboom
Ed. Iperborea
Euro 16

giovedì, dicembre 16, 2004

Storia naturale dei ricchi

Se diamo ascolto a Richard Conniff scrittore, autore di una “Storia Naturale dei Ricchi”, essere ricchi sfondati non è così glamour. Hai voglia a organizzare feste nella villa di Aspen con ospiti che affogano nello champagne; regalare un miliardo di dollari all’Onu come Ted Turner, o farti sparare nello spazio (sborsando 20 milioni di dollari) per vedere l’effetto che fa: ma poi che ti dice la psicologia evoluzionista? Che ti stai comportando come un babbuino del delta dell’Okavango, o come un cercopiteco dell’Amboseli, e se ti va molto bene come un blabber arabico, un uccelluccio che svolazza qua e là nel deserto del Negev…però vale per la durata della vita. Dallo studio di Coniff si viene a saper che più cresce il patrimonio, più si allungano gli anni di vita. Interessante in generale. Preoccupante per l’Italia.
Guardando i ricchi come una categoria animale, che è bene ricordare ha in comune, come tutti noi, il 98,4% con gli scimpanzè, si scoprono molti comportamenti simili a varie specie animali: la gerarchia del branco abbisogna sempre di riferimenti da definire. Una volta poteva essere il capo chi era più muscoloso, un’altra volta chi era più bello o vecchio ora chi possiede più beni: mobili e immobili. E’ sempre più chiaro che il possesso genera potere sul branco; riserva privilegi e diversità. Così può capitare che la Politica, strana arte per far convivere ricchi e poveri senza farsi la guerra, a volte diventi campo di raccolta dei ricchi tanto da servirsene per accrescere il potere.
In Italia per arginare il ritorno alla legge del branco, consiglierei di varare una legge che chi porta quel nome e cognome preciso, non può essere condannato e inquisito, poiché oltre che ricco sta lavorando in politica per fare arricchire tutti i suoi simili: gli orangotanghi.

domenica, dicembre 12, 2004

Pietà per loro, pietà per noi


Qualche anno fa era solo Bossi che sosteneva e gridava nelle piazze che Berlusconi era, più che milanese, palermitano avendo rapporti con la mafia. Oggi lo dicono i giudici di Palermo, con la sentenza che condanna a 9 anni Marcello Dell'Utri per concorso esterno in associazione mafiosa. Non ci sarebbe da aggiungere altro poiché gli italiani un'opinione, su chi ci governa e su gli interessi che si difendono, se la sono già fatta. Resta il fatto di assistere sempre più al decadimento dell'etica politica. Molti protagonisti, che assiepano l'attuale arengo politico, dovrebbero farsi da parte; invece si ostinano, per il "nostro bene", a lavorare per una Storia che alla fine diventerà solo cronaca giudiziaria.
Riusciranno questi politici che ci amano tanto a togliersi di mezzo? Sarebbe un atto liberale, un atto di rispetto verso di noi e verso loro stessi. Fuori dai riflettori, dalle dichiarazioni roboanti, dalle prediche e promesse, guardandosi nel loro profondo ed interrogandosi, scoprirebbero la pietà per loro, che spero poi riverseranno a noi. Allora diremo: grazie.
Allora anche con qualche tassa in più e qualche spettacolo n meno, vivremo meglio.

martedì, dicembre 07, 2004

Segnali disperanti

Segnali disperanti per uscire dal berlusconismo: le sorelle Lecciso sbancano l’Auditel. Le Lecciso passano nello stesso giorno da Mediaste alla Rai e, in ognuna delle trasmissioni, si registrano ascolti record.
Non ci posso credere…ma saranno veri quei dati d’ascolto? Non saranno come i sondaggi berlusconiani?
Non ci posso credere…è voglia d’evasione? Eppure l’investitura del ‘nulla’ a fenomeno mediatico ci deve far pensare.
Ci sono immagini, flash, situazioni che diventano emblematiche e descrivono la società, la filosofia, in cui viviamo in modo puntuale. A me è parso di coglierne diverse. Esempio: ho visto Vittorio Feltri (direttore di Libero) che spiega cosa c’è scritto veramente nel Corano. Il Corano letto da Vittorio Feltri in versione integrale, non integralista. “Per cui sono orgoglioso di firmare, assieme a Maometto, quest’opera, la quale poi, rilegata in volume, non resterà impolverata”. (testuale). Non commento. Cosa dire di fronte alla frase’…sono orgoglioso di firmare, assieme a Maometto, quest’opera?...’. Si passa dall’esaltazione del niente a quello che può insegnarci il tutto. Poi, dopo la taglia di 25.000 euro, messa a disposizione dalla Lega Nord, per bocca di un ministro della Repubblica italiana, su un delinquente che ha ucciso, non un uomo ma, un padano; vengo a sapere che le gemelle sopraccitate, saranno sostituite dal cantante lanciato da Berlusconi, Apicella. Un altro segnale forte: il trash sostituito dal trash. Forse stiamo toccando il fondo della cultura berlusconiana. Si inizierà a risalire oppure si è iniziato a scavare?

Noi amiamo non si sa bene chi


Noi amiamo non si sa bene chi. Noi amiamo un altro, un’altra.
Noi amiamo un mistero o semplicemente un’idea d’amore.
Così raccontiamo le stesse storie. Così continuiamo i tanti sbagli.
Invece di sorrisi e gioia avanza, con quell’amore, il dolore e la tristezza.
Abbiamo perduto qualcosa? Ci siamo persi, noi che non ci siamo incontrati o semplicemente non ci siamo conosciuti.
E così difficile trovarci? Sono belli gli involucri, piacciono quegli innumerevoli artifici per apparire.
Poi ascolta le parole; volano alte. Aggiungiamo nomi, nomi propri, alla parola t’amo. Amo Maria, Giacomo e Lucia...
Ma quando ami tu abbracci, tocchi, accarezzi; stringi l’amore per te.
Già, quell’amor-te, quel per te-amor, è la morte.
Noi amiamo si sa bene perché. Noi amiamo per morire. Morire a questa vita.

lunedì, dicembre 06, 2004

L'Ulivo ritorna

Solitamente la sofferenza ed il dolore isolano, fanno sentire soli; invece può capitare che una ferita, patita da molte persone insieme, diventi un dolore che aggrega, diventi Storia. Questo è quello che ho avvertito partecipando a Montecatini all'assemblea della Rete dei cittadini per l'Ulivo. Ho avvertito che l'Italia, in questo delicato momento, non può tradire la sua intelligenza, non può fare a meno della serietà delle sue persone migliori. Ecco allora emergere, come anticorpi naturali, le capacità curative per difendere la comunità civile dagli attacchi alla sua integrità. Si può forse pensare di tenere unito un popolo, una cultura italiana, una grande patrimonio culturale e artistico con Bossi? Con Berlusconi, Previti o Dell'Utri? Con Gasparri o Castelli?
Forse qualcuno troverà di qualità questi ultimi uomini e la loro politica, ma senza dubbio si può affermare, come Pietro Scoppola, che essi hanno corroso il costume etico di questo paese.
Quale modernità, quale rivoluzione fiscale o svolta storica nei rapporti tra Stato e cittadino, c'è con questo governo di centrodestra? Quello cui si assistiamo è un depauperamento ed uno svilimento della convivenza civile: l'agonia dello stato sociale. Di fronte a questo movimento disgregante, di rottura dei sentimenti di solidarietà propri del popolo italiano, ecco che Romano Prodi ritorna. Ecco che una speranza si riaccende.
No, non è stata una battuta chiamare 'mercenari' gli attivisti di Forza Italia, da parte di Prodi, ma il rimarcare la profonda differenza di come si intende la democrazia. Con Berlusconi, con i suoi sondaggi, le sue decisioni e rapporti con gli stessi alleati, si assiste ad una sorta di democrazia delegata, per non dire altro; con Prodi la democrazia è partecipazione: è avvicinare i cittadini sempre più alle scelte di governo, rendendo trasparente e chiaro l'esercizio del potere.
Prodi si è rivolto alla platea di Montecatini, ai cittadini per l'Ulivo, formata da semplici volontari che hanno a cuore lo spirito di radici comuni ed il senso profondo delle cose che uniscono, nei valori della libertà e della solidarietà, dicendo: "Dobbiamo risanare la ferita inferta alla Costituzione e alla convivenza civile, ricostruendo un'etica, coinvolgendo i cittadini a 'spendersi' -non 'vendersi'- per cercare e creare consenso. Questo è possibile con le elezioni primarie, strumento con cui è possibile spezzare sia il controllo dei media, sia il potere esercitato per interessi personali, in modo opposto al servizio della comunità…Il mondo è cambiato profondamente e quello che ci aspetta è saper interpretare i grandi cambiamenti. Lo 'stato sociale', il welfare, sono le due grandi novità di questa parte del mondo e se qualcuno cade, noi lo tiriamo su. Il mediterraneo centro del mondo bisogna che torni ad essere centro della Storia…".
Ecco allora un grande messaggio; insieme cura e speranza per la rinascita dell'Italia.




mercoledì, dicembre 01, 2004

In ricordo di 'Gino' Veronelli

E’ morto Luigi Veronelli giornalista enogastronomo; così titolano i giornali.
Per me, suo lettore, dico che è morto un filosofo e scrittore conosciuto; ma questo si sa: collaborò con il filosofo Giovanni Emanuele Bariè e scrisse con Mario Soldati, Gianni Brera, Luigi Carnacina arrivando a pubblicare De Sade, nel 1957, che fu l’ultimo rogo della censura italiana. Ma poi, sempre per me, fu un inventore e fine letterato, direi poeta dei prodotti della terra, in primis vino e olio.
Beh io con Veronelli ho goduto di molte bevute, pur non ubriacandomi mai; certo bevevo le sue parole scritte e con quelle ho gustato mille vini.
Non c’era nessuno come lui che sapesse descrivere i sapori, le tonalità, i profumi, gli afflati, le sensazioni, gli umori appena accennati di un vino o di un piatto di fagioli.
Ecco per chi non lo conosceva, alcuni suoi scorci di scrittura:
“Anni ’50. Gli offiziali e gli enologi giuravano: i vignaioli si sarebbero mutati in operai e le aziende agricole in industrie.
Anche tra i giornalisti ero l’unico, proprio l’unico, a credere nei valori della vigna, dei vignaioli e del vino adatto agli individui e non alle masse. Proprio per dare peso ed importanza al termine, decisi di scrivere vignaiuoli. Quella u avrebbe avuto lo stesso effetto che i baffoni di re Umberto nelle foto 1800…”
Raggiunto lo scopo Veronelli tornerà a scrivere ‘vignaioli’…
“I miei vignaioli d’antan, duri, lividi, con le toppe al culo, umiliati, dicevano al loro vino appena pronto – a bassa voce, come fosse una ragazza in fiore – «la Barbera». Con la stessa emozione del «Ti amo».
In Verona - sia al Vinitaly, sia e ancor più al Critical Wine - si è discusso a lungo dei vini autoctoni. Credo che Giacomo avrebbe consentito e Riccardo consenta con la mia affermazione: essere la Barbera, se accompagnata dalla più puntuale indicazione d’origine, il più autoctono dei vini”.
E poi, l’unica esaltazione dell’ultimo dei vini…il lambrusco.
”Parteciperò – sol mi protegga il santo personale, Bernardino da Siena – con alcune bottiglie di un “mio” Lambrusco psichedelico. I giovani allievi hanno raccolto, l’autunno scorso, per le terre destinate all’ingorgo “autodromale”, le uve dei pochi ceppi individuati qua e là: la cornona, la oliva, l’amabile di Genova, la filucca, l’uva della Quercia, la termarina rossa, l’uva Tosca, la picol ross, la scorza amara, la bisa, la nobel, la viadanese, la marzamino e la sgavetta.
Vinificato al meglio, ne è venuto il più umano tra i vini. Lo bevi. È come se ogni goccia fosse a sé e ti facesse il racconto di piante fatte dimenticare dalla stupidità d’industria.
Ne porterò a casa una bottiglia per berla nel mio grande giardino, al canto del cucù pieno d’aria che pare soffiato in un flauto.”
Il grande Veronelli, Gino, ci mancherà.

martedì, novembre 30, 2004

Invasioni

Dati raccolti da fonti internazionali sull'emigrazione prevedono che, a causa di guerre, fame, miseria e carestie, nei prossimi anni si sposteranno dai loro paesi oltre un miliardo di persone. Un esercito di disgraziati, la cui vera religione è la sopravvivenza, marcerà verso i paesi più ricchi. Quello che oggi qualcuno chiama invasione di extracomunitari, sarà una cosa ridicola in confronto a ciò che avverrà. Allora sì che ci sarà una invasione senza precedenti. Non serviranno allora le leggi tipo Bossi-Fini a garantirci legalità o diritti di cittadinanza.
Contro la fame e la miseria non ci sono leggi, codici o armi; serve invece una politica internazionale che aiuti le persone a vivere nei loro paesi d'origine. Serve una attenzione economica per dare possibilità di vita alle persone che abitano le zone povere della Terra. Questa è la sola maniera per prevenire una invasione che metterà in serio pericolo gli equilibri mondiali.
Ricordiamoci che ciò che chiamiamo 'equilibri mondiali', sono condizioni che garantiscono al momento, ad una minoranza della popolazione, di consumare risorse spropositate a danno di una maggioranza affamata.
Con questa consapevolezza bisognerebbe dirottare ricchezze, conoscenze, tecnologie e lavoro nelle parti del mondo più povere. Bisognerebbe, da subito, fare una nuova distribuzione delle ricchezze; ma tutto questo sarà difficile poiché non riusciamo neppure a farla in casa nostra, dove la destra abbassa le tasse a chi non ha problemi economici tagliando servizi ai poveri. Una brutta prospettiva davvero per i nostri figli.

sabato, novembre 27, 2004

Nonno Gaspare

Nonno Gaspare dovrebbe essere contento della riduzione delle tasse; stamane Pippo, che legge Il Giornale, gli ha detto forte: "allora Gaspa sei contento? Ora avrai dei soldini in più". Gaspa non l'ha degnato di risposta. Pippo era da tempo che aspettava questo giorno e felice rideva a tutti. Finalmente Berlusconi ha fatto vedere di che pasta è: un vero imprenditore…altro che prenditore, come sostenevano tutti gli altri pensionati del circolo. Ridurre lo Stato, questa è la libertà; sosteneva pure Pippo.
In quello stesso giorno la Lega dei padani aveva messo una taglia per prendere chi aveva ucciso un padano, uno di loro. Chissà se sarà padano anche l'assassino.
Ad ogni buon conto Gaspare aspetterà gennaio prossimo per vedere quanti 'soldini' si troverà in più sulla pensione. Lui pensionato a 876,43 euro al mese quanto ci guadagnerà? Un giornale sul tavolo riporta delle tabelle irpef, che diventeranno ire, ma le tabelle che vorrebbe vedere sempre sono quelle dei prezzi del pane, del latte, del gas, del bus e di quel gotto di vino che ora si è vuotato. Quel gotto di vino è il suo consumo voluttuario: quei soldini in più sulla pensione dovrebbero rilanciare l'economia con i consumi…riuscirà Gaspa ad ubriacarsi?
Pippo intanto è sulla porta del locale che fuma; lui riuscirà a calmierare il prezzo delle sigarette al pacchetto? Nel mentre passa Ginetto il nipotino di Gaspa: "Ciao nonno, la mamma mi ha detto che a Natale sei a pranzo da noi. Lo sai che pensiamo di adottarti?". Ecco per quest'anno abbiamo risolto il problema dei regali- pensò Gaspa. Forza Gaspa, tieni duro e spera: non hai forse la stessa età del cavaliere?

venerdì, novembre 26, 2004

Scrittura e conoscenza e il blog?

Deena Metzger è una poetessa che ha dedicato alla scrittura profonde riflessioni. Nel suo libro Scrivere per crescere, dimostra come scrivere per gli scrittori, sia per chi non ha mai provato a scrivere nulla, sia un aiuto a esplorare noi stessi e la nostra creatività con diari, autobiografie, racconti, fiabe, sogni e miti, e ci propone le sue storie e numerosi esercizi, dimostrando come scrivere dia forma e significato alla vita, mentre il silenzio ci blocca nella sofferenza. E il blog? Il blog aiuta.
Inoltre, Deena Metzger come terapeuta, affronta con lo stesso libro, l’aspetto creativo e d’ispirazione che diventa una guida per i mondi interiori. Deena Metzger, dedica un bellissimo capitolo alla paura di dar voce alla creatività: "Abbiamo paura di fallire, abbiamo paura di non aver nulla da dire, abbiamo paura che possa danneggiarci, abbiamo paura che possa essere una menzogna, abbiamo paura che possa essere la verità, abbiamo paura di dover cambiare la nostra vita…".
Qui di seguito riporto una poesia di Deena Metzger che operata al seno, attaccato da un tumore, descrive la sua ferita come un monito di speranza e rinata bellezza:
“Non ho paura degli specchi…/ Vi era una sottile linea rossa che attraversava il mio torace / lì dove era entrato un coltello / adesso un ramo circonda la cicatrice / e si porta dal braccio al cuore / Un ramo coperto di verdi foglie dove appesa è l’uva e vi appare un uccello / … / Ho disegnato il mio torace con la cura riservata ad un manoscritto miniato / Non mi vergogno più di fare l’amore. L’amore è una battaglia che posso vincere / Ho il corpo di un guerriero che non uccide né ferisce / Sul libro del mio corpo per sempre ho inciso un albero".

domenica, novembre 21, 2004

La Fine

Pensavo che la caduta di Berlusconi avvenisse con un bel capitombolo improvviso e devastante, così come è solito a tutti i personaggi che hanno come caratteristica l'eccesso. Invece la caduta è iniziata lentamente da qualche mese; da quando ha perso le elezioni amministrative. Dopo aver indossato la bandana, per ricevere Blair, e dopo il riapparire di una folta peluria sulla testa (come esuli pensieri, nel vespero migrar), ecco che Berlusconi si è aggrappato alla riduzione delle tasse come ad una cima gettata al naufrago.
Berlusconi pensa che la riduzione delle tasse sia ormai l'unico strumento per riconquistare la fiducia come persona e risolvere insieme i problemi economici degli italiani.
Ha ragione Giorgio Bocca a definirlo sovversivo: Berlusconi non ha a cuore l'interesse del Paese; quel "Forza Italia", che titola il suo partito, altro non è che il frutto di un sondaggio di mercato, il parallelo di una fazione sportiva, come "forza Milan".
Infatti l'Italia non è mai stata tanto divisa: con le riforme, con la scuola, con la distribuzione della ricchezza…la riduzione delle tasse forse accomuna tutti.
Allora 'per un pugno di dollari', si sta ricreando un western che decreterà, con lui, la fine di tutto? Non stiamo a guardare. La fine del 'sovversivo' non sia la fine di tutto.

venerdì, novembre 19, 2004

The Village

Ho letto in una recensione che The Village, il film di M. Night Shyamalan, è una metafora dell’America di oggi dominata dalla paura. In parte potrebbe esserlo, ma il film per me dice molte cose insieme. Una, che mi è parsa di cogliere, è che mentre la vita spinge all’amore come via di salvezza, quindi anche al superamento del limite, le persone spesso questo limite non lo vogliono superare. Così The Village è anche una metafora cupa sul confine e la condizione dell’umanità nella ricerca della sicurezza e della felicità.
Il film racconta di un villaggio, Covington in Pennsylvania, che vive isolato e circondato da un bosco, popolato da creature misteriose e innominabili, che nessuno deve attraversare pena la perdita della tranquillità e apparente felicità in cui vive.
La storia raccontata dal film The Village, con atmosfere alla Kubrik, pone molti interrogativi: basta non nominare alcune cose e chiudersi in un villaggio per trovare la felicità? Si può costruire un mondo diverso attenendosi a certe semplici regole? E’ solo la paura a tenere insieme una comunità? Potrà una bugia difendere il villaggio? Il film è ricco di molte implicazioni: c’è l’amore, l’innocenza, il sentimento negativo della gelosia, la cecità come handicap fisico e valore morale, ci sono molti spunti cui ognuno potrà leggerci qualcosa.
La metafora come si vede diventa complessa scontando contraddizioni e ambiguità proprie di ogni forma di linguaggio. All’inizio la metafora potrebbe essere quella del dolore e della speranza: si saprà nel corso della storia che a dare vita al villaggio sono stati dei superstiti o familiari vittime di crimini orrendi; poi assume nel finale il senso di un potere che esiste perchè sa gestire la paura degli altri. E’ così l’America e il mondo di oggi? A voi la riflessione e…la risposta.

In attesa che il governo cada; qualche battuta di Woody Allen


Recentemente ho letto la Bibbia. Non male, ma il personaggio principale
e' poco credibile
Il mio grado nell'esercito? Ostaggio, in caso di guerra.
I politici hanno una loro etica. Tutta loro. Ed e' una tacca piu' sotto
di quella di un maniaco sessuale.
Mia moglie e' una persona veramente immatura. L'altro giorno, per
esempio, mentre mi facevo il bagno e' entrata e, senza motivo, mi ha affondato
tutte le ochette!
Non credo in una vita ultraterrena. Comunque porto sempre con me la
biancheria di ricambio.

domenica, novembre 14, 2004

Lettera ai musulmani

La bella e semplice lettera di Dionigi Tettamanzi ai musulmani per la fine del mese del Ramadan, riportata ieri sul quotidiano L’Unità, mi ha aperto il cuore. Chiamando in causa i giovani e i bambini come “dono di Dio per il futuro dell'umanità”, il Cardinale di Milano è andato al nocciolo della questione per superare l’odio e la visione catastrofica di scontro di civiltà che molti politici non solo prevedono ma auspicano.
Il sentimento religioso, di qualunque religione sia, in questo caso dello specifico monoteismo, ha in sé l’amore di Dio e di riflesso l’amore per il prossimo. Le preghiere e i luoghi di culto dovrebbero sempre avvicinare le persone; chi prega dovrebbe conoscere la pietas e sperimentare insieme il limite e l’amore umano. Questo è di tutti. Pur nelle differenze di culto e di tradizioni, non dovrebbe mai mancare ai bambini la gioia di crescere insieme. Il mondo sarà loro. Se nelle nostre città, paesi, scuole, comunità, i bambini sperimenteranno il dialogo, la cooperazione e l’amicizia, nelle loro mani la pace diventerà una realtà. La civiltà allora sarà unica, quella dell’umanità.

giovedì, novembre 11, 2004

Il caso Lampis- un giallo di M. Carloni e A. Perria

Martedì 9 novembre ho presentato insieme a uno dei due autori, Massimo Carloni (l'altro - Antonio Perria - purtroppo è mancato nel gennaio di quest'anno), presso la libreria Portoanticolibri il libro Il caso Lampis, edito da Fratelli Frilli Editori.

All'inizio pensavo fosse difficile presentare Massimo Carloni. Perché? Ha scritto una cinquantina di saggi sul giallo italiano, tra cui L'Italia in giallo (Diabasis, 1994) e il recentissimo Dizionario delle opere e dei personaggi di Loriano Macchiavelli (Pirani, 2004), più una dozzina di racconti il commissario Chiara de Salle come protagonista. Poi tutto è andato per il meglio, ed è stato un piacere conoscerlo meglio.

Per Massimo Carloni questo è il secondo libro scritto in tandem con Antonio Perria. Il primo - Il caso Degortes - è stato vincitore del Premio Alberto Tedeschi ed ha visto l'esordio del personaggio Marianna Montanari, il tenente dei Carabinieri che ha anticipato la figura di Manuela Arcuri della nota serie televisiva.

Nel Caso Lampis, il lettore viaggia attraverso tre città - Cagliari, Perugia e Reggio Emilia - con altrettanti ispettori-indagatori: la già citata Marianna Montanari; Antenore Crivelli, capitano dell'Arma e Chiara de Salle, commissario della Polizia di Stato. Non manca, per chiudere in bellezza, l'intervento di Saro Madonna, questore a riposo della questura di Milano; quest'ultimo è il protagonista di molte avventure di Antonio Perria.

Il racconto si snoda in modo corale, con l'originalità di tre investigatori che indagano su due delitti uniti da uno stesso filo conduttore.
Le indagini sull'assassinio di Federico Lampis, produttore di vini sardi ucciso in Umbria, prendono una strada inaspettata: si scopre l'esistenza di un separatismo sardo speculare a quello siciliano o meglio corso; un indipendentismo che ha contatti con quello dei paesi baschi e con le organizzazioni clandestine dell'ETA. Una pista politica, dunque. Ma non si può dire oltre.

A me è piaciuto molto il personaggio, nuovo per gli autori, di Antenore Crivelli, capitano della stazione dei carabinieri di Perugia. Insieme al caso d'omicidio, affronta anche la sua separazione dalla moglie, con i problemi conseguenti di riordinare la sua vita pratica e sentimentale.
La conclusione del caso lascia però qualcosa in sospeso tra i veri protagonisti che sono Antenore Crivelli e Marianna Montanari.
Proprio nel rapporto tra di loro, una simpatia affettuosa che potrebbe trasformarsi in qualcosa di più, si dovrà ricercare forse un seguito...forse un altro libro?

lunedì, novembre 08, 2004

CircoScienza:ridere ed imparare

Contaminazioni? Qualche giorno fa si è affrontato in questo stesso luogo il tema delle contaminazioni, della frammistione di saperi diversi, e oggi 7 novembre, qui nel Complesso di Sant’Ignazio, con l’incontro tra uno scienziato ed un artista, può accadere che il trucco, la magia, con lo spettacolo si aiuti la divulgazione della scienza.
Così succede, per il ciclo di eventi promossi con l’associazione Culturale Sarabanda, denominato CircoScienza, che si sia parlato di illusioni ottiche con l’aiuto di un illusionista e giocoliere; si sono incontrati Giberto Chirico –docente universitario del dipartimento di Fisica dell’Università di Milano e Ray Grahame - giocoliere prestigiatore, raccontandoci con due linguaggi diversi cosa succede ai nostri occhi e alla mente guardando certe figure o nel caso certi ‘giochi di prestigio’.
Per le illusioni ottiche, come per un gioco di magia, c’è un sapere che è scientifico oltre che ricco di spettacolarità; per questo oggi c’erano presenti molti bambini con i genitori tutti attenti e interessati a quello che succedeva davanti ai loro occhi. Prima verità: è bene sapere che non sempre le cose sono come appaiono.
Ray Graham si presenta con il primo gioco divertente: fa tagliare le estremità, i due capi di una corda ad un bambino e quindi annuncia: «Ecco ora ho una corda senza estremità!». Chirico invece invita i bambini in prima fila a vedere cosa c’è sotto una vaschetta trasparente ricolma d’acqua. Non bisogna toccarla e stare attenti a non farla debordare. Cosa si vede? Qualcuno azzarda una risposta.; ma non si dovrebbe vedere nulla poiché la luce non attraversa l’acqua. Lo stesso principio che non ci permette di vedere oltre l’acqua quando siamo immersi: abbiamo un effetto specchio e, se non la chiglia di una barca che attraversa la superficie d’acqua, noi non vediamo oltre. La risposta era un disegno di una bottiglia.
Dopo un esperimento con la luce dentro un tubo; un uovo che entra in una bottiglia; l’acqua in un bicchiere rovesciato non cade…una cannuccia, in un sacchetto di carta, che diventa un tubo, ecco la considerazione di poter passare, con la magia, in breve da professore a ciarlatano. Sì, basta che per un nonnulla anche un esperimento, provato numerose volte, non riesca e toh, si ha perso la faccia.
Oggi si capisce come molte illusioni ottiche siano illusioni mentali; noi vediamo con il cervello ed i meccanismi di banalizzare le cose, di conformare la vista ad una ragione stereotipata, ci fanno vedere cose inesistenti.
Sullo schermo viene proiettata una sequenza di immagini che vengono viste come non sono: ognuno vede curve inesistenti, punti che appaiono e scompaiono, quadrati ovali e rette flessuose. Tutto affascinante.
Il fenomeno del miraggio spiegato all’ultimo è invece prodotto della rifrazione della luce. Giberto Chirico aveva preparato tutto per bene; aveva sciolto un kg di zucchero in poca acqua e poi illuminando un oggetto sopra alla stessa acqua avrebbe dovuto ottenere un immagine riflessa sul muro di fronte…niente. Il rischio dello scienziato illustrato prima che perde la faccia. Ma no, il fenomeno sicuramente lo hanno già visto tutti, magari su una strada asfaltata d’estate che appare come uno specchio. Chirico è salvo.
Più tardi alle 18, ci sarà altro appuntamento con Ulk, artista di strada, su Velocità e Motori: questa volta botti, scoppi, eliche e vortici illustrati da Giulio Manuzio, docente di Fisica medica. Allora oggi la scienza è davvero festiva, giocosa, sottolineata da applausi e risa. Arrivederci ancora.


sabato, novembre 06, 2004

stiamoci vicini

“Per favore, non generalizzate su "gli americani", e non ci abbandonate. Grazie”.
Così scrive David N. Welton, su Italians del 5 novembre. Ha ragione David non dobbiamo generalizzare, anche se mi sono convinto che per realizzare un grande cambiamento sia necessario per il popolo americano andare fino in fondo. Intendo dire andare a fondo, ovvero scendere in quell’inferno cui il loro american way of life li condanna e indirettamente condanna anche noi.
Quel modo di vivere, che gli americani non vogliono abbandonare, e che è pagato dalla popolazione di tutto il mondo, è una delle ragioni principali della loro resistenza al cambiamento. Quell’America che ha vinto ancora è l’america della bistecca e dell’hamburger; è l’america del business e del consumismo esasperato che Jeremy Rifkin ha chiamato ecocidio.
Sta proprio nella cultura della bistecca, in quell’esasperato consumo di carne; sta nell’esorcizzare la morte degli animali, riducendoli in un trito confezionato, la loro forza e insieme la debolezza: quella cultura distruggerà la vita e la Terra.
Il senso di insicurezza che accompagna poi la vita degli americani, che li porta nuovamente a infilarsi il cappello da cow boy e sfoderare la pistola come nel Far West, è la paura di perdere quello stile di vita consolidato dalla ricchezza.
Kerry aveva questa consapevolezza? Forse no. Certo è che Bush, come in Italia Berlusconi, come succede nelle democrazie è il prodotto di una volontà e di un’idea che spesso risultano una malattia o altre volte una cura. Ma chi può dirlo? Allora dico stiamoci vicini.


venerdì, novembre 05, 2004

Contaminazioni Feconde

Presso il complesso di Sant'Ignazio ieri sera, martedì 2 novembre alle ore 17, si sono confrontati in una conferenza dal titolo Contaminazioni feconde: Alain Cohen, Professore di Comparative Literature and Film Studies all'Università della California di San Diego, Giulio Giorello, filosofo e matematico, Vittorio Gregotti, architetto, Lorena Preta, psicoanalista e direttrice della rivista Psiche, coordinati da Cosimo Schinania, psicoanalista e psichiatra.

Alain Cohen ha affrontato il tema dell'immagine come metafora e portatrice di nuovi significati nel cinema. Le parole per spiegare la contaminazione concettuale sono molte, però la metafora e l'analogia restano per la semantica psicologica le più pregnanti.

Cohen ci ha parlato, attraverso il commento di immagini tratte da film cult, quali Tron, Terminator 2, Matrix, I.A. e Minority Report, della trasformazione dell'immagine umana negli ultimi anni. La sovrapposizione di immagine analogica e digitale nella sequenza di Terminator 2, in cui l'attuale governatore della California dopo avere distrutto un robot-clone umano pronuncia la frase: "Hasta la vista baby", è quella di un addio anche alla vecchia immagine. Poi nascerà, con la ricomposizione della figura umana, l'immagine digitale: per Cohen è un addio anche al Rinascimento, alla figura di De Chirico, di Segal, forse anche di Brancusi.

L'uomo diventa un prodotto informatico e la sequenza dell'operazione sul bambino robot in I.A., di Spielberg, diventa il paradigma degli effetti speciali e di una nuova vita. Poi c'è Minority Report, ancora di Spielberg, dove si mostra ancora il corpo disteso ma questa volta con il rimando al crimine.

Vittorio Gregotti spiega che la sua contaminazione è più fisica, è riferita al suo lavoro di architetto. Il lavoro di architetto è contaminazione per antonomasia: unire i materiali diversi, in luoghi diversi con persone diverse non è solo trasferimento ma confronto con culture diverse. La diversità è elemento di ricchezza, senza dimenticare i conflitti.

Nel suo intervento Giulio Giorello ci anticipa che, avendo lui origini liguri ponentine, si considera frutto della contaminazione poiché ricorda che l'invasione in quella zona di musulmani fece salire la popolazione.
Le contaminazioni sono utili: è questo che sostiene Giorello ricordando cosa successe alla matematica quando si rinnovò con l'algebra e la geometria. La logica matematica è un esempio di contaminazione, è quella che ci ha portato alla realtà virtuale. Giorello poi affronta la scienza psicoanalitica e la sua resistenza alla contaminazione: «Si ritiene che la contaminazione apporti alla psicoanalisi un riduzionismo; la neurobiologia o la neurofisica sembrano ridurre la portata del sapere psicoanalitico ma la scienza chimica ha dimostrato come la riduzione, la traduzione, l'abbia arricchita. Non bisogna avere paura del riduzionismo. Ben venga anch'esso».

Risponderà e concluderà, l'interessantissimo dibattito, Lorena Preta ricordando che la psicoanalisi è nata dalle contaminazioni di scienze mediche con la letteratura, con l'arte e la mitologia. Anzi con il mito di Edipo si è conosciuto il paradigma dello sviluppo psicologico dell'umanità.

Per Preta si comprende come la neurologia e la biologia hanno iniziato un percorso che porterà grandissimi contributi, ma bisogna riconoscere che la psicoanalisi come scienza, come 'disciplina' che contatta senza pensare di governare o definire l'inconscio, è ancora il solo mezzo, tramite quello che chiamiamo erotismo, cerca di unire e mischiare le cose.


lunedì, novembre 01, 2004

Gary Marcus e una speranza


Non è che mi dispiaccia ma alla conferenza di Gary Marcus, che presentava il suo lavoro, «La nascita della mente», scopro che non avrò mai un clone.
Evviva! Nell’esposizione del suo trattato di genetica, biologica e comportamentale, in una diapositiva appare la pecora Dolly, la famosa pecora clonata, e Gary Marcus in persona ci dice che viene meglio clonare una carota nell’orto.
Il perché è presto detto; noi siamo frutto del lavoro di soli 25.000 geni ma anche dell’ambiente, dagli stimoli ricevuti da quest’ultimo, e da una serie di If–Se e Then-Allora che in un percorso ad ostacoli portano tutti e sempre a risultati diversi. Si, mi pare di aver capito che per arrivare a costruire la nostra mente, c’è un lavoro di tipo binario, così come funziona il nostro personal computer, per cui basta una piccolissima variazione, una infinitesimale modificazione anche ambientale e toh, il gioco di avere un individuo unico, irriproducibile e diverso quali noi siamo, è fatto. Un po’ come quel battito d’ali che diventa un uragano da qualche altra parte del mondo. E’ così un altro gioco della meccanica quantistica? Uno scherzo? Chissà. La legge della relatività rimane in fondo ancora quella che ci spiega meglio.
Evviva, i 25.000 geni determinano lo sviluppo delle proteine e hanno l’incredibile potere di darci l’aspetto fisiologico, ma il comportamento è sviluppato dai neuroni e dagli aspetti adattativi del genoma, che bisogna ricordare è simile a quello dello scimpanzè. Ecco allora che questo continuo lavoro in progress dei geni, porta ai geni (intesi come uomini superintelligenti) e ad ignoranti (come potrebbe essere il sottoscritto).
Ma non dobbiamo disperare poiché l’ambiente ha una bella responsabilità. Oltre ai IF- Se e agli Then’s-Allora ci sono, come in un programma software, le sub-routine, gli algoritmi che costruiscono con i geni, un essere con un occhio o un orecchio in più ma quanto più intelligente sia non si saprebbe. Il nostro cervello allora registra tutto: suoni, temperature, emozioni, paura e amore.
Esperienza e organizzazione danno al cervello il ruolo di centro del pensiero e i geni poi cablano e ricablano…in certa maniera questa conferenza si ricollega a quella su Cervello e Linguaggio; infatti è ancora la parola ed il suo uso ad avere un ruolo importante.
Alla fine, qui nell’aula polivalente di San Salvatore, dal pubblico viene fatta una bella domanda: La Cultura modifica i geni? La risposta di Marcus è interessantissima: i geni non cambiano nel tempo, ma cambiano come si esprimono all’interno dell’organismo modificandone alcuni aspetti della specie. La cultura non cambia il gene ma il loro lavoro. Esempio: per chi sa pensare brillantemente può succedere, con la legge del miglior adattamento, di sopravvivere più a lungo.
Evviva! Riusciremo a sconvolgere l’attuale natura e accadrà che i cretini muoiano prima? Fantastica prospettiva genica.
Ora Gary Marcus giovanissimo studioso americano può ritornare nel suo paese per votare il presidente degli States. Noi restiamo qui con un po’ di speranza…

domenica, ottobre 31, 2004

Al Festival della Scienza

Per ricordare il centenario della nascita dello scienziato Giuseppe Montalenti, il Festival della Scienza 2004 ci ha dato, oggi sabato 30 ottobre, anche l’occasione di vedere la bella sala per conferenze del complesso monumentale di S. Ignazio.
Ad accogliere i partecipanti c’erano Pietro Greco e Alberto Piazza, era assente Gilberto Corbellini per motivi di salute.
Ha parlato per primo Pietro Greco, giornalista scientifico e saggista, illustrando l’intensa biografia di Montalenti accompagnata da molteplici interessi scientifici, cui il più ossessivo, in senso positivo, fu quello dell’evoluzionismo.
La grandissima opera storico e scientifica di Giuseppe Montalenti, si comprende subito, è stata fondamentale per far passare in Italia la teoria evoluzionista darwiniana e insieme al suo forte impegno volto a coniugare la cultura umanista con quella scientifica, che in Italia ha avuto grossi ritardi.
Montalenti fu sempre molto critico sulla posizione che la Scienza occupa nella cultura del nostro Paese. Egli non accettava la concezione che la cultura umanistica sia la depositaria di tutta la cultura, mentre la Scienza sarebbe un fenomeno che poco avrebbe a che fare con la cultura dello spirito, ma sostanzialmente con la conoscenza, attraverso la ripetizione di esperimenti in laboratorio, di ciò che avviene in natura. Per Montalenti la scienza è totale in quanto la comunicazione culturale coinvolge tutte le dimensioni del sapere: storico, filosofico, sociale…e la sua lungimiranza lo portò, primo in Italia, ad introdurre il tema dell’ecologia.
La Scienza è quindi una cultura vera, che afferma un valore di cultura totale. Poi, non è forse l’evoluzione biologica sempre in primo piano? Greco racconta per questo i rapporti con Benedetto Croce, colui che con il suo idealismo avversò quella cultura scientifica espressa da Montalenti come materialistica e positivista. Per Benedetto Croce l’uomo non evolve solo organicamente ma deve avere una sua ‘teologia’; oggi invece grazie a Montalenti e la sua attualità, sappiamo che l’incontro tra le varie culture e scienze accresce le conoscenze in generale, aprendoci nuovi orizzonti di ricerca. Insomma quanto evolviamo scientificamente e quanto filosoficamente? A questa domanda ci porta l’excursus scientifico di Alberto Piazza, docente di Genetica Umana, Biologia e Biochimica presso l’Università di Torino. Il prof. Piazza, che con la sua folta barba ricorda Darwin, ci ha parlato proprio del grande teorico dell’evoluzione della specie, della sua teoria, delle affermazioni scientifiche supportate da numerose scoperte. Il prof. Piazza ci ha raccontato anche dei ritardi, della incompletezza delle traduzioni, delle difficoltà culturali generalizzate dell’ambiente accademico italiano a conoscere e dibattere il grande tema dell’evoluzione umana per arrivare fino ad oggi e non poteva mancare l’accenno, in questa sede, alla posizione del ministero della scuola su Darwin: un momento di attacco alla teoria di Darwin, con il divieto di insegnarlo nelle prime classi. Bisogna dire che quella di Darwin oggi non è più una teoria, ma un’ipotesi confermata da numerose conoscenze ottenute in laboratorio. Oggi abbiamo anche la scienza genetica, abbiamo più tecnologie e mezzi per superare certe visioni che erano per forza di cose parziali: bisogna però stare sempre attenti ai fondamentalismi di ogni parte; c’è n’è uno anche positivista che insulta l’altra parte e a queste posizioni dobbiamo rispondere – dice il prof. Piazza- con serietà di argomenti e prove che mano a mano ci portano paradossalmente a trovare una unità di ragioni: quelle che Montalenti aveva da subito auspicato.
In conclusione per rispondere alla domanda di come evolviamo, ci vorrebbe forse un test, invece Piazza ci ha letto un piccolo scritto di genetica, perché spiega è interdisciplinare; è una scienza che unisce diverse conoscenze: matematiche, statistiche, mediche, biologiche…ecco un metodo e insieme una risposta. La più scientifica possibile e forse anche la più umana.
Il cammino è ancora lungo, ma in questa ottica di cammino è bello sapere che ci si può tenere la mano per non cadere: insieme scienziati e filosofi. Montalenti eccezionale divulgatore delle tematiche scientifiche lo aveva sostenuto e storicizzato con le sue opere molto tempo fa.

sabato, ottobre 23, 2004

Davanti agli sbarchi

Davanti agli sbarchi di disperati sulle nostre coste io non ho da offrire che lacrime e le uniche parole che penso sono: se questo è un uomo.
Questi africani morti e redivivi, che hanno affrontato il salto verso la nostra terra, che non so quanto non sia anche loro, sono paradossalmente la nostra speranza. Il loro anelito di fuggire dalla miseria, dalla crudeltà di guerre che noi chiamiamo di democrazia, sono la speranza per un mondo migliore; la speranza di riconoscere uomini e donne arrivati da «un’altra vita» per raccontarci che la «nostra» non è reale, non è sicura e soprattutto non è immortale.
Dopo di ciò fanno paura quegli uomini, esponenti di un potere istituzionale che si dice democratico ma mostra il volto arrogante e razzista, che parlano di chiusura, di reati, di delinquenza. Loro, che si sono riempiti la bocca di garantismo, di libertà e progresso, poi hanno ridotto i diritti, cancellato il reato di falso in bilancio per crearne uno inesistente di clandestinità, ridotto in nero un lavoro ed invisibili quei lavoratori che lottano per la sopravvivenza. Loro, impegnati sull’entità delle tasse, sui condoni ai furti e alle ricchezze nascoste, hanno senza quei disperati in verità già perso tutto. Il bene posseduto è un bene provvisorio quanto la vita che non si può negare a nessuno.

venerdì, ottobre 22, 2004

a vita bassa

In un articolo, dei giorni scorsi su un quotidiano, una quindicenne diceva di voler comprare un paio di mutande Dolce e Gabbana da indossare sotto i jeans a vita bassa facendo uscire bene la scritta e poi andare a passeggio sulla Tuscolana insieme ad altri ragazzi. Alle obiezioni del professore di scuola che le faceva osservare quanto fosse triste ripetere le scelte di tutti, rinunciare ad avere una personalità, arrendersi a una moda pensata da altri, la quindicenne replicava: "Professore, ma non ha capito che oggi solo pochissimi possono permettersi di avere una personalità? I cantanti, i calciatori, le attrici, la gente che sta in televisione, loro esistono veramente e fanno quello che vogliono, ma tutti gli altri non sono niente e non saranno mai niente. Io l'ho capito fin da quando ero piccola così. La nostra sarà una vita inutile. Mi fanno ridere le mie amiche che discutono se nella loro comitiva è meglio quel ragazzo moro o quell'altro biondo. Non cambia niente, sono due nullità identiche. Noi possiamo solo comprarci delle mutande uguali a quelle di tutti gli altri, non abbiamo nessuna speranza di distinguerci. Noi siamo la massa informe".
Da sempre penso ci sia nei quindicenni, per non dire altre età giovanili e no, lo spirito di branco, di emulazione di modelli definiti di successo, di appartenenza e ricerca di mode. Poi esiste anche un altro problema che riguarda, oltre che il costume e la psicologia di massa, anche il perché del bisogno di celebrità, di successo che c’è in tutti e fa sentire frustrati e inutile chi non riesce a raggiungerlo.
Oggi la televisione dimostra tutto il suo potere attrattivo e di risposta ad un bisogno che è profondo e se analizzato bene risulta semplice: la conferma di esistenza. Già, abbiamo bisogno che qualcuno ci dica sempre che viviamo, ci siamo e che siamo noi. Per soddisfare questo semplice bisogno servono le ‘carezze’ di ogni tipo, tanto che è meglio uno schiaffo, un rimprovero, all’indifferenza.
In Tv succede che si diventa qualcuno, si diviene celebri, in breve tempo senza nessuna particolare dote: basta apparire; basta quello per essere riconosciuti, e con questo riconoscimento ricevere le famose carezze utili a confermare l’esistenza, l’essere in vita.
La mancanza di celebrità, quello che manca in sostanza alla quindicenne, fa sembrare la vita inutile. Pare che le carezze e quella quantità necessaria a dire che ci siamo sia dovuta solo a chi è celebre, al divo, allo sportivo vincitore, il resto è nullità. Ecco spiegato forse anche la corsa a diventare ‘veline’: pseudo ballerine, cantanti, figurine utili a rendere la scenografia festosamente sexi; metterci la faccia e il ‘sedere’ rende molto celebri.
Per me avviene questo perché si è travisato e ricevuto all’origine l’insegnamento sbagliato su ciò che è l’amore. L’amore è la vera medicina che guarisce il bisogno di confermare l’esistenza e regala le più belle, profonde e durature carezze.
Ma non bisogna scoraggiarci: amare è un’arte e si deve imparare a proprie spese. Allora si comprenderà che diventare celebri, non vuol dire amare ed essere amati, ma sentire di più questa mancanza; sentirla al pari di chi non lo è, ed è forse per questo più vicini alla vera arte. L’arte di amare.

martedì, ottobre 19, 2004

La qualità degli uomini

Si possono avere idee di destra o di sinistra ma in fondo quello che conta è la qualità degli uomini; è il rapporto con il proprio sé, che si trasmette nelle relazioni con gli altri determinandone poi i comportamenti, che fa misurare la bontà di questi ultimi.
Allora in fondo il vero discrimine tra gli uomini e i diversi schieramenti ideali passa attraverso caratteristiche umane non indifferenti.
Non ci sono in questo senso allora “buoni” o “cattivi”, “bravi” o “stupidi”, ma in sostanza solo innamorati della propria immagine ed esclusivisti della ragione, predicatori, avventurieri, bugiardi, insaziabili e avidi di potere.
Tutto questo, chiaramente per i politici, si nasconde dietro il perseguimento del servizio comune. Sì, questi ultimi dovrebbero essere uomini generosi, di qualità, che si mettono a disposizione per risolvere i nostri problemi di convivenza ricercando la sottile arte del “male minore nell’interesse maggiore”. Ma è così?
Osservateli bene i politici o i detentori di cariche pubbliche e ditegli un preventivo grazie: si sono messi a nostra disposizione, così almeno si pensa; poi non guardategli la ricchezza del portafogli ma quella dell’anima, e lì casca l’asino. Quanti di questi conoscono il dolore del peccato? Quanti dovrebbero preventivamente chiedere perdono per non conoscere abbastanza di loro, della vile natura, prima di aiutare noi?
Ecco, a molti di loro manca la compassione, una pietà per loro stessi che li aiuterebbe ad averla per gli altri.
Essere eroi non è una qualità e quando certi uomini parlano, prima dovrebbero interrogarsi un po’. Dovrebbero essere degli straordinari interrogatori che più di risolvere i nostri problemi imparassero a risolvere i loro e poi insegnassero a chiederci perché.
Ecco una qualità, una qualità degli uomini, che aiuterebbe il mondo.


sabato, ottobre 16, 2004

Saggio sul linguaggio del Cav.

Con le continue ‘battute’ di Berlusconi e dei suoi ministri la questione del linguaggio, analizzato nel libro ‘Il linguaggio e la retorica della nuova politica italiana’, scritto da Amedeo Benedetti per la Erga Edizioni, è sempre attuale. L’autore, del libro in questione, Amedeo Benedetti è uno studioso attento alla comunicazione e alle forme immaginative che dopo aver scritto un saggio su il linguaggio delle nuove Brigate Rosse, ora si è cimentato in questo studio attento alla comunicazione politica in generale ed in particolare a quella del leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi.
Con l’avvento di Berlusconi nel panorama politico italiano c’è stata una rivoluzione dell’uso del linguaggio: tutto diventa diretto. Prima si parlava il ‘politichese’ una comunicazione arzigogolata piena di giri di parole inconcludenti e incomprensibili; era un linguaggio di chi non voleva farsi capire, una sorta di codice tra addetti ai lavori e che gli stessi operatori dell’informazione, i giornalisti, stentavano a decifrare. Ora invece c’è un linguaggio semplice, diretto, povero di contenuti che semplifica i problemi ma non li risolve. Prima le promesse venivano fatte come impegno di un intero partito, delle forze politiche e non venivano mai mantenute, mentre addesso vengono fatte con l’impegno personale, con il «ghe pensi mi», ma ancora regolarmente non vengono mantenute. In sostanza è cambiato il linguaggio ma non i vecchi vizi della politica italiana.
Berlusconi è allora il grande comunicatore? Per l’autore del libro lo è chi sa convincere, chi riesce a portare sulle sue posizioni gli altri e il cavaliere in parte lo è ma sconta anche il vuoto, l’assenza di contenuti. Quanto può durare la banalità? Quanto può continuare a convincere la comunicazione di Berlusconi e il suo uso delle parole che privilegiano l’impolitico? Una cosa balza agli occhi di tutti: il linguaggio della nuova politica non risolve i problemi: è un linguaggio vuoto. La politica di Berlusconi si riduce a poche frasi: Giù le tasse - Più libertà – Via i comunisti. Se c’è qualcosa che differenzia la destra dalla sinistra è che la destra non fa analisi, non si interroga. La destra usa solo il linguaggio dell’ottimismo come la strada principale per fare aumentare i consumi, gli investimenti, il progresso: un giro di solo parole.
Nel saggio di Amedeo Benedetti si sono analizzati i meccanismi di comunicazione usati da Silvio Berlusconi e approfonditi con scrupolosa cura nelle oltre 200 pagine del libro, che raccoglie 750 citazioni del personaggio in questione.
Ecco qualcuna delle citazioni: «Quando Bossi dice che sono peronista forse si riferisce alla birra Peroni» (1994); «Arafat mi ha chiesto di dargli una tivvù per la Striscia di Gaza. Gli manderò Striscia la notizia» (1997); «E’ vero, con la Finanziaria si dà con una mano e si toglie con l’altra. Qualcuno ha detto che più di una partita di giro è una partita di raggiro» (1997); «Al Partito Popolare Europeo l’altro giorno ho fatto ridere tutti i delegati quando mi sono appropriato di una battuta di Woody Allen e ho detto: Il comunismo è morto, ma anche la socialdemocrazia sta poco bene» (1999); «Ecco un uomo che ha sempre le mani in pasta: è ginecologo» (2003).
la semplificazione del linguaggio cerca di semplificare anche i problemi che sappiamo invece complessi; quanto può durare e risultare vincente questo linguaggio e novità nella politica?
Il libro domanda questo e in parte cerca di rispondervi. A voi leggerlo e trarne le vostre conclusioni.

Il linguaggio e la retorica della nuova politica italiana
Amedeo Benedetti
Erga Edizioni, 225 pagine, 17 euro


giovedì, ottobre 07, 2004

necessità del male?

"Il comunismo è stato un male necessario in qualche modo all'uomo e al mondo". Così Giovanni Paolo II definisce la dottrina politica che affonda le sue radici nel pensiero di Marx e Engels nella sua nuova opera Memoria e identità.
Interessante questo punto di vista di chi è considerato, per il verbo, 'infallibile'.
Io semplicemente che nel comunismo ho creduto senza infallibilità, ma proprio per la fallibilità dell'uomo insieme delle sue capacità ad essere qualcosa di diverso: superiore, morale e benefico per l'umanità tutta; lo penso forse ancora un bene possibile.
Intendiamoci, sappiamo che nel nome di grandi ideali e convinzioni di giustizia, moralità, si sono compiute le più atroci nefandezze contro l'umanità, per cui nessuno è immune dal male e in specie del proprio pensare con delle certezze; ma il comunismo, quello trasmesso anche originariamente e originalmente da Gesù Cristo, penso sia ancora un valido ideale per una nuova umanità.
Vive e c'è poi quel male più grande ed infinitamente diffuso che è quello dell'inconsapevolezza, dell'ignoranza, del voltare la testa e lo sguardo per non vedere, insieme alla mancanza di un pensiero 'altro', 'diverso' e 'trascendente' la nostra condizione contingente all'economia e al mercato.
Per questo considero ancora fondamentale l'opera di Hannah Arendt su 'la banalità del male'.
Il comunismo ha fornito diversamente a molti uomini sfruttati, oppressi, vilipesi ed emarginati, uno strumento per riscattare la propria condizione e trovare una dignità negata da ideologie supportate dalla legge del più forte, del possesso e dell'arroganza. Cristo aveva fornito con la sua vita e le sue parole il primo insegnamento spirituale di libertà e speranza all'umanità intera. Il vero e unico miracolo di Cristo, utile agli uomini del suo tempo e poi rivelatosi utile sempre, fu quando affermò che tutti gli uomini sono uguali, sono fratelli e proprio negli umili è la salvezza del mondo: era, per l'epoca in cui Cristo disse quelle cose, qualcosa di inimmaginabile; la cultura del tempo e chi in quella cultura greco-romana ed ebraica era nato non aveva la possibilità di pensare diversamente. Allora si può dire che anche quella Croce forse fu un male necessario?

domenica, ottobre 03, 2004

Ho voglia di innamorarmi


“Ho voglia d'innamorarmi - di una donna - di un animale - di una borsa di coccodrillo - di uno straccio di ideale - ho voglia d'innamorarmi - di qualcosa che non c'è...”, così cantava Baccini ed esprimeva bene un bisogno reale.
La voglia di innamorarsi, l’entusiasmo di affrontare una cosa nuova, di ritrovare la spontaneità e non averne timore è la cosa più bella cui possiamo aspirare. Che bello saperci vedere come bambini, sapere cogliere l’autenticità del nostro carattere. Spesso, se non sempre, invece giochiamo giochi pericolosi e finti. Cerchiamo surrogati all’amore.
Con l’innamoramento invece affrontiamo indifesi la vita con un progetto per il futuro: siamo pronti anche a soffrire per sentire il bene dell’amore; siamo pronti a giocare con l’amore per l’amore.
Se guardiamo con occhio attento a cogliere quello che di autentico, di bello, ognuno porta con sé, diventano amabili tutti. Allora si comprende che nessuno è in fondo detestabile, ma è come un bambino che vuole giocare, perché in quello stesso gioco non solo è insito il bisogno d’amore ma lo stesso bisogno per la vita e dell’altro ad esprimerlo.
Poi cambiando canzone, con ”Everybody Loves Somebody” si ritorna allo stesso concetto: ognuno ama qualcuno, anche per un momento. Ognuno cade nell’amore e ognuno trova qualcuno. Se lo desidera e sogna, ad ogni ora e minuto, si ritrova tra le braccia l’amore.
Allora auguri d’amore a tutti. Sempre. Poiché: “Può capitare di non essere amati, ma la vera disgrazia è non amare" (Albert Camus)